11 Gennaio 2017 - Categoria: Chiaramonti e dintorni

“Chiaramonti: per il presepio di zia Mattea il re mago è il giornalista” di Angelino Tedde

presepe-ca91Chiaramonti, dicembre. Zia Mattea è in paese una istituzione. Senza di lei il suo paese sarebbe insignificante. Il fatto è che zia Mattea è un’artista; una di quelle artiste che è raro incontrare in questo mondo così mistificato: Zia Mattea è un’artista nel cuore è nella aspirazioni e di questo è fermamente convinta come è certa di essere ormai alle soglie dei suoi ottanta anni e al suo terzo felicissimo matrimonio. Come tutti gli artisti è un po’ vanitosa è aspira all’immortalità sulla carta stampata. Ogni mattina corre a comprare la ((Nuova Sardegna) e chiede al primo paesano che incontra col giornale in mano di guardare se qualche noto giornalista fra i tanti presunti che le si presentano, si è ricordato di lei, anzi non di lei, ma del suo immortale e ormai proverbiale presepio, causa di tutte le sue preoccupazioni, oggetto di tutte le sue cure, tormento delle sue notti insonni. Ho detto “chiede” perché zia Mattea non sa leggere e né scrivere. Tuttavia, in quanto al presepio, ha la certezza che non ce ne sia un altro al mondo simile a questo che lei inizia a comporre al primo di novembre a che scompone all’inizio della quaresima.

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6 Gennaio 2017 - Categoria: memoria e storia

“Serafina Linda Piras-Soddu (1917-1947): a cento anni dalla nascita” di Angelino Tedde junior

Serafina Linda Piras (1917-1947)

Serafina Linda Piras (1917-1947)

Il pastore di capre Michele Piras nato a Nulvi il 27 marzo 1886 (da Giovanni, Nulvi  12 marzo 1864) e da Antonia Farre, nulvese) e la casalinga chiaramontese Maria Chiara Soddu nata nel 1885, unica femmina tra sei fratelli maschi, figli di Giommaria Soddu e di Serafina Massidda, entrambi chiaramontesi si unirono in matrimonio in Chiaramonti il 23 settembre del 1911. 
Nel 1914 venne alla luce il loro primogenito Giuseppe.
Michele, in quello stesso anno, fu chiamato alle armi e stette in osservazione, per tre mesi soltanto, a Cagliari, quando, riconosciuto fabico e oligoemico e con qualche disturbo cardiaco, fu definitivamente congedato.
Tre anni dopo, il 10 gennaio del 1917, nacque la secondogenita Serafina Linda alla quale fu dato il nome della della nonna Serafina Massidda.

Michele Piras Farre (1886-1976)

Michele Piras Farre (1886-1976)

La stessa  fu battezzata nella chiesa parrocchiale di San Matteo il  16 gennaio dal viceparroco Nicola Urigo. Fece da padrino lo zio Antonio Piras e da madrina la zia  Pietruccia Piras.
La neonata crebbe a Chiaramonti fino ai 10 anni col fratello Giuseppe, di tre anni più grande di lei, e solo nel 1925, le nacque la sorellina Georgia.
Tra le testimonianze di questo periodo si ricorda che quando la ragazza fu in condizioni di fare le commissioni, tra le più frequenti era quella di chiamare il fratello Giuseppe, preso dal gioco, con la curiosa e colorita espressione:
-Giuseppe, torra a domo. mi’ chi gia l’ischis chi mama at sa manu pesuda!-
-Giuseppe, torna a casa, lo sai che mamma è di mano pesante!-

Maria Chiara Soddu-Massidda (1885-1933)

Maria Chiara Soddu-Massidda (1885-1937)


La famiglia rimase in Chiaramonti fino al 1927, quando alla ricerca di  pascoli più idonei per le capre si spostò a Luras, dove però al pastore nulvese morirono di epidemia le capre e dovette adattarsi a fare altra attività, dimorandovi per sei anni, sicuramente lavorando nelle ferrovie e nelle strade che da Sassari portavano con centinaia di curve a Palau.
Su quel periodo
 più che da mio nonno, che ho avuto la fortuna di conoscere, ho raccolto testimonianze dalla lurese signora Caterina Zaccagni, allora novantaquattrenne, oggi defunta, su mia nonna definita un’inesauribile narratrice di contos de foghile, al punto che in estate ogni sera, i vicini di casa si riunivano presso casa sua per ascoltare i suoi racconti.

