31 Ottobre 2011 - Categoria: versi in italiano

Vento, vento, portami via con te! di Ange de Clermont

A brandelli
ti recupero
al mio cuore
maturo,
madre mia,
senza tomba
e senza croce.

“Vento, vento,”
cantavi
“portami via con te”.

E il vento
ti ha portato via
al mio cuore
di fanciullo
innamorato di te.
Quando mi dissero
che eri spirata
il cuore si fermò
per un attimo
e quello fu il mio pianto.
Non un bacio
sulla fronte
non un funerale
nè un vestito
sul tuo esanime corpo.
Le tue ossa
alla terra
alla pioggia
e al vento.
Ma la tua voce
intona,
dopo tanti anni,
ancora
nel mio cuore:
“Vento, vento,
portami via con te!”.

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30 Ottobre 2011 - Categoria: lingua/limba, narrativa

Su siddadu de Paulinu di Mariantonia Fara a contivizu de Domitilla Mannu

Unu sero, Paulinu aiat finidu de si fagher sos compitos e, setzidu in s’atomana antiga de sos onnumannos, cun su “cumanda dae tesu”, fit chirchende carchi intrattenimentu intro de.i cussa iscatula lughida chi si narat “televisore”, ma, tot’in duna nde bochit su televisore e che tucat a intro de sa cughina rustiga.

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29 Ottobre 2011 - Categoria: Chiaramonti e dintorni

Angelo Truddaiu, un artista estroso di Chiaramonti (1935-2011) di Angelino Tedde

Foto di Mario Unali

Ho conosciuto Angelo Truddaiu per la mia vicinanza alla zia Francesca Truddaiu che era mia madrina di battesimo. Nei primi mesi del 1960 trascorsi un’intera giornata con madrina e la famiglia del fratello e così ebbi modo di conoscere Angelo, Laura, la madre e il padre nel loro casolare di Lavrone: una località amena. tutto balzi e boschi di sughere e, a valle, il fiume Giunturas tanto ricco d’acqua in inverno quanto magro d’estate. Ebbi l’impressione di conoscere una famiglia agro-pastorale semplice, laboriosa e serena. Più tardi, verso gli anni settanta, quando mi diedi alle mostre d’arte, alle stesure di articoli su artisti, particolarmente pittori, ebbi modo di incontrare Angelo, di visitare le varie composizioni scultoree che sapeva vedere in un ramo, in una radice, in un semplice tronco d’albero e la capacità  d’imprimere in oggetti lignei inanimati una dinamica leggere e sfuggente, quasi a farla danzare.

Foto di Mario Unali

Si recò in continente, mi pare a Venezia, e fu apprezzato, ma poiché carmina non dant panem, fu costretto a limitare i tempi dediti all’arte. D’altra parte, ieri e oggi, se la fortuna e gli estimatori danarosi, non mettono l’artista in condizioni di vivere, questi vive ignorato e non certamente felice di dedicarsi al solito lavoro d’artista. Forse, un giorno, preso dallo scoraggiamento, distrusse quanto aveva creato, cercando invano di dimenticare l’arte che non dà da vivere. Per lui la vista d’artista è paragonabile a quella di tanti artisti, poco apprezzati in vita ed esaltati dopo la morte. Nemmeno la salute e l’ambiente agro-pèastorale lo aiutò abbastanza per emergere e vendere le sue opere. La passione per l’arte non lo abbandonò mai e col tempo si misurò anche con la trachite producendo opere che si possono apprezzare nell’amico sito di Mario Unali (archeologosardos). La salute per Angelo non fu nemmeno tanto benigna e il suo spirito imprigionato dalla mancanza di voli e di mostre alle quali avrebbe voluto partecipare anche al di là del mare, talvolta fu preso da scoramento. Nell’ultimo periodo si era dedicato ad oggi minuscoli che cercava di vendere personalmente piazzando una bancarella nelle varie sagre paesane, ma i tempi che corrono hanno impoverito tutti e certamente Angelo non fece grandi affari. Spero di aver tempo di occuparmi di lui rileggendo le sue opere e di tracciare un profilo più ampio e dettagliato di quanto non sia questo ricordo di un amico che poco ha potuto fare per lui. Riposa in pace, caro Angelo, di certo lassù apprezzerai molto di più che su questa terra le originali doti che il buon Dio ti ha dato e che noi presi da tante cose non abbiamo saputo sufficientemente apprezzare.

