4 Luglio 2013 - Categoria: narrativa

IL PROFUMO DEGLI ASFODELI (romanzo) DI ANTONIO LEDDA

  Antonio Ledda, Il profumo degli asfodeli, Tas, Sassari 2006, pp. 125

Unknown-5L’autore nel rispetto della legge sulla privacy ha evitato la citazione di nomi e di fatti che possano in qualunque modo favorire il riconoscimento di persone luoghi e avvenimenti. Poiché è possibile e in alcuni casi probabile che esistano persone reali con lo stesso nome e negli stessi luoghi e alcune caratterristiche dei personaggi di questo romanzo. L’autore assicura che si tratta di pura coincidenza: non è di loro che si racconta qui. La pubblicazione in questo blog avviene con l’autorizzazione dell’autore.

Presentazione  di Angelino Tedde

La vena narrativa di Antonio Ledda non si è esaurita con la sua terza opera Le ali della memoria (2005) nella quale era gradualmente passato dall’autobiografismo al vero e proprio romanzo.

In questa sua ultima fatica la sua vena narrativa si libera e costruisce una ben congegnata storia d’amore dove sarebbe inutile ricercare qualsiasi riferimento autobiografico.

L’autore in questo romanzo racconta con autentica vena sentimentale e spesso poetica la storia degli amori giovanili del protagonista Giovanni Ruiu, anzi soprattutto l’indimenticabile storia d’amore per Lidia, donna appassionata che dopo un primo breve e meraviglioso incontro col protagonista scompare lasciando nel giovane una nostalgia struggente.

A questo punto le vicende dei due principali protagonisti si svolgono in direzioni diverse.

Lei è costretta dai genitori a unirsi in matrimonio con un brav’uomo che le garantisce sicurezza e decoro sociale, ma le toglie l’entusiasmo del cuore.

Il protagonista, d’altra parte, preso dalla sua carriera scolastica, pensa con rimpianto a quell’amore tanto breve quanto coinvolgente trovato e perduto così in fretta e non avrebbe certo immaginato che cosa gli teneva in serbo la sorte.

Passano gli anni, Lidia, ormai sposa e madre di un bambino, conduce una vita scialba e senza grandi passioni, Giovanni, ancora scapolo, segue il ciclo della sua carriera scolastica in una città nella quale non avrebbe mai immmagino di incontrare l’amore perduto.

La donna, accompagnando a scuola l’unico figlio, ha la sorpresa di incontrare tra gl’insegnanti Giovanni.

Fra i due si riaccende quell’ardente passione d’amore che sembrava spenta per sempre dopo il meraviglioso primo incontro.

Le vicende tra i due riprendono in un contesto naturale dove il paesaggio, il mare, il cielo paiono rendersi complici di una nuova indimenticabile stagione d’amore.

Gl’incontri furtivi, le occasioni propizie, la complicità della natura, il contesto sociale favoriscono questa passione incontrollabile e proibita, nonostante affiorino rimorsi e pentimenti da parte di lui che spesso, dopo i buoni propositi, si lascia travolgere dalla passione.

Un evento propizio alla carriera di Giovanni sarà risolutiva della storia d’amore.

Il romanzo lo si legge d’un fiato con interesse e curiosità alla ricerca di vedere come la storia volverà.

La scrittura è leggera e tersa, la sintonia dei due amanti col paesaggio è armonica.

Il lessico è in sintonia coi sentimenti e col racconto.

Si può ben affermare che l’autore ha abbandonato per sempre quello stile asciutto dei suoi precedenti scritti per immergersi nei palpiti del cuore e del mondo che lo circonda.

Leggi tutto
2 Luglio 2013 - Categoria: versos in limba

Cando giamant su bechinu de Anghelu de sa Nièra

Unknown-3Cando giamant su bechinu

tando ses bell’ e che mortu
issu atis su baule
pro ti che tzacare intro
e no podes denegare.
Battor omines umpare
ti leant a codd’issoro
ca tue ses su tesoro
de sa die fatoria.
Cando falas in sa tumba
pro aer paghe e reposu
mi diventas putzinosu
ca su corpus s’arruinat
e poi diventas liju
che carena ‘e barca
fraziga.
Leggi tutto
1 Luglio 2013 - Categoria: storia

L’asilo infantile Falchi-Madau di Chiaramonti: conclusioni e bibliografia generale di Cristina Urgias

images-2

A Chiaramonti si inizia a parlare dell’istituzione di un asilo infantile già dal 1862 quando il sindaco ricevette, da parte del regio ispettore delle scuole primarie e magistrali di Sassari, un invito ad istituirlo. Purtroppo non è stata rinvenuta alcuna risposta in merito.

