20 Ottobre 2011 - Categoria: Il marchio dalla protòme taurina

IV. Agitazione a Miramonti per l’archeologo ammazzato di Ange de Clermont

Foto Mario Unali

Giommaria Mudulesu, di solito tranquillo, mentre scendeva da Sassu Altu verso Chirralza e il rio Filighesos, non riusciva a capire perché si era tanto agitato, ma il presagio di qualche disgrazia gli attanagliava l’animo. Affrettò il passo e raggiunse il rio Filighesos, lo attraversò nel tratto più magro e raggiunse la domus de janas sulla parete della roccia rossastra, si arrampicò sugli spuntoni, non prima d’aver colto un pò d’erba secca per illuminare la domus, raggiunse l’imboccatura quadrata di quella che era detta casa delle fate e non tomba delle genti prenuragiche, e ci si buttò dentro.  Con le pietre focaie che non abbandonavano mai le sue tasche e con quel pò d’erba secca, accese un minuscolo falò, e orrore, gli uscì dalla gola un grido  strozzato e lamentoso: compare meu Antoni, bos ant mortu, compare Antonio vi hanno ammazzato. Gli toccò la fronte e, vedendo il marchio,  con sangue rappreso, continuò ad urlare: campare Antoni bos ant mortu!

Abbandonò subito la grotta, oltrepassò il fiume, e correndo come mai aveva corso in vita sua, raggiunse il casolare a duecento passi dal nuraghe Aspru, entrò in casa e alla moglie che lo vide stravolto, urlò: -Ant mortu a compar’Antoni!

-Hanno ucciso  campare Antonio? Oih che disgrazia! E come fai a dire che l’hanno ucciso?-

-Come Gesù  Cristo sulla croce l’hanno ucciso! L’assassino l’ha trafitto alla fronte con uno strano disegno! Sellami il cavallo che corro in paese a dirlo ai carabinieri e avvertimi Andria!-

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20 Ottobre 2011 - Categoria: versi in italiano, versos in limba

Che foza sicca di Giangavino Vasco a cura di Domitilla Mannu

Cando su ‘entu sulat airadu
manc’una foza lassat in sa ‘ia,
e cando bi nd’abarrat un’ebbia
issa ti narat: << Sola m’ant lassadu!           

Su tempus ch’irde fia ch’est coladu
e sicca como ch’est s’ànima mia;
chi mi lasseren sola non creìa;
s’àlbure deo puru ap’azuadu. >>

 Comente custa foza abbandonada
ses tue, solu e tristu in custa etzesa.
Sa vida, ch’in su tempus ch’est colada,
manc’un’ispera t’at lassadu atzesa.

 Sa cumpanzia tua ch’est bolada
e donzi fortza in s’ànimu est arresa.
Cando su ‘entu torrat a sulare,
narabìlu: “ Cun tegus cherz’andare.”

19 agosto 2006

  2°Premio alla II Edizione del Premio di Poesia “S’isciareu” – FLUSSIO 12.12.2009

Traduzione in Italiano della poesia “Che foza sicca”

 Come una foglia secca

 Quando il vento soffia irato,
non lascia per strada neanche una foglia,
e quando ne resta soltanto una
essa ti dice: << Sola mi han lasciato!

Il tempo in cui ero verde è passato
ed ora la mia anima è inaridita;
non credevo che mi lasciassero sola
anch’io ho aiutato l’albero. >>

Così come questa foglia abbandonata,
sei tu, solo e triste in questa vecchiaia.
La vita, che col tempo è trascorsa,
non ti ha lasciata accesa neanche una speranza.

La tua compagnia è volata via
ed ogni forza, nel tuo animo, si è arresa.
Quando il vento soffierà di nuovo,
diglielo: “Voglio andare con te.”

Cenni biografici e altre poesie dello stesso autore in http://www.luigiladu.it/

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19 Ottobre 2011 - Categoria: cultura, lingua/limba

De quie faghet sas veces de Babbos et Fizos di Salvatore Cossu

ARTICULU IV.

