29 Novembre 2009 - Categoria: cultura

Vanità delle vanità, tutto è vanità di Qoelet (Salomone)

Qoèlet – Capitolo 1

images-104[1]Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.

PRIMA PARTE

Prologo

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

vanità delle vanità, tutto è vanità.

[3]Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno

per cui fatica sotto il sole?

[4]Una generazione va, una generazione viene

ma la terra resta sempre la stessa.

[5]Il sole sorge e il sole tramonta,

si affretta verso il luogo da dove risorgerà.

[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;

gira e rigira

e sopra i suoi giri il vento ritorna.

[7]Tutti i fiumi vanno al mare,

eppure il mare non è mai pieno:

raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.

[8]Tutte le cose sono in travaglio

e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.

Non si sazia l’occhio di guardare

né mai l’orecchio è sazio di udire.

[9]Ciò che è stato sarà

e ciò che si è fatto si rifarà;

non c’è niente di nuovo sotto il sole.

[10]C’è forse qualcosa di cui si possa dire:

«Guarda, questa è una novità»?

Proprio questa è gia stata nei secoli

che ci hanno preceduto.

[11]Non resta più ricordo degli antichi,

ma neppure di coloro che saranno

si conserverà memoria

presso coloro che verranno in seguito.

Vita di Salomone

[12]Io, Qoèlet, sono stato re d’Israele in Gerusalemme. [13]Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. E’ questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino. [14]Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento.

[15]Ciò che è storto non si può raddrizzare

e quel che manca non si può contare.

[16]Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io ho avuto una sapienza superiore e più vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». [17]Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, [18]perchè

molta sapienza, molto affanno;

chi accresce il sapere, aumenta il dolore.

Qoèlet – Capitolo 2

[1]Io ho detto in cuor mio: «Vieni, dunque, ti voglio mettere alla prova con la gioia: Gusta il piacere!». Ma ecco anche questo è vanità.

[2]Del riso ho detto: «Follia!»

e della gioia: «A che giova?».

[3]Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita. [4]Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. [5]Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d’ogni specie; [6]mi sono fatto vasche, per irrigare con l’acqua le piantagioni. [7]Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. [8]Ho accumulato anche argento e oro, ricchezze di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell’uomo. [9]Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza. [10]Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d’ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche. [11]Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole.

[12]Ho considerato poi la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che farà il successore del re? Ciò che è gia stato fatto». [13]Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre:

[14]Il saggio ha gli occhi in fronte,

ma lo stolto cammina nel buio.

Ma so anche che un’unica sorte

è riservata a tutt’e due.

[15]Allora ho pensato: «Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d’esser saggio? Dov’è il vantaggio?». E ho concluso: «Anche questo è vanità». [16]Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.

[17]Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento. [18]Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. [19]E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! [20]Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo durato sotto il sole, [21]perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.

[22]Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? [23]Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! [24]Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. [25]Difatti, chi può mangiare e godere senza di lui? [26]Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d’ammassare per colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento!

Qoèlet – Capitolo 3

La morte

[1]Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

[2]C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

[3]Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

[4]Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

un tempo per gemere e un tempo per ballare.

[5]Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

[6]Un tempo per cercare e un tempo per perdere,

un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

[7]Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,

un tempo per tacere e un tempo per parlare.

[8]Un tempo per amare e un tempo per odiare,

un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

[9]Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

[10]Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. [11]Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine. [12]Ho concluso che non c’è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; [13]ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. [14]Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. [15]Ciò che è, gia è stato; ciò che sarà, gia è; Dio ricerca ciò che è gia passato.

[16]Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà. [17]Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. [18]Poi riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. [19]Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. [20]Tutti sono diretti verso la medesima dimora:

tutto è venuto dalla polvere

e tutto ritorna nella polvere.

[21]Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra? [22]Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

Qoèlet – Capitolo 4

La società

[1]Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole. Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c’è chi li consoli. [2]Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; [3]ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto le azioni malvage che si commettono sotto il sole.

[4]Ho osservato anche che ogni fatica e tutta l’abilità messe in un lavoro non sono che invidia dell’uno con l’altro. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.

[5]Lo stolto incrocia le braccia

e divora la sua carne.

[6]Meglio una manciata con riposo

che due manciate con fatica.

[7]Inoltre ho considerato un’altra vanità sotto il sole: [8]uno è solo, senza eredi, non ha un figlio, non un fratello. Eppure non smette mai di faticare, né il suo occhio è sazio di ricchezza: «Per chi mi affatico e mi privo dei beni?». Anche questo è vanità e un cattivo affannarsi.

[9]Meglio essere in due che uno solo, perché due hanno un miglior compenso nella fatica. [10]Infatti, se vengono a cadere, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. [11]Inoltre, se due dormono insieme, si possono riscaldare; ma uno solo come fa a riscaldarsi? [12]Se uno aggredisce, in due gli possono resistere e una corda a tre capi non si rompe tanto presto.

[13]Meglio un ragazzo povero ma accorto,

che un re vecchio e stolto

che non sa ascoltare i consigli.

[14]Il ragazzo infatti può uscir di prigione ed esser proclamato re, anche se, mentre quegli regnava, è nato povero. [15]Ho visto tutti i viventi che si muovono sotto il sole, stare con quel ragazzo, il secondo, cioè l’usurpatore. [16]Era una folla immensa quella di cui egli era alla testa. Ma coloro che verranno dopo non avranno da rallegrarsi di lui. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.

[17]Bada ai tuoi passi, quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono neppure di far male.

Qoèlet – Capitolo 5

[1]Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferir parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò le tue parole siano parche, poichè

[2]Dalle molte preoccupazioni vengono i sogni

e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto.

[3]Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo, perché egli non ama gli stolti: adempi quello che hai promesso. [4]E’ meglio non far voti, che farli e poi non mantenerli. [5]Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e non dire davanti al messaggero che è stata una inavvertenza, perché Dio non abbia ad adirarsi per le tue parole e distrugga il lavoro delle tue mani. [6]Poiché dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole. Abbi dunque il timor di Dio.

[7]Se vedi nella provincia il povero oppresso e il diritto e la giustizia calpestati, non ti meravigliare di questo, poiché sopra un’autorità veglia un’altra superiore e sopra di loro un’altra ancora più alta: [8]l’interesse del paese in ogni cosa è un re che si occupa dei campi.

Il denaro

[9]Chi ama il denaro, mai si sazia di denaro e chi ama la ricchezza, non ne trae profitto. Anche questo è vanità. [10]Con il crescere dei beni i parassiti aumentano e qual vantaggio ne riceve il padrone, se non di vederli con gli occhi?

[11]Dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi;

ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire.

[12]Un altro brutto malanno ho visto sotto il sole: ricchezze custodite dal padrone a proprio danno. [13]Se ne vanno in fumo queste ricchezze per un cattivo affare e il figlio che gli è nato non ha nulla nelle mani. [14]Come è uscito nudo dal grembo di sua madre, così se ne andrà di nuovo come era venuto, e dalle sue fatiche non ricaverà nulla da portar con sé. [15]Anche questo è un brutto malanno: che se ne vada proprio come è venuto. Qual vantaggio ricava dall’aver gettato le sue fatiche al vento? [16]Inoltre avrà passato tutti i suoi giorni nell’oscurità e nel pianto fra molti guai, malanni e crucci.

[17]Ecco quello che ho concluso: è meglio mangiare e bere e godere dei beni in ogni fatica durata sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli dà: è questa la sua sorte. [18]Ogni uomo, a cui Dio concede ricchezze e beni, ha anche facoltà di goderli e prendersene la sua parte e di godere delle sue fatiche: anche questo è dono di Dio. [19]Egli non penserà infatti molto ai giorni della sua vita, poiché Dio lo tiene occupato con la gioia del suo cuore.

Qoèlet – Capitolo 6

[1]Un altro male ho visto sotto il sole, che pesa molto sopra gli uomini. [2]A uno Dio ha concesso beni, ricchezze, onori e non gli manca niente di quanto desidera; ma Dio non gli concede di poterne godere, perché è un estraneo che ne gode. Ciò è vanità e malanno grave!

[3]Se uno avesse cento figli e vivesse molti anni e molti fossero i suoi giorni, se egli non gode dei suoi beni e non ha neppure una tomba, allora io dico: meglio di lui l’aborto, [4]perché questi viene invano e se ne va nella tenebra e il suo nome è coperto dalla tenebra. [5]Non vide neppure il sole: non conobbe niente; eppure il suo riposo è maggiore di quello dell’altro. [6]Se quello vivesse anche due volte mille anni, senza godere dei suoi beni, forse non dovranno andare tutt’e due nel medesimo luogo?

[7]Tutta la fatica dell’uomo è per la bocca e la sua brama non è mai sazia. [8]Quale vantaggio ha il saggio sullo stolto? Quale il vantaggio del povero che sa comportarsi bene di fronte ai viventi?

[9]Meglio vedere con gli occhi, che vagare con il desiderio. Anche questo è vanità e un inseguire il vento. [10]Ciò che è, gia da tempo ha avuto un nome; e si sa che cos’è un uomo: egli non può competere con chi è più forte di lui. [11]Le molte parole aumentano la delusione e quale vantaggio v’è per l’uomo? [12]Chi sa quel che all’uomo convenga durante la vita, nei brevi giorni della sua vana esistenza che egli trascorre come un’ombra? Chi può indicare all’uomo cosa avverrà dopo di lui sotto il sole?

Qoèlet – Capitolo 7

SECONDA PARTE

Prologo

[1]Un buon nome è preferibile all’unguento profumato

e il giorno della morte al giorno della nascita.

[2]E’ meglio andare in una casa in pianto

che andare in una casa in festa;

perché quella è la fine d’ogni uomo

e chi vive ci rifletterà.

[3]E’ preferibile la mestizia al riso,

perché sotto un triste aspetto il cuore è felice.

[4]Il cuore dei saggi è in una casa in lutto

e il cuore degli stolti in una casa in festa.

[5]Meglio ascoltare il rimprovero del saggio

che ascoltare il canto degli stolti:

[6]perché com’è il crepitio dei pruni sotto la pentola,

tale è il riso degli stolti.

Ma anche questo è vanità.

[7]Il mal tolto rende sciocco il saggio

e i regali corrompono il cuore.

La sanzione

[8]Meglio la fine di una cosa che il suo principio;

è meglio la pazienza della superbia.

[9]Non esser facile a irritarti nel tuo spirito, perché l’ira alberga in seno agli stolti. [10]Non domandare: «Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?», poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza. [11]E’ buona la saggezza insieme con un patrimonio ed è utile per coloro che vedono il sole; [12]perché si sta all’ombra della saggezza come si sta all’ombra del denaro e il profitto della saggezza fa vivere chi la possiede.

[13]Osserva l’opera di Dio: chi può raddrizzare ciò che egli ha fatto curvo? [14]Nel giorno lieto stà allegro e nel giorno triste rifletti: «Dio ha fatto tanto l’uno quanto l’altro, perché l’uomo non trovi nulla da incolparlo».

[15]Tutto ho visto nei giorni della mia vanità: perire il giusto nonostante la sua giustizia, vivere a lungo l’empio nonostante la sua iniquità.

[16]Non esser troppo scrupoloso

né saggio oltre misura.

Perché vuoi rovinarti?

[17]Non esser troppo malvagio

e non essere stolto.

Perché vuoi morire innanzi tempo?

[18]E’ bene che tu ti attenga a questo e che non stacchi la mano da quello, perché chi teme Dio riesce in tutte queste cose.

[19]La sapienza rende il saggio più forte di dieci potenti che governano la città. [20]Non c’è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi. [21]Ancora: non fare attenzione a tutte le dicerie che si fanno, per non sentir che il tuo servo ha detto male di te, [22]perché il tuo cuore sa che anche tu hai detto tante volte male degli altri.

[23]Tutto questo io ho esaminato con sapienza e ho detto: «Voglio essere saggio!», ma la sapienza è lontana da me! [24]Ciò che è stato è lontano e profondo, profondo: chi lo può raggiungere?

[25]Mi son applicato di nuovo a conoscere e indagare e cercare la sapienza e il perché delle cose e a conoscere che la malvagità è follia e la stoltezza pazzia. [26]Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso.

[27]Vedi, io ho scoperto questo, dice Qoèlet, confrontando una ad una le cose, per trovarne la ragione. [28]Quello che io cerco ancora e non ho trovato è questo:

Un uomo su mille l’ho trovato:

ma una donna fra tutte non l’ho trovata.

[29]Vedi, solo questo ho trovato:

Dio ha fatto l’uomo retto,

ma essi cercano tanti fallaci ragionamenti.

Qoèlet – Capitolo 8

[1]Chi è come il saggio?

Chi conosce la spiegazione delle cose?

La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto,

ne cambia la durezza del viso.