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28 Ottobre 2011 - Categoria: Il marchio dalla protòme taurina

V. Le chiacchiere del paese sull’archeologo assassinato di Ange de Clermont

Il pretore di Vulvu accolse il milite della stazione di Miramonti giunto a cavallo per la triste notizia dell’archeologo assassinato.

-In quale domus l’hanno accoppato quest’ impiccione?-

-Presso il rio Filighesos, quella domus delle roccia che fa parete alla sponda opposta venendo da Miramonti.-

-Uh, ho capito, perbacco, sempre nel Sassu avvengono i delitti nel vostro territorio. Bella galoppata, mi tocca fare, ma per il Re e per l’Italia attenda che vengo subito, naturalmente non oggi, ma domattina ci si muove da Miramonti. Vengo a pernottare  nella vostra caserma e domani mattina presto si va sul posto.-

Il pretore chiamò un inserviente, fece sellare il suo cavallo e seguì malinconicamente il milite, dicendosi che aveva scelto un bel mestiere, quello del becchino, ah, avesse potuto cambiare, lo avrebbe fatto volentieri. Accidenti agli archeologi e ai miramontani, gentaccia, abigeatari, omicidi, omertosi, incivili tutto sommato.

Il sole aveva oltrepassato il mezzogiorno da un bel pezzo e i due marciavano tra mulattiere e sterrate che portavano a Miramonti col sole in faccia, tanto che i due cavalli, a tratti s’infastidivano.

In paese tutti sapevano tutto o s’inventavano almeno una parte di tutto. Per alcune donne e i loro uomini fit lantadu a balla (ucciso a pallettoni), per altre si era sfraccellato cadendo dal costone roccioso di rio Filighesos, per altre sicuramente gli spiriti delle domus lo avevano ammazzato per soffoccamento., anima mia libera! I bambini dai quattro anni in su ascoltavano i genitori in casa e fuori ,per  la strada le chiacchiere dei vicini e, purtroppo, si preparavano ad una notte d’incubi. A sa Niéra dove si piangeva il morto la maggior parte delle donne si erano recate ad abbracciare la moglie e le due figlie e di tanto in tanto una delle tre in lutto si lasciava andare ad un lamento.

Poi anche le voci si erano attenuate e la notte più nera del solito era scesa a coprire fortune e miserie dell’antico borgo medievale.

Il vicario, con la candela accesa sulla scrivania, vegliava in preghiera e si percuoteva il petto per l’incapacità di condurre il suo gregge a Dio.  Prima di mettersi a letto cominciò a domandarsi chi poteva aver ammazzato l’archeologo Pedde. il più caro a Giuanne Ispanu e il più anziano di tutti quelli che Miramonti nutriva a pane e lardo. Poteva trattarsi di una vendetta, ma con quale scopo? Gli è che quando il demonio s’impossessa di un’anima non va tanto per il sottile e al momento di massimo dominio la induce al peggiore dei peccati: un fratello che uccide  l’altro fratello.

Si addormentò con la corona del rosario sul petto, ma i suoi sogni furono turbati da visioni infernali: gli sembrava di trovarsi davani a San Pietro e un diavolo cornuto lo accusava di non aver fatto un bel niente per le anime di Miramonti, anzi, perdendo spesso la pazienza li aveva allontanati dalla frequenza in parrocchia, e lui a difendersi…Finché l’incubo non si dileguò e dormi in serenità.

