22 Novembre 2008 - Categoria: narrativa

Le tre comari di Ange de Clermont

Nella strada di un paese di collina, ai tempi dei tempi, nel rione più freddo del paese, viveva Marietta, bianca come il latte lei quanto il marito era bruno come un etiope.

Lei veniva soprannominata dai paesani Bianchina e il marito Nerino, entrambi però non se la prendevano a male: i due soprannomi dicevano il vero.

Bianchina si era sposata giovanissima, tanto che, dopo aver dato alla luce i figli Tore e Nina, appariva sempre più pallida e stanca per le fatiche di madre di famiglia.

Il marito, da buon contadino, sorrideva sempre e lavorava con animo ilare il suo campo di frumento, distante un’ora dal paese. Inoltre in una stalla allevava il maiale per il companatico e quando la pancia del suino toccava terra, in mezzo ad una gran festa di bimbi, lo sacrificava secondo l’uso, aiutato dai compari dirimpettai e dalle comari. Salsicce per l’inverno, carne per un mese, lardo per tutto l’anno e soprattutto dolcissimo sanguinaccio per le feste di Natale.

La donna ogni quindici giorni panificava per la famigliola, lasciando che l’odore del pane, appena cotto in forno, si diffondesse per la via.

Nerino sorrideva sempre e quando incontrava i vicini e gli amici:

-Compare!- andava- Compare!- tornava.

I figli crescevano allegri, ma sembrava che si divorassero la madre Bianchina, tanto la donna appariva pallida e sofferente .

Tre comari di sant’Antonio, più anziane di Marietta, vicine di strada, spesso mormoravano tra loro chiedendosi che cosa avesse la donna:

-Secondo me non è felice, sposando compare Nerino non ha fatto un bel matrimonio!- Iniziava la prima comare.

– E chi doveva sposare secondo te? Quello sfaticato di compare Peppeddu?- Soggiungeva la seconda comare.

– Compare Peppeddu sarà quel che sarà, ma quando suona la fisarmonica, comare mia, mi fa ballare come una trottola!- rispondeva la terza.

– Ballate coma’, ma non vi rendete conto che quel suonatore da ballo, si sta mangiando anche le costole di comare Leonarda!-

– Già e vero anche questo che dite, coma’. Vuol dire che era destino.-

– Che destino, destino! Parlo di Marietta: l’hanno fatta sposare perché compare Nerino l’ha subito messa in cinta, togliendole la possibilità di sposarsi vicino all’altare, nel presbiterio, alla messa delle undici, con l’abito bianco, proprio lei che era Figlia di Maria.-

– Questo è vero coma’, invece si è dovuta sposare alle cinque del mattino, quasi di nascosto, fuori della balaustra.-

– Secondo me – concludeva la terza comare – Marietta non ha sopportato la vergogna davanti al vicario che la portava come esempio e se l’è presa a cuore.-

– Non solo, io ho saputo da comare Giorgia, che il vicario si è fatto un pianto perché a quanto pare Marietta doveva farsi suora!-

-Oih, Gesù mio, questo sì che è stato un dolore per il vicario.-

-Lasciatemelo dire, compare Nerino sembra un galantuomo, ma in realtà è stato un mascalzone. Si voleva sposare per forza comare Marietta e già se l’è sposata, sfrontato che non è altro.-

– Avete capito adesso perché Marietta è infelice e si sta lasciando morire giorno dopo giorno!-

Dall’alto della strada, rientrando dal lavoro dei campi, comparve a cavallo all’asino compare Nerino, fischiettando.

Il crocchio delle tre comari si sciolse come tre galline colte in fragrante accanto ad una corbula di grano da macinare.

Comare Marietta, affetta da tubercolosi, morì dopo qualche anno. Ai funerali il vicario le tessé l’elogio di madre e di sposa feconda che, colpita dal brutto morbo, se n’era volata nel Regno dei Cieli, lasciando i figli e il marito costernati dal dolore.

Le tre comari si recarono ai funerali, nessuna di loro era sposata, e fecero a gara a manifestare il loro cordoglio a compare Nerino e ai due fanciulli.

Fecero crocchio nella strada anche dopo la morte di Marietta e tutt’e tre si fecero queste confidenza, partendo dalla prima alla terza:

-La storia che doveva farsi suora non era vera, tanto meno il dolore del vicario.-

– Non era vero che la madre le avesse confezionato un abito bianco!-

– Il padre e la madre, poverissimi, avevano chiesto a Nerino di affrettare le nozze, ben sapendo che la donna era ammalata e non aveva molto da vivere e che se doveva amarla, l’amasse pure.-

La prima comare concluse:

-Avete visto coma’, quante cose si vengono a sapere quando una muore e poi la gente, senza sapere le cose, dice, dice…-

Annuirono tutt’e tre, sconciando il crocchio, senza nemmeno arrossire.

