11 Marzo 2018 - Categoria: cristianesimo, versos in limba

Sa Sabienzia, unu de sos 72 liberos biblicos, traduidu dae s’italianu in sardu (CEI) dae Maria Sale- Capitulu I

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26 Febbraio 2018 - Categoria: narrativa

“Soliloquio II di un gatto governante di tre umani : adozione del cuore” di Sarah Savioli

E gnénte…
regalo famigliola di umani.
Il maschio adulto è un bel esemplare.
Alto, forte, con barlumi di intelligenza e uno sguardo luccicoso che ti fa pensare che, come tutti gli umani, di troppo abbia solo la parola.
E’ in salute, non più in età da mostra, ma comunque fa fare bella figura in caso di ospiti.
E’ addestrato a cambiare la sabbia della lettiera e riempire le ciotole, attività che però faccio fare all’altra vecchia perché questo che vale qualcosa me lo son sempre voluto tenere un po’ più curato.
Il cucciolo è puccioso.
Lo cedo vaccinato e spidocchiato.
Fa un po’ di versi inconsulti, non sta fermo un attimo e dice cose tipo “Il prossimo carnevale mi voglio vestire da formaggio coi buchi” e “da grande di mestiere voglio fare le pernacchie con le ascelle in giro per le piazze”, ma tutto sommato quando esagera basta che gli accendiate la tv e lui si imbambola per un po’.
Di buono ha che da adulto probabilmente diventerà un valido esemplare e, vista la stazza delle fette che ha al posto dei piedi, promette di diventare di grandi dimensioni.
La femmina è un cesso.
Al momento si aggira per casa febbricitante, in pigiama e con la borsa dell’acqua calda.
Riesce a dire solo “Dov’è il gatto?! Micio micio… dove sei? Dov’è il gatto?!”. Che io poi sono sul divano, ‘ndo cazzo vuoi che sia?!
Sembra un remake di “La notte dei morti viventi”.
Vediamo se si ripiglia appena con l’antibiotico, ma probabilmente è da abbattere.
Ve li fornisco forniti di vestitini e trasportino motorizzato.
La cuccia però la tengo io.

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25 Febbraio 2018 - Categoria: cultura

A proposito dell’integrazione riuscita, non riuscita e varianti di Angelino Tedde

Si sa che ognuno di noi nel corso della sua vita, dalla nascita alla morte, si crea un’identità, una specie di carta d’identità psicologica che man mano si aggiusta, si assesta, si dissesta a seconda del fascio di relazioni che ha nel tempo e nell’ambiente in cui vive.
Nel mio paese, dalla nascita ai dieci anni, nel rapporto con la rete parentale, parentelare, amicale, ospedaliere (dal momento che ogni anno dai due in poi mi son fatto sempre una ventina di giorni nel reparto oculistico) e potremmo aggiungere altre reti mi son formata la mia identità delle tre infanzie, del mio paese, delle mie ridotte relazioni. Non potevo sentirmi estraneo ai miei compagni nemmeno perché essi frequentavano la scuola alla quale io non potevo accedere per non contagiare non so di quale malattia agli occhi i miei compagni. A dire la verità ho sempre avuto in uggia la scuola e mi sono trovato sempre a disagio. Io che per dieci anni ho corso per le strade del borgo, ho giocato con gli amici, mi sono procurati i tutoli di granoturco per costruire i buoi e le pale di ficodindia per costruire carri. A sentire il maestro, che tenendo spesso una bacchetta in mano, diceva cose che erano estranee al mio linguaggio, posso dire che a scuola, se esiste un’integrazione, non mi sono integrato mai. L’unica capace di interessarmi era la perfughese maestra Maria Athene, che mi faceva correggere i compiti dei compagni minori e m’impegnava in una funzione che sentivo piacevole.