Angelino Tedde (1911-1947)

Angelino Tedde (1911-1947)

All’epoca (1927-1932) il fascismo mieteva i più calorosi consensi, specie dopo la Conciliazione e i Patti Lateranensi. L’ammodernamento delle infrastrutture, strade, ferrovie, scuole, uffici pubblici, creò posti di lavoro e fu un periodo di maggior serenità sociale al punto che furono definiti dallo storico Renzo De Felice “gli anni del consenso ”.
Luras, a poca distanza da Calangianus e da Tempio,in provincia di Sassari era ed è un’isola linguistica del sardo-logudorese in mezzo all’idioma sardo-corso parlato in Gallura e visto che c’era il lavoro per il capo famiglia Michele, Maria Chiara e le due figlie Serafina Linda e Giorgia dovettero trovarsi a loro agio tra le coetanee assai socievoli e aperte, con meno separatezza tra ragazzi e ragazze come usava in Gallura.

Antonia Chiara Tedde (1939) vivente

Antonia Chiara Tedde (1939-2018)

Giuseppe, tredicenne, non seguì i genitori, fermandosi a lavorare in paese presso i parenti.
Serafina Linda visse a Luras la sua adolescenza e la prima giovinezza con molta serenità sia aiutando la madre sia come portatrice d’acqua, sia come custode di qualche bambino, sia prestandosi ai lavori domestici. A 12 anni (1929) ricevette la Cresima; le fece da madrina una certa Giovanna Maria Bellu, originaria di Calangianus, ma vivente a Luras.
La madrina da lei scelta, Caterina Zaccagni, non poté cresimarla perché non era in condizioni di comprarle la collanina d’oro con la medaglietta e gli orecchini come fece, invece, la madrina effettiva, secondo l’uso e il costume di Luras.

Angelino Tedde junior (10 genn.1937) vivente

Angelino Tedde junior
(10 genn.1937) vivente

Nel 1932 Serafina Linda rientrò, ormai sedicenne, a Chiaramonti con la famiglia e si trovò subito a disagio di fronte alle coetanee che erano abituate, almeno in pubblico, a tenersi a debita distanza dai coetanei, mentre lei, abituata a Luras, andò contro corrente. Il che le procurò delle critiche malevoli da parte delle coetanee che non videro di buon occhio il suo modo di fare. Inoltre, essendo una bella ragazza, alta circa 1,70, snella, bianchissima di carnagione, dai capelli nerissimi e lisci, portati secondo l’uso degli anni trenta del novecento, il suo modo di fare urtava ancora di più con l’ambiente più riservato e attento nelle relazioni tra ragazzi e ragazze.
Serafina Linda s’innamorò di un giovanotto, ma la famiglia di costui, dopo vari ondeggiamenti, a quanto narravano le voci, impedì il fidanzamento. Questo fatto, purtroppo, la ferì per tutta la sua esistenza. Alcuni anni più tardi, nel 1937, con l’atmosfera romantica delle canzoni si cantava “Il primo amore non si scorda mai”.   Col ritorno a Chiaramonti nonno fece di tutto per lavorare come giornaliero, nonna continuò ad allevare la piccola Giorgia mentre orientava verso i soliti servizi per conto terzi la figlia Serafina Linda che andava crescendo. Il figlio Giuseppe lavorò all’occorrenza come giornaliero.

