20 Febbraio 2013 - Categoria: memoria e storia

Una lunga catena di uomini di Costanza Miriano

BXVI

 

Come mamma credo di essere valutata tollerabile dai miei figli, persino simpatica a tratti, vecchia ma non decrepita, e passabilmente poco racchia, in confronto alla media delle vecchie. Purtroppo però ho l’insanabile difetto di essere femmina, e quindi vengo estromessa da tutte una serie di attività valutate maschili: posso accompagnare a una partita ma non assistervi; invitare amici dei figli, ma non parlarci per più di quindici secondi, nel timore che venga colta da un attacco di “io-ti-conosco-da quando-eri-piccolo-così”; fornire informazioni, sapendo però che verranno sottoposte al vaglio della verifica (se lo dice anche il babbo, allora è proprio vero).

Anche oggi dunque mio figlio Bernardo si è dovuto rassegnare ad essere accompagnato alla partita non da una ma da ben tre femmine (anche le sorelline). Cacciate subito dagli spalti, ci siamo trovate all’ombra della Basilica di san Paolo fuori le Mura, e la grandezza di una delle quattro basiliche papali ha colpito le mie bambine, che mi hanno chiesto di visitarla.

Ovviamente l’attrazione numero due è risultata la cioccolata dei monaci benedettini, ma la numero uno, e di parecchio, sono stati inaspettatamente i “bolloni”, cioè gli enormi tondi con dentro i ritratti dei papi, dal primo, san Pietro, a Benedetto XVI, illuminato da un fascio di luce. Le mie bambine sono rimaste a bocca aperta a cercare di contarli, quegli oltre 250 ritratti lungo tutte le navate, la centrale e le laterali. Una fila ininterrotta, una muraglia fondata su quella prima pietra che ha portato fino a noi il depositum fidei. Una muraglia che ha vacillato, e forse vacillerà ancora, che forse si assottiglierà, magari fino a trasformarsi in un ponte lungo e stretto sul quale dovremo camminare uno dietro l’altro per non cadere giù. Ma anche così, diroccate ed esposte ai venti, le mura non cederanno, ce lo ha assicurato Gesù (un mio figlio è stato convinto per anni che Gesù avesse detto le porte dei pifferi non prevarranno, e non si spiegava perché ce l’avesse tanto con l’innocuo strumento musicale).

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20 Febbraio 2013 - Categoria: eventi straordinari

Il dramma messianico: Dio sceglie il suo Re

Salmo 2

images-1Riconosciamo in Gesù il re di cui parla il salmo. Facendolo risorgere, Dio gli ha dato la vittoria, lo ha costituito Signore e Mediatore. Soltanto aderendo a lui, gli uomini entreranno nella via della salvezza e saranno felici.

Perché questa rivolta di popoli
queste assurde pretese delle genti?

Contro il Signore e il re da lui scelto
si ribellano i re, cospirano i capi e gridano:
<Liberiamoci dal loro dominio
spezziamo le nostre catene.>

Dal suo trono nel cielo
ride il Signore e li disprezza.
A loro si rivolge adirato
e, spargendo terrore, proclama:
<Sono io che ho posto il mio re
in Sion, montagna a me sacra>.

Questo è il decreto del Signore al suo re:

<Tu sei mio figlio;
io oggi ti ho generato.
Chiedi: ti darò i popoli in possesso
sarà tua tutta la terra.
Potrai distruggerli con scettro di ferro,
ridurli a pezzi come vasi d’argilla.>

Signori e potenti del mondo,
Mettete giudizio, ascoltate:
Servite il Signore con rispetto
adoratelo con grande timore:
ché non scoppi improvviso il suo sdegno
e voi non perdiate la vita.>

Felice chi confida nel Signore.

 

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15 Febbraio 2013 - Categoria: eventi straordinari

Le impressioni sulle dimissioni del Papa scritte in latino e tradotte in italiano dal prof. Giuseppe B. nato a Cagliari, ma sassarese di adozione

Ho chiesto all’amico Giuseppe (preferisce restare anonimo) di scrivermi le sue impressioni in latino sulle dimissiomi di Benedetto XVI. Mi ha accontentato e lo ringrazio di cuore. Capita ogni tanto che ci scriviamo in latino delle email per il gusto di tenerci in esercizio.

Joseph natione calaritanus sacerensis adoptione suo amico dilecto Angelino salutem.