[2]Osserva gli ordini del re e, a causa del giuramento fatto a Dio, [3]non allontanarti in fretta da lui e non persistere nel male; perché egli può fare ciò che vuole. [4]Infatti, la parola del re è sovrana; chi può dirgli: «Che fai?». [5]Chi osserva il comando non prova alcun male; la mente del saggio conosce il tempo e il giudizio.

[6]Infatti, per ogni cosa vi è tempo e giudizio e il male dell’uomo ricade gravemente su chi lo fa. [7]Questi ignora che cosa accadrà; chi mai può indicargli come avverrà? [8]Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della sua morte, né c’è scampo dalla lotta; l’iniquità non salva colui che la compie.

[9]Tutto questo ho visto riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, quando l’uomo domina sull’altro uomo, a proprio danno. [10]Frattanto ho visto empi venir condotti alla sepoltura; invece, partirsene dal luogo santo ed essere dimenticati nella città coloro che avevano operato rettamente. Anche questo è vanità. [11]Poiché non si dà una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore dei figli dell’uomo è pieno di voglia di fare il male; [12]poiché il peccatore, anche se commette il male cento volte, ha lunga vita. Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio, appunto perché provano timore davanti a lui, [13]e non sarà felice l’empio e non allungherà come un’ombra i suoi giorni, perché egli non teme Dio. [14]Sulla terra si ha questa delusione: vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dagli empi con le loro opere, e vi sono empi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità.

[15]Perciò approvo l’allegria, perché l’uomo non ha altra felicità, sotto il sole, che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole.

[16]Quando mi sono applicato a conoscere la sapienza e a considerare l’affannarsi che si fa sulla terra – poiché l’uomo non conosce riposo né giorno né notte – [17]allora ho osservato tutta l’opera di Dio, e che l’uomo non può scoprire la ragione di quanto si compie sotto il sole; per quanto si affatichi a cercare, non può scoprirla. Anche se un saggio dicesse di conoscerla, nessuno potrebbe trovarla.

Qoèlet – Capitolo 9

La sorte

[1]Infatti ho riflettuto su tutto questo e ho compreso che i giusti e i saggi e le loro azioni sono nelle mani di Dio.

L’uomo non conosce né l’amore né l’odio; davanti a lui tutto è vanità.

[2]Vi è una sorte unica per tutti,

per il giusto e l’empio,

per il puro e l’impuro,

per chi offre sacrifici e per chi non li offre,

per il buono e per il malvagio,

per chi giura e per chi teme di giurare.

[3]Questo è il male in tutto ciò che avviene sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti e anche il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita, poi se ne vanno fra i morti. [4]Certo, finché si resta uniti alla società dei viventi c’è speranza: meglio un cane vivo che un leone morto. [5]I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. [6]Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.

[7]Và, mangia con gioia il tuo pane,

bevi il tuo vino con cuore lieto,

perché Dio ha gia gradito le tue opere.

[8]In ogni tempo le tue vesti siano bianche

e il profumo non manchi sul tuo capo.

[9]Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole. [10]Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare.

[11]Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza e nemmeno degli intelligenti il favore, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. [12]Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui.

Saggezza e follia

[13]Anche questo fatto ho visto sotto il sole e mi parve assai grave: [14]c’era una piccola città con pochi abitanti. Un gran re si mosse contro di essa, l’assediò e vi costruì contro grandi bastioni. [15]Si trovava però in essa un uomo povero ma saggio, il quale con la sua sapienza salvò la città; eppure nessuno si ricordò di quest’uomo povero. [16]E io dico:

E’ meglio la sapienza della forza,

ma la sapienza del povero è disprezzata

e le sue parole non sono ascoltate.

[17]Le parole calme dei saggi si ascoltano

più delle grida di chi domina fra i pazzi.

[18]Meglio la sapienza che le armi da guerra,

ma uno sbaglio solo annienta un gran bene.

Qoèlet – Capitolo 10

[1]Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere:

un pò di follia può contare più della sapienza e dell’onore.

[2]La mente del sapiente si dirige a destra

e quella dello stolto a sinistra.

[3]Per qualunque via lo stolto cammini è privo di senno e di ognuno dice: «E’ un pazzo».

[4]Se l’ira d’un potente si accende contro di te, non lasciare il tuo posto, perché la calma placa le offese anche gravi.

[5]C’è un male che io ho osservato sotto il sole: l’errore commesso da parte di un sovrano: [6]la follia vien collocata in posti elevati e gli abili siedono in basso. [7]Ho visto schiavi a cavallo e prìncipi camminare a piedi come schiavi.

[8]Chi scava una fossa ci casca dentro

e chi disfà un muro è morso da una serpe.

[9]Chi spacca le pietre si fa male

e chi taglia legna corre pericolo.

[10]Se il ferro è ottuso e non se ne affila il taglio, bisogna raddoppiare gli sforzi; la riuscita sta nell’uso della saggezza. [11]Se il serpente morde prima d’essere incantato, non c’è niente da fare per l’incantatore.

[12]Le parole della bocca del saggio procurano benevolenza,

ma le labbra dello stolto lo mandano in rovina:

[13]il principio del suo parlare è sciocchezza,

la fine del suo discorso pazzia funesta.

[14]L’insensato moltiplica le parole: «Non sa l’uomo quel che avverrà: chi gli manifesterà ciò che sarà dopo di lui?».

[15]La fatica dello stolto lo stanca;

poiché non sa neppure andare in città.

[16]Guai a te, o paese, che per re hai un ragazzo

e i cui prìncipi banchettano fin dal mattino!

[17]Felice te, o paese, che per re hai un uomo libero

e i cui prìncipi mangiano al tempo dovuto

per rinfrancarsi e non per gozzovigliare.

[18]Per negligenza il soffitto crolla

e per l’inerzia delle mani piove in casa.

[19]Per stare lieti si fanno banchetti

e il vino allieta la vita;

il denaro risponde a ogni esigenza.

[20]Non dir male del re neppure con il pensiero

e nella tua stanza da letto non dir male del potente,

perché un uccello del cielo trasporta la voce

e un alato riferisce la parola.

Qoèlet – Capitolo 11

[1]Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai. [2]Fanne sette od otto parti, perché non sai quale sciagura potrà succedere sulla terra.

[3]Se le nubi sono piene di acqua,

la rovesciano sopra la terra;

se un albero cade a sud o a nord,

là dove cade rimane.

[4]Chi bada al vento non semina mai

e chi osserva le nuvole non miete.

[5]Come ignori per qual via lo spirito entra nelle ossa dentro il seno d’una donna incinta, così ignori l’opera di Dio che fa tutto.

[6]La mattina semina il tuo seme

e la sera non dar riposo alle tue mani,

perché non sai qual lavoro riuscirà,

se questo o quello

o se saranno buoni tutt’e due.

[7]Dolce è la luce

e agli occhi piace vedere il sole.

[8]Anche se vive l’uomo per molti anni

se li goda tutti,

e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti:

tutto ciò che accade è vanità.

[9]Stà lieto, o giovane, nella tua giovinezza,

e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù.

Segui pure le vie del tuo cuore

e i desideri dei tuoi occhi.

Sappi però che su tutto questo

Dio ti convocherà in giudizio.

[10]Caccia la malinconia dal tuo cuore,

allontana dal tuo corpo il dolore,

perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.

Qoèlet – Capitolo 12

[1]Ricòrdati del tuo creatore

nei giorni della tua giovinezza,

prima che vengano i giorni tristi

e giungano gli anni di cui dovrai dire:

«Non ci provo alcun gusto»,

[2]prima che si oscuri il sole,

la luce, la luna e le stelle

e ritornino le nubi dopo la pioggia;

[3]quando tremeranno i custodi della casa

e si curveranno i gagliardi

e cesseranno di lavorare le donne che macinano,

perché rimaste in poche,

e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

[4]e si chiuderanno le porte sulla strada;

quando si abbasserà il rumore della mola

e si attenuerà il cinguettio degli uccelli

e si affievoliranno tutti i toni del canto;

[5]quando si avrà paura delle alture

e degli spauracchi della strada;

quando fiorirà il mandorlo

e la locusta si trascinerà a stento

e il cappero non avrà più effetto,

poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna

e i piagnoni si aggirano per la strada;

[6]prima che si rompa il cordone d’argento

e la lucerna d’oro s’infranga

e si rompa l’anfora alla fonte

e la carrucola cada nel pozzo

[7]e ritorni la polvere alla terra, com’era prima,

e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.

[8]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

e tutto è vanità.

Epilogo

[9]Oltre a essere saggio, Qoèlet insegnò anche la scienza al popolo; ascoltò, indagò e compose un gran numero di massime.

[10]Qoèlet cercò di trovare pregevoli detti e scrisse con esattezza parole di verità. [11]Le parole dei saggi sono come pungoli; come chiodi piantati, le raccolte di autori: esse sono date da un solo pastore. [12]Quanto a ciò che è in più di questo, figlio mio, bada bene: i libri si moltiplicano senza fine ma il molto studio affatica il corpo.

[13]Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto.

[14]Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male.

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28 Novembre 2009 - Categoria: memoria e storia

Suor Luisa (Bergamo 1904-Cagliari 1976) al secolo Emma Stella Maria Brambilla di Angelino Tedde

Emma Stella Maria Brambilla (Bergamo 1904, Cagliari 1976)

Emma Stella Maria Brambilla nacque a Bergamo il 26. 2. 1904 da Michele , affermato grossista di tessuti e da Emilia Cividini, casalinga.

Emma, così venne sempre chimata in famiglia , fu la primogenita di cinque figli: Giuseppe (1905), Angela (1906) Paola (19O8) Alfredo (1912).

L’ambiente familiare era caratterizzato da una profonda fede religiosa, da un’agiatezza economica decorosa, da un forte senso degli affetti familiari.

La bambina di sana costituzione trascorse serenamente gli anni della fanciullezza. Frequentò le scuole elementari comunali di via Borfuro(1910-1915) e successivamente le scuole tecniche all’Amedeo di Savoia (1916-1920). La ragazza , pur nella sua vivacità , si prodigava generosamente per i fratelli e le sorelle venuti dopo di lei.

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26 Novembre 2009 - Categoria: versi in italiano

Il morir delle foglie di Ange de Clermont

images-100Vado calcando d’ippocastani il viale

evitando di calpestar le foglie

zufolando arriva il maestrale

e lungo il marciapiede le raccoglie.

images-99Estinte foglie io vi guardo triste

m’avete rallegrato in primavera

le gioie del mio cuor avete viste

ed or vi piango ché venite a sera.

images-101Il vento vi mulina impertinente

e voi lo rimbeccate mormorando

indifferente tanta gente passa

ma io vi guardo con amore ardente

l’anima mia per voi sta singhiozzando

volate alto, ché il morir vi passa.

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26 Novembre 2009 - Categoria: versos in limba

Poesias de sos minores a cura di Domitilla Mannu

images-97Sa batulina mia

Cando cherides barigare

un’iscuta de ora in allegria,

giamade sa batulina mia.

Si narat che una printzipessa;

su pilu est nieddu, longu e calcu,

sos ojos paret de oro;

cando si nche drommit

paret una reina

e cando est famida

si girat che una sùrvile.

Ischit murrunzare.

Est curiosedda meda.

images-98Ma no est una printzipessa,

est Sissi sa batulina mia.

Lucia Merella de s’Iscola Media de Fiolinas

S’elighe
Bos faeddo,  cun dolu mannu
images-3e cun su coro pienu de afannu,
de s’elighe de Sa Serra,
chi dae tempus a su bentu li fit fatende gherra.
Mi frimmaia a l’ammirare
cuss’arvure seculare, sempre birde e fozida,
chi faghiat umbra dae una vida.
Como totu est giambadu
ca su male non l’at rispetadu:
pianu pianu s’est sicadu
e, a dolu mannu nde l’ant segadu.

Tania Piga de s’Iscola Media de Fiolinas

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26 Novembre 2009 - Categoria: narrativa

Elène di Nino Fois


images-89Sa die su Professor Andria, primàriu de clinica universitària e dotzente de ostetrìcia e ginecologìa, ómine de seru e bell’ómine, altu, istrìzile, pilimùrtinu e ojos de battu, fit istadu tottu su manzanu operende. Sas féminas malàidas o ràidas bi curriant ca, nachi che a isse non bi nd’aiat e-i sas sanas li poniant fattu ca si nde ondraiant . Naraiat chi fit restadu bagadìu pro esser pius lìberu pro sa facultade de primàriu de clinica. Cun sos impignos chi aìat aeret sacrificadu sa familia…

Como, a part’e sero, in s’istudiu brivadu, finas si li toccaiat de visitare una fémina fatt’a s’àtera, si tiat poder bene narrer chi si fit pasende.