Mattea Tedde (1943) vivente

Mattea Tedde (1943) vivente

Serafina Linda   dovette andare a lavare i panni, a far la portatrice d’acqua e a svolgere altri lavori domestici presso altre famiglie per rimediare grano e altri prodotti alimentari per contribuire al vitto della famiglia. Giorgia, man mano che cresceva, seguì l’esempio della sorella, soprattutto facendo la custode dei bambini e portando l’acqua nelle case.
Michele e Maria Chiara ad un certo punto si resero conto che bisognava avviare al matrimonio Serafina Linda ormai diciannovenne. Essendosi presentato a chiederla in sposa Angelino Tedde senior, sia il padre Michele sia la madre Maria Chiara, considerandolo un buon partito, fecero di tutto per farli sposare. D’altra parte Angelino aveva ereditato la casa arredata di tutto punto dalla madre Chiara Soddu, Chiara Soddu morta nel 1935 e la stalla col forno e inoltre mezzo ettaro di vigna in località Bidda Noa. Aveva assolto anche il servizio militare ed avendo compiuto venticinque anni, pareva abbastanza maturo per metter su famiglia.
Firmato il contratto di matrimonio in Comune, i due fidanzati si sposarono il 18 luglio 1936 alle 5,30 del mattino, nella parrocchiale di San Matteo, avendo come testimoni i chierici Mario Casula, cugino di lei (figlio di Pietruccia Piras in Casula) e Gavino Unali, due testimoni futuri preti, gesuita il primo, e prete diocesano il secondo. Benedisse le nozze concordatarie il vicario dr. Pietro Dedola.

Casa Tedde

Casa Tedde

Nello stesso mese di luglio del 1936 scoppiò la guerra civile spagnola e Mussolini, viste le simpatie di Franco per il fascismo, non esitò ad arruolare volontari da inviare in suo aiuto a 15 lire al giorno, il triplo di guadagno di un giornaliero in patria.

Angelino non esitò ad arruolarsi sperando fino all’ultimo di vedere il neonato prima della partenza per la Spagna. Il neonato venne alla luce però quando lui, imbarcatosi a Napoli sul piroscafo “Lombardia” veleggiava verso Spagna. In questo frangente io nacqui primogenito e unico maschio il giorno  in cui mia madre Serafina Linda compiva i suoi floridi vent’anni, il 10 gennaio 1937, alle sedici, nella casa che era stata costruita dal mio trisavolo Giovanni Andrea, in cui era nato mio bisnonno Antonio, mio nonno Giovanni Matteo e mio padre Angelino senior.

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3 Gennaio 2017 - Categoria: letteratura sarda, lingua/limba, versos in limba

La poesia sarda e Antoni Maria Pinna di Giovanna Elies

Antoni Maria Pinna

Antoni Maria Pinna

Parlare di “ poesia” nella tradizione popolare e culturale della Sardegna è quasi una forzatura. Si scrive “poesia”, in quest’isola al centro del Mediterraneo, ma nella realtà si pronuncia “càntigu”. La nostra poesia, infatti, altro non è se non quel modulare cadenzato di voce con il quale i nostri pastori, contadini, viandanti, riempivano le grandi solitudini. Rimodulare quel canto (che tra l’altro sembra essere derivato dal canto degli antichi aedi greci ed usato per magnificare i propri eroi) non deve essere una impresa facile, dal momento che non a tutti riesce. Occorre di certo essere padroni del proprio pensiero, delle parole, della musicalità, del verso e profondi conoscitori dell’animo umano. Oggi occorre anche saper entrare nelle pieghe di un lessico che- nel tempo- se pur ricco di effetto e di pathos, non è riuscito a conservarsi interamente Antoni Maria Pinna è una delle poche voci poetiche che ancora resiste alla moda novecentesca di una poesia facile, intimistica, scevra di significati (se non per l’autore), dal verso libero e spesso scarno. Non è il solo, certo, per fortuna, resiste ancora un manipolo di poeti a s’antiga, tuttavia è tra i caposcuola; tra coloro che sanno assoggettare il verso alle dolcezze del pensiero e dell’animo, coniugandole nel modo più musicale ma anche diretto. Quasi come se prima di mettere nero su bianco la futura poesia venisse provata e riprovata a “boghe bàscia oppure a mesa ‘oghe”, trattenendo il fiato all’interno della corona dentale e lasciando al cuore l’ultima parola. “ In suaves anderas m’incaminas In s’ora de iscrier mi turmentas Mi das paghe santa e m’accuntentas Ch’essere pitzinneddu in suidura. Antonio Maria sa ben manipolare il materiale poetico tanto da inglobare nel timbro della sardità i momenti ed i tormenti che precedono la scrittura. “ che unu raju de sole t’avvicinas” Sentza pasu né umbra e faghes nidu” In su coro da ue pesas bolu.