 Hodie, die undecima mensis Februarii, hora sexta, nuntium ex interretiali situ vidi et audivi de Summi Pontificis abdicatione; factum quod ephemeridis scriptores et auctores colloquiorum percontativorum in voce et in video, ab omnibus mundi partibus, certe insurget. Non mihi iuvat vanas immagines disserere – nec mihi fas esse reputo -, sed amico brevem aliquam meditationem confidere malo.

 Loqui nolo de rationibus quae Benedictum XVI induxerunt ut hunc acciperet consilium, ceterum mea non interest absolute. Verum est quod usualis non sit in Ecclesia hoc genus solutionis; si excluditur Celestinus V, cuius historia bene novimus, non esse aliud exemplum referendum mihi videtur. Et ideo puto dolores et cruciatus a decessore toleratos in vitae eius novissimus diebus, in quibus magna difficultas exprimendi et impossibilitas cum fidelibus communicandi sub omnium oculis erant, non extraneos fuisse tali lectioni. Sed haec hactenus!

 Prior mea cogitatio, quae tibi propono, maioris signi et gravior haec est: sincere credo Summum Pontificem fecisse praesertim actum amoris pro Ecclesia, actum amoris qui sequitur audaciae actum cum electionem acceptaverit nunc octo anni sunt. Opinor,enim, illum credere paulum conveniens ministerium fidele et continuum pro Ecclesia cum pauca valetudine et aetate nimis praegressa.

 Benedictus XVI, optimus theologus, perfecte comprehendit Pontificem servum servorum Dei semper et ubique esse debere; et etiam necesse esse omne momentum existentiae suae ad hoc servitium assiduum… usque ad mortem. Sed si haec mors non venit tempore apto ad liberandum corpus ab omnibus terrenis laqueis, dum vigilis et compos sui homo adhuc est, pro bono Ecclesiae videtur necessaria abdicatio.

 Altera cogitatio vergit in argumentum similem et his verbis explico: amor Ecclesiae a Pontifice profusus liberum facit eum pro futuris optionibus, id est cum hic amor ipse periclitaretur a morbo et aetate nullum esse. Magnam dilectionem nos omnes vidimus in apostolicis itineribus, in variis interventibus secundum opportunitatem, in paterna deditione erga pauperes et ab omni fortuna derelictos totius mundi, quibus semper dicatus est. Pulchrum esset recordare aliquot exempla, sed hoc meis cogitationibus longe est.

 Sed aliud cogitatum me ducit ut explicem theologicam sapientiam presentem in labore apostolico et in suo pontificali magisterio: in iis pater est cui filii fiduciose confugere possunt. Sapientia magna quam effecit pluribus annis studiorum reconditorum et adsiduorum, adumbrationem teologicam in omnibus orationibus et prasertim in scriptis suis posuit. Mihi videtur iustum ipsum referre in numerum Patrum Ecclesiae qui dicuntur, et eum adsociare Ambrogio, Augustino, Basilio, Gregorio et aliis qui cum ipso pastorale onus partiti sunt; quod onus ipsi exercitaverunt non solum beneficio suae dioecesis sed pro tota Ecclesia.

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14 Febbraio 2013 - Categoria: educazione, storia

Famiglia e infanzia in Europa, Italia e Sardegna di Cristina Urgias

In Europa agli inizi dell’Ottocento, mentre le famiglie aristocratiche e borghesi di ricchi artigiani e agricoltori si avviavano verso la trasformazione dalla tipologia familiare premoderna  a quella moderna (in cui si metteva al primo posto la salute e l’educazione dei figli) le famiglie più povere, prostrate da situazioni di disagio (precarietà del lavoro, difficoltà di procurarsi un alloggio, situazioni igieniche malsane ecc.) trovavano numerosi ostacoli nel realizzare il loro ideale di vita borghese.[1]

L’andamento della vita familiare era costantemente sconvolto da eventi imprevisti che avevano delle ripercussioni sia sulla sua reale sopravvivenza sia sui destini individuali dei suoi membri. Tra questi c’era sicuramente la mortalità diffusa a tutte le età e principalmente delle donne che lasciavano i figli orfani in abbandono parziale o totale[2]. Del resto anche per gli uomini le speranze di vita media non andavano oltre i cinquant’anni.

Anche la mortalità infantile toccava delle punte drammatiche.