In caserma, invece, il brigadiere, ormai tanti anni a Miramonti, con i militi si domandava chi poteva avere interesse ad uccidere Antonio Pedde che, a parte le arie per la passione di archeologo, era una brava persona e migliore sarebbe stata se non avesse assunto a tratti un atteggiamento di sufficienza nei confronti degli altri archeologi che, per questo motivo, lo detestavano. Mentre si scambiavano queste impressioni giunse il pretore con un altro milite. Gli diedero la camera predisposta per lui che non volle nemmeno ascoltarli e dopo aver bevuto un bicchiere di latte caldo se nera andato a dormire, già affaticato, per quanto lo attendeva il giorno seguente.

La moglie di Mudulesu, saputo che il marito con un milite avrebbe pernottato nei pressi della domus ormai tomba del morto ammazzato, portò loro un pò di minestrone di verdure per riscaldarsi, due stuoie e una coperta di lana da lei lavorata al telaio, e si congedò da loro tornando a casa con l’animo gravato dal peccato che aveva compiuto nella mattinata con l’amore mancato. Prese il rosario e cominciò a dirselo, chiedendo perdono a Dio per quella mancanza e promettendo che un peccato del genere non l’avrebbe più commesso.

Nella radura rane e grilli, cani e volpi facevano sentire i loro strani guaiti, mentre le pecore e i maiali, raccolti negli ovili venivano guardati nella notte da occhi rivolti al buoio, solo le stelle parevano ignorare il trambusto delle cose che avveniva a Sassu Altu. Il mondo era andato sempre così e diversamente non poteva andare finché pastori e animali si aggiravano in quell’immenso tavolato miocenico che offriva la sua vista a Miramonti e poi precipitava rovinosamente nel costone  in su campu de Utieri dove il grano andava assumento colorito giallo e i fiumi e i ruscelli tendevano al magro.


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28 Ottobre 2011 - Categoria: versi in italiano

Custu ider cheria di Giovanni Soro

 Ite ‘ider in bois cheria,
fizos de su coro,
dechidos risos
de tempestas serenas
chi carignan’ s’anima
cun manos de lentore
e abbratzan’ cuntentas
sos caminos patìdos
de s’ispera.

 

Oh! No es’ moribunda
sa die
in caras chi pedin’
e miradas de luna
e ojos de sole
e amores de mamas.

 

Cantare cheria cun bois
cantones de ‘eranu
in mesu a chelos
de ispantu
e cun bois allumare
fiores de allegria
pro bugnos de omines
ingratos.

 

Oh! No es’ moribunda
sa vida
in coros chi aman’
e disizan’
e pigan’
chen’ischire
a s’altare ‘e su dolu
ue brotan’ sas voluntades
de sos sonnios
prommissos
in su mundu de lughes
felitze.

 

Custu ,
fizos de su coro,
in bois
bider cheria

 

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27 Ottobre 2011 - Categoria: eventi straordinari

Che cos’è rimasto dell’UE? di Furio Ferraresi

1. La caduta di Gheddaffi e l’ambiguità europea

 I temi di rilevanza europea affrontati dalla stampa austriaca nel quadrimestre maggio-agosto sono stati essenzialmente due: la crisi libica e quella dell’Eurozona. La trattazione della questione libica ha subìto un’evoluzione nel corso dei mesi, segnalata dal passaggio del tenore dei commenti dall’iniziale scetticismo riguardo alla missione Nato e alla latitanza dell’Ue alla soddisfazione per la sconfitta delle truppe fedeli al rais libico e a un prudente ottimismo circa il futuro del Paese nell’era post-Gheddafi.

