25 Novembre 2008 - Categoria: lingua/limba

Noina de Nadale di Nino Fois

Su Re est a proa a bènnere benide a l’adorare

Su Re est a proa a bènnere benide a l’adorare

1) Allegradinde fiza ‘e Sion

e gosa meda fiza de Jerusalem

eàllu Donnu Nostru at a bènnere

e-i sa die b’at a esser lughe manna

e ant a brotare sos montes dulcura

e at a currer latte e mele in sos montijos

ca at a benner s’ampàru nostru

chi at a rennoare Ierusalem.

Su Re est a proa a bènnere benide a l’adorare

2) Eàllu benit Deus

ómine de domo ‘e David pro si sere in trona

l’azis a bider e nd’at a gosare su coro ‘ostru

Su Re est a proa a bènnere benide a l’adorare

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23 Novembre 2008 - Categoria: cultura

La carta della cultura di Francesco Cossu

Luca Goldoni, uno scrittore che ama la nostra terra e vi soggiorna assiduamente, ha osato scrivere che la rovina della Sardegna sarebbe il suo splendido mare.

I turisti, infatti, attratti dal mare, non solo ignorano l’entroterra, il meraviglioso paesaggio che sta oltre il mare, ma anche il suo patrimonio culturale e storico.
Da anni, da quando è iniziato nel nostro territorio il fenomeno turistico, sono state realizzate le strutture recettive per accogliere i villeggianti: alberghi, ville, strade, acqua, luce, barche, discoteche…
Uno sviluppo abnorme che ha stravolto il territorio, l’economia e la vita sociale, una vera metamorfosi in tutti i settori.
Gli allevatori di capre e di vacche hanno abbandonato le campagne e trovato lavoro nel settore edilizio, nel mercato immobiliare, nel terziario, come giardinieri, camerieri…
Il lavoro stagionali attira operai da tutte le parti del mondo e che cessa nei mesi autunnali ed invernali, quando cresce notevolmente la disoccupazione.
Nel censimento del 1961 si contavamo 4.610 abitanti su un territorio di 228,61 chilometri quadrati. Oggi la popolazione è triplicata.
Probabilmente, chi viene in estate tra noi si chiede quale tipo di vita esisteva prima che gli attuali insediamenti modificassero il territorio.

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23 Novembre 2008 - Categoria: versos in limba

A boghe contra Larentu Brotzu de Anghelu de sa Niera

 

Deo so una barca cun su portu

e mi lasso movere puru da-i-su entu

ca sol’in Deus reponzo ogni lamentu
Chi mi da coro da cand’est risortu.
Su sole e s’abba poi già si che fue (t)
si a sos ateros puru paffo bintu
ca Deus che una mama m’ad’ istrintu
E pane ogni die già mi rue(t).
Deo so fuste e puru so bandela
E ogni terra m’est istad’ amiga.
Deo de custu mundu so candela
Deo so fiore biancu in sa pastera
chi s’aberit a sole ogni manzanu
ca in s’orfanìa su calore umanu
sinas istadu so in terra, furistera.
Non b’est suore ne pesante rughe
Non piango ca Deus guvernat sorte
E che ogni mama già m’istringhet forte.
E solu non mi lassat un istante.

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23 Novembre 2008 - Categoria: narrativa

Le tre comari di Ange de Clermont

Nella strada di un paese di collina, ai tempi dei tempi, nel rione più freddo del paese, viveva Marietta, bianca come il latte lei quanto il marito era bruno come un etiope.
Lei veniva soprannominata dai paesani Bianchina e il marito Nerino, entrambi però non se la prendevano a male: i due soprannomi dicevano il vero.
Bianchina si era sposata giovanissima, tanto che, dopo aver dato alla luce i figli Tore e Nina, appariva sempre più pallida e stanca per le fatiche di madre di famiglia.
Il marito, da buon contadino, sorrideva sempre e lavorava con animo ilare il suo campo di frumento, distante un’ora dal paese. Inoltre in una stalla allevava il maiale per il companatico e quando la pancia del suino toccava terra, in mezzo ad una gran festa di bimbi, lo sacrificava secondo l’uso, aiutato dai compari dirimpettai e dalle comari. Salsicce per l’inverno, carne per un mese, lardo per tutto l’anno e soprattutto dolcissimo sanguinaccio per le feste di Natale.

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23 Novembre 2008 - Categoria: toponomastica

Chiaramonti, il sito e il nome di Mauro Maxia

 

sany0140L’abitato di Chiaramonti[1] occupa un elevato terrazzo calcareo che domina tutta la valle interna dell’Anglona. Ai margini dell’altura emergono tracce di insediamenti che risalgono al Neolitico e all’età nuragica. Sepolture ipogee sono conosciute sia sul versante settentrionale sia su quello meridionale[2]. Un nuraghe, vicino ai resti dell’antica chiesa di S. Caterina, occupa il ciglio della scarpata che precipita verso la fonte detta Su Tùlchis[3]. La strada che dalla distesa di Paùles risale verso il pianoro di S. Caterina e S. Giuliano presenta dei caratteri che consentono di assegnarne la realizzazione all’età romana[4].