Le città murate e i centri rurali erano in condizioni igienico-sanitarie alquanto precarie: contaminate da escrementi umani, odori nauseabondi, acque luride, cibi putridi, rumori assordanti. I grandi centri urbani erano neri e fuligginosi per la diffusione delle industrie che bruciavano carbone.[3]

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11 Febbraio 2013 - Categoria: cristianesimo, eventi straordinari, lingua/limba

Su Paba Beneitu XVI, betzu e malaidu, lassat sa ghia de sa Cresia pro s’eletzione de una paba pius zovanu e forte de Anghelu de sa Niéra

Beneitu XVI

Su Paba, Beneitu XVI, lassat su tronu de Santu Pedru ca li pesant sos annos e siguramente est puru malaidu. Custas cosas las podimus cumprendere nois chi no che semus imbetzende. Issu at nadu chi pro guvernare sa Cresia bi cheret pius fortza fisica e coraggiu. Pro a mie at fatu bene e cun s’elegantzia e signorilidade chi at sempre dimostradu in totu sa vida sua. Tzertamente sos dispiagheres chi lis ant dadu sos prideros, paritzos piscamos e pius de unu cardinale e tzertas concas de ou de cristianos, ammitimus fina su populu cristianu ch’est diventadu a pagu a pagu revessu, apostata, e criticaiolu l’ant copidu a su coro. Meda de a issos, ismentighende chi sunt partes de sa Cresia santa cattolica apostolica e romana, non faghent che narrer male de su Paba. Non bastat chi semus pecadores e pecamus a onzi passu chi ponimus, amus su coraggiu de nond’essire finas dae su masone de Cristos pro narrer male de su Paba ca diat esser tropu ricu, tropu estidu de oro:unu fiotu de ballas chi no istant ne in chelu ne in terra. Pensade chi zente meda, puru istudiada, no ischit distighere su filu indorardu dae s’oro e tando cando ident lutzigare sa mitria o sas bestes liturgicas la leant pro bestes de oro. Meda bortas apo devidu ispiegare a tzente lega e istudiada chi una cosa est su filu e una cosa est s’oro, ma deo naro chi puru si ant esser istadas de oro Deus meneressit s’oro e onzi bene pretziosu chi at fatu in cust’universu mannu. Su fat’istat chi cando unu est conchi boidu o de malanimu no bi sunt peraulas a bi lu fagher cunprenderee tando si ch’andent a sas caldans de s’Inferru, anima mia libera! A onzi modu, torrende a Beneietu XVI, devimus reconoschere ch’in sos annos chi at tentu su timone de sa Barca de Santu Pedru at passadu tempestas de onzi manera: sa denuntzia giara e tunda de su chirigos pedofilos, de sos teologos istravagantes, de sas natziones chi ant abbandonadu in totu sa fide catolica, apostolica romana che sa Germania, sa Franza, sa pius apostata, su Belgiu e ateras natziones. Cun sas entziclicas Beneitu XVI at faeddadu giaru nende de custu mundu tecnologicu ch’est perdende sos sentimentos umanos e cristianos, at denuntziadu su fatu chi onzunu si faghet sa legge morale a conca sua, faeddende de soggetivismu eticu e de relativismu, puru a cussa conca tosta che.i. sa pedra de cussu imbumboinadu de Umberto Eco, su maccarrone internatzionale ch’amus in Italia e chi si che podet betare puru dae sas turres de Bologna, sempre anima mia libera! at nadu cosas contra su Paba chi sun dignas de unu cochi macu O a cuss’ateru conchi boidu de Eugeniu Iscalfari chi si creet Paba e Babbu Eternu, cand’est solu unu giornalista miliardariu chi no ischit mancu ue ch’etare su inari balanzadu cun faulas e fauleddas como chi si s’est acurtziende a sa morte.

Cust’omine chi est diventadu Paba a 78 annos at fatu 21 viaggios apostolicos internatzionales, at incontradu milliones de omines e de feminas, at faeddadu a su mundu intreu meda bortas. Cando l’ant eleggidu at nadu ” So un oberaiu in binza de Nostru Segnore” e gai at fatu dae prideru, professore in Telogia, piscamu e cardinale. At trabagliadu pro tantos annos cun Giuanne Paulu II, si podet narrer chi est bistadu su bratzu drestu sou, ca cantu Giuanne Paulu fit istudiadu in Filosofia, Beneitu XVI l’est in Teologia.

Nois semus meda dispiaghidos pro custu abbandonu dolorosu,intamen semus cuntentos chi unu Paba, finas ritirendesi pro si preparare a sa vida eterna nos dat s’esempiu chi totu at una fine e cando no bi la faghimus pius a fagher su dovere nostru nde devimus faghere a mancu.