Non avvenne così nelle successive classi delle medie inferiori e di quelle superiori. I professori mi stancavano con le loro litanie, fatta eccezione, forse, del professore di Storia dell’Arte. Le nozioni che mi propinavano facevo prima ad apprendermele leggendo da solo che non ascoltando quelle campane stonate dei pur impegnati docenti. La mia attenzione non superava i tre quarti d’ora, poi vagavo con la mente per conto mio e spesso venivo redarguito per questo mio vagare. Se tutto questo significa che a scuola non mi sono integrato, diciamo pure che è così, ma di questa mancata integrazione non me ne importava e non me ne importa tuttora un bel niente, perché durante le ore di studio apprendevo le nozioni per conto mio. Nel corso della mia giovinezza ho vissuto per alcuni anni sia nel Nord sia nel Sud d’Italia, venendo a contatto con altri modi di credere e di pensare. Ecco tutto questo m’interessava, ero curioso di sapere, ero capace di provocare i compagni. A Nord importunavo i compagni pacifici a Sud contrastavo i compagni polemici e ho appreso da loro a non prendermela, da sardo isolano pronto alle mani e permaloso. Posso dire che ho perso la mia permalosità con una vis polemica pari alla loro. Mi sono davvero integrato, in fondo i primi e i secondi erano simpatici e tutto sommato mi sopportavano agevolmente. La mia identità si è arricchita con lo stupore e ridevo quando i piemontesi dicevano che noi sardi scambiavamo il sapone per formaggio e i campani e siciliani sostenevano che i nordici erano piuttosto annebbiati. Mentre loro godevano di sole e mare luminosi e quindi d’una intelligenza luminosa, mentre noi sardi marciavamo a quattro zampe come le nostre pecore.
Tutte queste cose mi facevano sorridere, ma li capivo e mi dicevo che forse anch’io se fossi nato in Continente avrei avuto tanti pregiudizi sugl’isolani. Non sopportai tuttavia facilmente che ci chiamassero sardignoli e prontamente ai campani rispondevo che loro erano campagnoli. Asserendo che sardi proveniva da Sardinia come campani proveniva da Campania e non viceversa. La mia identità si arricchiva con queste relazioni ed io restavo sardo, i campani campani, ma ritenevo che la storia ci aveva unito sia sotto il dominio dei romani quanto sotto quello degli spagnoli e che il loro modo di dire che con la lingua, cioè chiedendo, si giungeva anche in Sardegna, lo trovavo esagerato. Non erano di certo trecento chilometri di distanza marina che ci rendevano così estranei!  Forse per questo motivo non sono mai stato un “sardista” esasperato anche valorizzando la lingua sarda, che per me è stata la lingua dei miei genitori, dei miei parenti, dei miei compagni e del mio paese.

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22 Febbraio 2018 - Categoria: lingua/limba

“Festa de sa limba mama a s’universidade tataresa de Mauru Maxia

Eris in s’universidade tataresa b’est istada sa “Festa de sa limba mama”. In s’aula magna b’aiat pius de 200 pessones e b’aiat finas zente in pè. Ant porridu sos saludos su rettore, su sìndigu e s’assessore regionale Dessena (in sardu). Su coro de sos istitutos superiores tataresos at cantadu in sardu duas cantones bellas. Sas relatas fint chimbe e sos relatores ant faeddadu ebbia in limba (tres in sardu, unu in aligheresu e unu in tabarchinu). Sa situatzione no est bona ca s’abbandonu de sa limba in familia est sighende forte. Su dirigente iscolàsticu de Pèrfugas at naradu (in sardu) chi dae duos annos sa limba est insinniada a manera curriculare e veiculare in sas iscolas de s’infantzia e in sas primas duas classes de s’iscola primaria de Pèrfugas, Erula, Laerru, Martis, Piaghe e Tzaramonte e chi in sighida at a èssere insignada finas a sa 5^ impreende una parte de su 20% de sa cuota de autonomia a disponimentu de sos istitutos.
S’assessore Dessena at naradu chi sa cummissione at licentziadu su testu de una legge noa pro sa limba e chi sa RAS est investende 3,5 miliones de euros subra a sa limba. Diat pàrrere una cifra manna ma est abberu paga cosa in cunfrontu a sa Còssiga ue sa Regione ispendet unos 53 miliones pro s’amparu e s’insinniamentu de su cossu in sas iscolas e in s’universidade.