Sas ses e mesa fint e bi cheriat ancora un’ora a cumprire s’oràriu.

“Galu tres féminas e, bell’e gai, a sas otto, intantu in su mese de maju comente semus est a de die, poto setzer a caddu a mi fagher pagos brincos. Allu chi so tres dies sena la setzer cuss’ebba e, gai si tiat poder leare vìsciu malu”

images-90A ora de sas sett’e cuartu accó s’ùltima de sas féminas chi aiant leadu s’abboju.

Comente si bident, s’assimizant: una connoschéntzia de pitzinnia!…

“ Ma, tue ses Elène!… » faghet su professore allonghendeli sa manu.

“ Ell’e tue non ses Andrìa » rispondet issa riende.

E, gai, a manudenta istant pro una bell’iscutta, abbaidendesi in ojos e a sa muda.

“Sétzi – narat Andria lassendela – già nd’est passadu de tempus, Ele’! E cantos annos che sun barigados?”

“Bìndighi,Andri’; eo aia seigh’annos”

“ E deo vinti, Ele’, ma paret deris…

In cuss’affidu inue nos semus connotos, amus balladu tottu su manzanu sena nde la sensare mai. Ma però sa galanìa chi aisti t’est restada, antzis, como chi ses pius manna e fémina fatta , si permittis, ses galu pius piagherosa”

“Mah! – faghet issa sena ponner perun’afficcu a su chi su professore l’aiat nadu – tue non fisti unu mastru de iscola?…”

“E mastru de iscola so. A tie ite ti servit? Su mastru de iscola o su duttore?”

Elène si l’abbàidat e, riende, li faghet:” A narrer sa veridade, isco legger, iscrier e contare…”

“ E, tando, namus chi ti servit su duttore”

“Eo de agattare a tie comente professore non bi fia pensende nemmancu in mill’annos… Ma, e comente, nàrami”

Andria s’accontzat in su cadreone e faghet, comente contende una contàscia:” Duos annos nd’apo fattu de mastru de iscola ca apo bìnchidu su cuncursu su matess’annu de su diploma ma s’idea mia fit de mi fagher duttore e bi so reséssidu a vinti ses annos. In battor annos apo fattu s’ispecializatzione e-i su cuncursu a primàriu chi apo bìnchidu a trint’annos.”

“E comente t’est bénnidu a conca de ti ispecializare propiamente in ostetrìcia e ginecologia” faghet Elène cun sos ojos pienos de curiosidade e-i su risittu in laras.

“Dae sende criadura no apo pótidu baliare chi medas féminas moriant illierèndesi; o moriat sa mama o moriat su fizu.

Una bolta est morta sa mama de unu fedale meu e deo apo proadu unu dispiaghere gai mannu chi si podiat narrer finas dolore. Dae sa bolta m’apo leadu s’assuntu de mi fagher duttore de féminas e, bell’e gai in manos mias non mi nd’est andada male una che una, grasias a Deus.

E tue, cojuada ti ses? Fizos as? Tribagliende o in domo ses?”

images-91Elène si ponet una manu subr’e s’àtera e tottas duas in coa e, a bell’a bellu, faghet: “Eo so in domo e so finas cojuada ma fizos non nd’apo… E pro cuss’est, Andri’ chi so bénnida a inoghe a bider si si nde podet bogare atzola de custa disgràscia, de no esser reséssida a aer unu fizu in battor annos de cóju. E maridu meu est un’ómine sanu in manu e in pes, biu e « de bona voluntade » l’attoppat Andria.

“De bona voluntade isse e de bona voluntade eo, Andri’ – faghet issa cun su risittu in laras – che una sorre ti lu so nende… Una sorre a unu frade…”

Su professore giunghet sas manos cun sos póddighes in rughe , arrimat sos cùidos a s’iscrivania, su baeddu a su punzu, astringhet sas palas e faghet a boghe bàscia comente pro non si fagher intender; “E si ses istóiga, eo non bi poto fagher nudda… S’isciéntzia, como che-i como, non b’est arrivida a crobare su médiu pro custa malasorte; ca de malasorte si trattat. Custu punnare de s’ómine a sa fémina e de sa fémina a s’ómine nos l’at postu Nostru Segnore in sa natura nostra e nos l’at postu pro chi nois. finas a malaoza, ponzemus mente a su cumandu sou: creschide e criade.

Si no aimis àpidu custa punna : unu pro s’àtera, a Deus non l’aimis postu mente comente non l’amus postu mente sa bolta de su fruttu preubidu.

Si ses istóiga , Elène mia cara, su proite l’ischit Deus. Eo ti poto narrer ebbia cale est sa causante. Médiu méigu pro sanare ancora s’isciéntzia non nd’at imbénnidu . Como, si cheres ti visìto e, si su médiu b’est, nos amus a cumportare cunfromma a su chi b’at de fagher; e ite naras?”

“Eo naro chi andat bene” faghet issa a conca bàscia e sena l’abbaidare in cara. “ E visìtami tando, Andri’, intantu so bénnida segura chi m’aères visitadu.”

“A sa sola ses bénnida Elè’ ” la preguntat Andria.

“Cun maridu meu, ma, cando mi visìtas non lu cherzo addenantis ca mi nd’impudo .”

“Posca de sa visìta, Ele’, posca de sa visìta, lu faghimus intrare, ista tranchilla” faghet isse abbattighende su buttone de su campanellu.

A sa prima ischigliada accò s’infermiera in càmice biancu pronta a leare a Elène pro che la giugher a s’ambulatóriu inue la faghet ispozare e corcare in su lettinu ostétricu e la covacat cun dunu lentolu biaittu.

images-92Dae igue a un’iscutta intrat su professore; allongat sas manos e-i s’infermiera li ponet sos guantes. Elèna est totta covacada dae su lentolu, finas sa cara. In s’ambulatóriu b’at una mudesa de losa. S’idet ebbia su piga e fala de su lentolu de Elène a s’altària de sa pettorra. Sa fémina est a bémidas. Su professore tzoccat sas manos e faghet : “Si non ti calmas, ti torras a bestire e amus fattu. Ista chieta como e non t’ispores chi già non ti fatto nudda.”

A s’appàlpidu , la visìtat. Comente cùmprit, si nde bogat sos guantes e narat a s’infermiera de approntare pro s’ecografìa. S’infermiera accurtziat a su lettinu s’ecògrafu, ponet una paja de guantes noos a su professore, una paja si la ponet issa etottu e iscovacat a Elène chi si siddit comente punta.

“Como deves istare frimma che un’istàtua ; pagos minutos e amus fattu. S’infermiera untat una pomada in sa matta de sa fémina dae s’imbìligu a ingiosso e isse, su professore, cun manu delecada e ischida, bi passat sa macchinetta de s’ecografia. A daghì at cumpridu, dat s’órdine a s’infermiera de frobbire sa matta de sa fémina e a issa li narat chi si podet bestire.

Isse si nde bogat sos guantes, che los bettat in su cestinu, leat sos fozos de s’ecografia e si ch’andat a s’istùdiu. Dae igue a un’iscutta intrat Elène seria che-i sa morte. Andria li faghet unu risittu e li narat de si setzer.

“Si fora b’est maridu tou, podet intrare” e lu faghet giamere dae sa segretaria.

Comente intrat, su professore si nde pesat dae su cadreone e l’allongat sa manu presentendesi e li narat de si setzer accurtzu a sa muzere.

“Elène istimada – faghet Andria a sa fémina – comente t’apo nadu issara, sa meighina non bi podet fagher nudda, ma tue ses sana.

Sos sardos antigos ebbia resessiant a crobare su médiu pro sas féminas istóigas. Ma non fit una meighina; fit una costumàntzia chi, nachi, daìat fruttu. A lu narrer oeindie non si bi creet.

“ E nàrami it’est, Andri’ – faghet sa fémina e, a ojos a su maridu: cun su professore nos connoschimus dae ora; fimis piseddos”

“In antigóriu – sighit a narrer Andria – in sa Sardigna nostra, sa fémina istóiga battizaiat unu burdu e gai, in pagu tempus, podiat benner ràida.”

Iscultende su professore a Elène nde li fint falende sas làgrimas fin’a terra e-i su maridu fit a bucca abberta e a orijas paradas cun sos òjos maduros che-i su punzu.

images-93“Como est a agattare unu burdu” faghet Elène e Andria li narat: “Elène istimada, a tempos de oe, tue non podes immaginare cantos burdos nàschent in sa clìnica donzi die. Pro cussu e tantu no as de ti leare pensamentu perunu. Mi’, dae inoghe a una pàja de chidas at a nascher unu mascitteddu a una pisedda de vint’annos ingannada dae unu furisteri chi non s’ischit a inue ch’est dadu dae cando at ischidu de s’amorada. Issa si cheriat istrumare ma, cun sa mama semus reséssidos a la cuncordiare a si tenner sa criadura. Si no est impignada cun àtere, tue ses a caddu.

Si cheres, bi penso eo a la preguntare e chi Nostra Segnora ti leet a manudenta e gai bidimus si sa de sos sardos antigos fit costumàntzia o sabidoria .”

A su maridu, aiscultende su professore, nde li fit falende sa bae.

E gai, Elène, cuntenta che Pasca, si ch’est andada nende a Andria de fagher in presse ca non bidiat s’ora de fagher custu battizu beneittu.

Appuntu a sos bìndighi dies, accò a Elène e-i su maridu, nonna e nonnu de unu bellu mascitteddu.

Pro Elène sas dies che barigaìant in dilliriu , in oriolu e in ispera. Die pro die s’invocaiat a Nostra Segnora de su Latte Dulche , a su Coro de Gesus e a Sant’Anna. In sas pregadorìas suas cheriat unu fizu che una gràscia de Deus e a Deus l’imprommittiat che sienda manna.

Donzi die andaiat a domo de sa comare e, leende su fizolu a bratzu, in mudesa e cun sos ojos pienos de làgrimas, l’invocaiat nèndeli: “ Giàmalu tue a fizu meu; giàmalu a giogare ca si bi lu naras tue già benit. E calchi bolta iscoppiaiat in piantu. Sa comare cumprendiat bene chi non fit imbìdia ma dillìriu, ispera, e timória, timória manna de s’agattare cun dunu punzu de bentu in manos.

images-94“S’ispera est s’ùltima a morrer, coma’ – li faghiat sa mama de su piseddu – e-i sa prima chi su cristianu dever ponner addenantis si at fide in Deus. Isse no at fizos ismentigados. Non bos annichedas ca tantu, de custa manera non si nde bogat nudda. Tottu pro more de Deus siat. Sensadendela, coma’ de bos chimentare . Che-i sas àrvures, isettade su fruttu a tempus sou. Isettade cun pascénscia chi già at a benner. E-i su professore pius l’azis bidu? “

“A sos primos de su mese. L’apo telefonadu e isse m’at nadu de andare a s’istudiu ca aiat unu pagu de tempus pro mi retzire. Mi so trattesa un’iscutta bona e isse puru m’at nadu de isettare cun pascénscia”.

Fimis a mesanìa de su mese de trìulas. Su fizolu de Elène fit a proa a lòmpere su de tres meses ca fit nàschidu sa die de santu Marcu e già ficchiat bene, faghiat calchi risittu e, calchi bolta, bettaiat finas calchi ticchìrriu… Elène li cheriat bene che a unu fizu ma sa prenetta sua fit sempre sa matessi: de aer unu fizu sou. Dae sa die de su battizu onzi mese aiat isettadu sas ùltimas dies e-i como li toccaiat de pretzisu sa die vintises, sa die de Sant’Anna.

“Sant’Anna mia – pregaiat – chi sa die de sa festa bostra non bida una istiza de sàmben in su corpus meu. Si mi faghides cussa gràscia , si est fémina l’apo a ponner Anna e si est màsciu s’at a giamare Giuacchinu. Eo su dovere l’apo fattu, como toccat a bois a m’accansare sa gràscia dae Deus”

E, a sa sola, intuppada in s’apposent, a s’iscuru, s’isolviat in làgrimas preghende sempre de sa matessi istitiga .

Sas dies non che barigaiant mai: su maridu a tribàgliu e issa a sa sola isettende su notte pro chircare in s’intimidade de su cóju su médiu pro accansare su chi cheriat. In s’isettu de sa die de Sant’Anna sa pelea annanghiat dae ora in ora e in sas ùltimas dies dae iscutta in iscutta.

E accò sa die isettada… Si sebestat e no agattat sinnu perunu de purga de mese . Totta die est istada in pelèa, averiguendesi sena narrer nudda a su maridu.

Arrivida sa notte no aiat boza de si corcare e-i su maridu, comente at arrambadu sa conca a su cabidale, at leadu sonnu finas a s’incras a manzanu.