Le dichiarazioni del Papa ai cardinali

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.
Benedetto XVI
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9 Febbraio 2013 - Categoria: cultura

Sos fundamentos de un’obera de artista de Anghelu de sa Niéra

Chie, pro unu motivu o pro un ateru at devidu lassare sa idda sua inue at passadu nessi sa pitzinnia, a issa torrat in milli modos, ma supra totu cun sos sentimentos. Custa esperientzia ant proadu tantos poetas e tantos iscritores non solu, ma finza sos cineastas, sos pitores, sos iscultores e.i. sos musicistas. De sos poetas podimus ammentare Giagu Leopardi e Giuanne Pascoli pro no faeddare de  Gabriele d’Annunzio, de sos iscritores sa  Grazia Deledda nostra e Giuanne Verga chi umpare leant sa zente connota in pitzinnia e che las ponent e las faghent mover comente in d’una moviola in sos contos, in sos contados e in sos romanzos issoro. Chena ammentos e recuidas a sas bidda issoro non si podent immaginare sos protagonistas de sas oberas ch’ant iscritu. Non fentomemus Alessandro Manzoni e Ippolito Nievo e chen’andare trop’attesu s’ammentant de sa terra issoro fina sos ultimos iscritores zovanos chi ant apidu fama in totu sa Sardigna e fina in sa Penisula.  Sos logos inue semus naschidos e creschidos sunt atacados a nois che.i.sa pedde a sa carena e s’inteligentzia cun sa memoria e sos sentimentos si sunt inzennerados manu manu chi semus creschidos peri sas carrelas, sos tirighinos, sas chejas, sas festas e sas esperientzias chi amus apidu in familia o peri sos parentes e amigos. Meda zente pagu istruida, pro non narrer lega, pessat chi un artista cun sa fantasia fetat totu: s’idet chi non ant istudiadu Aristotile e Santu Thomas d’Aquino chi narant umpare: nudda est in sa mente si primu no est istadu toccadu dae sos sentidos e pro la narrer in latinu nihil est in mente quod prius non fuerit in sensu. In pagas peraulas si un iscritore o poete no at fatu esperientzia pessonale nessi in pitzinnia comente faghet pustis a faeddare de sos protagonistas de unu contadu, de unu romanzu o a proare sos entimentos chi li brotant dae una poesia? Primu b’est istada sa vida, sa ptzinnia o sa gioventura o pustis bi sunt sas recuidas e sos sentimentos, sos faeddos, sos contados e d’ogni bene de bonas e malas sortes chi at incontradu. Custas cosa sunt a fundamentu de sa narrativa e de sa poesia, chena issas no b’at nudda ite narrer. Intamen b’est un’atera cosa de s’ammentare, non bastat sos ammentos, sas recuidas e sas isperas, bisonzat chi bi siat su tribagliu de s’autore de sas  poesias o de sos contados, sa conca e.i. s’anima. No est chi unu chi s’ammentas de sas cosas ch’amus nadu si podet  ponner a iscriere gai comente capitat e tando su giogu diat esser facile, ma s’iscritore o si cherides su poete devet ischire chi pustis d’aer iscritu sa prima bolta poi devet acontzare totu e tribagliare su contu o sa poesia che.i. su frailarzu su ferru, che.i. su mastru ascia sa linna e si cheret fagher s’artista bi devt torrare a tribagliare subra pius boltas fina a cando su contu o sa poesia est, pro nde narrer una: lebia lebia, musicale, limpia che i s’aba de su mare cando est frimmu e no b’at bentu. A boltas sutzedit chi unu poete improvvisadore siat gai bravu de mustrare d’esser un artista grandu, no est beru, s’improvvisadore si cheret fagher bella frigura i su palcu si devet preparare, ca si no faghet cileca comente est sutzessu medas boltas.

E tando pro nde ogare fune, bidu chi so istracu, s’artista devet tribagliare che unu mastru in sa butega e fagher in modu chi sa poesia o su contu nd’essat bellu che un arvure in beranu!

