30 Gennaio 2017 - Categoria: narrativa

“Profumo di donna… e poi mio figlio” di Sarah Savioli

Mi guardo allo specchio.
I profondi segni scuri sotto gli occhi dovuti alla stanchezza.
I disegni del tempo che passa.
I capelli in disordine.
Una resa a una quotidianità troppo pesante e impietosa.
Guardo altrove. Come sempre.
Apro il mobiletto del bagno ed eccolo.
Quel regalo di Natale ancora chiuso.
Un profumo prezioso. Costoso.
Quando l’ho scartato, ricordo il senso di estraneità a quel qualcosa così dissonante con quella me sempre in maglione largo e jeans.
Il sorriso mentre dicevo “Grazie” imbarazzata e dispiaciuta per quella spesa importante e inadatta anche se fatta con il cuore e tutta per me.
Prendo la boccetta. La sento fra le dita: un’opera d’arte.
Appoggio delicatamente una goccia di quel liquido ambrato dietro l’orecchio e un profumo sensuale e avvolgente subito mi circonda come una nuvola morbida nella quale perdo i contorni e mi sciolgo.
E dietro a quell’immagine rigida che mi butta in faccia lo specchio, rivedo la donna che sono, sento il richiamo della mia femminilità a dispetto degli anni, del dolore, delle mie sbandate priorità…
E poi arriva mio figlio e mi dice “Pppfffuuuu, ma mimi! Perché di sei data addosso il detersivo del water?”

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21 Gennaio 2017 - Categoria: narrativa, prosa

Gli uccelli: lo scricciolo e l’occhiocotto di Eleonora Ortuno

Avendo vissuto sempre in città pochi sono gli uccelli che ricordo e che ho avuto modo di osservare, in primis i piccioni che vedevo in abbondanza in piazza d’Italia, i passeri che facevano il nido nelle cavità dei muri del Rifugio, e da dove i pulcini cadevano, ed infine le rondini che correvano nei cieli da aprile a settembre.

Una volta arrivata a vivere in campagna non ho mai prestato particolare attenzione agli uccelli che sentivo cantare e che vedevo svolazzare qua e la, anzi toglievo infastidita i nidi di quegli uccelli che avevano avuto l’ardire di costruirlo sopra le lampade delle tettoie per evitare di dover pulire continuamente i loro escrementi e finché avevo i gatti ci pensavano loro a tenerli lontani.

Come mi è venuta la passione per gli uccelli, sinceramente non l’ho so, so soltanto che una decina di anni fa, ho prestato più attenzione al loro canto e ai loro movimenti, e quando trovavo un nido posizionavo davanti la videocamera e registravo il via vai dei padroni di casa.

Il primo uccello è stato lo scricciolo che mi trovavo sempre attorno mentre cercava ragni e altri insetti intorno ai vasi delle piante grasse e in più di un’occasione l’ho scambiato per un topo salvo poi ricredermi quando questo volava via improvvisamente, uscendo allo scoperto.

Spesso seduta al sole, mi saltellava davanti senza timore, in cerca di prede, gli insetti, che divorava avidamente appena ne trovava uno.

Intanto dico che è un uccello meraviglioso, soprattutto il suo canto che inizialmente non sapevo di chi fosse per cui l’ho registrato e lui prontamente si è fatto vedere cantando a sua volta, io spesso mi divertivo a “prenderlo in giro” e quando azionavo il registratore lui prontamente rispondeva volandomi intorno per capire chi era l’intruso che aveva osato invadere il suo territorio.

Un uccello così piccolo fa tutto in grande dal suo canto, che è uno dei più melodiosi e potenti, al suo nido che è enorme confrontato alle sue dimensioni. E’ un uccello molto tenace che se decide di fare il nido in un posto lo fa comunque, infatti, spesso mi sono ritrovata ad avere nidi nelle maniche e nelle tasche dei giubbotti o maglioni stesi, che lui, prontamente, aveva riempito di foglie secche, paglia e peli di cane e per evitare che li rifacesse, dopo aver rilavato gli indumenti, dovevo ristenderli dentro casa.