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25 Dicembre 2016 - Categoria: cahiers de doléances

Stiamo vicini a chi soffre per le numerose guerre anche il giorno di Natale di A.T. di Gris e di Sarah

imagesGesù nasce povero tra i poveri.
Nasce tra le bombe devastanti
delle città distrutte
da guerre senza fine.
Gesù nasce tra i bimbi morenti
che hanno appena visto il sole.
Nelle innumerevoli guerre del mondo
tra le quali si agita furioso Caino,
tanti Caino
che uccidono tanti Abele.
Siamo lieti per il Natale del Signore
fattosi uomo, ucciso barbaramente
dalla nostra mancanza di amore
per il prossimo.
ma tristi perché gli uomini
non cessano mai
di versare sangue innocente.

Durante le Sante Messe di Natale,
durante i pranzi conviviali
tra parenti e amici,
non dimentichiamo
quanti soffrono sotto le bombe,
negli ospedali martoriati
aggiungendo dolore a dolore.

Sono commosso che Sarah, Gristolu e altri amici, che scrivono su questo blog, mettano l’accento su queste terribili sofferenze che ci macerano il cuore, anche nel giorno della Nascita di Cristo, venuto a salvare il mondo dall’odio e dalle tenebre che offuscano la mente di tanti carnefici che per la brama di potere o per fanatismo uccidono senza scrupoli.

Leggi gli scritti di Gristolu e di Sarah di seguito

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24 Dicembre 2016 - Categoria: cristianesimo, eventi straordinari

L’arrivo a Betlemme, la grotta-stalla, la nascita di Gesù, secondo la mistica Maria Valtorta

28. L’arrivo a Betlemme.

presepio-belloVedo una strada maestra. Vi è tanta folla. Asinelli che vanno carichi di masserizie e di persone. Asinelli che tornano. La gente sprona le cavalcature, e chi è a piedi va in fretta perché fa freddo. L’aria è tersa e asciutta, il cielo sereno, ma tutto ha quel tagliente netto dei giorni di pieno inverno. La campagna, spogliata, sembra più vasta, e i pascoli hanno un’erbetta corta, bruciacchiata dai venti invernali; sui pascoli le pecore cercano un poco di nutrimento e cercano il sole che sorge piano piano. Stanno strette l’una all’altra perché hanno freddo anche loro, e belano alzando il muso e guardando il sole come dicessero: «Vieni presto, ché fa freddo! ». Il terreno è a ondulazioni che si fanno sempre più nette. E’ un vero posto di collina. Vi sono conche erbose e coste, vi sono vallette e dorsi. La strada vi passa in mezzo e va a sud-est. Maria è su un ciuchino bigio. Tutta avvolta nel pesante mantello. Sul davanti della sella è quell’arnese già visto nel viaggio verso Ebron, e sopra il cofano delle cose più necessarie. Giuseppe cammina a lato tenendo la briglia. «Sei stanca?» chiede ogni tanto. Maria lo guarda sorridendo e dice: «No». Alla terza volta aggiunge: «Tu piuttosto, che devi camminare, sarai stanco». «Oh! io! Per me è niente. Penso che, se avessi trovato un altro asino, potevi essere più comoda e fare più presto. Ma non ho proprio trovato. Occorre a tutti, ora, la cavalcatura. Ma fa’ cuore. Presto siamo a Betlemme. Oltre quel monte è Efrata». Tacciono. La Vergine, quando non parla, pare raccogliersi in interna preghiera. Sorride di un sorriso mite ad un suo pensiero e, se guarda la folla, pare non la veda per quello che è: un uomo, una donna, un vecchio, un pastore, un ricco o un povero. Ma per quello che Lei solo vede. Hai freddo? » chiede Giuseppe, perché il vento si leva. «No. Grazie ». Ma Giuseppe non si fida. Le tocca i piedi, penzolanti sul fianco del ciuchino, i piedi calzati nei sandali e che appena si vedono spuntare dalla lunga veste, e li deve sentire freddi, perché scuote il capo e si leva una coperta che ha a tracolla e avvolge le gambe di Maria e gliela stende anche sul grembo, di modo che le mani stiano ben calde sotto di essa e del manto. lncontrano un pastore, che taglia la via col suo gregge passando dal pascolo di destra a quello di sinistra. Giuseppe si curva a dirgli qualcosa. Il pastore annuisce. Giuseppe prende il ciuchino e lo trascina dietro al gregge nel pascolo. Il pastore si leva una rozza scodella da una bisaccia e munge una grassa pecora dalle gonfie mammelle e dà la scodella a Giuseppe, che la offre a Maria. «Dio vi benedica entrambi » dice Maria. «Tu per il tuo amore, e tu per la tua bontà. Pregherò per te ». «Venite da lontano? ». «Da Nazareth » risponde Giuseppe. «E andate?». «A Betlemme ». «Lungo viaggio per la donna in quello stato. E’ tua moglie? ». E’ mia moglie ». Avete dove andare? ». No ». «Brutta cosa! Betlemme è piena di popolo venuto da ogni dove per segnarsi o per andare a segnarsi altrove. Non so se troverete alloggio. Sei pratico del luogo? ». «Non molto ». «Ebbene… io ti insegno… per Lei (e accenna a Maria). Cercate dell’albergo. Sarà pieno. Ma ve lo dico per darvi una guida. E’ in una piazza, la più grande. Vi si va da questa via maestra. Non potete sbagliare. Vi è una fonte davanti, ed è grande e basso con un gran portone. Sarà pieno. Ma, se non trovate niente nell’albergo e nelle case, girate dietro all’albergo, verso la campagna. Vi sono stalle nel monte, che delle volte servono ai mercanti che vanno a Gerusalemme per mettervi le bestie che non trovano posto nell’albergo. Sono stalle, sapete, nel monte: umide, fredde e senza porta. Ma sono sempre un rifugio, perché la donna… non può rimanere per la via. Forse là trovate un posto… e del fieno per dormire e per l’asino. E che Dio vi accompagni ». «E Dio ti dia gioia » risponde Maria. Giuseppe invece risponde: « La pace sia con te ». Riprendono la strada.