Deo e totu chi apo iscritu in italianu La maschera dalla gonna capitina intra s’istadiale de su 2006 e su 2007, puru si l’apo pubbricadu in su sitiu de Ztaramonte, lu so ancora curreggende, pessade chi l’po fatu leggere fina a unu lontanu nebode de Giuseppe Parini e a tant’ atera zente. Chie m’at cunsizadu una gosa e chie s’atera: su vicariu de Arzachena m’at nadu:- Lassa perder s’amore porcaccione de Maria Bellanca cun Brancone, allezerilu meda!- Su nebode de Parini:-Bidu ch’est unu romanzu istoricu, ripeta su calendariu universale pro sas dies de chida, b’est finza in internet.- Un’iscritore de Bologna m’at nadu, daeboi chi l’as curreggidu faghedilu leggere a boghe manna dae una bella picioca (chi no deves abaidare tropu) e t’as abizare chi sas ciarras longas istracant su leggidore e tando mutza ue b’est de mutzare. Leggidores mios custa mimula no finit mai. Peus pro a mie che mi so dadu a fagher su romnzeri dae betzu!

Deo naro Deo gratias pro custos cunsizos, ma si andamus adaenanti gai l’ap’a dare a s’editore cando ap’a giompere chent’annos e magari sos diritos de autore si los ant a mandigare fizos mios bidu chi semua in tempus de famine. Peristantu no mi so frimmadu e nde so ammanizende un ateru Il marchio dalla pròtome taurina, tota roba de idda nostra, deo bi so ponzende solu sa fabula e s’intreccio comente narat sos criticos leterarios, ancu andent totu olende peri sas aeras a iscominzare dae custu Onofri chi faghet dinari iscriende in sos zoronales de cussu porcu rassu chi est padronu guasi de trinta bullettinos de onzi die e faghet dinari dae busciacas nostras cun so bandos de’ sos mortos. Dae inoghe a pagu ant a bettare su bandu pro issu puru, ap’ischidu chi sa tumba istorica comporada e accontzada a nou est guasi pronta pro custu prograbu.

Como apo finza lassadu s’incunzadu bugliende bugliende! Creidemi frades mios no si nde podet pius de custos ricos mannales.

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2 Febbraio 2013 - Categoria: lingua/limba, narrativa, recensioni

Riflessioni su “Boghes e caras antigas de su Mulinu ‘e su ‘Entu” di Salvatore Patatu di Ange de Clermont

L'autore

L’autore

 Salvaltore Patatu, Boghes e caras antigas de su Mulinu ‘e su ‘entu, Prefazione di Paolo Pulina, TAS, Sassari 2012, pp. 168, s.p. con CD audio dei racconti del libro, voci narranti  Domitilla Mannu  Salvatore Patatu.

Non abbiamo avuto l’opportunità di assistere direttamente alla presentazione  del libro per svariati motivi, ma abbiamo letto l’intero lavoro  e abbiamo ascoltato qualche brano letto dalla voce dell’autore e dalla sua  partner.

 La formula commerciale  usata è davvero in regola coi tempi che viviamo, manca solo un documentario in DVD su Chiaramonti, per ammirare sia l’intrico delle vie che conducevano al  Mulino Budroni & Rottigni  che ormai non c’è più sia al Mulino a vento, la cui torre svetta umilmente, seppure in alto, in attesa di un restauro, su cui s’intrattiene, fantasticando, l’autore.

Noi, più che citare autori inglesi, americani e francesi, opera dei critici di mestiere, intendiamo richiamare quel mondo paesano e contadino che vive nel romanzo con le massaie e i massai  sia intorno al Mulino a vento quanto presso il Mulino Budroni & Rottigni dove il piccolo mugnaio, spesso stressato dalla fatica e avviato precocemente al lavoro, va alla ricerca di trasgressioni adolescenziali spiando dalla parte bassa degl’ingranaggi sotto le gonne di qualche giovane massaia o ascoltando una fantasiosa e improbabile confessione di qualche massaia che pare fosse dedita più al commercio sessuale che non al lavoro di casa. Dove va a finire la serietà arcigna delle nostre coetanee chiaramontesi che leggendo il libro finiranno per pestare di santa ragione quel burlone e ciocapalle dell’autore.  La pignoleria con cui vengono descritte le vie, va anche bene, e ci riporta in quel piccolo mondo antico che pure era Chiaramonti prima e dopo il II dopoguerra, dove si aggiravano o lavoravano calzolai e altri artigiani. Eccessiva e troppo contemporanea mi pare la descrizione pignola dei macchinari. Forse una maggior semplicità espositiva avrebbe giovato al racconto e al lettore non locale. Lo scrittore  sardo però è fatto così e nonostante il suo “esser lanoso”, la descrizione si alleggerisce grazie al suo modo scanzonato e “istrionesco” che arricchisce la sua personalità. A mio avviso meno pignoleria e meno marachelle adolescenziali, avrebbero reso quel tratto iniziale del libro presentabile nelle nostre scuole e anche in qualche educandato in cui tra le altre cose s’insegna la modestia alle fanciulle e non l’impudicizia. Peccato a cui si può riparare con un’edizione purgata per essere adottata nelle scuole presso cui dall’anno prossimo s’insegnerà la lingua sarda. Se questo l’editore non fa vuole sicuramente perdere una buona fetta di mercato e impedire che il nostro scrittore, già universalmente conosciuto, per la fatica del presentatore nei palchi di tutta l’isola, finirebbe per oscurarlo.

