5 Agosto 2017 - Categoria: cultura

SIC Folk, Sardinia International Country Folk a cura di Simone Unali

È passato esattamente un anno da quando, nella Sala del Consiglio Comunale di Chiaramonti, alla presenza del sindaco uscente dott. Marco Pischedda, del presidente del Consiglio della Regione Sardegna Gianfranco Ganau e dei professori Giovanni Soro e Paolo Puddinu, Achara Phanurat, presidentessa della fondazione thailandese “Surindra International Folklore Festival” e rettrice della Surindra Rajabhat University di Surin, conferì ad Alessandro Unali, chiaramontese sposato in Thailandia, l’Elefantino d’Oro, la più alta riconoscenza dell’università thailandese, che ha voluto premiare l’impegno del consigliere regionale chiaramontese nel creare un ponte di comunicazione fra il popolo sardo e quello thailandese. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un consolidamento e a un irrobustimento dell’asse culturale sardo-thailandese, che ha messo in contatto due popoli che si sono resi capaci di conoscersi, di confrontarsi e di studiarsi, dando il via a un’amicizia e a una collaborazione culturale a 360 gradi, specialmente quando si parla di usi, costumi e tradizioni, di folklore, insomma. Il nostro paese si è visto protagonista di questo connubio di culture già da diversi anni e in differenti occasioni, oltre a quella già citata, grazie anche al lavoro svolto da Alessandro Unali. Ed è proprio all’interno di questa cornice di consolidata collaborazione che va inteso e analizzato l’evento di ieri sera, lunedì 31 luglio, che si è svolto in Piazza Repubblica a Chiaramonti dalle 22:00 in poi.
La manifestazione, denominata “SIC Folk” (Sardinia International Country Folk), organizzata dall’Associazione Culturale Sardegna nel Mondo con il contributo della Fondazione di Sardegna, ha visto diverse esibizioni di gruppi folk e artisti sardi e in più alcune performance del gruppo di universitari della Buriram Rajabhat University della Thailandia, università pubblica fondata nel 1971, fra le quali facoltà spicca quella di “Arts & Umanities”, con i corsi di studio in tradizioni, danza e musica. Proprio in questo senso è attiva la compagnia folkloristica, formata sia da studenti che da docenti, che si è esibita ieri sera, con costumi e acconciature tradizionali, in danze tipiche accompagnate dalla musica. Il gruppo di universitari si era recato il 28 luglio di quest’anno presso l’Ateneo di Cagliari. Hanno preso parte alla serata, oltre al gruppo thailandese, il gruppo a tenore “Cunsonu Santu Juanne” di Thiesi, il gruppo folk “Santu Matheu” di Chiaramonti, il gruppo mini folk “Tradizioni Popolari” di Villanova Monteleone e gli artisti chiaramontesi Vanessa Denanni e Franco Sechi. La scaletta della serata ha visto  framezzate ai gruppi sardi le esibizioni del gruppo Thailandese, cosa che ha reso ancora più forte l’impatto di trovarsi davanti a una cultura nuova ed estranea, che la popolazione chiaramontese presente alla manifestazione ha saputo accogliere e studiare, rendendo istruttivo il confronto. Ma tutto ciò è possibile quando si è aperti al nuovo e propensi alla conoscenza dell’altro; dobbiamo ammettere che ieri sera i chiaramontesi hanno dimostrato di esserlo.

 

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2 Agosto 2017 - Categoria: narrativa, sassari e dintorni

“Ottalogo del sassarese al mare” di Gianvincenzo Belli

I  Il vero sassarese non va al mare, ma “fara a Platamona”, che non è la semplice spiaggia dei sassaresi, ma un vero e proprio microcosmo, un concetto filosofico, un alto ideale, uno stile di vita esclusivo che solo un sassarese doc si può permettere.
II Se maggiorenne e dotato di mezzo proprio il sassarese percorre la strada statale Buddi Buddi per raggiungere la sua località balneare preferita. La scelta cade su questo percorso poiché un sassarese che si rispetti fa tappa al bar Graziella, dove, dopo aver parcheggiato sgommando, entra gioioso e schiamazzante e chiede una bottiglia di birra e tre bicchieri (anche se è da solo, ma dire “una bottiglia di birra e tre bicchieri mascì” fa più ommu).
III Il sassarese minorenne non dotato di mezzo proprio si reca a Platamona con il mezzo di trasporto per eccellenza, “l’ EMMEPI'”, nelle due varianti “via Buddi Buddi” e “via Ottava”. La scelta dell’una o dell’altra opzione è del tutto indifferente per il minorenne, perché l’importante è trovare posto dietro “pa fà barracca”. Essenziale un coro tipo “zi poni la faccia in cu…  controllò lu controllò” all’ingresso del controllore sul mezzo.