A bi lu narrer a Elène li pariat troppu primadiu e at chérfidu cumproare sa die infattu: nudda de su tottu. Dae sa die innantis, sa die de Sant’Anna aiat attaccadu a rosariare sena nde la sensare mai. Cun cuddos ranos pariat ispurghende trigu. A sa de chimbe dies, oramai segura comente fit, pianghende pro sa cuntentesa, l’at nadu a su maridu : “O Giua’, eo so ràida”.

Cuddu l’agantzat a chintu e che l’altziat in altu a cantu podet; si nde la falat in bratzos e, in làgrimas tottos duos, attaccant a si carignare, a si basare fin’a congruire in sa manera pius naturale possibile. E gai, drommidos si che sunt pro una bell’iscutta.

A s’ischidada Giuanne, s’aggiuat un’ampulla de vermentina e faghet: “Custa cheret buffada” e che nde tragat su mesu.

“Non bi lu das a ischire a comare tua Elè’?” faghet a sa muzere e issa: “ E no! A innantis toccat de lu dare a ischire a su professore chi est isse chi at cumbinadu tottu”

E gai at fattu Elène, at telefonadu a su professore chi sena maraviza peruna ma cuntentu l’at nadu de andare a si fagher visitare a sos de duos meses lómpidos .

Sa fémina at passadu una prinzadura bona, de continu averiguada dae su professore ma a sa de trinta chidas in s’ecografia si bidiat una positura podàlica de su fedu.

images-95Cun sa ginnàstiga chi a sa mama l’at indittadu su professore, ma però, sa criadura at leadu sa positura giusta pro nascher e a su de noe meses, Elène s’est illierada de una pisedda maravizosa chi at leadu su nùmen de Anna.

Torrende gràtzias a su professore, chi l’aiat assistida, Elène l’at nadu: “Andri’, tue as sas manos santas”

« Tottu est in sas manos de Deus – l’at torradu peràula su professore – finas sas manos mias. Amus a narrer puru chi sa de sos sardos antigos, no est ebbìa una costumàntzia ma, a pius de tottu, est sabidorìa. Nos devimus semper ammentare chi su póbulu est che un’àrvure bene arraighinada. Si a sas raighinas non li damus s’alimentu e-i s’abba chi bi cheret, morint e cun issas morit s’àrvure.

images-96Ammentamunnóllu Elè’: sas raighinas nostras sunt in su tempus barigadu de su póbulu nostru, su póbulu de Sardigna.”

30/07/2008 Nino Fois

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21 Novembre 2009 - Categoria: versi in italiano

La claramontana commedia di Ange de Clermont

I Cantica
l’inferno in 10 canti

Canto I

images-63Nell’ultima discesa della vita
sento vergogna per li miei peccati
penitenza farò gridando aita
da prima nell’Inferno dei dannati 4

Di poi salirò al Purgatorio
con il lavacro della penitenza
innevato scalerò il Promontorio
dove potrò aspirare alla Sapienza.8

images-1O padre Dante che hai salvato l’alma
dopo il viaggio dell’ espiazione
reggi deciso la mia povera salma
nella sua ascesa verso la redenzione. 12

La notte era profonda nel mio cuore
le stelle eran nascoste dalla luna
per i peccati miei provai dolore
quando m’apparve una figura bruna16

images-7“Sono Dante Alighieri “ disse tosto
”Non macerarti tanto e vieni meco
“Con me non finirai di certo arrosto”
ti salverò dall’infernale speco” 20

-Come potrò passare sui carboni
non ho le scarpe adatte, illustre Dante
Lascia che pensi a ciò che mi proponi
e acquisti scarpe ignifughe innante” 24

Se l’anima vorrai salvare intera
Non tentar Dio con tennica bastarda
Per sua grazia avrai la sicumera
Di camminar sulla spiaggia infingarda 28

Venti secoli vi fanno andare interi
Senza capire il senso dell’essenza
Voi del progresso siete ognora fieri
Senza veder che andate alla demenza. 32

images-18Uomini privi di vero intelletto
Vi siete trastullati come folli
Con l’ir lontan di Dio dal cospetto
Avete reso gli spiriti molli. 36

Levati uomo tardo ai sentimenti
Levati peccator senza ritegno
Levati è giunta l’ora che ti penti
Se finir non vorrai fuori del Regno. 40

Come il sol invia i suoi raggi
All’orizzonte prima d’apparire
Subito accolsi li consigli saggi
Levandomi dal letto per partire 44

Alla sinistra del fiorentin rubelle
Mi posi obbediente come un figlio
Sia pur tremando tutto nella pelle
Come la brezza fa tremare il tiglio. 48

images-3Un vento caldo tosto ci sospinse
Nella peggior burella della terra
Di nero fumo entrambi ci dipinse
Come lo nero che il camino inserra . 52

Ignoro il tempo che fummo sospinti
Verso le fondamenta della sfera
Soltanto dal calor fummo convinti
Che del mattino era giunta la sera. 56

Finalmente sostammo su scogliera
images-9Di un mar di fuoco pien di forsennati
All’orizzonte era scesa la sera
La notte era privata di stellati. 60

-Come ci salveremo d’esto foco-
Gridai deciso alla guida audace
-Maestro mio torniam indietro un poco
che questa non è oasi di pace- 64

“Calma, figliolo greve di peccati,
Ancora è nulla quello che tu vedi
Ascoltare dovrai questi dannati
Prima che dalle colpe ti ravvedi. 68

images-6Tu hai violato li dieci comandi
Che furon dati a tutti a salvamento
Or sentirai delle colpe li bandi
Con sovrappiù un adeguato aumento.” 72

Udimmo allora l’urlo di un dragone
Di rauca voce e di cipiglio orrendo
-Anime giunte qui pel guiderdone
finite di gridar se no vi pendo! 76

Avanzin pria color che si adoraron
images-19e credetter nell’io della lor mente
nel più profondo brago navigaron
or dragoni saran nel fuoco ardente.” 80

Allor mi strinsi forte allo mio duca
Temendo che pur io mi trasformassi
Come lo vin rende la donna ciuca.
Indietro ci spostammo, dietro i sassi. 84

images-11Dentro quel foco solforoso e ardente
Vidi tanti dragoni alto levarsi
E precipitar giù nella corrente
Che lambiva di presso i nostri sassi. 88

-Maestro mio, pensai talor d’esser un dio
Con la moral congiunta allo mio velle
Ora mi pento e cupio fieri pio
E al primo iusso non vo’ esser rubelle. 92

Dragon non voglio proprio diventare
Né scuffare di foco in rubro corso
Ligio ai divini iussi voglio stare
E non lambir del foco ardente morso.- 96

Sta cheto peccator di presunzione
non ire più contro il voler divino
violando tu la prima vera iussione
obbedir dovrai come un bambino.” 100

images-12Mentre sentivo urla e caldo insieme
La possa del mio spirito si perse
E caddi a terra privo della speme
Che ciascun om dentro lo petto inserse.104

“Non avrai altro Dio fuor che me”
mi rintronò di dentro voce arcana
e il buon duca mi trasse verso sé
ridandomi vigore in quella tana. 108

images-20Dal cuore partì: -Peccavi, miserére-
E dalli occhi uscir lacrime molte
Come a Santa Giusta per lo bere
L’acqua sorgiva nelle palme colte. 112

“Vergine delle valli e dei monti
fa che le colpe di mia presunzione
siano perdonate con gli sconti
e di tutte ottenga assoluzione. 116

images-10M’apparve allor l’arcangelo Michele
Di luce scintillante come stella
– Liberato or tu sei da questo fiele
che ti fece salir spesso in predella.- 120

-Nulla son io Arcangelo beato
peccavi miserère , miserère peccavi
rigetterò per sempre il mio reato
e fa che dal peccare tu mi salvi.-124

Canto II

Di poi che l’Arcangelo scomparve
Volsi lo sguardo verso lo torrente
Cercando d’osservar la gente grave
E a conoscer qualcuno posi mente 4

Lo duca a me: “Ora che sei assolto
Non temer di guardare li dragoni
Che dentro la corrente tengon volto
Mentre di dietro fanno orrendi truoni. 8

images-21Tra poco mostreranno pur lo muso
Mentre lo soma scenderà nel brago
Nell’immersion del foco come un fuso
E di annotarli tu sarai ben pago. 12

Di botto la corrente corse indietro
Quasi sospinta da una forza bruta
Così come di corsa torna il metro
Dentro custodia che pria lo risputa. 18

Allor vidi le facce deformate
Di quelli che ai lumi furon ligi
Dagli occhi e dalla bocca le fiammate
Mandavan li dragoni di Parigi. 22

images-22Montesquieu, Voltaire e Robespierre
Rousseau, d’Alambert e Diderotto
Parevano dei folli in un parterre
quando lo senno lor veniva rotto. 26

“Insipienti cervelli illuminati
che avete cancellato in Dio la fede
quivi i dolori a carboni infiammati
patite, questa sarà la vostra sede. ” 32

Urlò lo mio maestro furibondo
Soggiungendo feroce con la voce
“Figli diretti del cherubino biondo
che spinse Cristo a morir sulla croce. 36

images-23Scuffate nello brago del dragone
e per l’eternità mangiate foco
ebbriatevi del giusto guiderdone
mentre il vostro cervel diventa loco.” 40

Calmatosi un poco il mio maestro
Il collo porsi oltre lo suo braccio
Per mirare se anche in quel capestro
L’amico di Bologna s’era caccio. 44

Mi rivolsi a lui con tremore
-In questa di dragoni rubra schiera
C’è lo sito dell’amico mio del cuore
Sebbene ancor non sia venuto a sera?- 48

-Digli che penitenza faccia molta
considerando la magna intellighenzia
di cui costì verrà una mandria folta
le cui menti andran tutte in demenzia. 52

images-Maestro mio, posso fare richieste?
E da Bologna verrà una schiera magna?
In quell’urbe ci sono molte teste
Che del cervel fan florida cuccagna.- 56

Allora il mio maestro tutto preso
Da forte sdegno e da grande furore
Si volse alla città tutto compreso
Tanto che ne provai mesto dolore. 60

images-13-Aih Bologna, Bologna ahi ahi
lo mondo sentirà li tuoi peccati
e i tuoi figli che mandan tristi lai
nell’infernal corrente dei bruciati. 64

Bologna ben satolla e disperata

Dotta e rubra, sazia fino al collo
apprestati a gustar la gran fiammata
che già t’è pronta nell’infernale sgrollo. 68

L’universal giudicio ormai s’appresta
per lo scuffare intra i rossastri ardori
dei figli tuoi che fuggon la minestra
e mannican li porchi tra i furori. 72

images-14Di poi li peccatori di forchetta
dati si sono in braccio a Carlo Marsi
negando la dottrina loro detta
dallo Santo Dottore degli Intarsi. 76

Verrà giudicio sia per la forchetta

quibus deorum venter est, nei passi.
Condanna ci sarà per la Pandetta
di cui si gloria detto Carlo Marsi. 80

E non parliam delli carnal peccati
che portano le coppie dietro Fiera
agli scambi lubrìchi e innominati
in presenza dell’infernale schiera. 84

images-15Ahi Bologna, Bologna ahi ahi!
Obliando li dieci santi iussi
dritta verso l’inferno te ne vai
in mezzo a questi fochi più corrussi. 88

Ma lo peggior peccato che tu fai
è quello d’esser ritta verso il Cielo
con la jattanza de’ tu’ samurai
che cinciano di scienza senza zelo. 92

Sollevan fieri gli occhi verso il Cielo
gridando “Non ci sei, Signore Iddio”
nell’ arrovello di cotanto zelo
e vanno incontro all’eternale fio. 96

images-16E San Petronio nella tomba piange
vedendo la città priva di fede
e il Cardinal di strali manda frange
per stornare dal mal l’incauto piede. 100

Ma i Bolognesi presi dal “terreno”
nei portici banchettan fino a tardi
mangiando li salami a tutto spieno
mescolando tortelli con i lardi . 104

images-24Quelli ch’hanno dismesso li peccati
s’aggiran fuori-portici vestiti
burattinando come li Crociati
quasi da follia greve imbaldanziti. 108

Suonan tamburi e suonano le trombe
gorgheggian cori alpini e cori alpestri
gorgheggian cori su morte che incombe
tanto che ormai dei zombi li diresti.112

images-17Solo le chiese solitarie stanno
e solo soffre il Cristo l’agonia
nessun fedele osa prendere panno
per piangere cotanta malsanìa. 118

Bologna tanto rossa quanto nera
dati alla penitenza della frusta
metti il cilicio da mattina a sera
per li peccati ch’oggi ti fa onusta.” 122