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24 Dicembre 2016 - Categoria: narrativa

“La vigilia di Natale” di Mario Nieddu

 niedduQualcuno aveva suonato il campanello. Franco posò la penna, si alzò e andò ad aprire. Era da giorni che, con i testi poggiati sul tavolo della cucina, si dedicava alla traduzione di alcuni capitoli dell’Anabasi. Il greco gli era sempre piaciuto, anche più del latino, inoltre Senofonte con le sue avventure gli ispirava simpatia. I genitori ammiravano l’’intelligenza e la buona volontà del ragazzo, ormai in prima liceo e avevano fatto sacrifici per i libri di testo e soprattutto per il costosissimo Rocci. In giro vocabolari di greco a quel livello non se ne trovava e non tutti potevano permetterselo. Il ragazzo conosceva le rinunce della famiglia. Il padre aveva perso il lavoro da troppi mesi e i pochi risparmi nonostante la parsimonia erano finiti. I suoi due fratelli maggiori erano emigrati in Germania, avevano i loro problemi, non sarebbero scesi neanche per Natale, meglio non allarmarli. Il pranzo di Natale si presentava triste, molto triste. Nella dispensa erano avanzate alcune patate, una focaccia rafferma, due cosce di pollo e un litro di vino. La madre, quando non era impegnata a rassettare casa, aveva il rosario in mano. Il clima familiare però era sereno e il ragazzo poteva dedicarsi ai suoi studi preferiti durante le vacanze natalizie. -Babbo- disse Franco- aspetti qualcuno, proprio alla vigilia di Natale ? – Apri, dai !-

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24 Dicembre 2016 - Categoria: narrativa, pedagogia

