11 Maggio 2009 - Categoria: recensioni

La Via di Gerusalemme di Enrico Brizzi e Marcello Fini

Enrico Brizzi, Marcello Fini, La Via di Gerusalemme. In cammino da  Roma alla città tre volte santa, edicicloeditore, Portogruaro  (Venezia), 2009,  pp. 234 € . 16,40.

 

cover_viadigerusalemme_smal-200x3001Quando stavano per ultimare il percorso della Via Francigena, da Canterbury a Roma, i due inseparabili amici, Enrico e Marcello, ebbero un’intuizione:
– E se Roma non fosse l’arrivo?-
Dopo aver raggiunto Roma e aver provato le emozioni indicibili che una città di oltre 2760 anni suscita in chi ha un minimo di consapevolezza storica, con la rievocazione del vortice degli avvenimenti che la travolse nelle tortuose sorti umane e divine, i due giovani, decisero “il santo viaggio” : raggiungere per terra e per mare la città tre volte santa, Gerusalemme.
Così, partendo dal capolinea dell’antica Via Appia, per molti tratti scomparsa, ricercandola per pianure, monti, colli e valli, sostando in località imprevedibili che per tanti versi conservano l’impronta dei Crociati e di una natura incontaminata (Parco d’Abruzzo e Irpinia
Verde), raggiungono Brindisi.
Ottocento chilometri a piedi, sotto la pioggia o la canicola, la neve o la sterpaglia brulla, la paura dei lupi e degli uomini che si rivelano statuari, sobri o narratori facondi di storie lontane e recenti.
Il silenzio delle lunghe camminate, salite e discese, in un’ascesi che coinvolge le sofferenze fisiche, ma anche i voli dell’anima, i nostri pellegrini, ora accompagnati da imprevedibili amici partime, camminatori improvvisati, destinati al martirio dei piedi, o dal misterioso cane-pastore abruzzese che li guiderà per lungo tratto, prima di scomparire misteriosamente, vivono un’esperienza
ineffabile, della quale con parsimonia ascetica vogliono rendere partecipi i lettori.
Con Brindisi, finis Italiae, si conclude la prima tappa del loro peregrinare.
images-21Dopo varie peripezie s’imbarcano su una goletta con un esperto skipper, ma con un altrettanto inesperto mozzo, tanto che soltanto la buona sorte fa si che lo Ionio, improvvisamente rabbuiatosi, non finisca per inghiottirseli, prima di raggiungere l’isola di Corfù e
sostare alla fonda al chiaro di luna, visto che l’approdo sabbioso potrebbe impantanare goletta e marinai.
Liberatisi della goletta e di Corfù i nostri pellegrini s’imbarcano in un traghetto di ubriachi, a la buena de Dios, ai quali, sbevazzando birra e giocando a
carte si uniscono anche loro. Arriveranno a Cipro? Chi lo sa, per evitare il patema d’animo mi sono fermato lì.
Insomma, per farla breve, i nostri arrivano a Tel Aviv in pacco aereo e poi, tra guerreggianti da una parte e dall’altra non lo so se arriveranno alla meta, questi Cristifideles laici.
Certo è che con tutti quelli che incontrano: cristiani, musulmani, ebrei, variegatissimi all’interno della loro stessa fede, non danno giudizi e sprizzano compassione per tutti.
Dopo aver percorso la Galilea e tutte le regioni limitrofe, eccoteli giungere a Gerusalemme, eccoli presi da emozioni che non si possono raccontare, tanto scuotono l’anima nel profondo.

A rendere più agevole la comprensione del pellegrinaggio non mancano le sezioni “a spasso con la storia” in cui è agevole visitare luoghi, monumenti, personaggi e avvenimenti di un tempo remoto.
Una sezione di immagini dei luoghi e dei pellegrini ravviva ulteriormente la fantasia e dalla poltrona vellutata del tuo salotto ecco una veduta dal Monte Carmelo, un’altra del Monte degli Ulivi e
alcuni originali ritratti di personaggi, ma soprattutto questi folli che vanno dietro le orme del passato, non si sa quanto immersi nel presente, perché sembra che col futuro non vogliano fare i conti.
Ah, dimenticavo, ci sono pure le schede sulle singole tappe per chi volesse ammalarsi della stessa follia e sui loro passi percorrere senza patemi Roma-Jerusalem.
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27 Aprile 2009 - Categoria: storia

2.La popolazione di Chiaramonti nel Settecento di Giovanni Soro e Andreina Cascioni

 

Il contributo fu predisposto dai coniugi Soro- Cascioni in occasione del centenario della parrocchiale di San Matteo nel 1988. Rivisto e corredato di note, è per la prima volta pubblicato per intero in questo sito. Trattasi qui della II parte essendo stata pubblicata, sempre in questo sito, la I parte. ( a cura del webmaster).