Canto III

Lo mio maestro tacque rubro in viso
Ed io assai triste dentro il cuore
Disperai tosto del bel Paradiso
Per l’urbe destinata a quell’ardore. 4

images-25Guardai nel foco e vidi noti lumi
Lessingo e Reimarusso con Herdero
Mendelssone con Wolfo tra quei fumi
E Kant, il crucco, che tutti battéro. 8

-Ahi- mi rallegrai col mio maestro
-Qui per fortuna non c’è il bon Gian Vico!-
E lo duca rispose: “Ei nel capestro
Volteggia, come dalle foglie il fico. 12

Lo vedi là con Pagano e Genovesi
di là c’è pure Beccarìa lo giurista!”
-Mamma mia!- Gridai coi nervi tesi:
-Son tutti abbruciacchiati in questa pista .-18

“Di questi illuminati baldanzosi
non se ne salva manco una partita
Al posto del Signore gli altezzosi
posero il lume della lor sortita “ 22

images-26-E i Verri, duca mio, e Condigliacco
E lo Cartesio e Locche e Russellone
“ Tutti bruciati sono nello stesso sacco
Una col presuntuoso Niutone .” 26

-Chi mai potrà salvarsi tra costoro?
E Fermi e Aistaìno e i gran tedeschi?
“ Tolsero Iddio dal loro tesoro
perciò dentro sto foco li ripeschi.”30

images-27Allor mi disperai piangendo forte
Pensando agli Uariani e a li Massoni
“Cambino testa se vogliono altra sorte
Altrimenti finiranno tra i carboni.” 34

Sentenziò lo maestro infuriato
“Credono tutti d’esser Salomone
invece han lo cerebro impantanato
al posto della testa hanno un popone. 38

Immersi in fiamma d’eterna durata
vorran morire ,ma mai moriranno
han ricevuto gloria avvelenata
e per l’eternità tal qual l’avranno.42

DSCN0748Uomini di cervello assai briacato
Ponete mente a li divini iussi
Se finir non vorrete in combinato
Di zolfo e foco e acidi corrussi.” 48

Di poi che lo maestro tacque un poco
Osai guardar silente in quella bolgia
Per curiosar se qualche vecchio loco
Era finito pur lui in quella forgia. 52

Vidi così bollire in prima fila
Tutta la greppia del ricco cuneese
A cominciar da lui che dalla Sila
Giunt’ era a tirare il fin del mese. 56

PICT0061Caccàrri vidi e Barracciòlo ardenti
Che rotolavan come due carboni
Anche di lì facean gl’impertinenti
Chiamando tutti:” Grevi bacchettoni”. 60

E vidi lo dragon Fauce di fuoco
Che qui pagava le sue ciance altere
E si moveva come un bieco loco
Come tra i fumi delle ciminiere. 64

images-34Nascosto fra i dragoni rosseggianti
Vidi lo doglianese più illustre
Con il ventre prolasso e zampe avanti
L’aria aveva d’animal lacustre. 68

Non volle che guardassi la sua faccia
livida come un om battuto a pompa
gli occhi neri avea d’una beccaccia
e il naso adunco pronto per la zompa. 72

“Hai visto piemontese batticassa
volevi sol far soldi a piene mani
or dell’inferno soltanto sei gran massa
ed hai forma trivial di deretani!” 76

images-35Non rispose all’insulto lo dragone
Si tacque come tacciono li bovi
Quando dello morir giunge l’agòne
Soltanto concionò con gli occhi torvi. 80

La corrente dell’infernale fiume
Tanti draghi covava nel suo corso
Quanti girini ogni gran stagno assume
Dalla Maremma fino a capo d’Orso. 84

images-30Chiesi al mio maestro ancora scosso
-Che n’è di Garibaldi e dei suoi fanti?
Di Carducci e del suo cervello grosso
Che allo dragon maggior fece li canti?-88

“Vedi lo laco oltre lo fiume rosso
costoro che giammai si liberàro
della loro presunzion dal fiero morso
rinchiusi stanno nello speco amaro.92

Odi li stridi che mandan tuttavia
Pugnando tra di lor ferocemente
Colpiron tutti la Chiesa Santa e Pia
Perciò pugneran nello zolfo eternamente.” 96

images-36Poi levando la voce tra quei sassi
Lo mio maestro di novo sdegnossi
“O voi mondani, miserrimi e lassi
A che vi servirà mannicar l’ossi? 100

E voi, fea Hiacca e bolso Offreddi,
che d’ateismo propaganda fate
se non mutate li vostri falsi creddi
dentro lo laco in eterno bruciate. 104

Uomini di pensiero e di porchetta
che combattete il Santo Benedetto
se non tornate di Cristo alla Pandetta
finirete bruciati in foco infetto. 108

Lo pensiero avete della Chiesa
Li dieci iussi d’Antico Testamento
Perché non deponete l’ira accesa
E ripensate al vostro salvamento? 112

images-37E voi fautori di morte nascente
e voi seguaci di morte calante
state seguendo carruggio demente
state seguendo lo cammino errante. 116

Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtude e conoscenza
lasciate presunzion e state muti
chinatevi al Creatore d’ogni scienza. 120

Canto IV

Tosto lo mio signore disse: “Andiamo
Lasciando i nostri passi al piede alto
Nei tornanti del monte discendiamo
A conoscer dei rettili lo spalto.” 4

images-38Come da Casteldoria il Rosso Monte
Scende colà dove Coghìnas scalda
Così scendemmo piano verso un ponte
Per osservare l’infernale mostarda. 8

Stanchi dell’ire intorno al Monte Rosso
Lo mio duca vedendomi provato
“Siediti per veder dentro lo fosso
Dove scuffan color che han bestemmiato”12

Sul ponte mi sedetti assai compunto
Per pentirmi d’aver invan nomato
Dell’Altissimo il nome e dell’Assunto
Tal che da pecca io fossi liberato. 16

-Peccavi Domine, miserere, peccavi
Per ogni volta che t’ho nomato invano
Che lo tuo nome in sui cieli cavi
Sia benedetto e giù nel globo sano.- 20

Mentre andavo orando tutto smorto
Udì da destra giungere una voce:
Che mi diceva: -Puoi andare assorto
Per te pure lo Cristo è morto in croce.- 24

images-Codesti lucertoni pien di fuoco
Che con la lingua in fiamme van consunti
Sono color ch’ebbero il parlar ciocco
Ché bestemmiar Iddio pria che defunti?- 28

Urlai in quel fragore alla mia guida
-Qui sotto passan li bestemmiatori
qui sotto stan color ch’han perso sfida.-
Mi rispose lo duca irato tra i vapori. 32

“Ahi genti di Toscana e di Milano
Avete bestemmiato lo Signore
Or friggete lo capo e il deretano
In fra codesto liquido in bollore. 36

images-40Ahi Veneti del mare e della terra
Avete bestemmiato il Creatore
Ora la lingua vostra il foco inserra
Ora piangete invano in questo ardore. 40

Giorno verrà che la rubra Toscana
Popolata da genti di bestemmia
A picco scenderà dentro la tana
Dei misfatti a pagare la vendemmia. 44

E delle altre nazioni i popolati
Lo nomar senza ritegno il Creatore
Con lo zolfo e lo foco i lor reati
Salderanno in mezzo a quel bollore.” 48

Tornando a riguardare qualche faccia
Vidi un gran lucertone incarbonito
Con il felzo in testa avea la traccia
Di colui che nomar tutti Benito. 52

“Questi, disse la guida tutta offesa,
ebbe l’ardire di sfidare Iddio
ma tu sai ben come sotto la fresa
sia finito e bolle entro sto rio. 54

Gli fanno compagnia dei camerati
Che come lui osaron bestemmiare
Qui tristi balleranno affumicati
Come di schiuma va a gonfiarsi il mare. 58

Per lustri quattro hanno comandato
Atteggiandosi a duci del vapore
Qui friggeranno tutto il lor peccato
Qui per l’eternità avran calore.” 62

Guardando acuto all’estremo ponte
Notai di lucertoni folta turba
Con in testa lo felz del nero conte
Che si credea d’intelligenza furba. 66

images-41Lo mio saggio maestro incappucciato
Vedendo la gran ressa dei dannati
Si gonfiò d’ira e come forsennato
Comiciò a mandar strali acuminati: 70

“Ahi serva Italia di dolore albergo
Femmina senza vesti e senza senno
Sei sempre adusa a vendere lo tergo
Al primo duce al primo cacasenno. 74

Se ben rifletti di tra i i tuoi confini
Non si fa che cinciar d’oscene cose
E tracannare i più rossastri vini
E torre al buon popolo le rose.78

Perché non ascoltate Santa Chiesa?
Perché voi non adite i libri sacri?
Perché continuate a batter fresa
Su lubrichi argomenti stolti e macri.82

images-42Vi gingillate coi novi strumenti
Sol per mirar falén di seduzione
Odorate di fogne i rii fomenti
che ponno sol menarvi a dannazione. 86

Lo mondo passerà come saetta
La vita in fretta presto vi consuma
E solo per menar la carne infetta
L’eterna libagione ahimé vi sfuma. 90

Tornate ancora mesti e penitenti
Alla virtù che l’omo eleva al Cielo
Non siate dunque come quei sapienti
Che trattano di scienza senza zelo. 94

images-43Italia ahi, ahi, ahi, Italia, ahi
Come la nave Doria vai a fondo
Nel ribollente oceano dei guai
Invece ch’esser un esempio al mondo. 98

Tra balli e canti all’inferno te ne vai
Per li peccati onusti dei tuoi figli
Che qui da gola chioccian tristi lai
Movendo senza posa i loro artigli. 102

Colpiti a morte come in quel di Spagna
Quando un grande torero imbaldanzito
Lo ferisce di punta e arena bagna
Di sangue rubro ancora inferocito. 106

images-44Uomini di blàsfemia lubra e torva
Tagliatevi la lingua maledetta
Pria che a blasfemar di fuor si mova
Che vi apra dell’inferno via diretta.” 110

Canto V

La mia guida tolse via lo sguardo
Da quel torrente di feri lucerti
E smise di minar con fiero dardo
Degl’itali blasfemi i torti certi. 4

“Ora andiamo oltre.” Mi ridisse tosto:
“Oltre questi dannati maledetti
Andiam più giù di questo rubro mosto
Tra li serpenti ottusi a li precetti.” 8

– Di quai peccati si macchiarono questi?-
io chiesi tutto da timore avvinto.
“Di color che ad onorar furon rubesti
Il giorno santo di corona cinto” 12

-Maestro mio non molto vi peccai.-
“Già, oltre cento Messe hai disertato,
Dando cattivo esempio ai figli c’hai
Ed oggi ancor un d’essi fa il reato.”16

Mentre movevo il passo dietro guida
In un boschetto pien di spine e rovi
Udii d’un colpo di strazio le grida
Salir dal ribollir rubro dei covi. 20

images-45Vidi grossi serpenti in rubra melma
Che strisciavan incerti come bisce
Urlando a tutto petto con la flemma
Quanto lor soma capo e coda unisce. 24

Come a Stintino di Ponza i pescatori
Approdan barche onuste di murene
Così del vasto laco tra i bollori
Comparvero serpenti e non falene. 28

images-46“Costoro aspireran della palude i fumi
Come presso le terme gli ammalati.
Dell’onorare Iddio persero i lumi
Qui per l’eternità saran dannati. 32

Dello tempo lo ciclo essi ignoraro
E dell’anno liturgico il percorso
Or la lor festa nello laco amaro
Passeranno in eterno orrendo morso.”36

-Io pure peccavi, miserere peccavi
perdonami Signore non son morto
penitenza farò in questi scavi
perdonami, per me Tu sei risorto.- 40

images-47M’apparve allor di Tobia il Raffaello
-Perdonato tu sei dai torti gravi
che commettesti senza esser rubello
segui lo ciclo con i sentir savi.-44

Allora la mia guida rubra in volto
Cominciò a gridar con fiero piglio
“Onorate lo Dio che vi ha assolto
lo Padre, lo Spirito e lo Figlio .48

Sei giorni avete per li vostri pigli
Ma il settimo donatelo al Signore
Se il male esempio darete a li figli
Finirete come i serpi nel bollore. 52

images-48Invece andate a stadi andate a feste
Ai monti, al mare, alle verdi colline
Pensate al corpo dentro le paleste
E mai pensate alle cose divine. 56

Su cento anni di vita nella sfera
Avete d’ ore cinquecentomila
Eppure fate che venuti a sera
Senz’onorar Iddio per or seimila? 60

Avete tante chiese e più conventi
Dove li sacerdoti dicon Messa
Ma voi li disertate da dementi
Per fare nell’inferno tanta ressa. 64

images-49E tu Bologna, con le chiese sole
Popolerai l’inferno coi tuoi figli
Di serpenti avrai una gran mole
Come nei boschi crescono li tigli. 68