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27 Ottobre 2011 - Categoria: eventi straordinari

Libia: macelleria automatica di Fulgenzio Saetta

Gl’ingenui europei, a cominciare dal nano Sarkò e dall’algida Merkel per giungere ai ragazzi dei centri sociali, delle università e a tutti i maniaci dei cellulari, credono che la guerra civile in Libia sia finita, ma non è così, è soltanto incominciata nel silenzio generale, sotto banco. Appena la force de frappe europea avrà abbandonato il milione e 700 mila Kmq del suolo libico e i 4 milioni di abitanti (erano) continuerà la fase dell’epurazione nelle carceri improvvisate nelle scuole e in tanti locali pubblici costruti da Gheddaffi. I vari manutengoli del regime che non sono morti combattendo verranno spazzati via dalla forza epuratrice dei vincitori (attuali tribù alleate) per fare un ulteriore decimazione delle tribù che per 42 anni hanno tenuto il mocolo al sepolto raìs. E questa sarà considerata una purificazione dolorosa e necessaria. Subito dopo, quelli del CNL si guarderanno in faccia e cominceranno a litigare: tra loro, infatti ci sono personalità numerose che sono passate coi ribelli, ma che non possono cancellare le responsabilità di potere condiviso col morto ammazzato raìs, ergo, altra grossa o lenta epurazione, e sarà la carneficina numero 3. Protesterà amnesty international e protestaranno i mass media, ma non servirà a niente. Chi ha goduto del potere ora deve perdere non solo il potere, ma la vita. In mezzo a questa macelleria, costituito un esercito finalmente pulito, eccoti eventualmente spuntare la sindrome napoleonica: il solito colennello o il redivivo colonnello che prenderà per se poteri eccezionali, non per fare il dittatore, ma per mettere un pò d’ordine, grattare un pò di soldi dal petrolio, infatti senza soldi come non si canta messa, non si compra il potere. Molti occhi di capi tribù brilleranno e pretenderanno l’obbedienza cieca e promta al direttorio. Non voglio pensare, infatti, che i capi tribù e i capi clan, vorranno dar retta a questi ragazzotti del cellulare che hanno acceso la miccia della guerra civile in Libia. Muccunosi, tornate a studiare, se possibile all’estero, e cominciate a lavorare perché pensione a 15 anni senza lavorare non ve ne diamo, mica siamo liberali come l’accoppato raìs! I capi clan dovranno obbedire ai capi tribù, pena il taglio delle vene carotidee:una morte rapida che non fa chiasso.

Ultimata questa pulizia, i libici da 4 milioni passeranno a 3 milioni, e passeranno sotto la sharia, la terribile legge islamica che farà fuori le peccatrici, i peccatori e mozzerà mani o piedi o orecchie a questi bravi guaglioni che hanno giocato alla guerra. Le donne , nonostante il caldo, adotteranno il burka, e nasconderanno bene le rotondità sia davanti sia dietro. E la storia ineluttabile riprenderà la sua corsa di ritorno a su connotu!  A meno che non vengano rotti i legami tribali e clanici e si formino finalmente i comuni ed eventualmente le province e i relativi organi collegiali democratici. Si addestri un esercito nazionale, preferibilmente diviso in vari corpi, per evitare un eccesso di potere in un solo corpo armato. L’Italia è vicina e può dare una mano, facendo crepare d’invidia l’ungaro-franco-nano Sarkò che imitando Napoleone volò da Parigi a Tripoli, da Tunisi in Algeria (no, qui, no, i francesi sono stati già bastonati). Per finirla, come andrà la Libia? Quando finirà la guerra silenziosa e senza gloria che ora avrà inizio? Tutte queste cose mi passano per la testa, sperando che non accadano, ma la storia insegna! God bless Libia.

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25 Ottobre 2011 - Categoria: eventi culturali, lingua/limba

Chimbant’annos de cherta pro sa poesia e pro sa limba de Antoni Canalis

Antoni Canalis

Naro grascias – a primu ‘e totu – a s’Istituto Bellieni, chi mi dat sa possibilidade de faeddare, oe, in cust’abboju, de sa faina manna chi su Prèmiu de Otieri de Literadura Sarda at ordidu in chimbantachimbe annos. Pius de mesu sèculu chi at bidu, annu cun annu, sas concas pius nodidas de totu sas biddas de Sardigna, poetes e iscritores in limba sarda de ogni trighinzu, frimmos che rocca a difendere sa limba insoro e-i s’andala de sa poesia.

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