10 Dicembre 2008 - Categoria: versi in italiano

Filastrocca di Francesca Sulas

Frugando tra le mie cose del passato, si tratta di otto anni fa, ho ripescato questa filastrocca di una mia laureanda, un pò preoccupata per la tesi sull’infanzia che le avevo assegnato. Le avevo mandato un’email richiamandola al dovere di sbrigarsi a terminare il lavoro. La laureanda, però, lavorava già tra i bambini con problemi e allora ha creduto bene di darmi una risposta in versi per dimostrare che, in fondo, si stava dando da fare anche con la tesi. Non le ho chiesto l’autorizzazione per la pubblicazione, perché sono certo che le farà piacere.

Caro illustre Professore

so che dorme poche ore

e quando l’alba giunge lesta

al lavoro già s’appresta.

Devo invece convenire
ch’io desidero dormire.
Al mattino sono stanca
devo alzar bandiera bianca.
E’ la notte tempestosa
e la mente non riposa
popolata dai pensieri
che percorrono i sentieri
della storia travagliata
dell’infanzia abbandonata.
Sono laceri e meschini
questi poveri bambini.
Sono armati di bastoni
ed intonano canzoni
di dolore e anche di rabbia.
Escon quindi dalla gabbia
Sono vivi, son risorti
ed inneggiano all’Aporti
che li tolse dalla strada
percorrendo ogni contrada.
Una parte vuole stare
nel “giardino” per giocare
ma qualcuno viene fuori
a cercar la Montessori
per non dire di quei “pazzi”
che si affidano alle Agazzi.
Nella testa mi martella
pure l'”opera” Manzella.
Con il secchio e la cazzuola
si fondò la prima scuola
con le suore e le pie Dame
offrì ai bimbi un bel reame
dove vivere felici
circondati dagli amici.
Quando il sogno si fa bello
si potrebbe riposare
ma c’è un “virus” nel cervello
che mi spinge a meditare.
Non sempre i bimbi del 2000
son protetti e tutelati
anzi aumentano le fila
dei reietti sfortunati.
Io lo vedo da vicino
questo esercito bambino.
Han la pelle bianca o scura
e negli occhi la paura
chi compare in questo mondo
sempre uguale, sempre immondo.
Prima che sian tutti morti
ci vorrà un secondo Aporti
che modifichi la storia
e porti i bimbi alla vittoria.
Lei ci prova Professore
e così passa le ore.
Con la penna e la parola
certamente ha fatto scuola,
ha sofferto ed indagato
sul terribile passato,
or però squarciato il muro
del presente e del futuro
io son pronta a lavorare
per i bimbi da salvare.
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9 Dicembre 2008 - Categoria: recensioni

La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco di Enrico Brizzi

 

vitaquotidiana_cover240Le rimembranze sono proprie degli over 70, per cui leggere quelle di un giovane di appena 34 anni “La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”, ti fa senso, specialmente se questo giovane, almeno in amore, nel personaggio del suo primo romanzo giovanile di maggior successo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, era un tardo-adolescente.

Enrico Brizzi che conosco attraverso il sobrio filtro paterno fin dai suoi anni di “pitzinnia”, dalla lettura dei suoi romanzi, letti a volte dall’inizio alla fine, tal altra, parte dall’inizio e  poi dalla  fine all’inizio, come nel caso di “Rizorama”, (mi son rifiutato di attraversare la foresta malgascia), oppure d’un fiato come nel caso del romanzo d’esordio e soprattutto dell’avvincente “Il Pellegrino dalle braccia d’inchiostro”, ma anche dalle confessioni più schiette dell’autobiografia non autorizzata della futura moglie Cristina; oppure dall’espressiva vivacità delle tre figlie che considero quasi nipotine nella competizione tra un nonno maturo quale sono io e un nonno riluttante ad esserlo, quale può essere il padre, che non aveva finito di essere figlio di genitori centenari ed il giovane scrittore-figlio  gli ha fatto la sorpresa di tre nipotine in poco tempo, col sistema di  una più due.

Enrico dicevo non ho avuto mai occasione di incontrarlo di persona, nonostante l’abbia sentito alla TV, l’abbia virtualmente seguito attraverso internet  e qualche settimanale, nei suoi mitici e defatiganti viaggi a piedi da Canterbury a Roma, da Roma a Gerusalemme. La lettura dei suoi avvincenti romanzi però me lo ha in parte svelato, in parte no, c’è del mistero.