Questo invito viene rinnovato da parte di un intellettuale benestante del paese, G. Falchi, nel 1906. Egli si preoccupa di individuare quella che potrebbe essere la sede di tale istituto e le eventuali fonti finanziarie necessarie per il suo sostentamento. Prende inoltre degli accordi con la superiora delle suore domenicane di san Sisto Vecchio di Sassari per la direzione dell’asilo.

Il consiglio comunale accetta con entusiasmo questo invito, testimoniato da diverse delibere in proposito, ma non si capisce perché l’iniziativa formalmente completata non andò avanti.

Da questo tentativo fallito di istituire un asilo passeranno diversi anni prima di sentirne parlare nuovamente. Infatti, è solo nel 1922 che si riprende l’iniziativa con un comitato Pro Asilo presieduto dal canonico Grixoni.

Questa volta l’iniziativa va a buon fine e grazie ai finanziamenti comunali, alla generosità della popolazione, che contribuisce con offerte e diversi lasciti, l’asilo inizia a funzionare. Probabilmente l’asilo è operativo già dal 1922 o al più tardi nel ’23. Questo si può dedurre dal consistente finanziamento stanziato dal comune (£. 5.000) che per legge non avrebbe potuto destinare una tale somma a favore di questa iniziativa se l’asilo non fosse stato attivato. Comunque, da alcuni documenti, è emerso che questo asilo funziona con certezza negli anni che vanno dal ’27 al ’31.

L’attività si svolgeva presso un’aula messa a disposizione dal comune, nel fabbricato della casa-comunale-scuola. Le maestre erano laiche e dall’esame di una fotografia si può affermare che esse accogliessero giornalmente circa 70 bambini.

Purtroppo quest’attività si interrompe nel ’31 e sino al ’38 non si ha traccia di attività a favore dell’infanzia.

Grazie alla tenacia del canonico Grixoni, infatti, in questo anno inizia a funzionare un asilo per la direzione del quale vengono chiamate le Povere Suore Scolastiche di Nostra Signora di Gorizia. Esse ne assumono la direzione dall’apertura sino al ’47.

Da questo anno e sino al ’53 assumeranno la direzione dell’asilo le Suore Missionarie Figlie di Gesù Crocefisso di Tempio.

Per i 3 anni successivi l’asilo viene finanziato dall’ESMAS che chiama all’insegnamento delle maestre laiche.

Per qualche tempo l’asilo rimane inoperativo sino a quando nel ’58 arrivano le suore del Getzemani di Sassari che rimangono alla direzione sino al 1970, quando il comune decide di istituire la scuola materna statale per la quale ottiene i fondi necessari. Da quel momento la struttura viene gestita da insegnanti statali e successivamente avrà un proprio fabbricato.

Le tre Congregazioni religiose svolsero l’attività didattica seguendo il metodo Agazzi e fornirono non soltanto il personale magistrale, ma anche di supporto in quanto tutte e tre attivarono un educandato per le giovani del paese.

Delle tre congregazioni, quella che ha dato un’impronta più forte è stata la prima. In seguito alla loro partenza, nell’asilo ci fu un abbassamento di tono, di rigore e di qualità delle attività.

I locali nei quali si svolse l’attività erano di proprietà dell’Ente Morale Falchi-Madau.

L’edificio si sviluppava su due piani, immerso nel verde, e con annesso un cortile nel quale i bambini venivano condotti nelle giornate più tiepide. In esso vi era anche una cappella nella quale i bambini venivano portati per assistere alle celebrazioni religiose ed essere istruiti sulle verità della fede.

I bambini accolti provenivano dai vari strati sociali. Nei primi anni non venne fornita la refezione che ebbe inizio nel maggio del ’42.

Ai bambini veniva insegnato il canto, il disegno, la numerazione e i principi elementari dell’igiene. In occasione delle feste venivano organizzate delle recite.

Si può dire che l’asilo privato ha funzionato nel primo periodo per circa 8 anni e nel secondo per 30.

Poiché la media delle presenze giornaliere era di 80 bambini e ogni bambino compiva un ciclo di 3 anni si calcola, che hanno percorso mediamente il ciclo scolastico triennale circa 1.333 bambini. Essendo la popolazione media censuaria chiaramontese, nel periodo considerato, di circa 2.518 abitanti, e tenendo conto che all’epoca la popolazione infantile rappresentava il 30% di questa, si può ritenere che la popolazione infantile dello stesso periodo considerato fosse di 4.518 bambini e che di questa abbia frequentato l’asilo il 29%.

