Categoria : memoria e storia

Suor Luisa (1930-1976) al secolo Emma Stella Maria Brambilla(1904-1976)

Emma Stella Maria Brambilla (Bergamo 1904, Cagliari 1976)

Emma Stella Maria Brambilla nacque a Bergamo il 26. 2. 1904 da Michele , affermato grossista di tessuti e da Emilia Cividini, casalinga.

Emma, così venne sempre chimata in famiglia , fu la primogenita di cinque figli: Giuseppe (1905), Angela (1906) Paola (19O8) Alfredo (1912).

L’ambiente familiare era caratterizzato da una profonda fede religiosa, da un’agiatezza economica decorosa, da un forte senso degli affetti familiari.

La bambina di sana costituzione trascorse serenamente gli anni della fanciullezza. Frequentò le scuole elementari comunali di via Borfuro(1910-1915) e successivamente le scuole tecniche all’Amedeo di Savoia (1916-1920). La ragazza , pur nella sua vivacità , si prodigava generosamente per i fratelli e le sorelle venuti dopo di lei.

La famiglia numerosa, sviluppò nella ragazza quel carattere materno e altruista che da adulta doveva distinguerne la personalità.

Ultimati i tre anni delle scuole tecniche di primo grado (1915-1918) i genitori pensarono di iscriverla a quelle di secondo grado per il conseguimento del diploma superiore.

L’ormai avviatissima azienda paterna, costituita da un negozio e da magazzeni di stoffe da vendere all’ingrosso, richiedeva del resto una competenza specifica nel settore.

La ragazza, ormai sedicenne, prometteva bene data la capacità che dimostrava nel sapersi districare sia nella contabilità aziendale sia nei rapporti con i clienti.

Nel 1920, il padre cadde ammalato ed Emma con dispiacere fu costretta a ritirarsi dall’ultimo anno della scuola tecnica superiore per dedicarsi con i fratelli all’azienda paterna.

La crisi economica che travagliava l’intera Italia travagliava anche l’industriosa città di Bergamo. La giovinetta, coadiuvata dal fratello Giuseppe e da qualche dipendente, non solo mantenne, ma ampliò l’azienda familiare.

Secondo le testimonianze familiari sapeva trattare con i clienti e svolgere la sua fruttuosa attività commerciale. Per la famiglia si aprivano buone prospettive. I genitori di Emma erano orgogliosi di una figlia così affettuosa ed impegnata negli affari dell’azienda. Tra il 1919 e il 1929 l’aziend Brambilla divenne una delle più floride di Bergamo nello storico quartiere di Sant’Orsola non lontano dalla chiesa parrocchiale di Sant’Alessandro.

Dopo dieci anni di intensa attività commerciale in cui la giovane dimostrava capacità e bravura ecco a guisa di un fulmine a ciel sereno che cosa accadde. La giovane Emma che peraltro era sai corteggiata e poteva aspirare ad un buon matrimonio nella sua Bergamo, manifestò ai genitori il desiderio di entrare a far parte delle Figlie della Carità.

Agli inizi la cosa fu presa sullo scherzo, ma con il passare dei giorni, la determinazione della giovane gettò nello sconforto l’intera famiglia: questa scelta significava l’abbandono di un’attività così promettente per genitori e figli che potevano contare su un sicuro posto di lavoro.

Emma non si perse d’animo e quasi sfida la Provvidenza decide che si farà suora se riuscirà ad assicurare la tranquillità economica ai suoi . Con non poche difficoltà, ma al tempo stesso con la ferma volontà di riuscire nel suo intento, vende le stoffe, salda i conti con i fornitori, mette su un discreto capitale per i genitori, riesce a sistemare alla Cariplo il fratelllo Giuseppe, rinuncia alla sua parte di eredità, acquista degli immobili per assicurare l’avvenire ai suoi e il 2 febbraio parte senza indugi per Torino per entrare nel seminario delle Figlie della Carità di via san Salvario .

La commossa testimonianza della sorella Paola aprono spiragli di profonda umanità in tutta questa vicenda del distacco.

Emma trascorre un anno di seminario a Torino (1929) e successivamente presso la Casa Madre di rue du Bac a Parigi(1930).