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14 Gennaio 2017 - Categoria: cultura, eventi culturali, letteratura sarda, recensioni

Giulio Angioni su “Cumenti oru di neula” di Giuseppe Tirotto

Caro Angelino,

Tirottoti invio questo intervento del recente scomparso Giulio Angioni inerente la presentazione del mio romanzo Cumenti oru di neuli del 2003 a Castelsardo.

Giulio Angioni ho avuto occasioni sporadiche di incontrarlo ma non come avrei voluto. Era in giuria quando ho vinto il premio Posada con Cumenti oru di neuli, Giacomino Zirottu mi aveva detto che a Giulio era piaciuto molto e che avrebbe voluto presentarlo. Avevamo concordato l’evento, poi, per un imprevisto, la cosa era saltata, però mi aveva fatto pervenire il suo intervento. L’ho visto qualche mese dopo a Castelsardo dove era stato invitato ad una rassegna, in quella occasione, pubblicamente, mi aveva elogiato (me e gli altri scrittori sardi-sardi) per il coraggio di scrivere romanzi in lingua sarda, coraggio che a lui mancava (non è vero perchè è stato il primo a pubblicare un racconto interamente in sardo nel 1978).

Rileggendo quell’intervento l’ho trovato interessante per il mio libro ma anche per alcune considerazioni sulla lingua sarda e sugli scrittori sardi. Ho pensato di inviartelo e magari in qualche modo farlo conoscere.

Intervento di Giulio Angioni

AngioniPrima di tutto bisogna dire che Giuseppe Tirotto è uno scrittore serio che ha cose da dirci e che gli preme dire.

Ci riesce?

Sì. Le sue storie, questa sua storia prende, trascina dall’inizio alla fine e costringe a ritorni. A ritorni contenutistici e anche a ritorni linguistici, perché non è proprio secondario che egli scriva in castellanese, cosa che a sua volta prende e commuove: per la scelta della lingua materna come mezzo espressivo e comunicativo, perché si tratta di una scelta per trattare solo temi di colore locale nei modi e nei ritmi consueti di una certa letteratura da colore locale, bensì per dire ciò che ha bisogno e voglia di dire nell’oggi del mondo a misura di Castelsardo, o forse nell’oggi di Castelsardo a misura del mondo, di uomini e donne che amano e disamano, di amore e morte, di uomini e donne di sempre e dovunque, ma qui a Castelsardo e dintorni, oggi o ieri sera. Anche se, lo so, lo sospetto, la tentazione di un castellanese che legge Cumenti oru di neuli dev’essere spesso quella di cercare di capire di chi in realtà sta parlando Tirotto, a chi si è ispirato tra gli abitanti di Corti di La Rena, delle castellanesi e dei castellanesi veri, a cominciare dalla protagonista del racconto, Gioia Struneddu, Gioia: abbaìdda e chi scera di nommu l’aìani appiuppaddu, per essere quella che è, serva amante prostituta sempre alla rincorsa di un amore impossibile e dagli appuntamenti impossibili che portano sempre ad altro dalle speranze, come in quest’ultimo appuntamento con cui incomincia e si chiude il racconto, in una serata di pioggia buia, di cui qui non si deve dire come andrà a finire: chi lo vuol sapere se lo vada a leggere fino in fondo.
Tentazione ovvia quella che immagino nel lettore castellanese, di riconoscere tutto e tutti nelle pagine di Tirotto, lo scrittore di Castelsardo, perché credo che Tirotto riesca a convincere i suoi lettori compaesani di poter riconoscere tutto e tutti in questa sua storia, rendendo all’autore il miglior riconoscimento, di riconoscere come vero proprio ciò che lui ha inventato. Perché i libri vivono solo della re-invenzione e della ri-creazione dei loro lettori, e i buoni libri sono buoni se hanno dei buoni lettori.

Questo secondo me spiega anche un po’ perché Tirotto scrive nella sua parlata materna, ritagliandosi una nicchia molto ristretta di lettori, che però sono probabilmente proprio quelli che lui vuole per primi e che privilegia, perché con loro lui si intende fino in fondo, con agio compaesano.