Andate allo stadio e dietro Fiera
Andate a Brisighella a banchettare
Per tutti ci sarà una sorte nera
Per tutti ci sarà di fuoco un mare. 72

Che dire di Fiorenza bella e chiara
Quando li figli tuoi saranno morti
Saran gettati in questa triste bara
E serpenti saran rubri e contorti. 76

images-50Non parliamo di Roma e di Milano
Qui si va a urlare per il fiero Totti
Presso lo tempio dello dio pagano
Dove si fan luminescenti botti. 80

Guerreggiando tra l’Inter e il Milàn
E in duomo così sgombro di devoti
Del Vescovo i discorsi corron van
Mentre a San Siro sprecano le doti. 84

images-51Italia mia d’antichi santi nata
Dei figli tuoi nel laco dei serpenti
Di murene e di serpi gran masnata
Sarà, se lasci Messa e non ti penti.” 88

Tacque il maestro tutto conturbato
E chiesi a lui ripreso dal timore
-E li sardi andranno in quel torbato
Si salveran dal foco e dall’ardore?-92

“O Sardegna un tempo pia e fedele
del decalogo al terzo iusso esatto,
da che lo rubro Marsi pose piede
altro vessillo altro sentier hai fatto. 96

images-52Di pentimento ancor lo tempo avrai
Altrimenti finirai nella palude
Dove li bolognesi mandan lai
Perché lo foco eterno sotto prude.” 100

E chiesi ancora al mio cortese duca
-E chi si salverà da dannazione
degl’italici petti in gran feluca
Nemmen li Prodi e lor generazione? 104

images-53Io so che quelli a Messa vanno
E cercan d’osservar li santi iussi.-
E lui a me- “Da qui si salveranno
Ma per altro è d’uopo che tu bussi.” 108

images-54-E l’Eco Umberto ripieno di jattanza
Riuscirà pure lui a salvar polpa?-
“Quello non salverà manco la panza
in lui s’annida ben un’altra colpa. “112

-E Paolo Prodi del sacro giuramento
Salverà la sua anima pensosa?-
“Egli osservò detto comandamento
E certo salvo riposerà in Certosa.” 116

images-55-Scusa maestro, e la genìa dei Brizzi
che scrivon di continuo e libri fanno?
“Talor col Marsi fecer lazzi e frizzi,
ma lor lo tempo di salvarsi l’hanno.” 120

images-56-Ahi Paolo, Paolo, attento a seguir Messa
Corri tu dal Caffarra con lo saio
E cerca confession e fai promessa
Se non vorrai finir nel mondo baio.- 124

Canto VI

Con il timore del mio caro amico
Che rischiasse l’inferno chiaro e tondo
Caddi come dall’alto cade un fico
E mi parve d’uscir dal losco mondo.4

Il maestro però con un ceffone
“Sveglia” mi disse” Noi or su andiamo
dove lo ponte scende in sul roccione
e tra li gechi rubri procediamo. 8

images-9Debbo condurti sotto quel burrone
Dove altro fiume di foco ardente passa
Se non vorrai finire nel mattone
Senza pagare la dovuta tassa.” 12

-Maestro mio io sono disperato
pensar dovrò ad altro manco iusso
pianger dovrò un altro mio peccato
con l’oblio dei miei prendo lo busso.-16

Rispose lui a me chiaro e palese
“Quante volte li tuoi hai trascurato
senza precar per l’anima cortese
che fantolin al mondo ti ha portato. 20

Né per matre e per patre hai orato
Lungo la vita tua d’eventi piena
Perciò ai rei gechi or ora sei portato
Questa scala proprio laggiù ci mena.” 24

images-57Così scendemmo lungo una montagna
Simìl del Cabiròl la lunga scala
Che di Nettun la grotta si guadagna
Del monte Capo Caccia nella cala. 28

Al posto del liquor c’era lo foco
Che ribolliva come quando il mare
Invece di ristar diventa loco
Allo maestro vollimi accostare. 32

images-58“Guarda mi disse dentro questa bolgia
come codesti gechi fan la danza
sembran carboni in mezzo ad una forgia
quando lo fabbro fa del fer mattanza.”36

-Maestro mio, risposi,- Non son gechi
son grossi come i grossi drillicoco
non senti della danza i tristi echi
omini son pur questi d’esto foco.- 40

“Omini son che non hanno onorato
la matre il patre giusto quarto iusso
dentro sto mare patiscon tal peccato
grosso e feroce resta il loro busso.” 42

Lo patre mio del verso e non del gene
Tenendomi ristretto allo suo fianco
Mi strinse forte viste le mie pene
Fino alla meta dell’ultimo calanco. 48

Presso una quercia rorida e ombrosa
noi ci fermammo a riguardar li gechi
la vista apparve ancor più timorosa
di quanto visto aveam dagli alti spechi. 52

images-59L’anime urlavan come forsennate
da gechi mascherate in foco ardente
e l’un con l’altra si davan zampate
come recluse da testa demente. 56

-Maledetto lo patre che mi ha fatto
sia maledetta la madre genitrice
potessi ritornare come non nato
per non dover soffrire in queste micce.-60

Urlavano talmente così forte
Che mi strinsi vicino allo mio duca
Gridando anch’io:- Giammai codesta sorte
All’oblio dei parenti mi conduca. 64

Signore mio peccavi miserere
Pregherò per mia matre e il patre mio
Di cuor mi pento per tutte le sere
Che per entrambi non implorai il buon Dio. 68

Pregherò, pregherò per tutto l’anno
Nel cercar d’alleviar le loro pene
Se nello Purgatorio tanto affanno
Paton, per via delle mie mene.72

Maestro andiamo qui non si respira
ho visto quanto mal l’omini fanno
quando sfidan di Dio la sacra ira
mancando d’onorar chi vita danno.- 76

“Andiamo disse tosto la mia guida
li fumi di codesta rea masnata
non dovranno fermare la tua sfida,
or vedo che ti penti dei peccata.” 80

images-60Appena così disse il mio signore
Sentiì lo core farsi più leggero
Provai per li antenati grande amore
E dell’amor che n’ebbi n’andai fiero. 84

Partimmo mantinente da quel sito
Verso la bolgia che più giù discende
Percorrendo un sentiero meno ardito
In palude stagnante che piè prende. 88

“Di Caino è la bolgia che ristagna
In questa nebbia piena di vapori
Qui d’anime ree è turba magna
Qui spenti stanno assai gli uccisori.” 92

-Questo peccato giammai io lo commisi
o buon maestro, perciò non darmi scacco-
“Taci “rispose lesto “Non far risi
quante volte hai disiato dare smacco. 96

Quanto volte lo core volle morte
Ti bloccasti pensando alla galera
Altrimenti avresti questa sorte
Non sempre la tua scelta fu sincera.” 100

-Miserere peccavi, misere di cuore
L’istinto tante volte volle morte
Ma pria frenando tutto il mio bollore
Feci la scelta d’una miglior sorte.- 104

“In questo stagno greve e maledetto
Stanno milioni di guerrafondai
Han sembianze schifoso d’un insetto
Che vive e campa sopra i letamai.108

images-61Di grosse blatte han forma li dannati
Scuffano nello stagno senza fine
Si cibano di fuoco e di zolfati
E muovonsi in eterno in questo crine. 112

images-62Qui con Caino giace Stalìn e Hitlér
Qui scuffa Mao e li scherani suoi
Qui pure giaccion brigate di mestier
Qui giaccion e urlan come laidi buoi.” 118

Canto VII

Tacque la guida del mio peregrinare

Per lachi e stagni pien di zolfo e foco
Tacque e per un tratto volle avante andare
Lasciandomi da lui lontano un poco. 4

-Maestro mio ché solo tu ten vai
Mi vuoi lasciar soffrire in esto loco
che brucia polpe e non s’arresta mai
dal timor io potrei venirne ciocco.- 8

Si fermò lui ancor pensoso e mesto
“Codesti che nel foco van bruciando
Han ridotto la storia come un pesto
Tutto ciò la tristezza mi sta dando. 12

images-64Omini senza cuore e senza senno
Han praticato l’odio e non l’amore
Han voluto imitare il fiero Brenno
Invece di seguir Nostro Signore. 16

Sotto le stelle del firmamento cavo

A mani alzate a Dio precar dovranno
L’omini se vorran lo mondo salvo
Se non come a Gomorra periranno. 20

Color che la ragione idòl han fatto
Color che andati son dietro li sensi
Color che i sentimenti han soddisfatto
Color che credon ne li corpi densi 24

images-65Una con quei che dietr’ Aistain vanno
Oppure a Niutòn danno credenza
Quando lo mondo finirà sapranno
Che il lor saper non fu che parva scienza. 28

Omini di cervello molto corto
La sapienza divina è tanto vasta
Che lo vostro saper è solo un orto
Chinatevi al Creator questo vi basta. 32

Avete voi seguito quella rotta
Che spinse Ulìs a correr per lo mare
Vi troverete in bolgia a schiena cotta
Con li teoremi vostri e le fanfare. 36

Ascolta tu che alla potenza miri
Ascolta tu che la ricchezza vuoi
Eco lontano d’annaspanti ghiri
Per i campi muggito sei dei buoi 40

images-67Come passati son l’imperi Astechi
Passeranno le brame forsennate
I vostri disiar diverran secchi
Le vostre casse verranno bruciate. 44

America Europa e Cina intera
Con li gingilli vostri brucerete
Di voi non resterà in ammosfera
Che li fumi di poche sigarette. 48

Africa e India e Oceania tutta
Finirete in frantumi come cocci
In una pozza orrenda laida e brutta
Che per lo piagner non ci saràn li occi.” 52

Tacque lo mio maestro infuriato
E attesi un poco pria di fare moto
E chiedergli il perché del profetato
Con quella voce e con quell’arcigna foto. 56

images-68Riprese poi a camminare in giuso
Lungo la costa d’un burròn profondo
Tal qual vid’io allungando lo muso
A Teriàl di Baravàl nel fondo. 60

Dove li avi miei furon felici e paghi
Con pecore con capre e con sementi
con frutti ed orti e l’arte degli aghi
che l’ava mia tesseva a chiare menti. 64

Ma mentre al fondo delle Valli amate
Di Claramonte mia patria adorata
Scorreva lo Giuntùras con cascate
Quivi accogliendo un’orrida masnata 68

images-69Scorreva un fiume putrido e fetente
Di ributtanti e viscide anguille
Che si facean gestir dalla corrente
Che mandava di schiuma assai scintille. 72

Mi volsi alla mia guida spaventato
-Mio duca, mia difesa, mio signore
chi navica in quell’orrido fossato
lo puzzo è tanto e greve lo fetore?- 76

images-70Rispose lui a me pronto ed esatto
“Qui navican le schiere di coloro
che soli o in compagnia hanno peccato
usando il tatto senza alcun decoro. 80

Del corpo han fatto abuso forsennato
Gettando via li semi invan fioriti
Come facea Onàn nel tempo andato
D’Israel dispregiando i chiari orditi. 82

Quivi egli corre insieme a quella schiera
Che il sesto e il nono iusso calpestò
Gli adùlteri qui van lungo la ghiera
Qui lo dragon lussuria rimestò-86

-Peccavi-urlai-peccavi miserere mei
pur io tra queste anguille dovrei stare
Cotanto gravi furon li peccati miei
Lontan da questo rio or voglio andare.- 90

“Dovrai girar ancora in queste sponde
or dunque discendiam lungo la riva
lungo il costone che racchiudon l’onde
dovrai soffrir ancora in questa stiva.” 94

Scendemmo in un sentiero assai ristretto
Lungo il roccione immane e rubro molto
Alla guida m’accostai con pio rispetto
Mentre da fier dolor venivo colto. 98

Giunti che fummo lungo quella riva
Caddi per terra come un sacco pieno
Uscì dalla mia bocca alla deriva
Amara bava ed io lì venni meno. 102

In quell’orrido andar della corrente
Mentre giacevo nella spiaggia smorto
Udii una voce chiara e onnipotente
-Cristo per te é morto ed è risorto!-106

images-71Michele ricomparve dentro il sogno
-Ti sei pentito ed ora vai assolto,
ma di peccare ancor non hai bisogno
perciò di penitenza fanne molto.- 110

Mi risvegliai accanto allo mio duca
Che mi diede la mano per levarmi
“Per questi liti è ben che ti conduca
e senza tema tu dovrai ascoltarmi. 114

Qui giaccion le falén del Novecento
Che diedero la stura al mondo intero
Dimenando le gambe a pieno vento
Mostrando poppe con lo basso intégro. 118

Qui come anguilla altero si dimena
Lo sciocco Valentino impomatato
Qui scuffa dentro la corrente piena
E manda fuor lo puzzo d’un fognato.” 122

