17 Agosto 2017 - Categoria: cultura, memoria e storia, narrativa

“L’erba di Santa Giusta”  di Mario Nieddu-

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

In piedi su una sedia zoppa rivoltava con abilità alcune forme di formaggio sopra su “cannittu”, finché cadde malamente. Mia madre aveva evitato di dare peso al gran dolore alla natica. Durante la giornata però, la sofferenza era divenuta continua e intensa. Di sera si fece controllare da un’amica vicina di casa, tia Vittoria, la quale notò un bel livido rosso e bluastro. Mia madre per alcuni giorni continuò il suo affaccendarsi tra i lavori di casa e la trasformazione del latte in formaggio e ricotta.

Dopo alcuni giorni dovette rivolgersi al medico di famiglia, il dolore con i movimenti aumentava, tanto da non poter più resistere. Quegli constatò un ematoma piuttosto esteso su uno spesso grumo di sangue nero rappreso. Consigliò l’assoluto riposo e le prescrisse una medicina e un unguento da spalmare sulla parte interessata.  Per la medicina e l’unguento mia madre fu ubbidiente, ma non poteva concedersi il riposo. Una madre di famiglia con marito e tre figli non se lo può permettere. Sicché, la situazione precipitò, l’ematoma si estendeva e di pari passo la sofferenza. Dovette rassegnarsi a stare a letto. Quando l’amica le frizionava delicatamente l’unguento, mia madre avvertiva un dolore lancinante. Io spiavo il tutto nascosto dietro la porta della camera da letto dei miei genitori. Al centro del gluteo aveva un bozzo color mattone, grande quanto la mia palla in gomma.

 Il dottore a quel punto decise di intervenire con iniezioni giornaliere. Non ci fu nulla da fare, la situazione era grave e mia madre si prese anche la febbre. Io ero impotente. Il medico una mattina, indeciso forse tra il ricovero o un altro tentativo terapeutico, prese tempo. Chiamò mio padre e gli disse : “ Facciamo come gli antichi, come dicono le nostre donne più anziane, proviamo con l’erba di Santa Giusta.”

C’è un Santuario dedicato a quella Santa, al quale si riconosce tuttora una concentrazione di magnetismo terrestre, ad alcuni chilometri da Nulvi, in territorio di Chiaramonti. In quel periodo però i festeggiamenti nel Santuario erano diretti quasi esclusivamente dai nulvesi, che vi si recavano al galoppo con cavalli di razza, anche se non mancavano le presenze di Chiaramonti e di Ploaghe, centri quasi equidistanti dal Santuario.

In quel tempo viveva in una casetta a ridosso della chiesa s’ ”Eremitanu”, credo con la sua famiglia. Una specie di guardiano-sacrista. In effetti viveva molti periodi di isolamento, forse era dovuto a questo il suo nome. Le vie di comunicazione erano desolate mulattiere, nonostante il sito non fosse molto lontano dai tre centri abitati…

Mio padre, ricevute le dovute raccomandazioni e indicazioni dalla sorella maggiore, zia Caterina, si mise in cammino. Pianificò un itinerario attraverso le campagne, tra valli e scarpate, con la speranza di non incontrare nessuno. La questione non era semplice, non bastava andare e prendere l’erba che s’ Eremitanu gli avrebbe consegnato senza problemi e senza fare domande. Bisognava osservare specifiche regole, se si voleva che l’erba di Santa Giusta attuasse il Miracolo. Occorreva recarvisi a piedi, in preghiera e in totale silenzio. Non avrebbe dovuto rivolgere la parola a chiunque avesse incontrato, né tantomeno rispondere al saluto o al richiamo di chicchessia. Anche inseguìto da qualche cane randagio, non doveva reagire…

E mio padre così fece. Sembrava però che la campagna si fosse animata per l’occasione, incontrò tanti di quegli amici e parenti, che lo salutavano e lo chiamavano per nome. Si imbatté anche in amico dell’infanzia con il quale non si vedevano da ragazzi. “ Ehi, ma tu sei Pietro ?! Come mai da queste parti?” Mio padre passò oltre e quello ci rimase male.