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14 Gennaio 2017 - Categoria: memoria e storia

“Il malinconico ricordo di una figlia coinvolta in un incidente stradale con i genitori e la sua salvezza grazie al seggiolino per bambini” di Sarah Savioli

incidenteGrazie a facebook abbiamo scoperto le buone doti di scrittura di Sarah Savioli che ha pubblicato qui ormai svariati articoli. Sarah è una giovane signora che conversa spesso oltre che col suo bambino, ormai scolaro, anche con se stessa, pensando agli eventi lieti e tristi suoi, ma anche delle altre persone. Ha una grande apertura verso le angosce del mondo, vorrebbe avere fede nell’uomo, ma questo nelle sue varie manifestazioni rassomiglia sempre più a Caino piuttosto che ad Abele, i mitici fratelli biblici, simboli della bontà e della malvagità umana. L’episodio che qui viene narrato l’hu appreso molto sobriamente dal padre, prematuramente scomparso. Essenziale nel parlare Mauro, questo era il suo nome, funzionario medico veterinario della Asl di Sassari, un giorno mi disse:-Pensa che ques’incidente mi è costato 123 suturazioni alle ossa.- Soffriva molto, ma sapeva sorridere alla gente. La figlia, salvatasi dall’incidente grazie al seggiolino, qui rievoca lo scontro tremendo che catapultò fuori dell’abitacolo della macchina i genitori, riducendoli quasi in fin di vita e diremmo noi salvi per miracolo grazie ad un intervento, anzi a tanti interventi per rimettere insieme, un uomo ed una donna,  bombardati dalla pazza corsa di un ubriaco al volante. (Angelino Tedde)

Sarah-Savioli-150x150Era l’estate del 1978.
Un parente quanto mai originale regalò ai miei genitori un seggiolino per auto nel quale mettermi.
Lo ricordo ancora. Immaginate come potesse essere una cosa del genere in quegli anni. Duro, scomodo, di plastica nera e arancione.

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11 Gennaio 2017 - Categoria: Chiaramonti e dintorni

“Chiaramonti: per il presepio di zia Mattea il re mago è il giornalista” di Angelino Tedde

presepe-ca91Chiaramonti, dicembre. Zia Mattea è in paese una istituzione. Senza di lei il suo paese sarebbe insignificante. Il fatto è che zia Mattea è un’artista; una di quelle artiste che è raro incontrare in questo mondo così mistificato: Zia Mattea è un’artista nel cuore è nella aspirazioni e di questo è fermamente convinta come è certa di essere ormai alle soglie dei suoi ottanta anni e al suo terzo felicissimo matrimonio. Come tutti gli artisti è un po’ vanitosa è aspira all’immortalità sulla carta stampata. Ogni mattina corre a comprare la ((Nuova Sardegna) e chiede al primo paesano che incontra col giornale in mano di guardare se qualche noto giornalista fra i tanti presunti che le si presentano, si è ricordato di lei, anzi non di lei, ma del suo immortale e ormai proverbiale presepio, causa di tutte le sue preoccupazioni, oggetto di tutte le sue cure, tormento delle sue notti insonni. Ho detto “chiede” perché zia Mattea non sa leggere e né scrivere. Tuttavia, in quanto al presepio, ha la certezza che non ce ne sia un altro al mondo simile a questo che lei inizia a comporre al primo di novembre a che scompone all’inizio della quaresima.