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18 Febbraio 2018 - Categoria: cristianesimo

La Quaresima ignorata insieme al ciclo liturgico dell’anno lunare di Ange de Clermont

Sono trascorsi 5 giorni dall’inizio della Quaresima, cioè dei quaranta giorni in cui dobbiamo meditare sui novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso, ma piùà semplicemente sulla vita, passione e morte di Gesù detto il Cristo, crocifisso circa 2018 anni fa anche se pare sia passato un giorno.
Molti vivono come bestie, dice il pagano Sallustio, con il viso rivolto verso terra e non si elevano per guardare in alto. Altri disprezzano la modestia e la pudicizia come sosteneva il pagano Catone che non amava che le matrone e le giovani al Circo mostrassero le caviglie e le braccia mezzo nude. Altra virtù dell’educazione cristiana. A volte in chiesa debbo chiudere gli occhi per non vedere fondi schiena di ragazze che si sono imbragate nei famigerati blues genns dentro cui stanno a fatica, altre, d’estate rasentano la sfrontatezza. Io no  dico che tutte le donne e gli uomini dovrebbero vestirsi da monache e da monaci, però un minimo di modestia non sta male. Tutte virtù umane e poi cristiane. Prima formiamo l’uomo e su di esso il cristiano diceva don Budroni alla Madonnina, ma prima di lui l’hanno detto tanti pagani. Ma torniamo alla Quaresima che dovrebbe essere contrassegnata dal digiuno, dalla preghiera e dalla meditazione e anche dalla penitenza. _Se vai dal cuoiaio  ad ordinarti il cilicio, mi ha detto la capoclan, ti prenderanno per matto o per stravagante.- Certo mia moglie non ha mai pensato di farsi suora, sono io che volevo farmi missionario, per cui una volta tanto per evitare lo scandalo non mi ordino il cilicio e cerco la penitenza in atti molto più leggeri: non mangio la carne il venerdì, mangio giusto quel tanto che mi basta, lascio perdere i dolciumi che del resto non amo soverchiamente. Ai rosari e alle giaculatorie aggiungo il venerdì la via Crucis dal momento che la nostra parrocchia in inverno si trasforma in un frigorifero malsano, debbo dirla o comodamente adagiato nel letto o al massimo in piedi. Brani di lettura della Bibbia:la Quaresima è tutta qui, no! Consisterebbe nella conversione del cuore, nel rivisitare l’amore per Dio e per il prossimo e nel pensare che qui siamo di passaggio e che quello che più conta è l’anima, se perdi l’anima, amica mia e amico mio, sei rovinato per sempre. La cosa migliore è amare Dio come un buon figliolo, ma se questo non ti basta pensa a ciò a cui vai incontro se ti dannerai!
Non sono un predicatore, ma un povero cristiano trasandato che spesso pecca senza manco avvedersene tanto è abituato al peccato. Ecco in questi giorni di Quaresima cerco di esaminarmi meglio, di vedere se posso fare qualche passo avanti. Il fatto è che tante volte abbiamo il cuore duro come la pietra, non ci commoviamo più per nulla, anzi per le ingiustizie ci arrabbiamo e scantoniamo nell’ira. Vorremmo giudicare la storia e inventiamo i giorni della memoria quando invece i giorni della memoria sono fatti di 365 giorni l’anno. Ne abbiamo da piangere da quando Cesare faceva a pezzi i Galli o i Germani massacravano le legioni romane o i Conquistadores facevano genocidio di Incas e Aztechi e altre popolazioni indie. Quasi quasi aveva ragione Lutero. noi siamo immersi in un oceano di peccati al punto che solo la fede ci salva e a niente servono le indulgenze e le confessioni e le devozioni; pecca fortiter sed crede fortius! (pecca tanto, ma credi maggiormente). Ma la nostra amata e piagata di peccati chiesa cattolica vuole che facciamo anche la parte nostra. Fides sine operibus mortua est, la fede senza le opere è morta, Allora facciamo quello che possiamo prendendo sempre atto che siamo degni della forca per i nostri delitti o meglio della croce, Cristo se l’è caricata per quello e si è lasciato uccidere per questo motivo, per liberarci dai nostri peccati visto che noi da soli non ci riusciamo. Vediamo un  pò se riusciamo in questa Quaresima a capire che dobbiamo amare il prossimo come noi e dobbiamo amare Dio coi suoi comandamenti con tutto il cuore. Ecco il senso di questi rimanenti 35 giorni di Quaresima.