Si preparara del resto a partire per la Cina. Tutto è pronto per la partenza, mancano gli ultimi incartamenti. In Cina però ha inizio proprio in quei giorni “la rivoluzione dei boxers” e la situazione sconsiglia l’invio di religiose, Suor Brambilla viene chiamata dai superiori per la nuova destinazione. Gli viene detto” La sua Cina è la Sardegna presso la casa Divina Provvidenza di Sassari”.

“I Cronici” così era denominata Sassari la “Casa”, era una tra le tante opere assistenziali che nell’assoluta assenza dello Stato, la “famiglia vincenziana” operante nell’isola dalla metà dell’Ottocento aveva voluto fondare.

L’idea di far sorgere un “asilo per gli abbandonati” era stata proposta dal carismatico prete della missione, il lombardo Giovanni Battista Manzella, alle “Dame” che festeggiavano nel 1909 il cinquantenario della loro istituzione a Sassari.

Nel 1910 era stato lui ad invogliare le Dame a dare inizio all’opera che sia pure con difficoltà, nel corso degli ultimi trent’anni andava consolidandosi a tal punto da ottenere dal Ministero degll’Interno l’erezione in ente morale.

Quando suor Brambilla nel maggio del ’31, giunse a Sassari “La Casa” era costituita da un fabbricato che andava ingrandendosi lungo Via San Pietro nel popolare rione delle “Conce”.

Vi erano passati oltre un centinaio di ospiti ammalate croniche ed era presente qualche anziano e tre sorelle in tenera età. Era stato aperto anche un asilo per i bambini del quartiere.

Ad accogliere la ventisettenne vivace suora bergamasca furono la bresciana superiora Anastasia Biassoni, la trevigliese suor Adelaide Aresi, la lombarda suor Teresa Penati, le consorelle sarde Anna Marongiu, sassarese, Maria Teresa Cuccu, ozierese, Maria Murgia, oristanese. La salutarono calorosamente anche la presidente Maria Teresa Pittalis Zirolia, le nobildonne Caterina Spada, Maria Angioy Galeazzo, la contessa Giovanna d’Ittiri, Maria Bellieni, le borghesi signore Costantina Pinna Medda e la signorina Antonia Piredda, tutte dame facenti parte del Consiglio di Amministrazione della “Casa”.

Prese come d’uso il nome di religiosa di suor Luisa che mantenne per tutta la vita.

Suor Luisa ricevette l’incarico dalla superiora suor Pia Biassoni di coadiuvare le dame nel Consiglio di amministrazione: libro mastro, registro degli ingressi, elenco dei fornitori. Rimase di stucco. Si era fatta suora serva dei poveri per tornare alla noia della contabilità aziendale, proprio quella che credeva d’aver definitivamente abbandonato nel lasciare la famiglia. Dopo un attimo di esitazione ci rise sopra.

Le furono altresì affidate le tre sorelline Griva e le “pubbliche relazioni” con le dame. D’altra parte, rispetto alle altre suore, tutte di modesta preparazione scolastica, lei aveva quasi il diploma di scuola tecnica superiore, quel che si diceva allora una bella calligrafia, un’ottima capacità di conversazione. A questo si aggiunga la spigliatezza con i fornitori della “Casa” che non sempre erano scrupolosi nel calibrare le fatture. Da quell’anno tutte le carte d’archvio e i registri sono ordinatamente compilati da una scrittura da manuale.

Quei libri contabili e quei registri che credeva d’aver gettato via abbandonando i magazzini paterni se li ritrovava di nuovo, ma non per segnalare lucrosi profitti da commerciante bensì per lasciare tracce di quell’assistenza cristiana e vincenziana che religiosi e laici in sinergia seppero sviluppare in Sassari.