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6 Gennaio 2017 - Categoria: memoria e storia

“Serafina Linda Piras-Soddu (1917-1947): a cento anni dalla nascita” di Angelino Tedde junior

Serafina Linda Piras (1917-1947)

Serafina Linda Piras (1917-1947)

Il pastore di capre Michele Piras nato a Nulvi il 27 marzo 1886 (da Giovanni, Nulvi  12 marzo 1864) e da Antonia Farre, nulvese) e la casalinga chiaramontese Maria Chiara Soddu nata nel 1885, unica femmina tra sei fratelli maschi, figli di Giommaria Soddu e di Serafina Massidda, entrambi chiaramontesi si unirono in matrimonio in Chiaramonti il 23 settembre del 1911. 
Nel 1914 venne alla luce il loro primogenito Giuseppe.
Michele, in quello stesso anno, fu chiamato alle armi e stette in osservazione, per tre mesi soltanto, a Cagliari, quando, riconosciuto fabico e oligoemico e con qualche disturbo cardiaco, fu definitivamente congedato.
Tre anni dopo, il 10 gennaio del 1917, nacque la secondogenita Serafina Linda alla quale fu dato il nome della della nonna Serafina Massidda.

Michele Piras Farre (1886-1976)

Michele Piras Farre (1886-1976)

La stessa  fu battezzata nella chiesa parrocchiale di San Matteo il  16 gennaio dal viceparroco Nicola Urigo. Fece da padrino lo zio Antonio Piras e da madrina la zia  Pietruccia Piras.
La neonata crebbe a Chiaramonti fino ai 10 anni col fratello Giuseppe, di tre anni più grande di lei, e solo nel 1925, le nacque la sorellina Georgia.
Tra le testimonianze di questo periodo si ricorda che quando la ragazza fu in condizioni di fare le commissioni, tra le più frequenti era quella di chiamare il fratello Giuseppe, preso dal gioco, con la curiosa e colorita espressione:
-Giuseppe, torra a domo. mi’ chi gia l’ischis chi mama at sa manu pesuda!-
-Giuseppe, torna a casa, lo sai che mamma è di mano pesante!-

Maria Chiara Soddu-Massidda (1885-1933)

Maria Chiara Soddu-Massidda (1885-1937)


La famiglia rimase in Chiaramonti fino al 1927, quando alla ricerca di  pascoli più idonei per le capre si spostò a Luras, dove però al pastore nulvese morirono di epidemia le capre e dovette adattarsi a fare altra attività, dimorandovi per sei anni, sicuramente lavorando nelle ferrovie e nelle strade che da Sassari portavano con centinaia di curve a Palau.
Su quel periodo
 più che da mio nonno, che ho avuto la fortuna di conoscere, ho raccolto testimonianze dalla lurese signora Caterina Zaccagni, allora novantaquattrenne, oggi defunta, su mia nonna definita un’inesauribile narratrice di contos de foghile, al punto che in estate ogni sera, i vicini di casa si riunivano presso casa sua per ascoltare i suoi racconti.

Angelino Tedde (1911-1947)

Angelino Tedde (1911-1947)

All’epoca (1927-1932) il fascismo mieteva i più calorosi consensi, specie dopo la Conciliazione e i Patti Lateranensi. L’ammodernamento delle infrastrutture, strade, ferrovie, scuole, uffici pubblici, creò posti di lavoro e fu un periodo di maggior serenità sociale al punto che furono definiti dallo storico Renzo De Felice “gli anni del consenso ”.
Luras, a poca distanza da Calangianus e da Tempio,in provincia di Sassari era ed è un’isola linguistica del sardo-logudorese in mezzo all’idioma sardo-corso parlato in Gallura e visto che c’era il lavoro per il capo famiglia Michele, Maria Chiara e le due figlie Serafina Linda e Giorgia dovettero trovarsi a loro agio tra le coetanee assai socievoli e aperte, con meno separatezza tra ragazzi e ragazze come usava in Gallura.

Antonia Chiara Tedde (1939) vivente

Antonia Chiara Tedde (1939-2018)

Giuseppe, tredicenne, non seguì i genitori, fermandosi a lavorare in paese presso i parenti.
Serafina Linda visse a Luras la sua adolescenza e la prima giovinezza con molta serenità sia aiutando la madre sia come portatrice d’acqua, sia come custode di qualche bambino, sia prestandosi ai lavori domestici. A 12 anni (1929) ricevette la Cresima; le fece da madrina una certa Giovanna Maria Bellu, originaria di Calangianus, ma vivente a Luras.
La madrina da lei scelta, Caterina Zaccagni, non poté cresimarla perché non era in condizioni di comprarle la collanina d’oro con la medaglietta e gli orecchini come fece, invece, la madrina effettiva, secondo l’uso e il costume di Luras.