La lettrice

La lettrice

L’autore merita che si leggano sia Contos de s’antigu Casteddu sia la sua interpretazione delle favole di Esopo sia quest’ultima fatica che vuole riallacciarsi ai simboli scolpiti nel panorama di Chiaramonti di cui non ha scordato la casa Madau e l’altana e di striscio la chiesa, pascolo già consumato dal fratello Carlo, anche lui come del resto tutti i Patatu, uomini e donne , dotato di abilità affabulatorie. Fermarsi dopo la Messa domenicale con Iolanda è un piacere anche quando capita che ti dà delle scudisciate se tu vuoi imbrogliare le carte. La stessa cosa si può dire per Ida, simpaticissima, e ricca di memoria e storia sulle pretese materne  senza diritto di replica. Già, tra le tante stravaganze materne, c’era pure quella che per assisterla, essendo la primogenita, non avrebbe dovuto sposarsi, ma lei si è sposata e da ottima figlia l’ha assistita con devozione filiale fino alla fine. Nel racconto  tia Ciccia, direi quasi da dietro le quinte, è presente e regista dei consigli al figlio, angosciato dalle fatiche del lavoro e direi quasi dallo sfruttamento padronale.  Quel che Tore non dice, tia Ciccia era un’affabulatrice eccezionale e bisogna riconoscerlo ha davvero trasmesso queste dotti affabulatorie ai figli maschi, ma anche alle femmine. Credo che i due fratelli dovrebbero fermarsi un pò ad intervistarle su varie tematiche perché anche oralmente si possono raccogliere racconti, episodi, storie di vita come usa fare oggi con la storia orale. Qualche esperienza, con due tesi di laurea, noi abbiamo avuto l’opportunità di farla in merito sia ai ricordi di scuole e maestre delle anziane chiaramontesi sia per quelle anglonesi.  Credo che anche le donne di casa Patatu meritino di riversare le loro preziose interviste se non proprio servendosi dei fratelli, almeno su chi “letterato” abbia il piacere di ascoltarle e trascrivere quanto narrano.

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1 Febbraio 2013 - Categoria: lingua/limba, narrativa

“Babilonia” di Carlo Mulas di Quartu Sant’Elena

Su noti iat fatu logu a is primus isperas de luxi pintendi is airis a orienti e lassendi crocau su celu a s’atra banda. In-d unu campu arrodiau de su desertu, sa brenti segura de un’aèreu iat angiau piciocus fatus a sordaus, trabballadoris de paxi bistius a gherreris. Unu avatu a s’atru ndi fiant bessius, insurdius po su trèulu forti de s’arrolliu de is motoris, a ermetu beni strintu in sa braba po amparai sa conca tùndia e ispilia, totus cantus beni imboddicaus in su corpetti contra-balla. Issu puru ndi fiat calau, a barsaca a coddu i a fusili in manu, amostendi seguresa po sa primu missioni cosa sua. Chi s’ùrtima puru iat a essi stètia. Nemancu fatu su primu passu in sa terra grega e sica, chi giai is ogus a pitzus d’iat postu Issa, Sa chi segat dònnia acàpìu, liendiddu beni po ndi podi torrai a si du pigai calincunu mesi a pustis. A tempus. In-d una di’ cumenti a is atras fut, nàscia a suta de un’orizonti serrau de is arremòrius de gherra e de is atìtidus tristus chi levànt a sa vergantza. De su desertu tiràt unu bentu crispu, callenti che fogu. Unu bentu avesu a si ndi tragai avatu tupas ispinadas e mulinadas di arena fini e puntuda. Un’arena maca, chi pagu nc’iat postu a ndi furriai a stresura, scuressendi su soli e faendi calai su noti torra.

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