Il lavoro di suor Luisa non si esauriva con la contabilità, ma si ampliava con la cura delle bambine tracomatose che la casa andava già accogliendo. A queste bambine ella cominciò a fare da madre e da “maestra”. Alle piccole offriva “la scuola materna” alle più grandette dava gli insegnamenti della scuola elementare. Doveva preoccuparsi anche di curare l’asilo infantile per 150 bambini tracomatosi che venivano dal popolare quartiere. Madre e maestra, due funzioni che per tanti verso aveva dovuto svolgere nell’ ambito della sua numerosa famiglia di provenienza; segretaria d’azienda, un’altra funzione che sentiva nel sangue, ma che pensava d’aver abbandonato. In questi tre ruoli Suor Luisa sviluppò un’attività che non conobbe sosta. Poiché le orfane cominciarono ad aumentare notevolmente, alcuni mesi dopo il suo arrivo giunse la ventunenne emiliana suor Clementina Fontana che prese il nome di suor Caterina alla quale furono affidate le bambine. Suor Luisa poté dedicare il suo tempo alla cura dell’asilo e della scuola elementare interna dopo aver conseguito il diploma di scuola materna in Cagliari.

Quest’ attività contraddistinse il periodo che va dal 1933 al 1939. Col 1939 nella “Casa” che, nel frattempo, aveva ampliato i locali si iniziò ad accogliere gli orfani tracomatosi o abbandonati.

Del resto alcuni orfani erano già stati accolti e dimessi prima di quell’anno. Il primo bambino dell’età di tre anni fu accolto il 25 settembre 1931 e dimesso nell’agosto del1934 all’età di sei anni. Circa dieci bambini fra i tre e i dieci anni furono accolti nell’istituto fra il 1931 e il 1938.

Furono i primi bambini ai quali Suor Luisa dedicò le sue cure materne. Parecchi di costoro tornarono verso i dieci undici anni nelle loro famiglie. La loro prima “nidiata” di orfani giunse tuttavia, il 15 gennaio del 1939. Furono conosciuti come i “fratelli Sanna”, Salvatore, Antonio, Romano e Benito, rispettivamente di undici, quattro, sette e sette anni.

Da quell’anno gli orfani cominciarono ad essere accolti più numerosi nella “Casa” e Suor Luisa divenne davvero la “mamma” di tutti questi piccoli quasi sempre segnati da gravi sventure famigliari. Dal 1939 al 1963, data in cui i ragazzi furono ridotti a quattro o cinque, ai “Cronici” sono stati curati, allevati, educati ed istruiti circa 192 ragazzi.

Dal 1939 al 1950 ne furono accolti contemporaneamente una sessantina. Suor Luisa sapeva curarli, educarli ed istruirli con grande amore. Molti di essi erano affetti da tracoma, altri da rachitismo, altri da malaria, altri da disturbi di vario genere. Suor Luisa, che i più piccoli chiamavano “Mamma Gigia”, di tutti singolarmente si occupava, li chiamava per nome, li curava, sapeva dare al momento opportuno le carezze e gli sculaccioni.

Si vedeva in lei non la “suora”, ma la “mamma”.

Sul suo metodo educativo si potrebbe scrivere tanto. In quest’ambito basti dire che alla base della sua educazione stava essenzialmente uno squisito amore materno. Nutriva una grande fiducia nei suoi “ragazzi”, non ammetteva le risse, voleva che i più grandi cedessero ai più piccoli, sapeva punire e all’occorrenza premiare.

Un altro punto fondamentale della sua educazione era l’assoluta necessità dello studio, essendo consapevole che per gli orfani la vita avrebbe presentato non poche difficoltà. Perciò seguiva assiduamente tutti negli studi ed era severissima con chi li trascurava. Sovente dedicava ore ed ore ai più “deboli nello studio” come era solita chiamarli.

Accanto a quest’attività Suor Luisa svolgeva quella non meno importante di “segretaria” della “Casa” e di catechista delle Carceri di San Sebastiano.

Data la sua preparazione culturale e la sua esperienza di commerciante sapeva stimolare l’azione dei laici, amministratori della “Casa” di cui conosceva le esigenze.

Dal 1931 al 1969 , anno in cui Suor Luisa lasciò Sassari per Buddusò, la Casa Divina Provvidenza si è sviluppata prodigiosamente. La piccola cameretta situata davanti alle Concie era diventata un intero isolato che andava da Piazza Sant’Agostino a Via Amendola. La generosità della borghesia cattolica sassarese accanto all’operosità delle Figlie della Carità aveva dato consistenza a quest’opera.