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31 Luglio 2017 - Categoria: c'est la vie, narrativa, prosa, vita urbana

“Voglia di emozioni forti e sprezzo del pericolo” di Sarah Savioli

Sono una donna ardita e con lo sprezzo del pericolo.
Quindi quando ho voglia di emozioni forti, vado a fare la spesa alle 8.33.
Alle 8.30 non ce la faccio nemmeno io: ho troppa paura di restare schiacciata fra le porte ancora chiuse e i carrelli degli anziani che dalle 8.23 ce li sbattono contro tentando di entrare lo stesso.
Comunque da subito il gioco si fa duro.
Il banco della frutta…c’è da prendere le zucchine fresche, mica quelle spalpognotte del giorno prima che le mettono in alto, ma tu hai la saggezza inside e conosci i trucchi del mestiere.
Ecco però, parte la sfida. La bisnonna con il carrettino trotta dalla sinistra, il marito dell’anziana a casa con la sciatica che se lui torna con una zucchina con il lupo ammuffito son tzika veri, in ultima posizione io con il carrello che sono la più lenta perché ho il mal di schiena.
Poi, un fortunato diversivo! Stanno mettendo fuori il macinato fresco.
Lì, tananananaaaanaaaa (musica di Momenti di Gloria)…i miei concorrenti deviano. Orde umane verso la macelleria che c’è da mettere su il ragù che con 38 gradi a luglio va comunque bene.
E mentre i vecchiotti sono distratti dal macinato, afferro le zucchine e continuo la spesa con continui colpi di astuzia e salti di corsia. Ce la posso fare, anche se so che la prova vera deve ancora arrivare.
La cassa! E lì è una questione di istanti!
Che la cassiera deve avere dei bei batticuori quando vede arrivare tutti arcigni, con vari tipi di carrello e cariolino, un po’ come se tirasse fuori la lattuga in un allevamento di tartarughe.
Lì uso l’astuzia per ovviare al mal di schiena. Poso il piede sul carrello e ZAC, vai di scivolata.
Tiè, quasi un record personale: sono seconda dopo una ragazza che ha un thè freddo e un sacchetto di pomodori in mano.
Dietro di me, un tenero nonnino che comincia a sbattermi metodicamente il cestello contro le caviglie con la stessa meccanica del carrello e della porta del negozio.
Dopo di lui si ammucchia rapidamente dell’altra carrellanza più o meno carica e sbuffante.
“Ha la tessera signorina?”
“No.”
Da dietro tutto un pfufff,…una dilettante.
Ragazza mia, ma per venire a far la spesa a quest’ora ci vuole del professionismo!
E intanto l’anziano continua a sfracassarmi le caviglie con il cestello e si mette a caricare le sue robine sul rullo praticamente sopra e in mezzo alle mie.
“Grrrrrr” gli ringhio. Lui “Caiii caiiii” arretra di cinque centimetri.
Poi, il disastro.
“Signorina, ma non ha pesato i pomodori?!”
Momenti di panico. Non ha pesato le tomacche.
Dai, dì alla cassiera che li lasci lì che questi qua sennò ti sbranano che neanche gli zombi di Romero…
“Non li ho pesati…li devo pesare?”
Tensione palpabile. Sguardi di sconcerto sui giovani d’oggi, che ai loro tempi non era così.
La cassiera è del mestiere, chiama un collega e poi saggiamente comprende il rischi di tumulti da sedare con l’idrante e chiama un’altra cassa.
Gruppo di tartarughe verso altro mucchietto di insalata, ma l’anziano permane e continua a scavigliarmi che oramai penso di avere le ossa esposte.
E ancora la roba sul carrello addosso alla mia.
“Grrrrrrr” “Caiii Caiii”
Finalmente la ragazza paga, io da vera virtuosa insacchetto in tempo reale con una velocità che solo doti innate unite a sudata pratica possono dare, poi vado alla macchina fiera di me. Ho acquistato pure un paio di tre x due che non mi servivano a nulla, ma fanno curriculum.
A casa metto a posto il mio eroico bottino e rifletto.
Anch’io un giorno ero una giovinetta che non pesava i pomodori…poi l’esperienza, la saggezza…ma ancora un po’ e sarò quella che sbattacchia il carriolino contro il prossimo…
Poi guardo in una delle borse e “Ma noooooooo! Ma vedi a continuare a mettere la roba vicino alla mia?! La mela frullata a me, tzoca, nooooooo!”