“Se i compagni di scuola diseducano, la mamma educa” di Sarah Savioli

sarah-savioliA tavola dico serenamente una cosa a Matteo.
Lui appoggia la forchetta sul piatto rivolgendo gli occhi al cielo, poi con aria sfiancata borbotta: “Seeee, bla bla bla…”
Blablabla a me? Alla mamma blablabla?
Sento pulsare la giugulare nel collo e mi parte un tic all’occhio.
Nonostante tutto con la stessa voce calma del serial killer prima di dedicarsi alla sua vittima, gli chiedo:
“Perchè blablabla?”
“Perchè dici cose che so già.”
Uh….la giugulare…uh…il tic….
“Matteo, di grazia: dove hai imparato questa cosa?”
“A scuola…dai bimbi.”
“Bene, amore. Guardami nelle palle degli occhi che adesso invece impari una cosa a casa dalla tua mamma.
Le persone si ascoltano sempre e comunque.
Dire blablabla è una cosa cafona che non si dice MAI e a nessuno.
Se poi a dirti qualcosa sono mamma, papà, i nonni o le maestre TU caro, non solo la ascolti, ma per ascoltarla meglio apri entrambi i buchi delle orecchie, quelli del naso e persino quello del sedere.
E se per caso è una cosa che ti hanno già detto, tu devi aprire ancora di più ogni buchino in assoluto ascolto perchè vuol dire che quando te l’hanno detta la prima volta non l’hai recepita per bene e loro te la ripeteranno FINCHE’ non la farai tua come si deve.
Poi, una volta sentito con attenzione quello che gli altri hanno da dirti puoi anche discutere e dire la tua, anche che sei contrario e allora se ne parla.
Quindi sul blablabla e sul come si ascoltano le persone sono stata chiara, Matteo (…)! Hai bisogno di ulteriori chiarimenti in merito?”
Riassumendo, a giudicare dallo sguardo sbarrato di mio figlio, posso fare due considerazioni:
1. probabilmente per qualche tempo ogni volta che farò un qualsiasi discorso con Matteo, visto il mio invito, è facile che dovrò cambiargli le mutandine non certo perchè lui abbia paura, ma per il suo strenuo senso del dovere di fronte alle mie indicazioni. Finchè dura, ovviamente.
2. direi che sono pronta a entrare in carica come dittatore in un piccolo Paese sud americano.

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22 Dicembre 2016 - Categoria: memoria e storia, storia

Gian Paolo Brizzi: ricordo di Paolo Prodi, letto nella Cappella dei Bulgari in occasione del commiato accademico.

 Lunedì 19 dicembre 2016.

Prof. Gian Paolo Brizzi

Prof. Gian Paolo Brizzi

Come allievo di vecchia data di Paolo Prodi credo di poter testimoniare quanto sia stato importante per tutti noi il suo insegnamento. Da Prodi ho sentito ripetere, in più di un’occasione, che lui non aveva una scuola: ma con questa affermazione non intendeva rinnegare quanti erano cresciuti nella ricerca sotto la sua guida, ma era invece persuaso che i più giovani dovessero individuare e mettersi alla prova in un proprio autonomo campo di ricerca, che non coincidesse necessariamente con il suo, come spesso accade. Prodi intendeva con ciò promuovere in ciascuno un cammino scientifico personale e diversificato, garantendo poi una costante attenzione al loro percorso. Una sua innegabile qualità era infatti la straordinaria attenzione ai temi di ricerca che gli crescevano attorno e che gli erano, solo apparentemente, estranei; questa apertura mentale ad interessi diversi egli la trasmetteva attraverso la prassi didattica: la impiegava già nella fase della preparazione della tesi di laurea che comportava per gli studenti la partecipazione ad un seminario settimanale che durava un biennio, nel corso del quale ciascuno illustrava lo stato di avanzamento del proprio lavoro condividendo in tal modo anche i temi trattati dai compagni, i dubbi scaturiti dalla lettura dei documenti o dalla loro interpretazione, i suggerimenti bibliografici che si trasformavano in letture e nella crescita di un nuovo segmento della ricerca. Ciò aiutava i più giovani a non rinchiudersi nel ristretto ambito del proprio lavoro ma ad arricchirsi dei temi e dei progressi degli altri. Questa modalità, forse appresa durante l’esperienza del soggiorno in Germania compiuta dopo la laurea, rappresentava per lui il punto focale di quel legame che doveva stabilirsi tra maestro ed allievo, un legame nel quale vedeva la continuità dell’essenza stessa dell’università come corporazione come bottega in cui, come ebbe a scrivere, il maestro addestra l’apprendista a praticare il “mestiere” dello storico. Questa modalità gli è stata comune per tutta la vita: la sperimentò a Bologna, avendo al fianco Adriano Prosperi, Serena Spanò e per un periodo più breve, Roberto Ruffilli; la introdusse a Trento negli anni in cui era impegnato nella creazione e direzione dell’Istituto storico italo-germanico, dove poté esprimere la sua straordinaria capacità di organizzatore di istituti di ricerca; la continuò a praticare durante i ripetuti rientri a Bologna, intervallati da impegni di studio e di insegnamento in Germania e negli Stati Uniti, coinvolgendo in tal modo un numero crescente di studiosi che oggi lo rimpiangono come Maestro.

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