De quie faghet sas veces de Babbos et Fizos.

§ 1.

De su Mastru de Ischola (Elementare).

D. Ite est su Mastru de Ischola?

R. Su Mastru de Ischola est unu segundu Babbu, qui educat ad sa Religione et ad sa Sociedade sos pizzinnos, dulce isperantia de sa Ecclesia et de sas familias in sa generatione ventura; motivu pro su quale est una de sas personas piùs rispectabiles et charas in unu Populu.

D. Quales sunt sos obbligos particulares, qui tenet?

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17 Ottobre 2011 - Categoria: eventi straordinari

L’uccisione di p. Fausto Tentorio del Pime di Bernardo Cervellera

 L’Anno della Fede e il martirio di p. Fausto Tentorio

Padre Tentorio Pime

La morte del missionario del Pime in contemporanea con l’annuncio dell’Anno della Fede, voluto da Benedetto XVI per riscoprire la fede cristiana e imparare a trasmetterla a tutto il mondo. La vita del sacerdote ucciso è segno del “bene che non fa rumore”, ma fa crescere frutti di fede e di amore.

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16 Ottobre 2011 - Categoria: lingua/limba, versi in italiano, versos in limba

Retrattos cuados di Maria Sale a cura di Domitilla Mannu

Chissà si forrojende in sos alzìos,
inue sos ranzolos a iscampiàdas
s’an tessidu tramas e afficos,
pot’agattare, a oros chena biccos,
retrattos de cuddos giajos mios,
ch’in ammentos no appo
nè in fentòmos.
E l’ app’a isterrer
sas pijas ischizidas
pro ch’’ider intro
su risittu cuadu,
in prammu ‘e manu
un’iscutta  torradu
a connoscher de nou
lughe ‘ia.
E movitìa
s’ojada torr’atzesa
at’aer pro me
cun tzinnu ‘e cuntentesa,
fatendemiche sebestare inie
assimizos chi agatte
crasa in fizos.
Cun nòdidu faeddu
de  omine atzudu
m’as’a contare
de sa pelèa cumprida
pro m’iscobiàre
àndalas de giùdu
inue che sun sas abbas
chena ludu.

Giaju Sale

S’’acchiddu intostigadu
chi as lassadu
forsis m’as’apporrire
pro sighire
in cust’andare a tàmbulu
e a s’inzerta.                                                   

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15 Ottobre 2011 - Categoria: Il marchio dalla protòme taurina

III. La misteriosa morte di un archeologo miramontano di Ange de Clermont

Foto di Mario Unali

L’archeologo miramontano, Andria Galanu, era molto affezionato a Giuanne Ispanu, ma essendo presuntuoso, alla morte del canonico, si era messo in testa che il territorio miramontano doveva mangiarselo solo lui. Gli altri erano dei pasticcioni e non voleva più vederli, se avesse potuto li avrebbe fatti fuori ad uno ad uno sparando da dietro i muretti a secco. Il ricordo dei suoi antenati illustri però gl’impedivano di comportarsi come un volgarissimo killer fra i tanti che mangiavano ancora pane e carne a Miramonti. Era riuscito a farsi la casa vicino a Monte de Cheja, addirittura sfidando l’ira di Matteu Brancone con cui era mezzo imparentato e che aveva costruito sulla sua casa unìaltana marsigliese a sa othieresa. Da lassù controllava il territorio intero de su Sassu, altu e giosso, diceva sghignazzando a s’istradone con alcuni amici anarchici. Già, Andria era un anarchico convinto e avrebbe proclamato la repubblica delle famiglie, in un primo tempo, diceva lui, e poi la repubblica degl’individui in modo che lui potesse raggiungere la massima libertà. In realtà Andria faceva su bell’in piatta e su tristu in domo. Davanti alla santa donna vulvuese, che aveva sposata, si ammansiva, diventava obbediente, era tutto complimenti. Bastava un suo sguardo perché i suoi bollenti spiriti si calmassero. D’altra parte non aveva altre scelte se voleva godere di quattro giornate archeologiche al mese. In quei giorni, armato di tutto punto degli arnesi da scavo e di quelle cosette che Giuanne Ispanu gli aveva sempre suggerito, usciva di casa dimesso dimesso davanti alla moglie che gli concedeva la grazia, ma appena si ritrovava solo, diretto a Sassu Altu o a Sassu Giosso, sollevava la testa fiero e si perdeva tra lentischi collocati su balzi, sotto cui palpitavano anime di nuraghi, oppure, entrava tra le rocce rossastre, per una porticina rettangolare, per inoltrarsi nell’intrico delle domus de janas. Li dentro l’uomo si sentiva a suo agio, tanto che molti invidiosi miraramontani avevano messo in giro che parlasse con le anime dei morti prenuragici, sia pure inceneriti, di quelle domus. In realtà l’uomo entrava in quelle domus con una venerazione inaudita, secondo la condotta de su mastru barraghese, e recitava delle formule segrete che non aveva mai rivelato ad anima viva.

