A tavola mio nonno, mio zio generale che era suo fratello minore e mio padre sembravano fatti con lo stampino. Tutti e tre con gli occhi di un celeste dall’intensità irreale, la struttura vagamente taurina, il tono di voce tonante, il colorito tipico di quelli che passano da allegro a incazzato in 0,00001 secondi. Mio nonno a capotavola che con un sorriso fiero guardava a noi tre nipoti che facevamo gli idioti borbottando divertito “Ignuranti”, mio zio che proseguiva con “Permettimi, ma io che ho studiato mi sento di dare il mio apporto ai ragazzi dicendo che decisamente non capiscono nulla”, mio padre che ridacchiava nella speranza di non essere tirato in mezzo da quei due fratelli, anche a più di 50 anni e dirigente di una USL con lo stesso timore che aveva da adolescente, ma poi finiva regolarmente che mio zio lo centrava in pieno con “Ma tesoro, ne ho anche per te che sennò poi dici che non ti penso: anche tu sappi che capisci veramente poco”. Una sera capitò che dormissero tutti e tre sotto lo stesso tetto e che io, allora sarò stata al primo anno di università, avessi la fortuna di esserci. Erano dei russatori leggendari, sembrava che qualcuno stesse tagliando con una sega circolare le fondamenta della casa ogni tanto dandoci giù pure un colpo di compressore. Le tre mogli avvezze al concerto non facevano una piega ormai rassegnate a un destino di notti passate di fianco a dei cinghiali, io invece dopo un’ora di agonia presi il cuscino e andai a dormire sula macchina parcheggiata nel cortile maledicendoli e dicendomi che se avessi sposato uno che russava così, gli avrei tagliato la gola nel sonno. Alla mattina mio nonno vedendomi che stropicciata come un fazzoletto di carta usato scendevo dalla macchina, dalla finestra cominciò a cantarmi una serenata con “rose, cuori e amori”, poi ovviamente gli andò dietro mio zio e mio padre pure. Gli stronzi… io risposi arruffata con lo sguardo arcigno e il dito medio alzato. Loro continuarono a cantare per poi evolvere come al solito con una roba da osteria che parlava di una qualche Carlona busona e degli imbriaghi e cose così. Una compagnia così erano, quei tre… Al funerale di mio padre, mio cugino, mio zio ed io ci mettemmo a dare il meglio della nostra stupidità irridente di tipico marchio Savioli… il fanculo spassionato tipico nostro a un diritto al dolore che non ci siamo mai concesso. Al momento di andare via, lo zio generale mi disse “Bambina, tu sei una delle persone più forti che io conosca”. E detto da un uomo di famiglia perdutamente maschilista e nei confronti di una nipote sempre fuori da regole e schemi, fu un’ammissione incredibile che mi emozionò come poche altre cose nella mia vita perché so che per lui fu dolorosa quanto darsi una martellata sulle palle. Una rivalutazione ampia di tanti tanti convinzioni e sicurezze, roba da aver coraggio vero. Mio nonno e mio padre non ci sono più da un po’. Mio zio generale è andato via ieri sera… Nasciamo, viviamo e moriamo. E poi restiamo come scie, ombre, echi sempre più lievi nei ricordi degli altri… e poi in chi non ci ha conosciuto mai, al più ricostruzioni nei racconti che non rendono mai onore alle nostre profondità, nel bene e nel male. Ma è così che va, che alla fine siamo fatti per passare, increspare appena la superficie dell’acqua. Eppure c’è dell’incredibile poesia nel sentirsi esseri umani così minuscoli nel tempo e nello spazio e allo stesso momento essere capaci di contenere così tanta malinconica dolcezza e l’incrollabile certezza dell’eternità degli affetti…
La questione dell’etimologia, cioè dell’origine e del significato effettivo dell’etnico lat. Raetiera fino a qualche tempo fa tutta in alto mare. C’era stato di recente uno specialista della lingua retica, Giovanni Rapelli, il quale vi ha dedicato un ampio paragrafo della sua notevole opera “Il latino dei primi secoli (IX-VII a. C. e l’etrusco” (Roma 2013, ItalAteneo); in questo egli ha effettuato una minutissima e approfondita analisi della questione, prospettando differenti soluzioni ipotetiche, fra le quali però non si è deciso a preferirne una. E per questo motivo fino a qualche tempo fa io mi sentivo di poter affermare che la questione dell’etimologia dell’etnico lat. Raetie della loro terra Raetiaera ancora del tutto aperta.