Arrivato finalmente al Santuario, S’Eremitanu tagliò l’erba cresciuta spontanea nel cortile dell’abside della Chiesa. Quegli sapeva esattamente quale erba consegnare e la quantità. Gli disse anche le modalità d’uso, ma mio padre lo informò con un cenno della testa e delle mani che le donne di casa conoscevano bene la “ricetta”.

Riposta con cura l’erba miracolosa dentro una tasca della bisaccia, mio padre rifece il cammino all’inverso, variando ancora l’itinerario. Incontrò ancora molti pastori, amici e parenti. Quelli, notato il suo silenzio ostinato, avevano capito tutto e nessuno gli rivolse la parola se non un cenno di saluto e di assenso con la mano e con la testa.

Arrivato a casa, zia Caterina poggiò l’erba su un pesta lardo, la tritò e fece una poltiglia. Ne mise un quarto sull’ematoma e lo coprì con un panno bianco. Le donne presenti si misero a pregare. Mia madre sembrava spacciata. Il febbrone continuava, il dolore era intenso e il medico si era arreso.

Fortunatamente prese sonno. Mio padre non era stanco per la camminata, l’avrebbe fatta cento volte se fosse servita a dare la salute a mia madre.

L’indomani mattina presto ritornò zia Caterina. Tolto il panno e la poltiglia notò che l’ematoma si era notevolmente ridimensionato. La febbre era sparita. Rifece tutta l’operazione.

Poi insieme a mia madre, rinfrancata e senza un intenso dolore, recitarono il rosario. Io, essendo troppo piccolo per andare con mio padre e i miei fratelli in campagna, avevo assistito a tutte le fasi della cura.

 Nell’arco di una settimana il problema era quasi risolto, dopo un mese dimenticato. Il primo a meravigliarsi fu il medico.
Nessuno riconosce più quell’erba e s’Eremitanu è scomparso da tanti anni.
Io avevo 7/8 anni all’epoca dell’erba di Santa Giusta.

Nota della Redazione

Facendo i calcoli del tempo ricavato dal racconto l’eremitano era un certo Gallu e la moglie Serafina Soddu, cugina di mia madre Serafina Linda Piras-Soddu. L’eremitano tuttavia fornito di una piccola macchia della Santa andava in giro per i paesi dell’Angola a raccogliere offerte in denaro e in natura (cereali, legumi e altro) che secondo alcuni doveva poi dividere col parroco del paese. Quest’erba ( sa pigulosa) era una delle tante erbe officinali che un tempo, ma forse anche oggi, crescevano in Anglona. (A. T.)

 

Leggi tutto
12 Agosto 2017 - Categoria: narrativa

“In tutto quel cielo terso che sa di leggerezza e di libertà” di Sarah Savioli

Sarah Savioli

Diventano sempre più frequenti i giorni nei quali vorrei vivere in un faro su un’isoletta sperduta, lontana da tutto.
Non è un discorso di insofferenza, di depressione o di umore molle e stanchezza. No.
Forse è per l’illusorio pensiero che certi luoghi isolati siano avvolti da una bolla che respinge i problemi e le difficoltà. Il fatto che alla fine non si è mai smesso di cercare un posto nel quale sentirsi protetti da pesi che si teme di non riuscire a portare.
Forse invece per una sorta di born out per le cattiverie di questo genere umano disastrato, ma anche per le delusioni sulle piccole cose che alla fine contano davvero. O perché per quanto tu sia solido e ti difenda senza paura dalle invadenze e dalle aggressioni, non hai nessuna armatura per le assenze, siano queste per superficialità o per semplici egoismi infantili che ti fanno male sempre come la prima volta.
O forse non è una questione di luoghi, né alla fine causa degli altri.
E’ una cosa tua e solo tua.
Quei posti sperduti che sogni, che siano fari, isole deserte, eremi sui monti, alla fine hanno in comune tanto spazio libero e tanta aria tutta intorno.
E tu in certi momenti vorresti solo essere capace di sfilarti la pelle che ti sta addosso così stretta e perderti e disperderti in tutto quello spazio e in tutto quel cielo terso che sa di leggerezza e di libertà.