Foto di Mario Unali

Il 13 maggio del 1889, Andria Galanu decise di esplorare alcune domus che si sviluppavano tra le rocce rossastre che vegliavano sul fiume Filighesos, passò altero a s’istradone, raggiunse sa Rughe, s’inoltrò nella direzione di Santa Maria de Aidos, davanti alla chiesetta campestre fece un riassunto del segno di croce istintivamente, attraversò il rio Giunturas nel punto in cui si faceva basso e, lasciandosi dietro sas Coas, risalì verso un sentiero ripido, raggiunse la piana de sa Punta de sas Tanchitas,  e prese il sentiero che conduceva a quelle rocce, scese da un’altura folta di olivastri, passò non senza equilibrismi il fiume, per fortuna in magra, e fu ai piedi della rupe. Si arrampicò tra gli spuntoni e diede uno sguardo nel buio della domus, non sentì animale vivo, e arrivato all’entrata tutto intero, si lasciò inghiottire dalla roccia. Accese con le pietre focaie un lanternino ad olio che era solito portarsi dietro, e appena la tenue luce illuminò la stanza, urlò: – Santa Giusta! –

Guardò meglio e vide disteso, a testa in giù, il corpo di un uomo. Diede un calcetto vicino alla pancia e capì che si trattava di un uomo morto. Lo sollevò prendendolo di fianco e con raccapriccio lo rivoltò; notando che si trattava di un collega archeologo, gli guardò la fronte insanguinata e vicino alla ferita notò  il marchio impresso a caldo di una protòme taurina.

-Qui l’assassino ha acceso il fuoco- Pensò fra sé e guardò intorno e dalla parte opposta  vide la cenere di un fuoco spento con due pietre accanto, per sedersi, non molto distanti tra loro. La memoria gli portò il ricordo dei feroci litigi avuti con il morto… l’avrei anche ammazzato io questo presuntuoso, ma l’ha ammazzato qualche collega, forse dopo una solita discussione, ma il marchio?

Si avvicinò al morto, osservò meglio, al centro del marchio a caldo c’era un buco da chiodo molto profondo.

-Quell’assassino ha usato uno stiletto in capo al quale c’era il marchio. Ma come diavolo è riuscito a tenerlo a caldo, forse era dotato di un impugnatura di legno e ferro.-

-Ora bisogna che me la dia a gambe, sperando che non mi veda nessuno, se no sono fritto e mia moglie, santa quanto vuoi, ma non vorrà avere in casa né in prigione un presunto assassino. Si avvicinò curvo all’imboccatura della roccia e adagio adagio con la bertula adatta sulle spalle scivolò sulla rocce rossastre come un gatto selvatico. Giunse ai piedi del fiume, adocchiò le pietre attraverso le quali lo aveva attraversato e ritornò sull’altra riva, e poi, tirò su per Sassu Altu, andò a salutare il vecchio Ganale, nei pressi de su Cànnau, fingendo di arrivare da Miramonti, si fermò a chiacchierare del più e del meno, ma in quel frattempo arrivò il vecchio  Mudulesu che gli chiese?