Leggi tutto
29 Giugno 2013 - Categoria: c'est la vie, lingua/limba, narrativa

S’Inferru seberàdu dae compare Buccianu Trudda de Anghelu de sa Niéra

Unknown-1Compare Buccianu Trudda fit omine istudiadu, ma non tantu: un isciamine a Roma, duos a Milanu  e a pagu a pagu si fit laureadu, cun allegria de totu sa familia. Finas dae minore però fit redossu: fit beru su chi naraiat issu, fit falzu su chi naraiant sos ateros. No li mancaiat sa superbia, anzi nde furriait cando caminaiat in sas carrelas. Non bi pessaiat duas bortas a narrer ainu a unu e a s’ateru. Daeboi de sa luarea fit diventadu omine importante in sas iscolas e sas mastras a bortas de cantu fit severu si pisciaiant suta, no faeddemus de sos pitzinnos. A s’inde podiat istare in domo a si fagher sos fatos suos: no malannu ogni santa die libera dae s’iscola  falaiat in piata a insignare comente fit fatu su mundu e comente andaiat sa politica, sa religione e sa filosofia, ma su chi naraiat no fit trigu de conca sua: issu ripetiat a totu su chi leggiat in d’unu giornale chi l’arrivaiat finamente a domo. Pro a issu cussu fit su catechisimu de sa religione, de sa politica e de sa filosofia.

Sa Politica

Totu sos politicos fint ladros, tontos che.i. sa balla e su guvernu si l’aiant lassadu faghere b’aiat pessadu isse a totu. Sa zente de piata l’iscultait tantu pro non li mancare de repetu, ma suta suta, naraiant:-Ite cheret custa conca de aiunu fit mezus si si vi fatu messaju.- Isse non fit democristianu, issu no fit comunista, issu fit sotzialista pro sos ateros, ma capitalista pro domo sua. Isse però non fit mancu sotzialista ca l’aiat semper contra sos sotzialistas chi mandigaiant che sette canes dae sette furros. Si aiant dadu a isse su guvernu aiat acontzadu totu in d’unu su Gambale chi fit sa Natzione. Issu naraiat chi fit cun Garibaldi chi si che fit andadu a Caprera a piscare, a zapitare e a iscriere sos ammentos de sa vida sua. Garibaldi si chi fit omine:-Oh, fit pure feminarzu, ma cussu non contat nudda ca sas feminas si leant a prou che.i. sa sindria!-

Leggi tutto
25 Giugno 2013 - Categoria: c'est la vie, cahiers de doléances

La magistratura delle Iman milanesi alla frutta: visionarie pornografiche non giudici sine studio et odio di Angelino Tedde

sine studio et odio

sine studio et odio

Siamo arrivati alla sentenza scontata su Berlusconi, inseguita affannosamente da 20 anni. I corvi in paglietta esultano e i nemici di Berlusconi se la ridono allegramente, non pensando che con questa magistratura da bordello prima o poi potrebbero incappare loro. Italiani, siete avvisati: se organizzate cene in casa invitate solo uomini e praticate la sodomia che quella non è peccaminosa per i nostri novelli iman, la praticano fin dal tempo dei romani. Non azzardatevi a telefonare in Questura per qualunque incombenza potreste finire  in esilio come uomini pubblici. L’odio, il livore che ha spinto i giudici milanesi a imbastire processi su processi contro un parlamentare italiano ricco ha raggiunto il suo scopo o il suo mezzo scopo, perché adesso vedremo il secondo grado e la Cassazione come la penserà. Non entriamo nei dettagli, basta guardare la faccia della Boccassini e capirete tutto, basterà guardare i giudici giudicanti e potrete fare le vostre deduzioni. Di certo Berlusconi non è uno stinco di santo e i suoi peccati sulla coscienza ce li ha come tutti gli uomini, ma arrivare a interdirlo dalla vita pubblica in modo così plateale e dopo visionarie e pruriginose udienze da tribunale bordello è davvero esilarante. Mai più ricorrere agli scongiuri di latina memoria, mai più sollevare lo sguardo verso una prosperosa fanciulla, mai più alla ricerca di femmine: la salvezza per questi parà sta nel deretano maschile.