Leggi tutto
12 Agosto 2017 - Categoria: c'est la vie

“Due dee da spiaggia che si rivelano…” di Sarah Savioli

Spiaggia dorata, cielo blu, mare cristallino.
Mentre scavo nella sacca dei giochi e tiro fuori nell’ordine una pala da giardino, due rastrelli, un secchiello, le pinne e tre setacci, arrivano due donne di 25-30 anni.
Due dee che mi gettano uno sguardo disgustato, poi si concentrano a sistemare i loro firmatissimi averi al meglio sulla sabbia calda.
Una è mora, con occhi verdi penetranti e fisico scolpito da virtuosa della palestra.
L’altra è biondissima, capelli lunghi, corpo più morbido e sinuoso, senza un filo di grasso o cellulite.
Che non è una questione di età. Che io a suo tempo non ero così per gnente gnente gnente, ma gnente…
Dispongono con grazia i teli mare di marca ed entrambi viola-rosa cangianti con sbarluccicamente azzurrognoli.
Poi appoggiano con grazia delle ciabattine da mare con il tacco…il tacco…
Io che quando scendo dalla macchina lancio nella sabbia le infradito di plastica che uso anche quando devo lavare la macchina e ho il telo preso con i punti della farmacia per le pomate per le artriti da anziana. Che è caruccio vè: c’è anche il disegno stilizzato di un ginocchio con la cartilagine rovinata…
La mora ha un costume rosso fuoco firmato Cavalli.
La bionda uno bianco di pizzo di Dolce e Gabbana.
Io ne ho uno della coop preso qualche anno fa che l’elastico delle mutande mi è anche venuto un po’ mollo e ci ho fatto un nodino che alla fine mi tiene anche avvitata l’anca: due piccioni con una fava.
La mora comincia a mettersi un lucidalabbra color ciliegia che luccica al sole e che dà alla sua bocca un ché di vaginale che fa molto moda-sensual.
La bionda inizia invece a spalmarsi con cura un olio protettivo sui capelli che con la salsedine si rovinano, si sa…
Io che dopo due giorni di mare faccio il codino con l’elastico che è comodo perché STRACK, lo stringo bene e taglio i capelli di netto e poi posso evitare un giro di parrucchiera.
La mora prende un i-phone 86 avvolto da una custodia piena di strass e comincia a ditteggiarci su con grazia e maestria, facendo ogni tanto la bocca a cuore per un selfie da mandare nell’etere a un mondo che non aspetta altro.
La bionda si alza, scuote la chioma e mette in evidenza una splendida farfalla colorata su una spalla.
Io, se può valere come segno praticamente indelebile sulla pelle, ho ancora la colla di un cerotto di sei mesi fa su una caviglia.
Poi entrambe si mettono a pancia in giù, o meglio con le chiappe sode in su, a leggere Vogue.
Io sto accasciata mezza seduta scomodissima con tutte le pieghe della panza a remborsè: non ho portato il libro, tanto ho Matteo che mi fa intrattenimento più che sufficiente e non posso stare coricata sul telo perchè mi sta nascondendo una ciabatta sotto la sabbia e devo tenere d’occhio il dove sennò poi mi tocca guidare a piedi nudi fino a casa.
La mora ha lunghe unghie rosse con piccoli disegni neri e gialli.
La bionda ha invece lunghe unghie blu con disegnati uccellini e nuvolette.
Io non riesco a tenere senza smiccarlo nemmeno lo smalto trasparente contro i funghi nei piedi.
Poi ad un tratto la bionda si alza, si scuote via con le mani dalle gambe i tre grani di sabbia che per errore le sono capitati addosso, poi sospira e dice: “Aò, ce sta ‘n caldo che me infilerei un ghiacciolo ner loku.”