Tornando a parlare de

“La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco”, debbo dire che me lo sono letto d’un fiato, il libro, del resto, si presta: (12 per 18, 325.248 caratteri circa, spazi inclusi, 186 pp. Editori Laterza, Roma-Bari, ottobre 2008, € 10, 10) il saggio fa parte di una collana ideata dagli omonimi editori.

Il giovane scrittore, ripercorrendo il suo breve, ma variegato percorso di vita,  da precoce-adulto, rievoca episodi d’infanzia e di fanciullezza; di adolescenza e di prima giovinezza. Il tutto con pennellate impressionistiche: l’asilo, la scuola elementare, le scuole medie, il ginnasio-liceo, l’esperienza di  scout a Bologna che man mano va scoprendo nelle sue vie, nelle sue case, nelle sue piazze. La città non s’impone soffocante, ma amica, accondiscendente, complice dei suoi segreti. Emergono con rapide pennellate genitori, nonni, maestri, professori, figure conturbanti come quelle del prete in sospetto di peccato e della donna di colore, della bionda iniziatrice ai misteri di Eros, dei compagni dal variegato stile di vita. Incombente su ogni cosa senza la quale la città non sarebbe né femmina né viva l’aurea tragica della resistenza, l’anima rutilante del Partito, un partito quasi anima almae urbis: il partito pensa, predispone, organizza, canta, balla, è onnipresente, onnisciente. Le icone del partito le vedi e quasi le tocchi al bar, in bicicletta. In quest’atmosfera entra il mondo, quello con cui Bologna vorrebbe competere per riaffermare il suo imperium in Italia e nel mondo: i cantanti e la musica rock, pop e centomila sue varianti. L’idolo numero uno nasce, cresce si sviluppa, si squaderna nella normalità e nella trasgressione; s’impone alla città giovane, all’Italia giovane e al mondo. Il nome del pantocratore, dell’anima che ben s’inserisce nell’anima del partito è Vasco, il nome dice tutto. Nel declino della Bononia docta è Vasco che salva la faccia. Nella tragedia del suicidio del partito è Vasco che accende  gli animi.  Alla Bologna femmina, nel suicidio del primo marito, non basta solo Vasco, la sua libidine vuole altro, vuole la squadra che con piglio maschio sbaragli avversari nazionali e internazionali. E via, con fremito tachipsichico l’io narrante si esalta per gli allori intra moenia ed extra moenia, l’ultras non sente ragioni, l’imperium ludicum è potenza. Vasco è maschio, il Bologna è maschio: il partito è morto, sorgi Bologna femmina! Il lutto per i nazionali eventi, possono essere sopportati, anche il Cav. è controllato da una bolognese doc. Inutile dirvi il nome; andatevelo a leggere. E Guazzaloca? L’abominio dell’abominio, ma arriva Cofferati: la rianimazione è un po’ deludente, ma il futuro è alle porte e Piazza Maggiore risuonerà ancora: Bella ciao, bella ciao, bella…!

 Angelino Tedde 

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9 Dicembre 2008 - Categoria: eventi culturali

Dai collegi medievali alle case dello studente.

 

s1558943280_5142-1Presso i saloni dell’ERSU, l’Ente Regionale Sardo Universitario, nel complesso edilizio di Cortesantamaria, promosso dal CISUI, dall’ERSU, sotto il patrocinio della Regione Sardegna, si è svolto uno stimolante convegno di studi a cui sono intervenuti alcuni tra i più noti studiosi di Storia delle università medievali e moderne. Obiettivo del convegno è stato quello di mettere a fuoco le problematiche abitative degli studenti fuori sede in epoca medievale, moderna e contemporanea presso le più antiche università italiane tra le quali Bologna, Cagliari, Messina, Milano, Napoli, Padova, Pavia, Roma, Sassari, Siena, Torino, Udine.