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22 Novembre 2008 - Categoria: eventi culturali

La popolazione di Nulvi nel Settecento di Angelino Tedde

Organizzata dall’Associazione culturale su Siddadu si è svolta a Nulvi (Sassari), nella sala dell’ex convento dei Frati Minori Francescani, una conferenza sulla popolazione del paese omonimo nel Settecento. Sono stati relatori i coniugi Andreina Cascioni e Giovannino Soro, professori emeriti di Lettere. Letta la presentazione del tema, frutto della tesi di laurea di Andreina Cascioni, si è passati all’illustrazione dei dati proiettandoli su apposito schermo. Si è rilevato che la popolazione di Nulvi, composta da pastori, agricoltori e artigiani, è passata nel XVIII, con decrementi, dovuti a pestilenze e carestie, con incrementi, dovuti ad annate prospere dai 1500 ai 2500 abitanti, ponendosi comunque al primo posto tra i centri dell’Anglona. La carestia e le pestilenze non hanno favorito i matrimoni e le nascite, anzi hanno reso più frequenti i decessi, mentre le buone annate hanno incrementato matrimoni e nascite. In modo piuttosto analitico, grazie agl’istogrammi predisposti da Carlo Patatu e Giovanni Soro,gl’intervenuti hanno potuto seguire le vicende demografiche del più grosso centro ruarale dell’Anglona. Successivamente, Angelino Tedde, già docente all’Uniss, ha richiamato l’attenzione sui principali eventi europei, della Sardegna e dell’Anglona, in particolare le rivoluzioni istituzionali ed economiche del Settecento, le vicende politiche, sociali e religiose della Sardegna e dell’Anglona( Il passaggio al Piemonte, le riforme del Bogino, le paci del grande missionario gesuita G. B. Vassallo, compiute in Gallura e nella stessa Nulvi). Sono itervenuti al dibattito il presidente avv. Damiano Nieddu, il già dirigente scolastico Carlo Patatu e il sacerdote don Farre).

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22 Novembre 2008 - Categoria: narrativa

L’incontro col vicario di Ange de Clermont

 In un paesino di collina, credo sessant’anni or sono, viveva un ragazzino, che non frequentava la scuola e la chiesa perché sofferente agli occhi. Giocava però dalla mattina alla sera nella sua strada. Aveva tanti compagni e spesso con questi giocava con le bacche di quercia, quelle rotonde che sembrano palline.Giocava anche con i tutoli di granoturco e con le pale dei ficodindia costruiva paia e paia di buoi che dovevano trainare carri pesanti: non si riusciva con le pale dei ficodindia a fare le ruote leggere, per cui quando i buoi veniva tirati con le funi nell’acciottolato faticavano un po’ a trainare i carri su cui si metteva un po’ di tutto.

 

Il tocco delle ore dell’orologio del campanile segnavano il corso del tempo e piccoli campanari appendendosi alle funi suonavano il Mezzodì e l’Ave Maria.

A mezzodì il ragazzino e i suoi compagni correvano dalle mamme per la porzione di mezzo pane bianco, per quel poco non s’interrompevano i giochi; solo all’Ave Maria, al rientro del babbo dalla campi, si poteva gustare un abbondante minestrone al lardo oppure una gustosa favata ai finocchi. Il ragazzino si spostava a volte da un rione all’altro, ma di nascosto della mamma e per poco tempo, altrimenti erano garantite le punizioni.

Un giorno il ragazzino, attraversando il confine del rione a est del paese, per poco non andò a sbattere nella pancia del vicario, che fermatolo le chiese:

– E tu figlio di chi sei? Non ti vedo mai in chiesa!-

– Sono figlio di mamma e di babbo rispose orgoglioso il ragazzino.-

– Ho capito, ma voglio sapere come si chiamano?-

– Chiedetelo a mia zia Giorgia Pira!-

– Ah, ho capito figlio di chi sei. Perché non vieni mai in chiesa?-

– Non vengo perché sono malato agli occhi!-

– Vedo, però, che per scorrazzare per il paese ci vedi. –

– Dirai a tua madre che il vicario le vuol parlare.-

– Si, lo dirò a zia Giorgia!-

– A tua madre!- soggiunse il vicario.-

– Mamma mi picchia se sa che sono salito con i compagni al Monte e che ho incontrato voi.-

– Dillo a tua zia, allora e qualche volta vieni in chiesa, a salutare la Madonna!-

Dopo questa raccomandazione il ragazzino si sganciò dal vicario e tornò con circospezione nella sua strada, dove la madre, in casa, stava cantando:

– Vento, vento, portami via con te!-

– Il ragazzo fece un po’ di chiasso davanti all’uscio, come manovre di avvicinamento.-

– Dov’eri?- chiese la mamma.

– Qui vicino, mamma!-

– E allora perché non rispondi quando ti chiamo?-

– Stavo giocando con Ico, vicino alla casa di zia Nannella.-

– Come al solito, quando sei preso dal gioco non senti la mia voce, monello!-

 

Il ragazzino si tranquillizzò, l’aveva scampata anche questa volta. Si augurò che la mamma non incontrasse mai il vicario, altrimenti erano sgridate con l’accompagnamento di manate piuttosto pesanti.