Così, eh…qualora vi trovaste in zona e non vi spiegaste come mai c’è una moria di gabbiani che vanno a schiantarsi contro le guardiole del bagnino…

Leggi tutto
9 Agosto 2017 - Categoria: archeologia

Mesumundu: conclusa la V campagna di scavo di Prof. Marco Milanese

Si è appena conclusa nel sito di Mesumundu (Siligo, SS) la V campagna di scavo (3 Luglio – 4 Agosto 2017), nella forma di Summer School di Archeologia Medievale, organizzata dalle Cattedre di Archeologia Medievale e di Metodologia della Ricerca Archeologica dell’Università di Sassari, assieme al Comune di Siligo.
I risultati ottenuti sono stati davvero importanti e torneremo a darne conto in modo documentato, in un sito che sta sempre più ampliando la sua forbice cronologica, dal periodo nuragico, al periodo punico, alla fondazione di un’articolata stazione di sosta romana, lungo la strada che da Turris Libisonis (attuale Porto Torres) portava a Karalis (Cagliari), fino agli esiti della tarda-antichità, con chiari indicatori dell’insediamento di una comunità rurale sui ruderi del sito romano e finalmente con la chiesa bizantina alla fine del VI-inizi VII e le tombe del gruppo aristocratico dei fondatori.
Tutto ciò grazie all’impegno e alla professionalità degli archeologi responsabili delle varie aree di scavo, Gianluigi Marras, Maria Cherchi e Alessandra Deiana, fino alla new entry Federica Zedda e a Claudia Seddone e Anna Bini, che hanno retto il settore antropologico di questa campagna.
Ma una citazione è d’obbligo per altri collaboratori più giovani, che hanno comunque dato un importante contributo, come Aurelio Meloni, Nicola Scanu, Alberto Vitolo, Julia Servera Gumbau, Annarita Pontis, assieme agli studenti delle Università di Sassari, Cagliari e Bologna, Claudio Giua, Giada Manunta, Isabella Tuveri, Marco Campus, Roberta Sanna, Sara Solinas, Manuel Mainetti, Maria Luisa Bacciu, Giovanni Floris, Angela Murtas, Ambra Marras, Chiara Millio Spinetti, Caterina Piu, Marika Masia e agli studenti delle Università di Barcelona e di Madrid, Albert Epitie Dyowe Roig, Albert Benitez Reda, Yaiza Alonso Beltran, Naomi Chiampian, Immaculada Novell Soler, Marina Alonso Nevado, Daniel Benítez Nadal, Arnau Minguell López.
Importanti e innovativi contributi di conoscenza sul sito, sulla sua organizzazione spaziale e sulle caratteristiche dei materiali si sono ottenute anche grazie ad un affondo tecnologico realizzato da diversi specialisti, Davide Mastroianni (Fotogrammetria Drone), Valeria Testone (Georadar), Maria Cherchi (Magnetometria), Massimiliano Peana e Alessio Pelucelli (XRF materiali e sedimenti) e Antonio Puccini (Petrografia).
Grazie all’Amministrazione Comunale di Siligo, al dirigente dell’Ufficio Tecnico Ing. Giuliano Urgeghe per la sua costante attenzione e al Sindaco Mario Sassu, che non ci stancheremo di stimolare ad un crescente impegno sulla valorizzazione del patrimonio archeologico del Comune di Siligo e del suo central place di Mesumundu, che ha potenzialità ancora inespresse di attrattore territoriale, con una posizione invidiabile sulla viabilità principale della Sardegna contemporanea, ma che già in età romana ne aveva determinato le fortune e la scelta del luogo per la strutturazione insediativa.