Da questa suggestiva carrellata sono emerse le variegate masse studentesche fuorisede dei diversi strati sociali nei vari contesti storici in cui si vennero a trovare. Le autorità preposte, di volta in volta, cercarono di rispondere alle loro esigenze abitative durante il corso degli studi universitari con la fondazione di collegi di vario genere. Alcuni di essi di semplice accoglienza alberghiera, altri con accoglienza e supporti didattici, altri con accoglienza e formazione, altri ancora come collegi-università. Non mancarono collegi con piazze gratuite e a pagamento come furono i collegi per nobili, per giovani di talento non abbienti. Le finalità furono sempre quelle di preparare i quadri burocratici delle monarchie assolute o le burocrazie ecclesiastiche agli ordini del pontefice-sovrano, oppure alla formazione delle classi dirigenti man mano che gli stati moderni si aprirono a forme di gestione più illuminata della cosa pubblica e quindi alla formazione delle classi dirigenti con l’avvento degli stati costituzionali.

Le relazioni non hanno potuto coprire la numerosa e variegata modalità di tutti i luoghi e di tutti i tempi con cui nelle varie sedi universitarie furono accolti gli studenti, a volta sopportati, talvolta mal tollerati per le loro sregolatezze, a volte accolti nelle case private. I relatori hanno cercato di offrire uno spaccato delle sedi universitarie oggetto della loro ricerca.
Il prof. Gian Paolo Brizzi, direttore della rivista “Annali sulla storia delle Università italiane” e direttore del Centro Interuniversitario della Storia dell’Università Italiana, CISUI, con sede Bologna, a cui aderiscono ben 25 università italiane, compresa l’Università di Sassari, ha dato inizio ai lavori con una relazione dal titolo “Dai collegi medievali alle case dello studente”; il prof. Del Negro: “Collegi per studenti, il caso padovano”; la prof. Negruzzo: “I collegi della controriforma: il collegio pavese”; la prof. Esposito: “I collegi universitari di Roma nel ‘400 e nel ‘500”; la prof. Del Bagno: “Università e studenti nella Napoli spagnola”; il prof. Romano “Il collegio gesuitico di Messina”; il prof. Perez Martin: “Colegio de Espana en Bolonia”; la prof. Roggero: “Il collegio come luogo di formazione del funzionario statale: il collegio delle province di Torino”; il prof. Mattone e la dr.ssa Ferrante: “Il collegio dei nobili di Cagliari e la formazione della classe dirigente del Regno di Sardegna”; il prof. Bianchi “Pensionati e collegi femminili nell’età dell’emancipazione della donna”; la prof. Calabrò: “L’Università di Messina e le Calabrie: la questione delle residenze fino alla fondazione della casa dello studente”; il prof. Gaudio: “Le provvidenze per gli studenti nell’età del Fascismo”; la prof. Fois:”Le provvidenze per gli studenti: la questione della residenza universitaria a Sassari nel ‘900″; il prof. Nonnoi: “L’Università di Cagliari dallo Studio intra moenia all’ Ateneo fuori porta” .
Oltre ai relatori, al convegno, sono intervenuti alcuni cultori della materia, qualche presenza di cortesia di professori in quiescenza. Da sottolineare la totale assenza di studenti. Non si biasimerà mai abbastanza che tanti luminari arrivino a Sassari e che gli studenti, questa tematica poteva riguardarli tutt’e 17 mila, fossero totalmente assenti, dopo la manifestata pretesa di mettersi alla guida delle università e di non essere esclusi da qualunque manifestazione che li riguardi. Da vecchio docente e da cronista mi accora constatare che i nostri sardi studenti continuano a riempirsi la bocca di slogans e, di solito, disertano i convegni da cui avrebbero molto da apprendere per la loro formazione universitaria. Questa lacuna potrebbe colmarsi attraverso crediti da conferire per i presenti e da togliere per gli assenti. Inoltre, per evitare presenze inoperose, basterebbe costringerli a predisporre le mappe concettuali di ogni relazione. In questo modo, nel mio ultimo convegno, maggio 2001) ho avuto il pieno. C’è da pensare che la risoluzione del problema delle residenze universitarie non sia di loro interesse, ma soltanto un problema dei vertici universitari e di quelli politici.
La prima mattinata, infatti, ha visto i vivaci interventi del sindaco di Sassari Ganau, dell’Assessora regionale alla pubblica istruzione Mongiu, del consigliere dell’Ersu Pintore, del rettore dell’Università prof. Maida e del prorettore prof. Mastino.
I moderatori delle due giornate sono stati i proff. Mastino, Sanna, Lucio Caimi.
Gli esperti statistici hanno sentenziato che servirebbero in Sassari per i novemila fuorisede un minimo di 1750 residenze a fronte delle attuali 550.
Non sarebbe stato male accennare alle spese che l’Ersu deve sostenere con le attuali 550 residenze per i fuorisede.
Certamente, visti i chiari di luna che l’economia globale, nazionale e territoriale attraversano un soddisfacimento di 1750 residenze probabilmente rimarrà nei sogni degli amministratori dell’Ersu del presente e del futuro per quest’intero secolo, salvo crescite economiche poderose ed economie sugli sprechi endemici della pubblica amministrazione sarda.