Ottavio Olita, Il costo della verità, Prefazione di don Luigi Ciotti, Edizioni Città del Sole, 2019. In attesa della recensione di Giovanna Elies, pubblichiamo la prefazione di don Luigi Ciotti, noto per le sue battaglie civili, di Ottavio Olita, giornalista e pubblicista di varie opere
Le relazioni svolte durante la giornata di studio sulla B. Giuseppina e la Sardegna tra Otto e Novecento, tenutosi a Sassari presso la facoltà di Scienze dell’Educazione, hanno avuto ognuna un tema che può essere svolto in modo autonomo, concluso e significativo in sé stesso. Mettendole insieme, veniamo a delineare un panorama che è contestuale alla presenza a Sassari della beata Giuseppina Nicoli, suora delle Figlie della Carità di san Vincenzo de’ Paoli. Giuseppina Nicoli perché? A chi studia le scienze della formazione potrà interessare questa storia:
“Nel 1901 all’XI Congresso Internazionale di Antropologia Criminale tenutosi ad Amsterdam, venne presentato uno studio dei Dottori Efisio Murgia e Mario Carrara con fondamentali contributi fotografici, dal titolo “Les petits criminels de Cagliari”.
Commenti disabilitati su “Il Convegno del 4 aprile 2019 all’Uniss di Sassari su Beata Giuseppina Nicòli, madre e maestra di umanità” di Franco Rana . Leggi tutto
Nell’aula magnadel dipartimento di storia dell’uniss ieri per tutto il giorno si è svolto il convegno programmata davanti a circa duecento tra studentesse e altro pubblico. Il saluto di rito è stato fatto da Attilio Mastino, da Marco Milanese, da mons. Gianfranco Saba, arcivescovo metropolita della diocesi turritana. Tutti cortesi e con una breve presentazione della figura della grande educatrice e formatrice lombarda che svolse la sua attività tra Sassari e Cagliari con risultati fruttuosi per le ragazze di Sassari, per quelle di Cagliari, tra orfane ed educande e per i picciocus de crobi, i ragazzi della cesta, meglio sarebbe dire ragazzi di strada,mignons del carrer o pizzinni pizzoni che seppe elevare a normali ragazzi dando loro le basi perché scegliessero un’attività più dignitosa con una visione cristiana dell’esistenza.
Commenti disabilitati su “Un convegno, per una educatrice e formatrice di giovani scolare e studentesse e di ragazzi di strada, beata Suor Giuseppina Nicòli, all’Università di Sassari” di Angelino Tedde . Leggi tutto
E sono 45… Non sono mica pochi. Sarà che ho sempre vissuto giorno per giorno con un’accettabile coerenza e senza incredibili programmi e aspettative, ma l’età per me non è mai stata un problema. Alla fine è una convenzione di computo temporale che ti offre periodicamente l’opportunità di fare uno straccio di punto della situazione, prendere una pacca sulla spalla, farsi fare due coccole e sentirsi, se si vuole, al centro di qualcosa che di centro non ne ha. E dici poco... Comunque sia, sono 45. E sono stata ben più vecchia di così. Ho passato compleanni nei quali il tempo passato aveva incrementato ben più il mio senso di invecchiamento che non quello di maturità, come per quelle olive che passano dall’acerbo al rinsecchito in soluzione di continuità e la decisa sensazione che in qualche momento imprecisato ci sia stata una fregatura . Quest’anno invece no. E’ un’età particolare e alla fine per molti aspetti presento la consunzione degli eventi che mi sono passati addosso senza alcun riguardo, ma per altri mi ritrovo a sentirmi appena nata e mi guardo attorno con occhi stupiti e curiosi. E questo misturotto è una goduria perché la parte bambina trova il coraggio di emergere sapendo che ha alle spalle la parte cazzuta di donna vissuta e in perenne tenuta da guerriglia urbana. A metterla così, pare una dissociazione della personalità per cui dovrei cercarmi uno bravo... In realtà, è un modo per dire che le rughe dovute alla preoccupazione, al dolore e al pianto di tutta una vita non sempre clemente hanno ancora voglia di unirsi e fondersi a quelle dei sorrisi e delle risate, dei momenti che aprono il cuore e che fanno stare bene per la persona che si è. Insomma sono 45, siori e siore. Ma sì... me li sento bene, sono proprio della mia misura.