Leggi tutto
24 Giugno 2013 - Categoria: sassari e dintorni

L’arte del furto di oggetti preziosi degli zingari di Sassari e dintorni di Ange de Clermont

images-3Più che i nostri fratelli, le nostre sorelle zingare le incontriamo negl’incroci delle strade coi semafori, all’uscita dalle chiese, agl’ingressi dei supermercati, nelle vie, oppure fingendosi arrotini di coltelli e aggiustatori di cucine nelle nostre case.

Da buoni cristiani apriamo i borsellini o compriamo pane e companatico che ci viene richiesto. A volte, con un cuscino al posto del nascituro, vi offriamo non solo l’euro o i cinque euro. Qualche giorno fa, i nostri beneamati fratelli zingari , previo scasso della serratura,  sono riusciti  a penetrare nel nostro modesto studio e a portar via oggetti d’affezione prima che di pregio.

I carabinieri hanno riconosciuto subito la loro manina rapace, più  delle sorelle che dei fratelli zingari. Ora a parte lo scasso e il  furto di oggetti cari e preziosi, ci addolora il ripensamento che dobbiamo fare su questi nostri fratelli di cui auspichiamo l’integrazione, ma non c’è integrazione che tenga se questi amati fratelli e sorelle continuano a perpetrare furti negli appartamenti. Si tratta di ladri matricolati e raffinati che non hanno imparato a rispettare le case e le cose altrui.

Non è escluso che prima o poi con un’incursione dei militi dell’arma gli oggetti possano essere ritrovati, ma l’offesa di mettere un appartamento all’aria, di violare la privacy, di scordare ogni atto di amore caritatevole che i singoli, laici e credenti, usano nei loro confronti. Non paghi di rubare questi oggetti saccheggiano cimiteri rubando oggetti di rame e tra poco aspettiamoci il furto di pluviali e di altri arredi. Ormai come formiche dalla testa rossa saccheggiano ovunque possono saccheggiare quasi a completare l’opera dei ladri nostrani. Certo uno che ha fame non va a rubare oggetti preziosi, ma lo fa per festeggiare con cifre esorbitanti i matrimoni dei cani che usano celebrare.

Come al solito i nostri sociologi e sacerdoti ci dicono che sono fratelli che sbagliano e hanno ragione, ma se continuiamo così arriverà un momento in cui la gente si coalizzerà per cacciarli via dalle città e dai paesi e respingere questi figli del vento ai paesi della loro provenienza. Bei tempi quelli in cui nei nostri paesi si lasciava la chiave fuori della porta, ora è imprudente seguire quest’uso. Cominciamo ad averne le scatole piene e a perndere la pazienza. Violare gli appartamenti dei loro difensori, dei loro amici è cosa abominevole. Non per questo cambieremo idea sulla loro difesa, ma siamo altresì decisi a batterci perché quando compiono dei reati siano puniti dalla legge senza tante scuse. A riguardo voglio raccontare quanto mi ha raccontato l’amico Eugenio.

Un giorno presso una banca alimentare per pacchi gratuti, in quattro, zingari, entrano nel banco, prendono quattro pacchi, li aprono fuori per strada, scelgono le cose che loro vanno a gradimento e buttano i sacchetti con i rimanenti alimenti per la strada.

Anche questo dev’essere impedito. Fratelli quanto volete, ma se pescati in flagranza di reato, se vengono ritrovati presso le vostre poco igieniche roulotte, se esponete i bambini al freddo e alle percosse, perché piangendo attirino i passanti, se mettete i piedi storti per impietosire, simulando malanni che non avete, meritate d’esser puniti; se costringete le vostre fanciulle ad elemosinare forzatamente siete ugualmente in fallo e dovete subire i rigori della legge, altrimenti tornatevene come figli del vento da dove siete venuti e mettetevi a lavorare cipolle e patate o lavorate il rame visto che ne ammassate tanto gratuitamente con i furti.

Da parte mia cari fratelli se per un verso mi batterò per la vostra integrazione, vi denuncerò come farei con qualsiasi italiano, ogni volta che entrerete in casa mia per rubare, non solo, mi auguro anche che quando starete per aprire un cassetto non si scagli verso di voi una forte scarica elettrica che vi faccia provare un pò di brivido sempre con la speranze che ne usciate illesi e non segnati.

Leggi tutto
19 Giugno 2013 - Categoria: storia

Dalle origini medioevali alla Baronia di Ossi e Muros (XI-XVIII secolo) di Gesuino Scano

Estratto dal libro su Muros (Sassari) di Gesuino Scano

  1. 1.   La “villa“di Muros dalle origini al Settecento
Dr. Gesuino Scano

Dr. Gesuino Scano

Il villaggio di Muros inizia ad essere citato  nel secolo XI come una delle tante villae medioevali del Giudicato di Torres, della Curatoria di Figulinas.