Leggi tutto
5 Agosto 2017 - Categoria: cultura

SIC Folk, Sardinia International Country Folk a cura di Simone Unali

È passato esattamente un anno da quando, nella Sala del Consiglio Comunale di Chiaramonti, alla presenza del sindaco uscente dott. Marco Pischedda, del presidente del Consiglio della Regione Sardegna Gianfranco Ganau e dei professori Giovanni Soro e Paolo Puddinu, Achara Phanurat, presidentessa della fondazione thailandese “Surindra International Folklore Festival” e rettrice della Surindra Rajabhat University di Surin, conferì ad Alessandro Unali, chiaramontese sposato in Thailandia, l’Elefantino d’Oro, la più alta riconoscenza dell’università thailandese, che ha voluto premiare l’impegno del consigliere regionale chiaramontese nel creare un ponte di comunicazione fra il popolo sardo e quello thailandese. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un consolidamento e a un irrobustimento dell’asse culturale sardo-thailandese, che ha messo in contatto due popoli che si sono resi capaci di conoscersi, di confrontarsi e di studiarsi, dando il via a un’amicizia e a una collaborazione culturale a 360 gradi, specialmente quando si parla di usi, costumi e tradizioni, di folklore, insomma. Il nostro paese si è visto protagonista di questo connubio di culture già da diversi anni e in differenti occasioni, oltre a quella già citata, grazie anche al lavoro svolto da Alessandro Unali. Ed è proprio all’interno di questa cornice di consolidata collaborazione che va inteso e analizzato l’evento di ieri sera, lunedì 31 luglio, che si è svolto in Piazza Repubblica a Chiaramonti dalle 22:00 in poi.
La manifestazione, denominata “SIC Folk” (Sardinia International Country Folk), organizzata dall’Associazione Culturale Sardegna nel Mondo con il contributo della Fondazione di Sardegna, ha visto diverse esibizioni di gruppi folk e artisti sardi e in più alcune performance del gruppo di universitari della Buriram Rajabhat University della Thailandia, università pubblica fondata nel 1971, fra le quali facoltà spicca quella di “Arts & Umanities”, con i corsi di studio in tradizioni, danza e musica. Proprio in questo senso è attiva la compagnia folkloristica, formata sia da studenti che da docenti, che si è esibita ieri sera, con costumi e acconciature tradizionali, in danze tipiche accompagnate dalla musica. Il gruppo di universitari si era recato il 28 luglio di quest’anno presso l’Ateneo di Cagliari. Hanno preso parte alla serata, oltre al gruppo thailandese, il gruppo a tenore “Cunsonu Santu Juanne” di Thiesi, il gruppo folk “Santu Matheu” di Chiaramonti, il gruppo mini folk “Tradizioni Popolari” di Villanova Monteleone e gli artisti chiaramontesi Vanessa Denanni e Franco Sechi. La scaletta della serata ha visto  framezzate ai gruppi sardi le esibizioni del gruppo Thailandese, cosa che ha reso ancora più forte l’impatto di trovarsi davanti a una cultura nuova ed estranea, che la popolazione chiaramontese presente alla manifestazione ha saputo accogliere e studiare, rendendo istruttivo il confronto. Ma tutto ciò è possibile quando si è aperti al nuovo e propensi alla conoscenza dell’altro; dobbiamo ammettere che ieri sera i chiaramontesi hanno dimostrato di esserlo.

 

Leggi tutto
2 Agosto 2017 - Categoria: narrativa, sassari e dintorni

“Ottalogo del sassarese al mare” di Gianvincenzo Belli

I  Il vero sassarese non va al mare, ma “fara a Platamona”, che non è la semplice spiaggia dei sassaresi, ma un vero e proprio microcosmo, un concetto filosofico, un alto ideale, uno stile di vita esclusivo che solo un sassarese doc si può permettere.
II Se maggiorenne e dotato di mezzo proprio il sassarese percorre la strada statale Buddi Buddi per raggiungere la sua località balneare preferita. La scelta cade su questo percorso poiché un sassarese che si rispetti fa tappa al bar Graziella, dove, dopo aver parcheggiato sgommando, entra gioioso e schiamazzante e chiede una bottiglia di birra e tre bicchieri (anche se è da solo, ma dire “una bottiglia di birra e tre bicchieri mascì” fa più ommu).
III Il sassarese minorenne non dotato di mezzo proprio si reca a Platamona con il mezzo di trasporto per eccellenza, “l’ EMMEPI'”, nelle due varianti “via Buddi Buddi” e “via Ottava”. La scelta dell’una o dell’altra opzione è del tutto indifferente per il minorenne, perché l’importante è trovare posto dietro “pa fà barracca”. Essenziale un coro tipo “zi poni la faccia in cu…  controllò lu controllò” all’ingresso del controllore sul mezzo.

