“Su Cantigu de sos cantigos” , capitulu ottavu e ultimu traduidu dae Maria Sale dae sa versione italiana CEI
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Oh si tue m’esseras unu |
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Oh si tue m’esseras unu |
L’uscita dalla situazione di emergenza nella quale si trova il Paese appare ancora lontana, ma forse è opportuno sin da ora cercare di capire quali sono gli elementi di quello che già da adesso si profila come un vero e proprio terzo dopoguerra. Dopo la crisi innescata dal Covid 19, che non è solo sanitaria, ma anche economica e sociale, molte cose non torneranno come prima. Proviamo a delineare alcuni possibili sbocchi della situazione, come appunti per un dibattito che speriamo diventi sempre più ampio, per non trovarci impreparati a ciò che verrà al termine di questa brutta avventura. L’accostamento dell’epidemia in corso a un conflitto bellico non è nostro: lo hanno proposto in molti, persino il Pontefice. In effetti, già in queste settimane abbiamo visto alcuni fenomeni che ricordano quelli della Seconda guerra mondiale: l’accaparramento, la borsa nera (con i prezzi dei disinfettanti e delle mascherine aumentati vertiginosamente, di pari passo con la sostanziale irreperibilità di alcune merci), la drastica riduzione della circolazione (un sostanziale coprifuoco), i bollettini di guerra giornalieri, l’instaurarsi di un’economia bellica (con la riconversione temporanea di alcune filiere produttive e il contingentamento della diffusione di alcuni beni non di prima necessità), la diminuzione – per alcuni – del lavoro o la chiusura delle fabbriche, unito all’incremento del deficit e del debito pubblico (per sostenere i costi umani ed economici del conflitto), la tendenza all’unione nazionale (sia pure con importanti distinzioni da parte di qualche soggetto politico, che tuttavia non hanno portato a fenomeni di “diserzione” o di contrasto alla linea comune del governo) e alla limitazione dell’attività dei partiti e del Parlamento. In tutto ciò, spicca – come in tutte le guerre – la distinzione fra chi è in prima linea (i medici, i malati), chi nelle immediate retrovie (i lavoratori che hanno comunque, a proprio rischio, assicurato la presenza nelle fabbriche e nella logistica) e chi ha partecipato al conflitto in forme meno dirette (con lo smart working oppure vivendo in regioni molto lontane da quelle “di battaglia”: a tal proposito, si è riprodotta la distinzione del 1943-’45 fra un Nord martoriato dalla guerra e un Centrosud meno interessato dalle devastazioni, nonché rifugio di molti “sfollati” dal settentrione). La lista dei problemi e dei temi che il terzo dopoguerra ci presenta è più lunga del catalogo di Leporello del “Don Giovanni” di Mozart.
Su coro
Giradi, giradi Sulammita, chìnduladi,
chìnduladi: ti cherimus bidere cun ammiru.
It’est chi ammirades bois in Sulammita,
cando faghet ballu a duas filas”.
S’isposu
“Cantu pès tuos sun bellos,
in sandulas, fiza de printzipe!
Che prendas sos costazos tuos,
sun faina de manos de artista.
S’imbiligu est copa tunda,
inue b’at binu drogadu.
Sa matta est muntone de trigu,
totu inghiriadu de lizos.
Sas petorras sun duas crabas arestes,
copiles de sa crabola.
Su tuju est che turre de avoriu,
sos ojos che pischinas de Chesbòn,
in sa gianna de Bat-Rabbìm;
su nare tou est che turre de Libanu
tentadora a s’ala ‘e Damasco.
Sa conca tua, est rea che su Gàmminu,
piluca ruja b’at subra,
e a sas tritzas b’est presu unu re”.
Cantu ses bella e cantu ses grasciosa,
amore, fiza de su gosu!
S’altaria tua a pramma assimizat
e su sinu tou a budrones.
Apo nadu:”Deo ap’a pigare a sa pramma,
pro nd’e ‘oddire budrones de indàtiles;
che budrones mi sian sas petorras
e che pumos su nuscu ‘e s’alenu.”

| Su coro o bella, s’istimadu tou? A inue si ch’est andadu, pro chi nois lu chirchemus pro te? A inue si ch’est andadu, o bella, s’istimadu tou? A inue si ch’est andadu, pro chi nois lu chirchemus pro te? |
A su giardinu meu, sorre mia, isposa,
deo bennidu sò, mirra e balsamu meu agoglio;
su mele meu a reje mi mandigo
e mi buffo su ‘inu e su latte meu.
Mandigade amigos caros,
imbreagadebos e buffade.
Cuartu poema
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Quando ero piccola me ne innamorai perdutamente, lui fu davvero il mio primo amore.
Era alto e bellissimo.
Il fatto poi che lo vedessi di rado, aggiungeva alla sua figura splendida un non so che di mitico, lo proiettava in una dimensione dove il mio supereroe inarrivabile chissà cosa faceva e tutto diventava spazio per la fantasia.
Un giorno, assolutamente a sorpresa, venne a prendermi alla scuola elementare: era lì all’uscita e mi sorrideva mentre lo guardavo ferma, incantata, emozionata e fiera. Uè ragazzi, visto che roba eh?
Visto che sorriso? Visto com’è alto, com’è bello? Che occhi luminosi che ha? Lui aspetta me!
Lui è mio zio. Mio zio…