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29 Luglio 2017 - Categoria: cristianesimo, lingua/limba, narrativa

Capìtulu II: 
Addenotte manna in Campusantu de Anghelu de sa Niéra

Questi 20 capitoli sul Cimitero di Chiaramonti, composti da me, sono stati revisionati dal prof. Mauro Maxia di Perfugas e dal prof. Antonio Meloni di Oschiri. Entrambi li ringrazio per la pazienza dimostratami. Molti capitoli sono ispirati dalla lettura di mistiche che per concessione divina dichiarano d’aver visitato i tre luoghi di destinazione delle anime e da qualche lettura del compianto padre Amorth, soprattutto la parte che riguarda le anime vaganti (Anghelu de sa Niéra)

Non bi l’apo fatta e istanotte, cun tottu chi sa temporada de su bentu de sole faghiat guasi mujare sos tzipressos, so torradu a Campusantu a pissighire s’andàina cumintzada. Passo innanti a sa tumba de sos tres piseddos e fio sighende a caminare, cando una boghe mi cumandat:
- Frìmmadi, massone biancu, saluda nessi su vicesìndigu de su tempus passadu.
Mi frimmo e mi’ a tiu Nicolinu! -Ite cherides?- li dimando.
-Ti cherzo faeddare.- mi rispondet.
-B’at pagu de ite faeddare, comunista comente fizis ch’azis a èssere a s’inferru!-
-Deo a s’inferru? A lu cheres intendere chi mi so presentadu a santu Pedru cun tantu de tèssera! Cando bi la fio mustrende s’est presentadu Santu Matteu Nostru e bi nde l’at bogada dae manu nendeli:
-Oh Pe’, non mi fettas arrennegare, t’apo nadu chentu boltas chi sos sìndigos e sos vicesìndigos de Bidda los devo zuigare deo e non tue, cumpresu?-
Santu Pedru, tottu reverente, l’at rispostu: -Faghe tue tando e est andadu a si serrare in sa portineria anniccadu a piangher sas tres traittorias chi at fattu a Gesu Cristos. Santu Matteu nostru a pustis m’at nadu:
– Calchi peccadeddu già l’as fattu tue puru, ma non pro custa tèssera chi ti la podes fintzas leare, tando andas in Purgadoriu a ti nettare bene bene cun su fogu purificadore!- E tando fizu me’ como so in Purgadoriu e cantu pius bènneru meu Checo e fiza mia Caderina e nebodeddos mios pregant pro a mie meda prima ch’apo a pigare in Chelu. Mi paret però chi b’at mandronia pro sas oratziones de sos mortos. Narabilu tue chi preghent de pius! Ite li costat innanti de chenare a nàrrere:
– Sa paghe eterna oferi a Nicolinu, Segnore Nostru!-
-Lassademi andare como già bi l’apo a narrer!-

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26 Luglio 2017 - Categoria: memoria e storia, narrativa

“Il maiale d’annata” di Mario Nieddu

L’unico che non si divertiva era il maiale, poveraccio !
Per la verità se l’era spassata nei bagordi per oltre un anno. Ingrassava a vista d’occhio giorno dopo giorno e divorava con rumor di croste tutto il pastone, incurante del galateo. Non faceva che mangiare trangugiando con voracità le pietanze che mia madre preparava, sempre più succulente e abbondanti. I suoi occhi, protetti da ciglia dorate, lunghissime e robuste, sembravano inghiottiti dalla testa. Ormai non era in grado di muoversi agevolmente, si trascinava sulla pancia per raggiungere il trogolo. La sua schiena era larga come un tavolino. L’unica parte magra del suo corpo era quel ricciolo che gli faceva da coda…
Attorno c’era aria di festa, ma il maiale non ci fece caso finché non arrivò mio padre con uno stilo d’acciaio brillante, lungo e sottile. Forse sospettò qualcosa, mentre per sicurezza gli aiutanti legavano con una fune robusta le sue zampe. Iniziò a mugugnare in maniera ritmica e il respiro si faceva pesante.
Gli attorcigliarono sul muso una specie di museruola con una corda di rafia, non grossa, ma resistente. I suoi grugniti divennero gridi soffocati. Venne capovolto sulla schiena. Così supino era possibile verificare l’anatomia dello sterno e individuare l’altezza del cuore.
Era iniziata la nostra festa, tra il lavorio degli adulti e l’andirivieni delle donne, con pentole, vassoi e piatti. Mia madre non volle assistere alla cerimonia. Si era affezionata a quell’animale innocente. Era stata lei a crescerlo con la consapevolezza giornaliera di essere anche il suo carnefice…
Io ero contento. Era la nostra ricchezza quel maiale, era nato per quella.