Angelino Tedde

 

 

 

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8 Dicembre 2008 - Categoria: narrativa

Promosso sul campo di Ange de Clermont

A mia nipotina Beatrice T.

 

Nell’isola delle pecore, in un paese di alta collina, ai tempi dei tempi, viveva un ragazzo, pieno di buona volontà, ma superbo come il demonio.

Da piccolo fu addestrato a servir messa, a dire buon giorno e buona sera. Quando serviva messa però era felice soltanto perché tutti lo guardavano o almeno così credeva.

Divenne adolescente e il parroco cominciò a richiamarlo all’umiltà, ma lui non volle saperne.

Chiuse col parroco, chiuse con la chiesa, chiuse col Signore e così si sentì libero di fare ciò che voleva.

Da subito cominciò a violare il primo comandamento, abolendo il Signore dalla sua vita e ponendo al suo posto la dea Ragione, quella famosa dea che osò ballare sull’altare di Nostra Signora di Parigi.

Ciò nonostante, divenuto giovanotto, nominò più volte invano il nome di Dio, violando il secondo comandamento.

Violò anche il terzo come conseguenza: non santificò più le feste, anzi per la verità santificò il giorno dei funerali, in quanto quella era l’occasione -per farsi vedere bello in piazza- come diceva la gente.

Forse, a quanto raccontano, onorò un po’ la madre e il padre, né poteva fare altrimenti perché quelli lo avrebbero cacciato via di casa.

Non uccise mai nessuno con la spada, ma con la parola fece stragi su stragi: ne uccide più la lingua che la spada.

La sua maldicenza era proverbiale: – dove apre bocca semina morte- ripeteva la gente. In particolare uccise quello che era stato il suo parroco, uccise vescovi, cardinali, credenti. Non con la spada, ma con la lingua s’intende; già dimenticavo, siccome l’uomo usava la penna, si servì anche di questa per uccidere quanta più gente poteva e, per farla breve, violò il quinto comandamento.

Del sesto comandamento non ne parliamo, basti dire che si abbeverò a tutte le fonti di piacere che poté. Meglio non parlarne, sarebbe come nuotare nell’acqua sporca.

Ebbe occasione, purtroppo, di fare false testimonianze davanti ai giudici, del resto doveva salvare la faccia di persona perbene. Disse sempre che non sapeva niente del tale fatto o fatterello, del tale reato o delitto. Tutti lo ammirarono. Sapeva tenere la bocca chiusa almeno davanti ai giudici.

Il nono comandamento lo violò tutte le volte che potè, visto che l’erba del vicino è sempre più fresca.

Da adulto, siccome era invidiosissimo, desiderò sempre la roba degli altri, specialmente di quelli che ne avevano tanta.

Alla fine della vita si elevò in casa un altare, vi pose la sua statua, vestita di blu, con giacca a doppio petto e ogni mattina col turibolo iniziò a incensarla.

Il diavolo, che durante la vita di quest’uomo, s’era fatto grasso come un suino, si presentò a lui al momento della morte, per chiedergli l’anima, l’uomo fece qualche resistenza, ma poi andò nel regno di Satana il quale, visto il percorso seguito durante tutta la sua vita, lo promosse subito diavolo sul campo.