Leggi tutto
31 Luglio 2017 - Categoria: c'est la vie, narrativa, prosa, vita urbana

“Voglia di emozioni forti e sprezzo del pericolo” di Sarah Savioli

Sono una donna ardita e con lo sprezzo del pericolo.
Quindi quando ho voglia di emozioni forti, vado a fare la spesa alle 8.33.
Alle 8.30 non ce la faccio nemmeno io: ho troppa paura di restare schiacciata fra le porte ancora chiuse e i carrelli degli anziani che dalle 8.23 ce li sbattono contro tentando di entrare lo stesso.
Comunque da subito il gioco si fa duro.
Il banco della frutta…c’è da prendere le zucchine fresche, mica quelle spalpognotte del giorno prima che le mettono in alto, ma tu hai la saggezza inside e conosci i trucchi del mestiere.
Ecco però, parte la sfida. La bisnonna con il carrettino trotta dalla sinistra, il marito dell’anziana a casa con la sciatica che se lui torna con una zucchina con il lupo ammuffito son tzika veri, in ultima posizione io con il carrello che sono la più lenta perché ho il mal di schiena.
Poi, un fortunato diversivo! Stanno mettendo fuori il macinato fresco.
Lì, tananananaaaanaaaa (musica di Momenti di Gloria)…i miei concorrenti deviano. Orde umane verso la macelleria che c’è da mettere su il ragù che con 38 gradi a luglio va comunque bene.
E mentre i vecchiotti sono distratti dal macinato, afferro le zucchine e continuo la spesa con continui colpi di astuzia e salti di corsia. Ce la posso fare, anche se so che la prova vera deve ancora arrivare.
La cassa! E lì è una questione di istanti!
Che la cassiera deve avere dei bei batticuori quando vede arrivare tutti arcigni, con vari tipi di carrello e cariolino, un po’ come se tirasse fuori la lattuga in un allevamento di tartarughe.
Lì uso l’astuzia per ovviare al mal di schiena. Poso il piede sul carrello e ZAC, vai di scivolata.
Tiè, quasi un record personale: sono seconda dopo una ragazza che ha un thè freddo e un sacchetto di pomodori in mano.
Dietro di me, un tenero nonnino che comincia a sbattermi metodicamente il cestello contro le caviglie con la stessa meccanica del carrello e della porta del negozio.
Dopo di lui si ammucchia rapidamente dell’altra carrellanza più o meno carica e sbuffante.
“Ha la tessera signorina?”
“No.”
Da dietro tutto un pfufff,…una dilettante.
Ragazza mia, ma per venire a far la spesa a quest’ora ci vuole del professionismo!
E intanto l’anziano continua a sfracassarmi le caviglie con il cestello e si mette a caricare le sue robine sul rullo praticamente sopra e in mezzo alle mie.
“Grrrrrr” gli ringhio. Lui “Caiii caiiii” arretra di cinque centimetri.
Poi, il disastro.
“Signorina, ma non ha pesato i pomodori?!”
Momenti di panico. Non ha pesato le tomacche.
Dai, dì alla cassiera che li lasci lì che questi qua sennò ti sbranano che neanche gli zombi di Romero…
“Non li ho pesati…li devo pesare?”
Tensione palpabile. Sguardi di sconcerto sui giovani d’oggi, che ai loro tempi non era così.
La cassiera è del mestiere, chiama un collega e poi saggiamente comprende il rischi di tumulti da sedare con l’idrante e chiama un’altra cassa.
Gruppo di tartarughe verso altro mucchietto di insalata, ma l’anziano permane e continua a scavigliarmi che oramai penso di avere le ossa esposte.
E ancora la roba sul carrello addosso alla mia.
“Grrrrrrr” “Caiii Caiii”
Finalmente la ragazza paga, io da vera virtuosa insacchetto in tempo reale con una velocità che solo doti innate unite a sudata pratica possono dare, poi vado alla macchina fiera di me. Ho acquistato pure un paio di tre x due che non mi servivano a nulla, ma fanno curriculum.
A casa metto a posto il mio eroico bottino e rifletto.
Anch’io un giorno ero una giovinetta che non pesava i pomodori…poi l’esperienza, la saggezza…ma ancora un po’ e sarò quella che sbattacchia il carriolino contro il prossimo…
Poi guardo in una delle borse e “Ma noooooooo! Ma vedi a continuare a mettere la roba vicino alla mia?! La mela frullata a me, tzoca, nooooooo!”