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25 Luglio 2017 - Categoria: filologia, lingua/limba

Il Manuale di linguistica sarda a cura di Blasco Ferrer

Mauro Maxia

Ho il piacere di comunicare che è uscito per i tipi della casa editrice tedesca De Gruyter Mouton il Manuale di linguistica sarda, a cura di Eduardo Blasco Ferrer, Peter Koch e Daniela Marzo.

Questo manuale di 600 pagine costituisce un indispensabile strumento di ricerca sul sardo e in generale sulla linguistica romanza. Esso presenta la prima estensiva panoramica sulle varie questioni e i problemi della linguistica sarda. Oltre a una dettagliata introduzione socio-storica sulla situazione linguistica della Sardegna, il volume offre descrizioni sia diacroniche sia sincroniche delle varietà del sardo come pure degli altri idiomi parlati nell’Isola. L’opera si compone di 30 capitoli curati da oltre venti specialisti della materia. Il sottoscritto ha contribuito con due capitoli intitolati “Lessicografia” e “Il gallurese e il sassarese”.

Il manuale costituisce il volume XV della collana Manuals of Romance Linguistics (MRL), coordinata da Günter Holtus e Fernando Sánchez Miret, che offre una panoramica sullo stato dell’arte della linguistica romanza. Una speciale attenzione è dedicata alla presentazione e analisi delle lingue meno diffuse, le linguae minores. Il manuale è disponibile nel circuito internazionale e si può ordinare direttamente da Amazon.

Collegandosi al mio sito http://maxia-mail.doomby.com/ è possibile leggere l’indice del volume contenente i titoli dei saggi con i nomi dei rispettivi autori.

Un cordiale saluto.

Mauro Maxia

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22 Luglio 2017 - Categoria: recensioni

“Les oiseaux sans plumes” “Gli uccelli implumi” di Anna Maria Sechi, recensione a cura di Angelino Tedde

Amma Maria Sechi, Les  oiseaux sans plumes” publié par :  //www.publier-un-livre.com/fr/catalogue-one :468-les oiseaux sans plumes Belgique, 2017 pp. 230,
€. 20,00

Oggi visita a casa di Anna Maria Sechi, di Perfugas, ma residente da una vita in Belgio, si trasforma in un salotto letterario. Ieri, poi, mi ha portato il suo libro in lingua francese, una gioia per lei, ma anche per noi suoi amici. Ha già le copia pronta per stampare la versione italiana che ho avuto anni fa  il piacere di leggere. Speriamo anche la versione in lingua sarda. Nel libro sono raccontate le vicende della sua vita tribolata sia in Sardegna sia in Belgio. Nata a Perfugas, a 5 anni,  si è trasferita con la famiglia nel Marghine dove il padre svolgeva  in estrema ristrettezza il lavoro di cantoniere provinciale. L’uomo sognava il sol dell’avvenire quando con una pubblicità degna di miglior causa si allettarono i lavoratori sardi a cercare  fortuna in Belgio. Le promesse: una casetta bene arredata, in un posto civile e una paga da minatore abbastanza consistente. Un amo a cui tanti abboccarono. Così,  il padre parte e poco dopo chiama  la famiglia. La ragazza ha appena compiuto 12 anni e ha ricevuto i sacramenti consueti nella chiesetta di Birori, in quel frangente  si presenta l’opportunità di essere adottata da una coppia italo-americana che è senza figli, un sogno presto spento per via della lentezza burocratica dell’epoca. Parte in Belgio dove la casetta arredata è una chimera che si trasforma in schiere di baracche o in un sito industriale inagibile bombardato durante la guerra, con finestre sgangherate senza vetri. Vita da sfollati, niente acqua nelle catapecchie, niente bagni, spifferi in abbondanza da tutte le parti. Alla sognante e sensibile adolescente si schiudono le speranze di fronte  ad una realtà bruttale. Il tempo inesorabilmente passa e la fanciulla precocemente cresciuta si ritrova a dover accudire ai fratelli che uno dopo l’altro la madre mette al mondo, col padre che deve lavorare a migliaia di metri sotto terra e rovinarsi i polmoni con la silicosi. Un bel giorno dalla Sardegna giunge un parente, giovane e bello e desideroso di lavorare. Viene accolto in  casa e tra i due ragazzi  scoppia l’amore anche se lui ha ventisei anni e lei appena quindici. Mettono su famiglia e così ha inizio un’altra storia; dopo il padre anche il marito minatore. L’ambiente sociale isola i nuovi arrivati: volevano solo uomini e non famiglie. Che ci fanno in Belgio quest’italiani guardati con diffidenza?
I due coniugi si dann0 da fare, lui lascia dopo un certo numero di anni la miniera ed entrambi cercano lavoro tra  famiglie abbienti che naturalmente li trattano con riguardo, ma il lavoro è lavoro e  non ci sono vacanze o giorni liberi. Case belle, bei giardini, belle campagne, ma loro sono personale di servizio e debbono sgobbare tutti  i giorni della settimana non esiste un ciclo  liturgico delle feste comandate né feste nazionali, il personale, Anna Maria e  marito, deve lavorare e i signori debbono spassarsela nel più fastoso dei modi: poco manca che non debbano  dormire alla porta per contare il respiro dei padroni. Essi come persone contano poco, sono macchine da lavoro. A questa situazione si ribellano e cercano e cercano lavori dove ci sia un minimo spazio anche per loro. Riescono a crearsi un loro nido in una casa decente, mettono al mondo due figlie una delle quali nasce purtroppo con l’anemia mediterranea e necessita di continue trasfusioni.