 

 

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8 Dicembre 2008 - Categoria: narrativa

Brenzo e il diavolo di Ange de Clermont

Brenzo il diavolo

A mia nipotina Beatrice T

  Ogni bimbo, alla nascita, riceve dal Signore un angelo perché vegli su lui, per tutta la vita. Satana però, il nemico del Signore, spedisce subito accanto a quel bimbo un diavolo, perché resti accanto a lui tutta la vita, contrastando l’azione buona dell’angelo. Ai tempi dei tempi, in un paese di collina, dentro una casa non tanto piccola né tanto grande, nacque un bambino. Il padre al Comune lo fece chiamare Brenzo. Il Signore come al solito appena nacque gli mandò un angelo accanto e Satana, brutto e invidioso, gli pose accanto un diavolo molto cattivo. Brenzo crebbe e divenne grandicello sempre accompagnato dall’angelo e dal diavolo. Quando parlava l’angelo, però, Brenzo faceva orecchie da mercante, quando parlava il diavolo Brenzo lo ascoltava con attenzione e faceva tutte le monellerie possibili e impossibili verso i suoi compagni tanto che tutti lo chiamavano Brenzo il diavolo. Spesso Brenzo il diavolo, per spaventare i compagni, seguiva i consigli di colui del quale era diventato amico e che gli stava sempre vicino spingendolo al male. Un giorno, mentre Giannetto correva verso la bottega di un venditore di ricotta, detta mustia, Brenzo il diavolo si fece vedere comparendo all’improvviso da un vicolo con una maschera che rassomigliava tanto al suo brutto diavolo. Giannetto, spaventato, non riuscì a fermarsi davanti alla bottega del ricottaro, ma corse per tutta la Strada del Pozzo e per poco non cadde lungo il pendio della collina. Brenzo, soddisfatto, con gli occhi di brace, rise e per qualche istante prese le sembianze del diavolo. Crebbe Brenzo e si sposò con una bella ragazza che gli diede due figli. Tutti nel paese speravano che diventasse buono, invece, Brenzo il diavolo divenne ancora più cattivo e spesso, in preda all’ira, picchiò la moglie, cosa orrenda davanti al Signore e agli uomini. Le donne mormoravano dicendo: -Brenzo ha venduto l’anima al diavolo e deve aver licenziato l’angelo.- Le donne non avevano torto. Brenzo un giorno, recatosi in un cimitero abbandonato alle pendici del colle, presso l’altare di una chiesa sconsacrata, seguendo l’esempio di un altro suo compagno, aveva venduto l’anima al diavolo, che da quel giorno poté cacciare via l’angelo e lasciare Brenzo in balìa del diavolo. Il diavolo gli aveva promesso di farlo diventare ricco. Divenuto giovanotto, il diavolo suggerì a Brenzo di recarsi lontano dal suo paese, in un luogo dove avrebbe trovato miniere d’oro. Brenzo partì e giunse in una terra ricca di miniere, ma non d’oro, bensì di carbone. Brenzo però non si accorse dell’inganno e sperò di trovare prima o poi un bel filone d’oro in mezzo a tanti filoni di carbone. La sua speranza andò via delusa tanto che Brenzo cercò di riscattare la sua anima dal diavolo, che non gli concesse mai il riscatto, essendosene andato via l’angelo: l’unico che potesse costringere il diavolo a sciogliere il patto. Brenzo, vistosi beffato, divenne ancora più cattivo con tutti, tanto che alla fine rimase solo e si ammalò. Al momento della morte cominciò a bestemmiare e a maledire il giorno che era nato. Uscita l’anima dal corpo, Brenzo, imprigionato e in compagnia del diavolo, se ne andò all’inferno dove la sua anima fu collocata sopra un braciere ardente di un fuoco che non si spegnerà mai. Il diavolo si era beffato di lui.     
          

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8 Dicembre 2008 - Categoria: lingua/limba

S’interru segretu di Domitilla Mannu

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Traduzione dall’italiano del II capitolo de

“La maschera dalla gonna capitina” di Ange de Clermont

Maria Giusta fit morta dae mancu duos meses a cando aiant agatadu a Zinùbiu mortu dae su tiru de su fusile sou matessi. Non si fit mortu , sos palletones li fint intrados dae segus in s’ischina, e fint partidos dae su muru a burdu chi faghiat làcana a su buscu de chercos de Monte Ledda, subra sa badde de Santa Giusta. Su mortu male fit istèrridu a unos chimbe metres dae su murigheddu, cun su fusile sou in manos che chi esseret unu rosàriu, pariat una manera pro li chèrrere nàrrere:

– Tenedilu astrintu, ca tantu non l’as a impitare pius .-

In bidda non b’aiat ammentu de un’àtera morte gai afrentosa, mancari chi dae su setichentos a tando sos miramontesos che nd’ aiant imbiadu a s’àteru mundu fintzas tres onz’annu a pius de sos chi si che moriant a su naturale, giamados dae Nostru Segnore.