L’attivismo instancabile di Suor Luisa, senza togliere il merito a Suor Pia Biassoni prima e a Suor Redenta Dorigo poi, hanno fatto quest’istituto una delle opere benemerite della città di Sassari in campo assistenziale. Divenuta Superiora della “Casa” nel 1964, alla morte di Suor Redenta, si preoccupò di “assicurare” quasi tutte quelle “ospiti” dell’istituto che in un modo o nell’altro svolgevano attività lavorativa.

Donna Laura Segni, Presidente dell’opera per lunghi anni, aveva di Suor Luisa una stima illimitata.

Come amministratrice delle entrate della “Casa” Suor Luisa si contraddistinse sia per aver curato che chiunque lavorasse per la “Casa” fosse assicurato sia per l’oculatezza amministrativa.

Il suo senso di risparmio talvolta veniva frainteso. In realtà essa non fece mancare niente di ciò che è essenziale ai “poveri” e agli “orfani”.

Certo non amava lo spreco e lo sperpero della carità di cui l’istituto usufruiva. In questo Suor Pia Biassoni le era stata maestra.

Nel 1969, quando Suor Luisa lasciò l’istituto, l’attivo in bilancio documentò la sua capacità e la sua correttezza amministrativa: in banca erano depositati circa cento milioni.

La sua permanenza nella Casa di riposo di Buddusò non fu lunga. La sua salute malferma non le impedirono di ristrutturare la “Casa”, dotandola di ascensore e migliorandone l’impianto di riscaldamento.

“I vecchi sono come i bambini “diceva” occorre trattarli con grande amore”.

A quelli desiderosi di rendersi utili assegnò un “pezzo di orto” da coltivare, agli altri sapeva dare all’occorrenza “il sigaro” e il ” quartino di vino”.

Peggiorando le sue condizioni di salute, soffrivava da tempo di arterite e di ipertensione, i superiori ritennero opportuno chiamarla a Cagliari “in pensione”. Ella obbedì come di consueto.

Trascorse i suoi ultimi due anni di vita (1974-1976) prodigandosi per le consorelle dell’infermeria. Si si spense in seguito ad infarto il 13 novembre 1976.

Per volere degli ex orfani la sua salma fu portata a Sassari.

Suor Dorigo, a suo tempo Superiora della Casa, davanti a Donna Laura Carta Segni esclamò:

“Suor Luisa non è una suora è una mamma” con tono di rimprovero.

Donna Laura rispose “Superiora, questo dovrebbe essere il migliore elogio di una figlia della Carità.

TEDDE  A., Protagoniste cattoliche di azione sociale in Sardegna tra Otto e Novecento, Il Torchietto, Ozieri 1998 pp. 224.

Commenti

  1. Mi chiamavate Gavino.ma il mio vero nome e’ Oreste.
    Angelino,ti ricordo quando eri seminarista,come ricordo tuo fratello Pasqualino da Bonorva.
    Finalmente son riuscito ad avere contatti con con qualcuno,perche’ vorrei ci si attivasse per rendere Santa Mamma Luisa
    Scusami ma i miei vecchi occhi si son riempiti di lacrime e guarda caso dalla lontana Cina finalmente ho avuto notizie di Mamma.
    Scrivimi che magari domani saro’ piu’ calmo.Da 5 anni vivo ad Hong Kong.
    Eravamo due orfanelli.Io gavino e Cenzo da Sorso.
    Ti abbraccio e ti ringrazio,anche se c’e’ qualche errore.

    Angelino Tedde
    Marzo 25th, 2010
  2. Carissimo Gavino Oreste, non avrei mai immaginato che il breve profilo di Suor Luisa, ti avrebbe raggiunto in Cina dove vivi. Mi rendo conto che questo lavoro su internet serve a qualcosa. Vorrei precisare che non sono fratello di Pasqualino, ma di Antonia e non sono di Bonorva ma di Chiaramonti. Mi attiverò per scambiare conte qualche chiacchierata su Skype.
    Un abbraccio nella comune memoria della nostra cara Mamma Gigia.

    scriptor
    Aprile 14th, 2010
  3. Suor Luisa ” Mamma Gigia ² una figura immenticabile, tra l’altro molto viva nonostante il tempo passato. Gavino Angelino Eugenio Mario Sannaforse ci conosciamo il mio nome eé Galistu Antonio saluti

    Galistu Antonio
    Febbraio 9th, 2011
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