Una battaglia anche per curare la figlia per una malattia che in Belgio è poco conosciuta in ambito medico; una madre però non si arrende e mette i medici belgi in relazione con quelli italiani e sollecita le stesse case farmaceutiche. Vinta questa battaglia riesce anche a vincere la battaglia dell’accoglienza a scuola della ragazza che così pur con tutte le cure può conseguire un diploma superiore e trovare lavoro.

Sul fiorire della primavera della vita, a vent’anni, la ragazza per un fatale errore muore sul posto di lavoro. Il logorio della vita travagliata mette in crisi anche la coppia dal momento che  per anni ha vinto il primato della madre sulla moglie; un doloroso chiarimento pacifica gli animi e  il mènage va avanti sereno.

Vita tribolate con pesante croce da tutte le  parti. La storia a tratti spinge alle lacrime per la sensibilità della scrittrice, peraltro autodidatta.
Un libro da leggere per capire tante cose dello sporco affare di uomini contro carbone e della dolorosa integrazione degl’italiani in Belgio.

Traduzione Francese della recensione a cura di Anna Maria Sechi

Angelino : recension « oiseaux sans plumes »

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17 Luglio 2017 - Categoria: c'est la vie, cahiers de doléances, narrativa

” E fugge il tempo e giovinezza, e primavera già finì/O spirto mio perché perché tanti sospiri in te/allegro de’cantar, allegro de’cantar” di Claudia Coda

Oggi, mi trovavo all’interno del camerino di prova di un negozio, alla ricerca spasmodica di un costume da mare, con indosso il quale lo specchio impietoso non restituisse di me l’immagine di un facocero.
È stata dura, trovarlo.
Ancora più dura capire che i miei occhi fossero, se possibile, più impietosi dello specchio stesso. E più dura ancora, se mai davvero possibile, pensare a quanto possano essere impietosi gli occhi di chi dovesse, per caso, rivolgere uno sguardo nei miei confronti. E poi di chi, gli occhi, li ha posati davvero, stamani, su di me, con indosso il mio costume, rigorosamente intero, di quelli da me da sempre odiati, ma a cui ormai mi son dovuta arrendere, per cercare di mascherare quel declino che avrei preferito arrivasse più in là nel tempo.
E mi son vergognata. Dio solo sa quanta fatica c’è voluta per ricacciare dentro le lacrime che affioravano dirompenti.
Mi sono sentita impotente, insicura e a disagio. E sì, mi sono vergognata.
Vergognata di pensare che io non possa più competere con una di vent’anni più giovane, ma neppure con una trentenne. E non voglio neppure farlo… Non c’è partita, perché il mio seno florido fatica ad opporsi alla legge di gravità; perché il mio sedere, non più sodo, è solcato da crateri; perché i miei fianchi abbondanti e la maternità hanno reso il mio bacino più accogliente.
Sì, il mio viso ed il mio corpo sono cambiati, portano i segni indelebili di tutti i miei trascorsi, fossero essi gioia, tristezza, vigore, fatica o, più semplicemente, effetti collaterali di una vita vissuta senza risparmiarsi . Oggi esprimono una nuova me stessa. Sono nuove curve, una nuova sensibilità e una nuova consapevolezza: che il tempo viaggia con scarpe di velluto, veloce anche se io non lo sento.
E se questo non è più sufficiente a farmi guardare con gli occhi che vorrei, se in me si vede solo quello che il tempo ha lasciato in superficie, non posso che arrendermi.
Ma io no, io devo continuare a guardare me stessa con gli occhi che merito, con gli occhi di chi ce l’ha fatta ad andare avanti, nonostante tutto…

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