Angelino Tedde junior (10 genn.1937) vivente

Angelino Tedde junior
(10 genn.1937) vivente

Nel 1932 Serafina Linda rientrò, ormai sedicenne, a Chiaramonti con la famiglia e si trovò subito a disagio di fronte alle coetanee che erano abituate, almeno in pubblico, a tenersi a debita distanza dai coetanei, mentre lei, abituata a Luras, andò contro corrente. Il che le procurò delle critiche malevoli da parte delle coetanee che non videro di buon occhio il suo modo di fare. Inoltre, essendo una bella ragazza, alta circa 1,70, snella, bianchissima di carnagione, dai capelli nerissimi e lisci, portati secondo l’uso degli anni trenta del novecento, il suo modo di fare urtava ancora di più con l’ambiente più riservato e attento nelle relazioni tra ragazzi e ragazze.
Serafina Linda s’innamorò di un giovanotto, ma la famiglia di costui, dopo vari ondeggiamenti, a quanto narravano le voci, impedì il fidanzamento. Questo fatto, purtroppo, la ferì per tutta la sua esistenza. Alcuni anni più tardi, nel 1937, con l’atmosfera romantica delle canzoni si cantava “Il primo amore non si scorda mai”.   Col ritorno a Chiaramonti nonno fece di tutto per lavorare come giornaliero, nonna continuò ad allevare la piccola Giorgia mentre orientava verso i soliti servizi per conto terzi la figlia Serafina Linda che andava crescendo. Il figlio Giuseppe lavorò all’occorrenza come giornaliero.

Mattea Tedde (1943) vivente

Mattea Tedde (1943) vivente

Serafina Linda   dovette andare a lavare i panni, a far la portatrice d’acqua e a svolgere altri lavori domestici presso altre famiglie per rimediare grano e altri prodotti alimentari per contribuire al vitto della famiglia. Giorgia, man mano che cresceva, seguì l’esempio della sorella, soprattutto facendo la custode dei bambini e portando l’acqua nelle case.
Michele e Maria Chiara ad un certo punto si resero conto che bisognava avviare al matrimonio Serafina Linda ormai diciannovenne. Essendosi presentato a chiederla in sposa Angelino Tedde senior, sia il padre Michele sia la madre Maria Chiara, considerandolo un buon partito, fecero di tutto per farli sposare. D’altra parte Angelino aveva ereditato la casa arredata di tutto punto dalla madre Chiara Soddu, Chiara Soddu morta nel 1935 e la stalla col forno e inoltre mezzo ettaro di vigna in località Bidda Noa. Aveva assolto anche il servizio militare ed avendo compiuto venticinque anni, pareva abbastanza maturo per metter su famiglia.
Firmato il contratto di matrimonio in Comune, i due fidanzati si sposarono il 18 luglio 1936 alle 5,30 del mattino, nella parrocchiale di San Matteo, avendo come testimoni i chierici Mario Casula, cugino di lei (figlio di Pietruccia Piras in Casula) e Gavino Unali, due testimoni futuri preti, gesuita il primo, e prete diocesano il secondo. Benedisse le nozze concordatarie il vicario dr. Pietro Dedola.

Casa Tedde

Casa Tedde

Nello stesso mese di luglio del 1936 scoppiò la guerra civile spagnola e Mussolini, viste le simpatie di Franco per il fascismo, non esitò ad arruolare volontari da inviare in suo aiuto a 15 lire al giorno, il triplo di guadagno di un giornaliero in patria.

