In un paese dell’isola di Sardegna, ai tempi dei tempi, viveva un uomo che credeva in tutto, ad eccezione di un quarto di tutto.
Tutti i giorni quando si alzava dal letto credeva di vivere nel suo paese che, grazie a Dio, vedeva. Quando si guardava allo specchio credeva di esistere e di essere simile alla sua immagine.
Credeva alla sua Carta d’identità e ai dati ivi descritti, pur non potendoli verificare, quando periodicamente doveva rifarsela: il capo dell’archivio anagrafico garantiva: lui solo poteva verificare e non il benedetto uomo.
Credeva subito su quanto i corrieri e i pochi giornali riferivano sul mondo, sulla nazione e sulla sua isola: notizie tutte che non vedeva, che non poteva verificare. Tutti gli anni, al primo aprile, in un primo tempo credeva alla notizia-pesce d’aprile e poi con il giornale la smentiva.
L’atto di fede maggiore lo faceva quando comprava il giornale che sovente leggeva come se si trattasse di notizie e riflessioni viste, toccate e verificate. E credeva soprattutto all’esistenza di coloro che firmavano gli editoriali, gli articoli, i trafiletti. Anzi, per manifestare la sua grande fede sui giornali che leggeva, si recava spesso per le vie e per i botteghini, nelle campagne e nei caseifici per dire che erano successi quei fatti e se qualcuno lo contraddiceva lo trattava da somaro.
Quest’uomo, alto non più di un metro e sessanta, possedeva pure una modesta biblioteca e in genere, su quanto leggeva non aveva dubbi: credeva, credeva e credeva senza nemmeno esercitare un po’ di spirito critico tanto che qualcuno ebbe a regalargli un libro con le peggiori fandonie del mondo, ma l’uomo che credeva tanto alla carta stampata continuava a predicare:
-Carta canta!-
E urlava se qualcuno al botteghino gli faceva osservare che qualche scrittore o scienziato o giornalista aveva raccontato frottole. Credeva nelle carte geografiche che qualcuno a scuola gli aveva mostrato e spiegato: se lo dice il maestro, diceva, io credo alla Cina e alla Mongolia, alle Americhe e alle Russie.
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