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22 Gennaio 2018 - Categoria: eventi luttuosi

Padre Raimondo Turtas (1931-2018) di Mons. Pietro Meloni

Padre Raimondo Turtas. Un “sacerdote” che aveva la passione per la storia della sua terra e per la storia della sua Chiesa. Un “parroco” che è diventato “gesuita” e “missionario”. Un “bittese” che ha trascorso la sua vita nella ricerca storica da insigne “studioso” e “docente” dell’Università. Entra nella patria del cielo e va incontro all’eterno Padre, che ha scritto ogni giorno la sua “storia” nel “Libro della Vita”. La storia di un sacerdote di Cristo “amico di tutti”. La sete di amicizia nel cuore di Padre Raimondo era unita al grande amore per la cultura, con una insaziabile avidità di scoprire le “radici” della civiltà della sua gente.

       Nel giorno della presentazione del “libro in suo onore” all’Università degli Studi di Sassari, per ricordare il tempo del suo insegnamento di “Storia della Chiesa” nell’Ateneo Turritano, fu definito “missionario della storia e della cultura sarda”. “Professore” era chiamato nel mondo accademico. “Missionario” è stato nell’annunzio del Vangelo e nella diffusione della cultura, con la sua venatura intenzionale di “laicità”, che voleva favorire il dialogo con gli uomini della ricerca, un po’ timorosi nei riguardi della religione, non dimenticando di incoraggiare la fede delle persone semplici, affezionate alle tradizioni dell’antica religiosità.  

       Raimondo Turtas era nato a Bitti il 18 maggio 1931. La sua vocazione germogliò in una famiglia del cuore della Sardegna, che alla laboriosità nei campi univa la cura amorevole della concordia nel focolare della famiglia. Giovanissimo entrò nel Seminario Vescovile di Nuoro e poi compì gli studi teologici a Cuglieri nel Pontificio Seminario Regionale della Sardegna.    

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15 Gennaio 2018 - Categoria: eventi luttuosi

Raimondo Turtas (Bitti,1931-Sassari,2018) il più grande storico contemporaneo della Chiesa Sarda ci ha lasciati, mentre concludeva la revisione della sua opera magna di Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila.

Riportiamo il necrolgio della famiglia in lingua sarda per la scomparsa del grande storico