Canto VIII

images-72Qui giace lo d’Annunzio dello Bruzzo
Come un’anguilla simil a un delfino
Qui giace e mandan orrendo lo puzzo
Le donne tutte che gli fur vicino. 4

Giace qui Marilin la scandalosa
Tra gli ardenti vapori va gridando
Perse il pudore e diede la sua rosa
Ad illustri campioni di comando. 8

Giacciono qui le donne scostumate
Che si gloriaro dei loro peccati
Qui da scintille sono circondate
La corrente le mena con boati 12

Chiesi al maestro timido e cortese
-E di Bologna e Fiorenza c’è ressa?
“Qui tutti puzzan per le loro intese
Con furori carnal che foco intessa. 16

images-73Ahi Bologna e Fiorenza tutta
Avete colto l’albero e la mela,
delli piacer giunti siete alla frutta
dei vostri mal tessuto avete tela.”20

-Maestro mio e li omini di Stato
Faran tutti la fine delle anguille
Scuffando il brago di questo torbato
Di peccati costor già ne fan mille?- 24

“ Se non muteran vita e compagnie
anch’essi qui verranno a banchettare
saranno abbruciacchiati in queste vie
e in aeternum qui dovran scuffare.” 28

images-74-Maestro e quei della Smeralda Costa
Saranno tutti arrosto in esto fiume?-
“Di quelli non si salverà nemmen la crosta
Patiranno in codeste losche brume.”40

-E Las Vegas, Parigi, e Carlomonte
Dove li giocator si vendon panno?-
“Viscide anguille qui faran da ponte
E per l’eternità patiran danno.” 44

-E li chierici da lussuria avvinti
In esto ardente foco periranno?-
“Nessun di lor si salverà coi cinti
Ma nell’eterno brago scufferanno.” 48

-Maestro mio, e di Ollywood li attori
Avranno d’essi qui la lor doglianza?-
“ Periran tutti infra questi bollori
e qui porranno fine alla lor danza.” 52

“Deh lasciamo oramai questa puzzagna”
Dissemi lo maestro pien d’affanno
“ Or lasciamo del fuoco la cuccagna
a quest’anime prave e il grave danno. 56

images-75Ora in alto noi leviamo il piede
Dove la grande turba dei ladroni
di rossastri ramarri ove risiede
nel grande laco dietro quei roccioni.” 60

Come sopra la villa di Gallura
Sovrastan monti come biechi denti
Così del laco attorno alla cintura
Dei ladri il foco mandava fomenti. 64

images-76Udimmo le urla di sti forsennati
Che avean rubato sia nel mar sia in terra
Che per l’eternità verran bruciati
Nel rubro laco che lor corpi inserra. 68

E come nella borsa di New Iork
Li agenti gridan come gli ortolani
Così gridavan tutti i laidi pork
Che rubato avean a piene mani. 72

“Tutti i mercanti dello mondo intero
da Londra, da Parigi e da Milano,
da Pechino da Tokio e d’Asia impero
di certo andranno in codesto pantano. 76

Color che di ricchezza cinti vanno
Se questa avranno colta con reato
Qui dentro a nuoto con cocente affanno
Patiran in eterno il lor peccato 80

-E d’Ichnusa li sardi pastori
Che ruban capre e pecore altrui?-
“Anche costoro dentro quei calori
arrostire dovran nei vani bui”. 84

-Maestro, e della mafia i biechi latri?-
“Di certo finiran qui abbrucciachiati
e per foco verran rubesti e macri.
Con doppia pena per doppi reati!” 88

-E Catilina con tutti i governanti
che han preso li dinari sottomano?-
“Qui patiran codesti altri birbanti
E del profondo laco avran sottano.”92

Di poi ch’ebbe risposte alle dimande
Lo duca si fermò puntando il dito
E dell’Italia intér contro le bande
Feroce si scagliò con quest’ordito: 96

images-77“Italia mia, tu puoi andare allegra
Ché dell’inferno i figli tuoi son osti
Sani di corpo e d’anima ben egra
Invan da Paolo e Piero salva fosti. 100

Tu il vicario hai di Cristo in terra
Ma di ciò tu non fai profitto alcuno
In figli tuoi si fan continua guerra
Che nei lachi d’inferno fan raduno 104

Tu blasfema, tu superba, tu impudica
Tu ostel di ladri e di lussuria albergo
Sfidi lo Ciel perché ti maledica
Al vero, al buono, al santo porgi tergo. 108

Muta costumi e muta il tuo tracciato
Ripercorri le sante vie del pellegrino
Pensa all’eterno e ai santi del passato
E immantinente muta il tuo cammino. 112

O gente senza fede e senza senno
O gente catta da bieca letizia
Apprendete dal foco cui fo cenno
Per iniziar la via della mestizia. 116

images-78Ponetevi il cilicio attorno ai fianchi
Chinatevi al Signor che vi ha creato
Di dar la pace giammai siate stanchi
Lasciate le vie contorte del peccato.” 120

Canto IX

“Andiamo dunque senza più guardare
li testimoni falsi che qui stanno
tra li ladroni debbono bruciare
non ti voltar per mirarne l’affanno.”4

Così ci allontanammo da quel laco
D’anime prave per l’eterno andare
Provai allora quel che prova il baco
Quando farfalla inizia a diventare. 8

Leggero mi sentii nel camminare
Dietro la guida che procedeva lesta
Nulla mi disse del suo peregrinare
Mentre mirava di un monte la cresta. 12

Gridai: – Maestro, or dove noi andiamo?
Perché così veloce tu procedi?.-
“ E’ l’ora che di qui ci dipartiamo
La meta c’è se pur tu non la vedi.” 16

-Come farò a tirar lo soma in suso
da questa mal puzzagna così fonda?-
“Movi la testa e leva alto lo muso
dobbiamo navicar per altra sponda.” 20

-Io qui mi fermo ché non ho altra possa
voglio restare in questo loco aperto
che s’allontana da quell’orrida fossa
sebben io veda ch’è loco diserto.- 24

images-79“Solleva i passi avremo certo aita
da Colei che a te mi mandò presto
per salvarti dell’anima la vita
per condurti lontano dal capestro.” 28

Immantinente obbedii al duca
Più svelto procedendo dietro lui
Lasciandomi alle spalle la caduca
Che sol offriva a me scenari bui. 32

Marciammo allora verso l’alto monte
Lasciando dietro quella laca amara
Cercando nuovo lito nuova fonte
Come nei torni del monte Limbara. 36

images-80Giungemmo dopo tanto camminare
Ad un pianoro dove scorrea un fiume
Che mandava dei fumi di solfare
Tanto che di veder persi barlume. 40

-Maestro- dissi – Qui la vista manca
e l’acqua bolle tanto che mi scalda
come noi passeremo all’altra tanca
senza una barca e senz’alcuna falda?- 44

“Figliol non ti spaventi la corrente
non è acqua d’inferno ma lavacro
a guadar questo corso poni mente
dai tuoi gravi peccati sarai macro. 48

E non ti brucerai come quel giorno
Che tanta acqua bollente ricevesti
E lo latere e lo braccio tutto attorno
Senza pelle per tempo tu vedesti. “ 52

-Mio signore e mia guida a te m’affido
Prendimi per la mano e me conduci
Così che veder possa l’altro lido
E riveder lo monte e l’altre luci.- 56

La man sinistra presemi il signore
E mi condusse dentro la corrente
Che tutta mi lambì senza dolore
A camminar su rena posi mente. 60

In certi tratti fui tutto sommerso
Ma presto risalii per respirare
La guida non lasciavami disperso
che all’altra riva mi dovea portare. 64

Sull’acqua mi muovevo con destrezza
Così come un tempo andavo fiero
D’ire nuotando al mover della brezza
Sul mar di San Giovanni in quel d’Alghero. 68

“Vedi figliol la fede ti ripaga
di muoverti tra il correr d’esto fiume
non devi più temer l’ondata vaga
che presto ti darà nettezza e lume.” 72

images-81Così dicendo mi trasse alla riva
Dove rividi alto levarsi il sole
In su lo monte che ante appariva
Pria che dall’orror levassi suole.74

“Or dalle scorie tu ti sei lavato
lo soma tuo s’è fatto puro e schietto
come divenne dopo battezzato
il tuo spirto or si che può ir netto.”78

Così mi disse dolce il mio signore
Ed io felice come un pargoletto
Gettai le braccia e lo strinsi al mio cuore
Con tanta gratitudo e tanto affetto. 82

“Ringrazia sol la Vergine Maria
che mosse i passi per la mia venuta
per ricondurti nella retta via
dopo le sette volte sette e una caduta.” 86

Allor dal core sorse una preghiera
Per la Signora di sol rivestita
Che mai permise che venuto a sera
Non ricevessi tosto la sua aita. 90

images-82-Madre mia dolce dal riso celeste
Che sempre proteggesti questo figlio
Dal dì che giunser le giornate meste
E persi matre e patre in un sol piglio. 94

Tu di me il pianto, cogliesti ogni sera
Degli anni giovanili e degli adulti
Nei tempi amari di grande bufera
Nei giorni che mi diedero gl’insulti. 98

Tu non mi abbandonasti nell’errore
Mi riportasti nel retto sentiero
Ed io sento per te profondo amore
E d’essere tuo figlio i’ son fiero. 102

Mentre il percorso volge della vita
E i miei giorni vengono alla fine
Dammi vigore per questa salita
Addolcisci col riso queste chine. 106

Ai figli e alla donna del mio cuore
Dona luce e vigore nell’andare
Porta presso di lor Nostro Signore
Così che tutti in Ciel li possa amare. 110

Agli amici a tutto il mondo intero
Dona pace e manda via la guerra
Fa che l’umanità da Santo Piero
Possa essere accolta nella serra . 114

Tu Madre, tu Figlia del Creatore
Tu preservata da ogni imperfezione
Donaci fede speranza e amore
E dentro il cuor sincera compunzione.” 118

Canto X

Pregato ch’ebbi la Madre di Dio
Mirando il monte di sole illuminato
Le ginocchia levai con atto pio
E dello duca mio cercai il costato. 4

“Orsù andiamo.” Egli mi disse
“Pariamoci a salire questo monte
suso lo quale mancano le risse
ché del bel Paradiso è messo a ponte. 8

Lasciamo tosto il rivo e il pianoro
Dietro le spalle per andare in suso
Mentre brilla nel cielo il disco d’oro
Si che lo capo rivolgiamo in giuso. 12

images-83Qui dovremo salir su sette balzi
Avvolti da una nebbia cilestrina
Li penitenti si muovono scalzi
E vanno orando da sera a mattina.” 16

Disse lo duca mio con chiaro accento
“Costor dai vizi capitali furon presi
ma si pentiron nell’ultimo momento
così al foco eterno non son resi.”20

Gli chiesi allor: – Maestro il foco offende?
L’anima brucia e la soffranza mena?-
Risposemi cortese:”Sofferenti li rende
Ché dallo foco ricevon forte pena.”24

– Che differenza fan con quei d’inferno?-
“Costor per tempo breve rimarranno
quelli dannati sono per l’eterno
questi un giorno in cielo saliranno.”28

“Quelli odio nel cor nutricheranno
costor d’amor divino sono pieni.
Quelli fuor della grazia periranno
Costor attendon ch’angelo li meni 32

Nei vari giri d’eterna letizia
Pel gaudio eterno tra gli angeli e santi
Ma qui patiscon profonda mestizia
D’esser lontani dall’armonia dei canti.”36

images-84-Con nostra prece forse andranno avanti?-
“Certo, figliol, con i vostri suffragi
costor pregustan la vision dei santi
e lor cammin procedon meno adagi.” 40

-Maestro, se il mio chieder non è sciocco,
perché quei d’inferno sono sì dannati
mentre costor del perdono hanno il tocco
forse i purganti son solo fortunati?- 44

“Figliol non è fortuna né ingiustizia
quei dell’inferno volontà lor sospinse
e del purgarsi non scelsero mestizia
allo dragone amor forte li cinse.” 48

images-85Nel dolce mondo non li mosse amore
Del dolce Cristo non colsero il soffrire
Superbia e invidia vinse il loro cuore
Scelsero per l’eterno di morire.” 52

-Uomini stolti e pieni di baldanza
Perché vivete senza fede alcuna
Solo pensate a ristorar la panza
Ignorando le stelle con la luna. 56

Insultate i credenti con disprezzo
Li dite creduloni e gran bigotti
Al dragone vi date senza prezzo
E non pensate che verrete cotti. 60

Andrete al foco eterno volentieri
Per diventar di satana i carboni
Deh, vi scongiuro, lasciate quei sentieri
Chinate il capo pria che squilla suoni.- 64