 

 

 

 

 

 

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16 Novembre 2008 - Categoria: versos in limba

Pro te hapo disizadu de Giuanne Soro

 

Pro te,babbu, hapo disizadu
beraniles chena muros
semenados e arveghes
e anzones biancos
e boes rassos e restes nieddas
e veridades in fiores allentoridas,
chelos giaros, frinigheddas de abba
e albores chena fine.

Si t’ammentas, babbu, hapo disizadu
su montiju affumadu
garrigu de nues,
cando su fogu
distruiat su masone.

Sa funtana ‘e s’allegria
hapo disizadu,
cun buttios sonende
a ripiccu subra roccas,
ingranidas de disperu,
cando sas chimeras cunzetas,
naschidorzas morian.

Su caminu de su ‘ighinadu,
attraessadu da-e omines
bestidos de paghe
hapo disizadu,
cando sa notte isparghiat muilos
de tempestas traitoras
subra su coro ‘e su mundu.

Ite no hapo disizadu, babbu!

Su tempus nos hat distruttu…
e tue ses mortu
in s’isettu ‘e sa lughe
de su manzanu bramada,
in d’una notte isteddada.
…E so restadu a piangher,
a piangher sos disizos
de sa vida tribulada
chi promittit avreschidas
seguras.

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14 Novembre 2008 - Categoria: eventi culturali, letteratura sarda, narrativa

Il singhiozzo della trombetta di Ange de Clermont

 

76716In un paese di collina, alta collina, ai tempi dei tempi, viveva un dignitoso banditore. Non aveva molti vizi, tolto l’alcol e il fumo, per il resto era l’uomo più buono del mondo. Questi due soli vizi però gli procuravano periodicamente un po’ di dissenteria, per cui l’uomo era cronicamente magro, magro a tal punto che non si reggeva in piedi, specie quando i due vizi li praticava in modo simultaneo. Per un certo periodo, quando doveva dare i bandi, si appoggiava ai muri delle case, toglieva dal taschino la trombetta, per richiamare i suoi compaesani,e annunciava:

-Tuuh, tuuh! Chi vuol comprare del sale, a buon prezzo, scenda allo stradone che c’è Giovanni Cucu!-
Alle donne non sembrava vero, e, affidati i figli piccoli ai figli più grandicelli, scendevano allo stradone a comprare il sale e, dato che provenivano dai quattro rioni del paese, ne approfittavano per raccontare peccati mortali e veniali delle comari e delle amiche. Naturalmente non diffamavano nessuno, scoprivano soltanto che i peccati nascosti erano molto simili a quelli conosciuti e che tutte le donne si rassomigliavano, almeno nel peccare.

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12 Novembre 2008 - Categoria: narrativa

Una botte di gloria di Ange de Clermont

Una botte di gloria

Una botte di gloria

In un paese dell’isola di Sardegna, ai tempi dei tempi, viveva un uomo che, a causa delle sue origini modeste, anzi quasi anonime, bramava, periodicamente, di essere glorificato.

-Glorificano i santi del ciclo liturgico dell’anno con le processioni; glorificano Gesù Cristo e la Madonna con feste alle quali tutti accorrono; perché non posso essere glorificato anch’io, in fondo sono il notabile più dovizioso e più intelligente del paese, mi pare giusto che ogni tanto qualche processione, qualche evento i miei compaesani riescano ad organizzarlo per me. –

L’aspirante alla gloria non pensava che bene o male i santi erano passati a miglior vita e che quindi era giusto onorarli, anzi venerarli mentre lui era vivo e vegeto.

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11 Novembre 2008 - Categoria: narrativa

Murriniedda di Mario Unali

Intamen de li narrer sa veridade chi giughiat bene inserrada in su coro, si che fit bessidu cun d’unu….”nudda!”, nadu cun d’unu piulu de oghe.
Chi, in s’andare de su tempus, cussa peraula si li fit bortada contr’a issu matessi. B’aiat si e no duos passos, dae sa banchitta ue fit setzidu ismurszende a s’intrada de sa gianna, ue, Antoniainzu si fit paradu reu reu, dimandendeli ite fint sos cuntrestos.
-Nudda!- rispondeit Billia, incrispende de coddos.
Cussa peraula che li esseit deretta, guasi guasi, chena mancu l’aer pessada, comente si narat…. “che troddiu”.
“Ti l’apo a fagher bider deo su nudda!”.
Gai, marghinende in tzelembros milli e una cosa, che li fit bessida!
“Nudda!” S’esseret istadu possibile, Billia cussa peraula si l’aiat retirada. Ma pruite?”
Antoniainzu fit mannu e in possa, ma a issu, a su fizu de Zuseppe Carcassona, no li faghiat timoria niunu.
– Mancu sos dimonios e tantumancu cussu, Antoniainzu, fizu de Peigottu !-
“Prima cosa…, chi sa die de su fattu, l’aiant bidu cun su entone ruju, iscampullitende in su riu, attraessu in su terrinu ruttìu.