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5 Dicembre 2008 - Categoria: recensioni

Recensioni delle opere di Nino Fadda

CARRELA ‘E PUTTU (Ammentos de pitzinnia)
158 pagine, euro 10.TAS 2000
Questo libro, col quale l’autore esordisce come scrittore in lingua sarda, variante logudorese, è un concentrato di ricordi di un’infanzia vissuta nel periodo post bellico e quindi carica di tutte le vicende, le difficoltà e le condizioni difficili del tempo. Ma ricco anche di tutte le gioie di una vita spensierata e gioiosa. Sicuramente un buon esordio per questo autore, che si fa leggere con piacere e facilità. Speriamo che in futuro ci possa regalare altre emozioni come questa.
PRESONES DE LUSSU (Sa vida in cullégiu)
279 pagine, euro 12.TAS 2001
Il secondo lavoro di Nino Fadda, proseguendo sul filo dei ricordi, ci propone l’esperienza di vita vissuta in collegio di un ragazzo di quindici anni. L’autore insiste sulla lingua sarda che adotta come sua lingua primaria e la propone ai suoi lettori. Peraltro esposta in maniera semplice e discorsiva, facile da leggere e interpretare. L’opera è rivolta a quanti quella vita di collegio hanno conosciuto e agli studenti di oggi che da queste pagine potrebbero trarre molti insegnamenti.
S’ISCOLA DE MARA
231 pagine, euro 12.TAS 2002
Terzo libro in tre anni. Ancora ricordi, a volte brutti, ma più spesso piacevoli e densi di significato.
Questa volta l’autore si cimenta con la sua esperienza di insegnante di scuola media nel paesino di Mara, quasi dimenticato da Dio e dagli uomini negli anni sessanta. Bellissima esperienza di vita vissuta e di grandi sacrifici coronati per fortuna da tante soddisfazioni e gratificazioni. La lingua proposta è sempre quella sarda, col tentativo di proposta di una lingua accessibile a tutti.
PISSIGHENDE SU TEMPUS BENIDORE
S’istória fantàstiga de sa Sardigna in su XXI séculu (2001-2100)
213 pagine, euro 12.TAS 2003
Questa volta Nino Fadda cambia registro e passa di colpo dal passato al futuro. Futuro della Sardegna e non solo, perché queste pagine di una storia futuribile coinvolgono assieme alla Sardegna, che dopo tanti travagli trova finalmente una dimensione consona alle sue possibilità, tutto l’intero pianeta. Solo fantasia, solo utopia? Ai lettori il gusto e il piacere di trarre le conclusioni. La lingua, manco a dirlo, è sempre quella sarda, piacevole e scorrevole.
CHENABRAGHETTA
Pagine 238, euro 12. TAS 2005
Dalla penna di Nino Fadda questa volta è scaturito un personaggio strano e allo stesso tempo divertente: Chenabraghetta Apparentemente e probabilmente lo scemo del villaggio, ma contemporaneamente fustigatore dei vizi e delle virtù dei suoi compaesani, pronti a farsi beffa di uno più sfortunato di loro, ma ignari che di ben più atroci dileggi saranno vittime proprio per mano del protagonista, spesso inconsapevole. Una lunga serie di episodi divertenti raccontati con semplicità in una lingua sarda sempre armoniosa e piacevole.
Edizioni EDES Sassari
FRUNZAS DE LARU
240 pagine, euro 14. EDES 2008
Saga paesana che propone le vicissitudini della famiglia Laru nell’arco di un intero secolo. Momenti di vita vissuta, di eventi a volte lieti a volte tragici si susseguono e si sovrappongono conditi da avvenimenti storici, da fatti di costume, da descrizioni di usanze e consuetudini che riescono a tenere vivo l’interesse del lettore fino a coinvolgerlo nello svolgersi degli eventi. Il tutto inframmezzato e animato dalla presenza di Antoni Suelzu Carnera, narratore e coprotagonista del romanzo stesso. La lingua è sempre quella sarda logudorese armoniosa e scorrevole adeguata spesso alle indicazioni della LSC ( Limba Sarda Comuna)

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4 Dicembre 2008 - Categoria: versos in limba

Dillu a s’iscurigada de Carlo Moretti.

Accudide pro ballare

unu ballu pro gosare

si sa festa non est cumprida

sos cumpares ponent vida.

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