Gridano disperati li pastori/Urlano senza fine i coldiretti di Zizu Molotzu
O sarda terra dalle antiche torri
Che per millenni sono state mute
Verso il progresso come pazza corri
Senza badare alla tua fragile cute.
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O sarda terra dalle antiche torri
Che per millenni sono state mute
Verso il progresso come pazza corri
Senza badare alla tua fragile cute.
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Per me si va nel covo di Letizia
Per me si va nel brodo sindacale
Per me si va nell’eterna mestizia
Per me si va al casìn parlamentare 4
Concionerò soltanto della guerra
Che vede tante proffe nella pugna
Per via dello punteggio che le inserra
Che sul diritto ha passato la spugna 8
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Riflessioni sul messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.
Lo scorso 24 gennaio, quando la liturgia celebrava san Francesco di Sales, scrittore e comunicatore, patrono dei giornalisti, Benedetto XVI anticipava la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali – che si celebrerà il 20 maggio – con un messaggio di forte intensità spirituale dedicato alla Parola e al silenzio. E concludeva con questa considerazione: “Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare, e questo è particolarmente importante per gli agenti dell’evangelizzazione: silenzio e parola sono entrambi elementi essenziali e integranti dell’agire comunicativo della Chiesa, per un rinnovato annuncio di Cristo nel mondo contemporaneo”.
Bainzu, agabende ‘e acontzare sas presas de s’eletricu ‘e sa coghina, penseit chi su sapadu pro isse fit bennidu a essere sa die pius fadigosa ‘e sa chida.
Acontza custu, pone a postu cuddu, illinimi sa jotula ‘e s’isportellu ‘e su frigo chi paret una chigula…’, e sighendebila gai fit sa memula ‘e tota die de sa muzere. Donzi sapadu sa coghina, su coro ‘e sa familia e de sa domo, aiat bisonzu ‘e illichidonzos, acontzaduras, tapuladuras e illiniros che-i sos machinarios de una frabica. Ei, su coro ‘e sa domo e de sa familia est sa frabica ‘e sos cussumos a paris cun sos verbos preigados dae su mundu ‘e sa TV.
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1. In quanto Romanista residente a Tashkent, non posso fare a meno di chiedermi quali siano state le relazioni tra quell’entità imperialista e cosmopolita che fu l’Impero romano e quel particolare angolo di mondo la cui collocazione geografica induce a definire Asia Centrale. Oggigiorno, quando io parlo ai miei connazionali dell’Uzbekistan, tutti sanno che si tratta di una moderna repubblica democratica, che intrattiene amichevoli rapporti con l’Italia; ma fino a non molti anni fa, anche se nessuno in Occidente ignorava i nomi di Samarcanda e Bukhara, essi rimandavano più alla sfera fiabesca delle Mille e una notte che non a quella della Storia.
Sarà presto a Roma, mons. Francesco Antonio Soddu, (nato a Chiaramonti nel 1960) per assumere il suo incarico di nuovo direttore della Caritas Italiana, nominato dal Consiglio permanente della Cei. Mons. Soddu, finora direttore della Caritas diocesana di Sassari e parroco della cattedrale del capoluogo sardo, subentra a mons. Vittorio Nozza, che ha diretto la Caritas Italiana dal 2001 ad oggi. 52 anni, mons. Soddu ha compiuto gli studi teologici presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. “La nomina a direttore della Caritas Italiana – ha confidato – crea in me uno stato di vertigine indescrivibile”. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:
R. – Ho accolto questa notizia con molta meraviglia e la sto vivendo con molta trepidazione. Capisco più che mai lo stato d’animo degli Apostoli, di tutti i profeti, quando sono stati chiamati da Dio. In un primo momento il loro atteggiamento poteva forse sembrare riluttante, ma dinanzi ad una chiamata così grande, tutte le forze e le sicurezze vengono chiaramente a mancare. Davanti alla chiamata autentica di Dio non si può che rispondere: “Eccomi!”. Con questa risposta si vuole dire che si è pieni di fiducia e che il Signore saprà agire attraverso la nostra incapacità ed anche il nostro essere indegni.
D. – Lei dal 2005 è stato direttore della Caritas diocesana di Sassari ed ora riveste quest’importante incarico. Quali sfide sente di dover affrontare arrivando a Roma, alla Caritas italiana?
R. – La prima sfida è verso me stesso, perché ho ancora molto da imparare. Sotto questo punto di vista sono ancora molto spaventato, ma metterò in pratica quello che è il metodo della Caritas, che cercherò di portare avanti e di incarnare nella mia persona: ascoltare, osservare e discernere. Credo che questa sfida possa essere ben superata.
D. – Viene spontaneo pensare al fatto che il suo trasferimento coincida con un periodo non certo facile per l’Italia…
R. – Tutte le stagioni e tutte le epoche sono state particolari per chi le ha vissute. Questo è il nostro tempo. In questo nostro tempo, ed in questo nostro Paese, la Chiesa deve testimoniare sempre il suo amore preferenziale per i poveri, partendo dagli ultimi, rispecchiando la legalità e tutti quelli che sono i capisaldi del messaggio evangelico.
D. – In conclusione, cosa augura a se stesso?
R. – Auguro a me stesso di essere all’altezza di ciò che il Signore, mediante la Chiesa, mi sta affidando. Quasi 27 anni fa – vi faccio questa confidenza – quando diventai sacerdote, nel santino della prima Messa che generalmente si dà, ho fatto stampare la frase della Sacra Scrittura: “Signore, io vengo per fare la tua volontà”. Soltanto in nome della volontà di Dio si affronta tutto ciò che la Chiesa ci affida, con quel grande senso di fiducia che si accompagna a quel sano timore che non deve mai mancare, altrimenti si possono creare un po’ di pasticci.
Radiogiornale vaticano del 28.o1.2012
“Controfigure” è una raccolta di racconti di Jadwiga Maurer – a cura di Laura Quercioli Mincer (Firenze, Giuntina, 2011, pagine 213, euro 14) – una scrittrice polacca che vive negli Stati Uniti e scrive in polacco, ignota ai lettori italiani perché di lei era stato finora tradotto solo un racconto.
Jadwiga nasce in Polonia, a Kielce, nel 1932, in una famiglia di intellettuali ebrei al tempo stesso molto vicini al mondo della cultura ebraica e molto identificati con la patria polacca. La sua famiglia riesce a sfuggire alla sorte che le è riservata attraverso l’uso di “documenti ariani” e, come suggerisce la curatrice del libro, anche grazie “a una rimozione quasi totale del proprio passato, all’assunzione di biografie e fedi religiose posticce”.
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Storia di un fascista cattolico convinto che rinnegò il Duce e divenne Giusto tra le Nazioni
Nel giardino dei Giusti tra le Nazioni, a Yad Vashem, dal 1997 c’è un albero dedicato a Vittorio Tredici (1892-1967). Un nome sconosciuto ai più. A volte però i percorsi biografici degli uomini poco noti ci aiutano ad addentrarci nelle pieghe di un’epoca, per capirne i drammi, i dilemmi, le attese, le speranze e penetrare negli intimi recessi della storia: lì dove le azioni dei singoli si incontrano con i grandi eventi e ognuno è chiamato a compiere delle scelte.