In tale epoca la villa di Muros non può vantare una certa importanza come le ville di Ploaghe, Florinas, Saccargia, Salvenero, nei cui territori si insediarono istituzioni religiose molto importanti. Ricordiamo la sede vescovile di Ploaghe, soppressa nel 1553, dalla quale dipendeva anche la Rettoria di Muros, il Monastero camaldolese di Saccargia nel villaggio omonimo, l’Abbazia dei Vallombrosani di San Michele nel villaggio di Salvennero, ancora popolato nel 1565.

Il nome “Muros” significa ruderi, muri. La spiegazione etimologica e storica che di Muros fa il noto onomasta Massimo Pittau è molto suggestiva.

“Il toponimo deriva dal latino “murus”, dal sardo “muru” al plurale muros, perciò in italiano letteralmente significa “Muri”. Se la spiegazione etimologica del toponimo è sembra evidente, “invece la spiegazione storica è probabilmente questa: il villaggio ad un certo punto sarà stato abbandonato per uno dei  cicli di peste, tra i tanti che a partire dal 300 d. C. si diffusero in tutta Europa fine alle soglie del XIX secolo, oppure sarà stato abbandonato per una decremento demografico, per cui nel suo sito saranno rimasti soltanto muri o ruderi. In seguito il villaggio sarà stato ripopolato conservando però il suo nome di Muros=Ruderi. Se questa spiegazione è verosimile, si tratta di ricercare quale fosse l’originario nome del villaggio di Muros; forse era Tattareddu (= “gigaro” oppure “Piccolo Sassari”), nome di un antico villaggio di cui ancora nell’Ottocento venivano indicate le rovine e che aveva per titolare della sua chiesa San Leonardo.

Leggi tutto
11 Giugno 2013 - Categoria: cultura, filologia

Dae s’amigu sa riposta subra sa limba sarda de Mario Unale

A s’amigu meu famadu Anghelu,
medas grascias ti sient prodigas de onzi bene cando in coro tou las desizas, pro a tie

Mario Unali

Mario Unali

e pro tota sa zenia tua. Sa littera tua m’at fatu meda piaghere e l’apo legida tota a unu sustu; non mind’est faladu su latte dae sos benujos pruite apo appretziadu s’intendimentu tou de micche misciare in d’unu arrejonamentu ue deo b’apo paga cumpetentzia. Dia comintzare dae s’arcuparadu chi tue as giamadu comente si narat cun sa limba natzionale, nendedi, comente in zerta dies de sole e de abba, in su chelu s’aberit cun culores bios e alluttos de ogni isciera, subra a custu mundu malandadu e, deo ammiradu de tanta bellesa tento sempere de nde bogare sos mezus culores cun sas fotografias. Non semper mi resessit ma mi bi proo su mantessi. Gai est sa limba non bastat chi l’isches faeddare, pius de totu este a nde bogare sentimentos e bonas faeddadas de sustantzia. Deo cun meda limites e umilitade, fizu de povera zente trabagliadores de campagna, nd’apo inciupidu sa faeddada, e cun a issa bi so creschidu e fattu mannu, como avviendemi a betzu, cando mi capitada, l’impreo in sos arrejonamentos de ogni die, cun mannos e minores. Calecuna borta cun profittu, ateras, sas pius, comente ozu perdidu. Cun tegus est unu piaghere ca pruite medas sunt sas cosas chi dae a tie poto apprendere e dei custu ti rengratzio meda. Est beru chi dae borta in borta sos populos chi Nos ant occupadu nos ant lassadu puru su limbazu: tue as comintzadu dae sos ispagnolos poi dae sas tzidades marinaras ei sos piemontesos e siguramente non ant fattu diversamente sos fenicios ei sos ateros populos de su mare Nostrum pro nde narrer calecunu cartaginesos, sos des s’Anatolia ei sos Bizantinos. Totu in cust’isula c’ant fattu linna e nos ant lassadu pagu progressu e medas disauras. De una cosa so quasi tzertu chi si puru amus impitadu s’alfabetu consonanticu pro iscrier amus pensadu in sardu e amus isvilupadu unu sensu de autonomia non solu de su logu ma puru in sa limba. Ti rengratzio ancora de sa littera e iscujami, si onzi tantu, che so bessidu dae su tzappadu. Cun affettu e simpatia. Mariu Unale.
—– O

Leggi tutto
RSS Sottoscrivi.