“Bravo figliol, mi disse la mia guida,
color che senza fede in giro vanno
di satana oramai senton le grida
e senza pentimento periranno. 68

Al posto della fede hanno un carbone
Al posto dell’amore hanno il disprezzo
Dell’inferno pregustan guiderdone
L’anima hanno venduto a vile prezzo. 72

images-86Saliamo or dunque al dilettoso monte
Che dopo la soffranza porta amore
Che tra la terra e il ciel è dolce ponte
Che l’estasi divina accende il cuore. 76

Prepara il cuore a sentir la speranza
Dell’anime che vanno a salvamento
Conserva nel tuo cuore la costanza
Moviamoci alla brezza d’esto vento. 80

Udimmo ai primi passi del sentiero
Che intorno cingeva la montagna
Un canto dolce, profondo e sincero
Che provenir parea da turba magna. 80

images-87-Venite andiamo al monte del Signore
al tempio del Dio Santo d’Israello.
Perché ci mostri le vie del suo cuore
E ci nutrica con latte e dolce miello. 84

Vindice pur sarà di tutta l’orbe
Quando radun faran in Giosafata
Vomeri forgeran non armi torbe
E felici saranno nella vallata . – 88

Questo neniar dal gregoriano tono
Aleggiare pareva in quel sentiero
Ed in silenzio ci gustammo il suono
Io e il maestro con cuore sincero. 92

Come un tempo di Limbara i tornanti
Ansimando salivo con fatica molta
Ora legger mi movevo al duca innanti
All’udire li salmi della turba folta. 96

Pensavo alla mia sorte al mio cammino
Pensavo alla mia vita, ai miei compagni
Pensavo alla dolcezza del voler divino
Pensavo ai santi e alli spiriti magni. 100

images-88Pensavo a San Matteo e a Santa Giusta
Pensavo a Santa Giulia e a Sant’Elia
Pensavo a Maddalena la Vetusta
Pensavo all’ore della vita mia. 104

Così salimmo per cinquecento passi
Giungendo ad un pianoro pien di nebbia
Ci sedemmo accanto a grigi sassi
Mentre un vento legger faceva trebbia. 108

A noi venir vedemmo all’improvviso
Una gran turba piena di mestizia
Tutti il petto battevansi e il viso
Aspirando del Ciel somma letizia. 112

Ci notarono e pien di maraviglia
Vennero intorno a noi per conversare.
Per più vederci aprirono le ciglia
E il mio maestro cominciò a parlare. 116

“Anime sante diteci chi siete
in questa valle di mestizia tinta
da noi soltanto preci voi avrete
che verso il Paradìs vi dia la spinta.” 120

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20 Novembre 2009 - Categoria: cultura

Michele Giua di Paolo Amat di San Filippo

Giua con dedicaMichele Giua nacque a Castelsardo, il 26 Aprile 1889 da Lorenzo e da Paolina Bitti. Conclusi gli studi secondari a Sassari, frequentò l’Università di Roma dove si laureò in Chimica Pura nell’Anno Accademico 1910-1911 col professor Giulio Bargellini. Nel 1911, un anno dopo la morte di Stanislao Cannizzaro, fu promotore, nell’Istituto Chimico di Via Panisperna, di una cerimonia solenne in onore del professore defunto, durante la quale, facendone la commemorazione, ne scoprì il busto.

Nel 1911 un suo articolo dal titolo: “La radio-attività e le teorie scientifiche ”, fu pubblicato nel quarto numero del periodico Pagine Libere.

I risultati dello studio sulla sintesi d’alcuni derivati del naftalene, argomento della sua tesi, gli consentirono di frequentare nel semestre invernale 1911-1912 presso l’Università di Berlino, il Laboratorio di Chimica Organica del celeberrimo professor Emil Fischer.

Dal Maggio 1912 al Marzo 1915 fu Assistente nel Laboratorio di Chimica Industriale della Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri di Milano diretto dal professor Ettore Molinari, contemporaneamente, a Milano fu consulente della Società Italiana Prodotti Esplodenti (SIPE).

Dal 1915 al 1917 fu Assistente a Roma, prima nel Laboratorio Chimico della Sanità Pubblica diretto dal professor Emanuele Paternò, e successivamente nell’Istituto Chimico dell’Università diretto dallo stesso professor Paternò.

Con la moglie Clara Lollini, chimico anch’essa, sposata nel 1913, pubblicò, nel 1914 per i tipi della Hoepli, il “Manuale delle acque minerali artificiali”, e nel 1915 sempre con lo stesso editore, la traduzione italiana della “Storia della Chimica” di Ernst von Meyer.

Nel 1916 conseguì la Libera Docenza in Chimica Generale presso l’Università di Roma e tenne in quell’Ateneo, nell’Anno Accademico 1916-1917, il Corso Libero di “Sostanze Esplosive”.

Nel 1917, sempre per i tipi della Hoepli, in collaborazione con la moglie, pubblicò il libro: “Combinazioni Chimiche fra Metalli”, che vinse il premio messo a concorso dalla Fondazione Cagnola, presso l’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere di Milano, libro che fu tradotto in inglese e pubblicato nel 1918, a cura della Chemical Society di Londra.

In quell’anno 1917 su proposta unanime della Facoltà Medica dell’Università di Sassari, fu incaricato, per gli Anni Accademici 1917-1918, 1918-1919, e 1919-1920, dell’insegnamento di Chimica Generale, e della direzione di quell’Istituto.

Nel 1919, sempre per i tipi della Hoepli pubblicò il libro: “Chimica delle Sostanze Esplosive”

Divenuto, nel 1920, Assistente del professor Felice Garelli, Direttore dell’Istituto di Chimica Organica Industriale del Politecnico di Torino, fu incaricato del Corso di “Chimica Organica” per gli Anni Accademici 1921-1933, esclusi i due anni, nei quali fu incaricato del Corso di “Tecnologie Speciali”.

In questo periodo fu l’autore di molte voci della corposa ” Nuova Enciclopedia di Chimica Scientifica, Tecnologica e Industriale” pubblicata a cura dei professori Icilio Guareschi e Felice Garelli.

Nel 1923, ancora per i tipi della Hoepli, pubblicò la traduzione dall’inglese del famoso “Trattato di Chimica Fisica” del Jones

Dal 1926 al 1933 tenne, presso l’Accademia e Scuola d’Applicazione d’Artiglieria e Genio di Torino, i Corsi di “Chimica Organica”, “Aggressivi Chimici”, e “Esplosivi”, e per la Scuola di Perfezionamento in Balistica e Costruzioni d’Armi e d’Artiglieria, annessa al Politecnico di Torino, il Corso di “Esplosivi di Guerra”.

Nel 1928 pubblicò, per i tipi della Rosemberg e Sellier di Torino, gli “Elementi di Chimica Organica”.

Nel 1930 fondò il periodico “ Rivista di Chimica Scientifica e Industriale”, che però non superò il primo anno di vita.

Nello stesso anno, in collaborazione con la signora Clara, pubblicò, ancora per i tipi della Rosemberg e Sellier, l’utilissimo piccolo “Dizionario Tedesco-Italiano per le Scienze Chimiche ed Affini”.

Negli anni 1932-33, pubblicò, per i tipi della Rattero di Torino, i tre volumi delle “Lezioni di Esplosivi ed Aggressivi Chimici” .

Negli anni 1933-34 ancora in collaborazione con la moglie pubblicò, sempre per i tipi della UTET il “Dizionario di Chimica Generale e Industriale” in due volumi, dizionario che fu ristampato dalla stessa casa editrice, in tre volumi, negli anni 1948-49.

Nel 1946, dopo la forzata inattività pubblicò, per i tipi della Chiantore di Torino, la “Storia delle Scienze ed Epistemologia”, “La Chimica e la Vita Organica”, la “Storia della Chimica”, e i “Ricordi di un ex detenuto politico”.

Nel 1955, la libreria Levrotto e Bella di Torino pubblicò le dispense del suo Corso “Chimica Organica Industriale: Esplosivi, Sostanze Coloranti, Materie Plastiche”.

Nel 1956, per i tipi della Vallardi di Milano, pubblicò “La Chimica nella Vita Sociale”.

Negli anni 1957-63 pubblicò per i tipi della UTET di Torino il “Trattato di Chimica Industriale” in otto volumi che, dopo la sua morte, rielaborato da alcuni suoi allievi fu ristampato dalla USES di Firenze in dieci volumi.

Nel 1963, Nicola Abbagnano nel secondo volume della sua Collana “Storia delle Scienze”, incluse la rielaborazione della “Storia della Chimica” del 1946, abbondantemente ampliata.

Oltre a 10 monografie riguardanti la Storia e i Fondamenti della Chimica, ad onta del lungo periodo di forzata inattività, il professore pubblicò, col suo nome 94 articoli, e altri 21, sotto la sua supervisione, col nome dei suoi allievi.

Fu relatore, dal 1951 al 1964 di ben 225 Tesi di Laurea, 70 delle quali sperimentali, e di 160 sottotesi.

Le sue ricerche sui nitroderivati aromatici e non, servirono, anni dopo ad altri scienziati, per formulare la teoria delle sostituzioni nucleofile aromatiche, e lo resero, anche all’estero, il più noto esperto d’esplosivi d’Italia. L’”Encyclopedia of Explosives and Related Items”, pubblicata, in dieci volumi, negli anni 1970-80 dall’Arsenale Militare di Picatinny, nel New Jersey, negli USA, lo menziona come tale.

Nel 1933 per essersi rifiutato d’iscriversi al Partito Fascista, perse il posto d’Assistente al Politecnico, e l’incarico d’insegnamento all’Università. Pur avendo, per la sua fiera decisione, perso il posto d’Assistente ordinario e l’incarico d’insegnamento universitario, la Scuola d’Applicazione e le Scuole Speciali Militari gli confermarono gl’incarichi d’insegnamento.

Classificatosi al secondo posto nella terna dei vincitori del concorso per la Cattedra di Chimica Generale dell’Università di Perugia, non ottenne la Cattedra.

Socialista per tradizione familiare e militante del Partito fin dal 1904, aderì al movimento antifascista torinese “Giustizia e Libertà”.

Arrestato, per cospirazione politica il 15 Maggio 1935, su delazione di Dino Segre, in arte “Pitigrilli”, fu condannato, il 28 Febbraio 1936 dal “Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato” a quindici anni di reclusione. Ne scontò otto di carcere duro nei penitenziari di Castelfranco Emilia, Civitavecchia, e San Gimignano.

Durante la sua detenzione patì tre gravi lutti, la morte del padre Lorenzo, quella del figlio Franco, e nel 1939, quella del figlio ventiquattrenne Renzo, Capitano delle Brigate Internazionali, caduto in Estremadura durante la Guerra di Spagna.

Nel 1945, nominato dall’ammiraglio Stone Presidente della Commissione d’Epurazione, svolse questo delicato incarico con grande senso di giustizia e d’umanità, alieno com’era da qualsiasi risentimento o desiderio di rivalsa.

Deputato alla Costituente, fu Consultore Nazionale e fu uno dei 75 che elaborarono la Carta Costituzionale.

Senatore del Partito Socialista Italiano nella prima e nella seconda Legislatura, fu anche Consigliere Provinciale a Torino.

Incluso nel 1948, per effetto della revisione del Concorso per la Cattedra di Chimica Applicata dell’Università di Genova, che era stato espletato nel 1936, giusta il D.L.L. 5 aprile 1945, n. 238, nella terna dei vincitori, fu nominato professore straordinario di Chimica Organica Industriale presso la Facoltà di Scienze M.F.N. dell’Università di Torino, il 16 febbraio 1949.

Conseguì l’ordinariato il 20 Marzo 1952; lasciò il ruolo per sopraggiunti limiti d’età nell’ottobre 1964; morì a Torino il 25 Marzo 1966.

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20 Novembre 2009 - Categoria: versos in limba

Sonetto di Raimondo Piras a cura di Paolo Amat di San Filippo

Poesiola scritta dal poeta dialettale Remundu Piras in occasione del matrimonio del Principe Umberto di Savoia con la Principessa Maria Josè di Brabante

Sa curiosidadi de Maria Josè

Maria Josè hat preguntadu

su prinzipinu cun ingenua fintzione:

“Cale tra Belgiu e Italicu Istadu

est pius mannu ‘e istensione?”

“Est pius manna s’Italia” l’ha nadu

Umberto. Ma sa notte ‘e s’unione

Umberto intro su Belgiu hat collocadu

tota s’italiana nassione.

Maria Josè hat nadu assora.

“intro su Belgiu b’istat sa benigna

Italia e bi avanzat logu ancora”.

Ma, respundet Umberto a sa maligna:

“No chi sas duas isulas sun foras,

Sicilia no b’istat nè Sardigna!”.

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