-E, sempre quella maledetta passione dei nuraghi e delle grotte?-

E, si !

Ieri è passato a casa Antonio Pedde, voleva esplorare sa domus de Filighesos, ma poi non l’ho più visto. In paese c’era stamattina?

-Boh, rispose Andria Galanu, in paese non c’era! Beh, non l’ho visto, a dire la verità.

-Quasi quasi ci faccio una guardata a quella domus, speriamo che non sia caduto scendendo o salendo.-

-Era abbastanza pratico, lasciate perdere!- rispose Andria.

L’uomo non rispose, guardò Andria e gli parve scosso, e con testardaggine si diresse  verso il rio Filighesos, scendendo per la vasta tanca de S’Ena, guardata dallo strano palazzotto costruito dai Molinas, passò per il sentiero di Chirralza, già percorso da Andria Galanu, per esplorare  la domus de janas alla ricerca dell’amico, mentre Andria prese la bertula, si congedò dal vecchio Ganale e si diresse, a esplorare su Runaghe Aspru nei pressi della casa del vecchio Mudulesu, dove gli venne incontro per salutarlo Maria, la moglie  che lì abitava col marito e coi servi in un casolare.

–   Buon giorno  Maria, come va  la salute?

–  Un giorno bene e dieci male! Ma tutti i giorni sono di Nostro Signore!

– E voi sempre ad esplorare domus e runaghes!-

– Eh, quattro giorni al mese ! Sa vulvuesa non permette di più.-

-Buon lavoro allora!-

-Buon lavoro anche a voi, gia passo al ritorno!-

L’uomo si diresse versi il Runaghe Aspru, ma era a disagio, e s’aspettava da un momento all’altro il ritorno di Mudulesu che, contrariamente al solito, si era dimostrato impiccione. A poteva starsene secco e pesto nei suoi pascoli!

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14 Ottobre 2011 - Categoria: lingua/limba, narrativa

Don Bobore e-i su cane di Franceschino Satta

Franceschino Satta

Don Bobore, semper bene bestìu e barbifattu, fit unu bell’omine.

 Artu, iscarrainzu ma forte e sanu.Non fit prus unu pizzinnu (haiat… una chimbantina ’e annos) , ma s’edade si la manteniat bene. Fit bachianu, riccu e meda cresiasticu. A sas dies notas fachiat sa comunione. Tottu sa bidda lu bantabat. Sas biùdas l’adoraban: naban chi fit unu tesoro.

 Una borta, in su caminu, duos zòvanos fin pro si piccare a istoccadas; che suprit issu e los piccat ambos a iscavanadas, abbirgunzindelos in mesu a canta zente b’haiat. Lampu! Don Bobore non fit solu bellu e forte, ma fit peri corazosu.

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13 Ottobre 2011 - Categoria: versi in italiano

Ti chiamerò Rosa, dedicata a tutti i bambini mai venuti alla luce di Anna Cuomo

 

 

 

Ti chiamerò Rosa, fiore mai sbocciato alla vita.
Chissà dove sei ora, su quale nuvola sei volata.

Ti odo tra le foglie accarezzate da lieve vento
mentre è fresca rugiada che cade giù il tuo pianto.

 

Per te angeli in girotondo e poi la Madonna,
con una voce soave ti canta una dolce ninna nanna.

 

C’è una culla nel mio cuore che sarà sempre la tua,
vi troverai tutto il mio amore per farti compagnia.

 

Se tra le stelle della sera, una brilla un po’ di più,
sono certa, in quella luce, già stai camminando tu.

 

L’anima tua senza tempo eviterà il peso della noia.
Ma un embrione che non nasce saprà mai cos’è la gioia?

Due mesi sospesa tra terra e cielo e già vita
e a me non è dato saper cosa ti ha rapita.

 

 

Mi struggo in un muto dolore che non viene meno.
Si fonde col rimpianto: mai potrò stringerti sul seno.

 

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