| Questo breve profilo storico lo debbo in parte all’amico chiaramontese Carlo Patatu e a Vincenzo Soddu figlio di Zio Nino, per la genealogia ad Andreina Cascioni e a Giovanni Soro. Li ringrazio tutti con riconoscenza. A.T. |
Zio Nino era nato a Chiaramonti da Giovanni Vincenzo Soddu e da Gavina Fois giusto nel 1920, quando dopo il biennio rosso, il fantasma di Mussolini si faceva strada da socialista rivoluzionario a duce degl’Italiani. Fotografia di Nino Soddu dall’archivio di famiglia.
Visse nel suo palazzo non molto lontano dalla Bicoca e dal dirimpettaio palazzo dei Madau. Il padre, alto credo oltre 1,90, era stato carabiniere scelto presso il Re, quelli che poi divennero i corazzieri. Era uno dei sei fratelli maschi Soddu e dell’unica sorella Maria Chiara, mia nonna materna. La madre era Serafina Massidda, a sua volta figlia di Giovanni e di Maria Domenica Chessa e il padre, il vedovo Giovanni Maria Soddu, figlio di Giuliano e di Clara Campus, sposi nel 1866. Il fratello Ottavio fu impiegato all’Intendenza di Finanza; un altro fratello, Antonio Maria, divenne maestro elementare e poi direttore didattico rurale a Olbia e a Sassari; un altro fratello, Giovanni, si fermò in paese e fece l’agricoltore; un altro, Apollonio, si trasferì a Nuoro come guardia forestale dando vita ai più noti Soddu di Nuoro. L’altro fratello Giovanni Maria Soddu, con i figli ha dato luogo ai fratelli Soddu di Busto Arsizio e finalmente mia nonna Maria Chiara, che si sposò, contro la volontà di tutta la famiglia, col furbo pastore di capre nulvese Michele Piras (1897.1976).
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Alfredo Crispo sa trarre dalla sua genealogia personaggi interessanti e storie suggestive. Per me che vado raccogliendo, sempre per la passione della microstoria, qualche personaggio settecentesco di Chiaramonti come Donna Lucia Tedde, sono ricostruzioni storiche che mi affascinano in quest’ultimo scorcio di vita. Scoprire un nonno giramondo, un altro avventuroso pastore di capre e fantasioso, una nonna affabulattrice del vicinato, un’altra tessitrice che aspettava il marito giramondo per concepire coi suoi brevi ritorni in paese ben cinque figli . Quando poi si decide a metter su un’azienda se ne va all’altro mondo in breve tempo. Si vede che la vita sedentaria non faceva per lui. Infine, questa nobildonna amazzone, Donna Lucia Tedde, ricca, capace di usare lo schioppo stando eretta sul cavallo sardo-andaluso contro i componenti di altre fazioni nelle zuffe alla campagna, sono personaggi che mi fanno perdere la testa. Con l’amico Alfredo abbiamo tante cose in comune, ma specialmente la passione per la storia. Pubblico volentieri i suoi racconti che sono certo faranno piacere a molti nostri lettori di tutto il mondo che un centinaio al giorno fanno capolino nel nostro blog a dilettarsi anche di storia (AngelinoTedde).
Le arance della contrada Paradiso di Cesena nel mio immaginario della pubertà, erano le arance vive, si… il loro profumo, la loro fragranza (anche perché mangiate appena raccolte sotto l’albero) permettevano al mio giovane palato di distinguerle da quelle morte dei banchi di frutta; l’affittuario di mia Mamma mi concedeva con generosità di portarne a casa ed io lo immaginavo un generoso, a differenza di Mammà, che gli chiedeva con tanta emozione (percepivo anche timore) se era possibile portare la famigliola in campagna; ero troppo piccolo per conoscere la storia dei braccianti pugliesi, il loro protettore Peppino Di Vittorio era scomparso già da più di un decennio, e gli aveva giustamente lasciato dignità e potere, ed i vecchi proprietari già ringraziavano Iddio se erano ancora nel possesso delle loro terre; scoprirò anni dopo che un’affittuaria di altre nostre terre disse a Mammà: “Donna Lina, nan sit vnenn alla massarì… nan sit chiù l’proprietaar” (è inutile venire in campagna, non siete più proprietari). Fotografia di Alfredo Crispo
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Maria Teresa Inzaina, nativa di Calangianus, ma olbiese di adozione, già professoressa di Lettere Moderne, ha sempre coltivato la poesia della sua lingua materna, il Gallurese senza trascurare l’Italiano e il sardo Logudorese. In IIaliano ha scritto anche vari racconti. Ha vinto tanti premi con le pubblicazioni conseguenti. Queste poesia, ispirata dal mare, fa parte di una raccolta dove i temi sono svariati e trattati poeticamente in musicalità e in significati poeticamente ispirati. Sia il gallurese sia la sua traduzione in italiano non perde i sapore poetico. Potrei dir che il luogo privilegiato per la vista del mare non è solo Olbia, ma Agrustos, quest’osservazione tuttavia sarebbe come limitare la sua poesia che appartiene al suo “laboratorio” poetico intimo ed esistenziale. La poesia, benché a volte ispirata da un’immagine o da una visione naturalistica, fa parte sempre di un luogo non luogo che che nasce dall’ispirazione.

Maria Teresa Inzaina
Illa séra
paci densa
di folmi sculpiti
trasparenzi di celi
umbri longhi culcati
la prua ‘ultata
illu finitu infinitu
di l’occhj
sultéra
una balca
abbri l’ea
chi
dozzili ninfa
s’offéri.
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Ero solita prendere il bus n. 31 a Roma per recarmi al lavoro ed è proprio su quell’autobus che conobbi una signora romana di circa 55 anni, credo avesse pressappoco l’età’ di mia madre, la incontravo spesso e più’ di una volta in compagnia di sua figlia che le somigliava molto.
Un giorno mi chiese di dove ero, risposi che ero nata in un paesino della provincia di Sassari, “come si chiama il paese?” “Chiaramonti” risposi, notai subito nel suo volto una sorta di smarrimento e dopo un attimo di silenzio mi disse che da ragazza conobbe un giovane chiaramontese con il quale si sarebbe dovuta sposare ma che non ne seppe più’ nulla. Aggiunse che in preda alla disperazione si rivolse persino al parroco del nostro paese senza successo e che questa storia le provocò molta sofferenza.
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La prima parola che viene in mente quando si prova a riflettere sulla pandemia che ci affligge ormai da un anno, fra momenti di effimero sollievo e di
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Agrustos è una piccola frazione di Budoni, oggi rinomata località turustica. I romani lo chiamavano “Agustus populus”: nel suo territorio in epoca romana sorgeva uno scalo chiamato Augustus Populus. Per Massimo Pittau per questo toponimo sono possibili due spiegazioni:
1ª) Corrisponde al plurale dell’appellativo agrustu «lambrusca, vite selvatica» (Oliena), relitto sardiano o protosardo da confrontare – non derivare – con l’ital. abròstine e col lat. la(m)brusca, finora di origine ignota (NPRA 135) e dunque probabilmente “fitonimo mediterraneo”;
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Care concittadine e cari concittadini, avvicinandosi questo tradizionale appuntamento di fine anno, ho avvertito la difficoltà di trovare le parole adatte per esprimere a ciascuno di voi un pensiero augurale. Sono giorni, questi, in cui convivono angoscia e speranza. La pandemia che stiamo affrontando mette a rischio le nostre esistenze, ferisce il nostro modo di vivere”.
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