“Vattene anno nero da cimitero” di Ange de Clermont
Vattene
anno nero
da cimitero.
Anno
d’ oblio.
Anno maledetto
da Dio!
Vattene
anno nero
da cimitero.
Anno
d’ oblio.
Anno maledetto
da Dio!
Sarà che è tipico del periodo avvicinandosi il giro di boa di San Silvestro, ma anche per la politica italiana il problema è interrogarsi sul futuro: su quello immediato (cadrà o no il governo Conte? E che succederà dopo?) e su quello almeno a medio termine (come rimetteremo in piedi il Paese una volta che si riuscisse a lasciarsi alle spalle la pandemia?).
I territori della produzione poetica del Novecento in Sardegna, che nella vulgata o meglio nel detto popolare è tradizionalmente chiamata “terra di poesia”, riservano, a chi si avvicini ad essa con curiosità e interesse estetico, notevoli e piacevoli sorprese.
A fronte di tanti poeti dialettali, orali e non (usiamo qui il termine “dialettale” non certo con valore diminutivo ma con un accento nazionalitario, per indicare la poesia in limba), consacrati dal favore di un pubblico variegato, anche dotto e selettivo; a fronte di tanti poeti fieramente dialettali – dicevamo – riscontriamo una nutrita pattuglia di convinti poeti in lingua italiana, che risponde alle attese di un pubblico di lettori più orientato verso il gusto macro-nazionale e moderno (intendendo per “moderno” un gusto più in linea con le correnti linguistico-culturali maggioritarie a livello generale nel Paese, e non viceversa minoritarie o di nicchia, come potrebbe essere l’”antimodernità” o la “postmodernità” programmatica di certa produzione identitaria locale di élite (ma questo non vuol dire, beninteso, che non esistano contemporaneamente anche produzioni letterarie di nicchia in lingua italiana).
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Meza notti!…
No’ intendu più sunà li me’ campani
lu Natali chist’annu no’ ha luci
la beddha festa a cosa si riduci
si no’ poni ‘inè li nostri anziani?
Lu “viru” pochi n’ha lacatu sani
agghiani fattu o no li tre tamponi
chistu scalmentu ha presu mali e boni
solu rimediu è … laassi li mani.
Ma noi chi semu fideli cristiani
sapemu chi la festa è i’la so’ grotta
Gesù no’ manca di ‘inè chist’annu!
Videndi chi la gjenti è in affannu
no’polta in donu panittoni motta
lu so’ donu è l’Amori i’ lu so’ “Pani”.
La nipote liceale e il terzogenito quest’anno non potranno fare le riprese e comporre il consueto trailer delle grandi feste familiari. Intorno a noi non ci saranno una ventina di commensali, ma due soltanto, quelle più vicine nella linea della parentela. Gli altri faremo di tutto per vederli in videoconferenza e scambiare qualche parola di augurio. Anche loro saranno due, a tavola, massimo quattro. Il virus ci insidia ovunque e noi cerchiamo di evitare le occasioni di contagio. Da questo punto di vista sarà dunque un Natale malinconico.
“Sa battalla” avvenne il 30 giugno del 1409, nella piana a sud del castello e del borgo fortificato di Sanluri, nella Sardegna meridionale, tra le truppe del Regno di Arborea guidate da Guglielmo III di Narbona e l’esercito di Martino I di Sicilia, erede della Corona d’Aragona e primogenito di Martino I di Aragona il Vecchio, chiamato anche L’Umano (quinto re di Sardegna).
Giovanni Andrea Tedde (Chiaramonti,1906-1990), conosciuto in paese col soprannome paterno di Tebachéra, fu l’unico zio paterno che ebbi. Quando rimasi orfano mi fece anche da tutore.
Lo conobbi fin da fanciullo anche se lui abitava in Via delle Balle, che preferisco chiamare Carruzzu de Ballas, nell’antico borgo ai piedi del fu castello dei Doria, mentre noi abitavamo in via Garibaldi, ora via Leopardi, alle pendici del Monte Codinarasa.