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8 Novembre 2008 - Categoria: narrativa

Il rifiuto della morte apparecchiata di Ange de Clermont

pict0012_91In un paese dell’isola di Sardegna, ai tempi dei tempi, viveva un uomo che credeva in tutto, ad eccezione di un quarto di tutto.

Tutti i giorni quando si alzava dal letto credeva di vivere nel suo paese che, grazie a Dio, vedeva. Quando si guardava allo specchio credeva di esistere e di essere simile alla sua immagine.

Credeva alla sua Carta d’identità e ai dati ivi descritti, pur non potendoli verificare, quando periodicamente doveva rifarsela: il capo dell’archivio anagrafico garantiva: lui solo poteva verificare e non il benedetto uomo.

Credeva subito su quanto i corrieri e i pochi giornali riferivano sul mondo, sulla nazione e sulla sua isola: notizie tutte che non vedeva, che non poteva verificare. Tutti gli anni, al primo aprile, in un primo tempo credeva alla notizia-pesce d’aprile e poi con il giornale la smentiva.

L’atto di fede maggiore lo faceva quando comprava il giornale che sovente leggeva come se si trattasse di notizie e riflessioni viste, toccate e verificate. E credeva soprattutto all’esistenza di coloro che firmavano gli editoriali, gli articoli, i trafiletti. Anzi, per manifestare la sua grande fede sui giornali che leggeva, si recava spesso per le vie e per i botteghini, nelle campagne e nei caseifici per dire che erano successi quei fatti e se qualcuno lo contraddiceva lo trattava da somaro.

Quest’uomo, alto non più di un metro e sessanta, possedeva pure una modesta biblioteca e in genere, su quanto leggeva non aveva dubbi: credeva, credeva e credeva senza nemmeno esercitare un po’ di spirito critico tanto che qualcuno ebbe a regalargli un libro con le peggiori fandonie del mondo, ma l’uomo che credeva tanto alla carta stampata continuava a predicare:

-Carta canta!-

E urlava se qualcuno al botteghino gli faceva osservare che qualche scrittore o scienziato o giornalista aveva raccontato frottole. Credeva nelle carte geografiche che qualcuno a scuola gli aveva mostrato e spiegato: se lo dice il maestro, diceva, io credo alla Cina e alla Mongolia, alle Americhe e alle Russie.

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3 Novembre 2008 - Categoria: narrativa

Sa lenda de sas animas de sas rocas de Magola di Mario Unali

In sos tempos antigos meda, sos bisajos nostros viviant in sas pinnetas e in sos barracos covacados a ude e a tiria, e puru a restuju cando non b’aiat ne una e ne atera. Sa covaccura a ude fit sa mezus ca pruite baiat pius appoggiu in s’ierru e pius friscu in s’istadiale. Ma, non potende ateru mezus, ogni cosa fit bona pro covaccare. Medas, sos pius poverittos si gosaiant de che drommire sutta a sas gruttas chi sa natura aiat fattu dae cando est fattu su mundu.

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3 Novembre 2008 - Categoria: storia

Antonio Giagu noto Nino di Angelino Tedde

I

nino-gagu-demartini-2Contesti familiari e associazioni cattoliche durante il fascismo in Sassari La formazione dei giovani cattolici durante il fascismo. Durante il fascismo (1922-1943) andò formandosi anche in Sardegna sia nelle parrocchie sia nelle varie istituzioni cattoliche, permesse dal regime, quella folta schiera di giovani, appartenenti alla borghesia cittadina e rurale, ma in parte anche ai ceti popolari, che, caduto il fascismo, diventò classe dirigente[1]. In provincia di Sassari offrono dei modelli formativi interessanti La Maddalena con i giovani della Schola Cantorum istituita dal parroco Don Salvatore Capula[2]; Tempio con il circolo Contardo Ferrini promosso dal canonico Francesco Doranti[3]; mentre l’azione cattolica fu animata a tempi alterni da don Luigi Grimaldi e da don Domenico Mureddu[4]; Pozzomaggiore con l’Azione Cattolica diretta dal parroco don Angelico Fadda[5]; Sassari soprattutto con i Circoli Silvio Pellico, Robur et Virtus e con i vari rami dell’Azione Cattolica animati dai parroci delle singole parrocchie cittadine e puntigliosamente schedate coi loro aderenti dal regime[6].

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