TURTAS RAIMONDO
Sassari, 15 gennaio 2018

Su trèichi de jannàgliu , dopo una vita de istùdiu e apostolatu, nos at lassatu Rimundhu Turtas padre gesuita, professore universitàriu, istòricu de sa creja in Sardigna, vrate e tziu istimatu. Lu partètzipan Bustianu chin Pupolina, sos nepotes Antonietta, Pasquale, Pietro, Lucia, Lia, Valeria, Gloria e Elena chin sas famìglias issoro. Totu ringratzian a Nikola pro sas curas e s’aiutu in sos ùrtimos meses de vita. Lu cherimus ammentare chin totu sos chi l’an chèrfitu vene lunis a sas ùndhichi e cuartu in Tzàtzari in sa creja de Santu Pàule e a sas tres de orta ‘e die in Bitzi in sa creja de Santu Jogli.
In Italiano
Il treedici gennaio,dopo una vita di studio e apostolato, ci ha lasciati Raimondo Turtas, padre gesuita, professore universitario, storico della Chiesa in Sardegna. Lo partecipano Sebastiano con Pupolina i nipoti Antonietta, Pasquale,Pietro, Lucia, Lia, Valeria, Gloria e Elena con i loro familiari.
Tutti ringraziano Nicola per le cure e l’aiuto negli ultimi mesi di vita.
Lo vogliamo ricordare con tutti quelli che gli han voluto bene. Alle undici e un quarto in Sassari nella chiesa di San Paolo e alle tre del pomeriggio in Bitti nella chiesa di San Giorgio.
ANGELINO TEDDE CON TUTTI I COLLABORATORI DELL’ ACCADEMIA SARDA DI STORIA DI CULTURA E DI LINGUA  RICORDA RAIMONDO TURTAS, PADRE GESUITA E EMINENTE STUDIOSO DI STORIA DELLA CHIESA DELL’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI  DI SASSARI, NONCHE’ AMICO DA UNA VITA  DEL COORDINATORE E COLLABORATORE DI QUESTO BLOG . POSSA IL SIGNORE DARGLI IL PREMIO PER LE FATICHE APOSTOLICHEE E DI STUDIO REALIZZATE PER LA GLORIA DELLA CHIESA UNIVERSALE E  DI QUELLA SARDA IN PARTICOLARE.
UN RINGRAZIAMENTO PARTICOLARE VA ANCHE A RAIMONDO DA PARTE DEI CULTORI E PARLANTI DELLA LINGUA SARDA PER LE FATICHE IVI PROFUSE SIA NEI CONVEGNI E NEI SEMINARI SIA NELLE PREDICHE DOMENICALI E NEGLI SCRITTI IN VARIE RIVISTE.
UN FORTE ABBRACCIO AL FRATELLO SEBASTIANO E A TUTTA LA SUA FAMIGLIA.
PER NOTIZIE PIU DETTAGLIATE SUGLI STUDI DI RAIMONDO TURTAS SI VEDANO SU ACCADEMIA SARDA LE PAGINE A LUI DEDICATE.
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10 Gennaio 2018 - Categoria: c'est la vie, narrativa

“Soliloquio di un gatto governante di tre umani” di Sarah Savioli

Dicono: “Prendi un umano, ti fa compagnia, se lo allevi bene non sporca neanche”.
E io, dai che ci casco: mica uno, no. Che son furbo… Mi faccio intenerire: prendo due umani, una coppietta. Carucci, bellini.
Impegnativi, però… Impegnativi!
Ma fatta la minchiata mica si torna indietro.
Li ho presi, li terrò.
E le pappe apposta, e la cuccetta loro, e fagli tagliare il pelo della testa ogni tanto, e paga il dottore… sono pure una spesa.
Poi vivaci, sempre vivaci questi due… Diciamo pure incontenibili da mattina a sera.
E falli giocare, e fuori e dentro, e via a portarmi altri umani a casa… e io a faticare a sbatterli fuori alla sera perché poi vogliono farsi adottare anche loro…
Per non parlare dell’ansia ogni volta che i due mi rientrano tardi.
Sempre con la preoccupazione che me li abbia stirati una macchina, che la femmina si azzoppi o che il maschio un giorno mi torni con una palla sola. Ma poverelli è la natura loro andar fuori ogni tanto…
Insomma sono una grana e anche un po’ tonti, ma ci s’affeziona, poco da dire.
Allora dicono: “Falli figliare che così si calmano”.
E io dai che li faccio figliare.
Che calmarsi si sono calmati. Questi appena s’appoggiano dormono, più che calmi direi che sono quasi morti.
In compenso il cucciolo pare assatanato. E ce l’ho sul groppone pure lui che lo vorrei regalare, ma secondo me la femmina che è rancorosa di indole poi mi distrugge il divano con le unghie.
E allora tieni pure il cucciolo… Che a riempirgli la pancia mi ci vuole un capitale, che magna come una tarma in un armadio di cappotti.
E dicono: “Guarda che belli che sono, in salute, si vede che li tieni bene”
E io certo che sì, mica sono un buzzurro: li ho presi, li tratto come si deve.
Ma questo 2018 sarà l’anno della svolta, adesso basta perché non ce la faccio più.
Maschio, femmina e piccoletto. Tutti e tre.
Si devono dare una tranquillizzata.
Li faccio sterilizzare e morta lì.

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