Leggi tutto
29 Luglio 2017 - Categoria: cristianesimo, lingua/limba, narrativa

Capìtulu II: 
Addenotte manna in Campusantu de Anghelu de sa Niéra

Questi 20 capitoli sul Cimitero di Chiaramonti, composti da me, sono stati revisionati dal prof. Mauro Maxia di Perfugas e dal prof. Antonio Meloni di Oschiri. Entrambi li ringrazio per la pazienza dimostratami. Molti capitoli sono ispirati dalla lettura di mistiche che per concessione divina dichiarano d’aver visitato i tre luoghi di destinazione delle anime e da qualche lettura del compianto padre Amorth, soprattutto la parte che riguarda le anime vaganti (Anghelu de sa Niéra)

Non bi l’apo fatta e istanotte, cun tottu chi sa temporada de su bentu de sole faghiat guasi mujare sos tzipressos, so torradu a Campusantu a pissighire s’andàina cumintzada. Passo innanti a sa tumba de sos tres piseddos e fio sighende a caminare, cando una boghe mi cumandat:
- Frìmmadi, massone biancu, saluda nessi su vicesìndigu de su tempus passadu.
Mi frimmo e mi’ a tiu Nicolinu! -Ite cherides?- li dimando.
-Ti cherzo faeddare.- mi rispondet.
-B’at pagu de ite faeddare, comunista comente fizis ch’azis a èssere a s’inferru!-
-Deo a s’inferru? A lu cheres intendere chi mi so presentadu a santu Pedru cun tantu de tèssera! Cando bi la fio mustrende s’est presentadu Santu Matteu Nostru e bi nde l’at bogada dae manu nendeli:
-Oh Pe’, non mi fettas arrennegare, t’apo nadu chentu boltas chi sos sìndigos e sos vicesìndigos de Bidda los devo zuigare deo e non tue, cumpresu?-
Santu Pedru, tottu reverente, l’at rispostu: -Faghe tue tando e est andadu a si serrare in sa portineria anniccadu a piangher sas tres traittorias chi at fattu a Gesu Cristos. Santu Matteu nostru a pustis m’at nadu:
– Calchi peccadeddu già l’as fattu tue puru, ma non pro custa tèssera chi ti la podes fintzas leare, tando andas in Purgadoriu a ti nettare bene bene cun su fogu purificadore!- E tando fizu me’ como so in Purgadoriu e cantu pius bènneru meu Checo e fiza mia Caderina e nebodeddos mios pregant pro a mie meda prima ch’apo a pigare in Chelu. Mi paret però chi b’at mandronia pro sas oratziones de sos mortos. Narabilu tue chi preghent de pius! Ite li costat innanti de chenare a nàrrere:
– Sa paghe eterna oferi a Nicolinu, Segnore Nostru!-
-Lassademi andare como già bi l’apo a narrer!-

Leggi tutto
RSS Sottoscrivi.