Angelino non esitò ad arruolarsi sperando fino all’ultimo di vedere il neonato prima della partenza per la Spagna. Il neonato venne alla luce però quando lui, imbarcatosi a Napoli sul piroscafo “Lombardia” veleggiava verso Spagna. In questo frangente io nacqui primogenito e unico maschio il giorno  in cui mia madre Serafina Linda compiva i suoi floridi vent’anni, il 10 gennaio 1937, alle sedici, nella casa che era stata costruita dal mio trisavolo Giovanni Andrea, in cui era nato mio bisnonno Antonio, mio nonno Giovanni Matteo e mio padre Angelino senior.

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3 Gennaio 2017 - Categoria: letteratura sarda, lingua/limba, versos in limba

La poesia sarda e Antoni Maria Pinna di Giovanna Elies

Antoni Maria Pinna

Antoni Maria Pinna

Parlare di “ poesia” nella tradizione popolare e culturale della Sardegna è quasi una forzatura. Si scrive “poesia”, in quest’isola al centro del Mediterraneo, ma nella realtà si pronuncia “càntigu”. La nostra poesia, infatti, altro non è se non quel modulare cadenzato di voce con il quale i nostri pastori, contadini, viandanti, riempivano le grandi solitudini. Rimodulare quel canto (che tra l’altro sembra essere derivato dal canto degli antichi aedi greci ed usato per magnificare i propri eroi) non deve essere una impresa facile, dal momento che non a tutti riesce. Occorre di certo essere padroni del proprio pensiero, delle parole, della musicalità, del verso e profondi conoscitori dell’animo umano. Oggi occorre anche saper entrare nelle pieghe di un lessico che- nel tempo- se pur ricco di effetto e di pathos, non è riuscito a conservarsi interamente Antoni Maria Pinna è una delle poche voci poetiche che ancora resiste alla moda novecentesca di una poesia facile, intimistica, scevra di significati (se non per l’autore), dal verso libero e spesso scarno. Non è il solo, certo, per fortuna, resiste ancora un manipolo di poeti a s’antiga, tuttavia è tra i caposcuola; tra coloro che sanno assoggettare il verso alle dolcezze del pensiero e dell’animo, coniugandole nel modo più musicale ma anche diretto. Quasi come se prima di mettere nero su bianco la futura poesia venisse provata e riprovata a “boghe bàscia oppure a mesa ‘oghe”, trattenendo il fiato all’interno della corona dentale e lasciando al cuore l’ultima parola. “ In suaves anderas m’incaminas In s’ora de iscrier mi turmentas Mi das paghe santa e m’accuntentas Ch’essere pitzinneddu in suidura. Antonio Maria sa ben manipolare il materiale poetico tanto da inglobare nel timbro della sardità i momenti ed i tormenti che precedono la scrittura. “ che unu raju de sole t’avvicinas” Sentza pasu né umbra e faghes nidu” In su coro da ue pesas bolu.

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25 Dicembre 2016 - Categoria: cahiers de doléances

Stiamo vicini a chi soffre per le numerose guerre anche il giorno di Natale di A.T. di Gris e di Sarah

imagesGesù nasce povero tra i poveri.
Nasce tra le bombe devastanti
delle città distrutte
da guerre senza fine.
Gesù nasce tra i bimbi morenti
che hanno appena visto il sole.
Nelle innumerevoli guerre del mondo
tra le quali si agita furioso Caino,
tanti Caino
che uccidono tanti Abele.
Siamo lieti per il Natale del Signore
fattosi uomo, ucciso barbaramente
dalla nostra mancanza di amore
per il prossimo.
ma tristi perché gli uomini
non cessano mai
di versare sangue innocente.

Durante le Sante Messe di Natale,
durante i pranzi conviviali
tra parenti e amici,
non dimentichiamo
quanti soffrono sotto le bombe,
negli ospedali martoriati
aggiungendo dolore a dolore.

Sono commosso che Sarah, Gristolu e altri amici, che scrivono su questo blog, mettano l’accento su queste terribili sofferenze che ci macerano il cuore, anche nel giorno della Nascita di Cristo, venuto a salvare il mondo dall’odio e dalle tenebre che offuscano la mente di tanti carnefici che per la brama di potere o per fanatismo uccidono senza scrupoli.

Leggi gli scritti di Gristolu e di Sarah di seguito

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