 

 

 

 

 

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22 Novembre 2008 - Categoria: narrativa

Le tre comari di Ange de Clermont

Nella strada di un paese di collina, ai tempi dei tempi, nel rione più freddo del paese, viveva Marietta, bianca come il latte lei quanto il marito era bruno come un etiope.

Lei veniva soprannominata dai paesani Bianchina e il marito Nerino, entrambi però non se la prendevano a male: i due soprannomi dicevano il vero.

Bianchina si era sposata giovanissima, tanto che, dopo aver dato alla luce i figli Tore e Nina, appariva sempre più pallida e stanca per le fatiche di madre di famiglia.

Il marito, da buon contadino, sorrideva sempre e lavorava con animo ilare il suo campo di frumento, distante un’ora dal paese. Inoltre in una stalla allevava il maiale per il companatico e quando la pancia del suino toccava terra, in mezzo ad una gran festa di bimbi, lo sacrificava secondo l’uso, aiutato dai compari dirimpettai e dalle comari. Salsicce per l’inverno, carne per un mese, lardo per tutto l’anno e soprattutto dolcissimo sanguinaccio per le feste di Natale.

La donna ogni quindici giorni panificava per la famigliola, lasciando che l’odore del pane, appena cotto in forno, si diffondesse per la via.

Nerino sorrideva sempre e quando incontrava i vicini e gli amici:

-Compare!- andava- Compare!- tornava.

I figli crescevano allegri, ma sembrava che si divorassero la madre Bianchina, tanto la donna appariva pallida e sofferente .

Tre comari di sant’Antonio, più anziane di Marietta, vicine di strada, spesso mormoravano tra loro chiedendosi che cosa avesse la donna:

-Secondo me non è felice, sposando compare Nerino non ha fatto un bel matrimonio!- Iniziava la prima comare.

– E chi doveva sposare secondo te? Quello sfaticato di compare Peppeddu?- Soggiungeva la seconda comare.

– Compare Peppeddu sarà quel che sarà, ma quando suona la fisarmonica, comare mia, mi fa ballare come una trottola!- rispondeva la terza.

– Ballate coma’, ma non vi rendete conto che quel suonatore da ballo, si sta mangiando anche le costole di comare Leonarda!-

– Già e vero anche questo che dite, coma’. Vuol dire che era destino.-

– Che destino, destino! Parlo di Marietta: l’hanno fatta sposare perché compare Nerino l’ha subito messa in cinta, togliendole la possibilità di sposarsi vicino all’altare, nel presbiterio, alla messa delle undici, con l’abito bianco, proprio lei che era Figlia di Maria.-

– Questo è vero coma’, invece si è dovuta sposare alle cinque del mattino, quasi di nascosto, fuori della balaustra.-

– Secondo me – concludeva la terza comare – Marietta non ha sopportato la vergogna davanti al vicario che la portava come esempio e se l’è presa a cuore.-

– Non solo, io ho saputo da comare Giorgia, che il vicario si è fatto un pianto perché a quanto pare Marietta doveva farsi suora!-

-Oih, Gesù mio, questo sì che è stato un dolore per il vicario.-

-Lasciatemelo dire, compare Nerino sembra un galantuomo, ma in realtà è stato un mascalzone. Si voleva sposare per forza comare Marietta e già se l’è sposata, sfrontato che non è altro.-

– Avete capito adesso perché Marietta è infelice e si sta lasciando morire giorno dopo giorno!-

Dall’alto della strada, rientrando dal lavoro dei campi, comparve a cavallo all’asino compare Nerino, fischiettando.

Il crocchio delle tre comari si sciolse come tre galline colte in fragrante accanto ad una corbula di grano da macinare.

Comare Marietta, affetta da tubercolosi, morì dopo qualche anno. Ai funerali il vicario le tessé l’elogio di madre e di sposa feconda che, colpita dal brutto morbo, se n’era volata nel Regno dei Cieli, lasciando i figli e il marito costernati dal dolore.

Le tre comari si recarono ai funerali, nessuna di loro era sposata, e fecero a gara a manifestare il loro cordoglio a compare Nerino e ai due fanciulli.

Fecero crocchio nella strada anche dopo la morte di Marietta e tutt’e tre si fecero queste confidenza, partendo dalla prima alla terza:

-La storia che doveva farsi suora non era vera, tanto meno il dolore del vicario.-

– Non era vero che la madre le avesse confezionato un abito bianco!-

– Il padre e la madre, poverissimi, avevano chiesto a Nerino di affrettare le nozze, ben sapendo che la donna era ammalata e non aveva molto da vivere e che se doveva amarla, l’amasse pure.-

La prima comare concluse:

-Avete visto coma’, quante cose si vengono a sapere quando una muore e poi la gente, senza sapere le cose, dice, dice…-

Annuirono tutt’e tre, sconciando il crocchio, senza nemmeno arrossire.

 

 

 

 

 

 

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