 Libri matrimoniorum

I registri dei matrimoni consultati sono quattro: il <<liber primus matrimoniorum>>, alcuni fogli volanti inseriti nel <<liber baptizatorum primus,>> il <<liber secundus matrimoniorum et tertius.>>

Il primo libro registra i matrimoni celebrati tra il 1703 e il 1726; i fogli volanti riportano i matrimoni celebrati dal 22 ottobre 1726 al 22 aprile 1741. Il <<liber secundus >> che registra i matrimoni dal gennaio 1780 al 5 agosto 1791, ha in coperta <<IV reg. quinque >> e nella costola libro <<d<e> defunctos..>>

Si tratta del quarto volume che i vicarios e i visseparrocos (sic) compilavano secondo il Rituale Romano. Sul frontespizio si legge:

<<Libro donde se assientan los desposorios de esta presente villa de Claramonti y parroquial iglesia de San Matheo siendo vicario de la mesma S. M. Rev.do Dr. Juan Frassetto de la villa de Senneri Y visse. cos. Los reverendos Juan Lucas Cabresu Rev.do Pedro Valentino y Juan Antonio de Bellu de la dicha de Claramonti enserrado y conservado en su fuente baptismal de dicha Igl. a hoy dia 25 de Xmbre de l’ano 1779 y despues de veinte Y quatro ojas estan assentados los difunctos y despues de quarenta y ocho ojas los ninos.>>

Il <<tertius liber matrimoniorum>> interessa gli anni che vanno dal 1791 al 1830. Gli atti riportano in genere la data del matrimonio, il nome ed il cognome degli sposi, il luogo di provenienza, lo stato civile, soltero / a o viudo/a. Seguono il cognome e il nome dei testimoni.

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23 Aprile 2009 - Categoria: versi in italiano

Sirena al tramonto di Ange de Clermont

 

 

pict02671Solitaria donna

Sull’irta scogliera
Che pensi
Che fai ?
Vuoi misurarti
Con le onde
Baciate
Da un sole

 

che muore?
Pensi forse
D’esser  sirena
Sorta per caso
Dagli antri marini?
O sei forsepict0268
Un miraggio
Creato
Dal mio cuore
In frantumi?

 

Ti muovi
E ristai
Palpiti
E ti blocchi
Come gl’irti
Macigni su cui
Ti ergi.

Sirenepict0269
Al tramonto
Non si vedono mai.
Abbagli forse
D’un occhio
Ammaliato
Dai picchi
Che mi videro
Bimbo felice
Da poco nato
Per una vita
D’umori salmastri
Come te
Sirena
Di fragile 

vita

falesia.

 

 

 

 

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23 Aprile 2009 - Categoria: narrativa

La danza di Black di Ange de Clermont

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Black, il cane di Silvia, la sua padroncina, che per lui avrebbe dato anche la vita, avvertito il freddo che lo circondava sotto il grande albero di pero, si affacciò alla porticina della sua casetta, ma non si mosse. Finalmente, stanco di osservare i rami secchi degli alberi, si addormentò e cominciò a sognare. Sognò e sognò un mare di coccole da parte della sua padroncina che, da un bel pò tempo, appariva e scompariva: partiva alle prime luci dell’alba e rientrava a notte inoltrata, ignorandolo quasi. Si era legato d’affetto molto di più al suo rude compagno poco amante di coccole, ma largo di passeggiate sui sentieri irti e boscosi. Non aveva bisogno di sognarlo il suo vicepadroncino, lo vedeva spesso e lo accudiva. Anche Blach capiva che nei fatti era più curato dal rude compagno della sua padroncina cortese e imperiosa.

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Una mattina però Black si svegliò e si accorse che gli spazi intorno erano ricoperti da un manto bianco e così le colline lontane. Sentì dentro un euforia, una gioia incontenibile di danzare. Miracolo dei miracoli comparve come una fata all’improvviso la sua padroncina. Si avvicinò a lui, lo accarezzò dolcemente e poi sciolse la catena della sua prigionia. Black, incontenibile, baciò delicatamente il viso della padroncina e via in mezzo a quel manto bianco sotto i suoi occhi iniziò la danza della neve. Finalmente felice cominciò a sentire la flebile musica della neve e si lasciò trascinare da quelle note che gli umani non potevano sentire. La sua padroncina, incantata, lo guardava; dalla finestra lo guardò anche il vicepadroncino.

– Balck, Black ! – gridò- ma Black vedendolo continuò a danzare felice sulla neve e quasi dalla gioia incontenibile il suo cuore non rischiò di fermarsi.pict0047

I padroncini, forse, qualche volta, avevano mandato in vacanze la loro anima, ma Black no, l’anima ce l’aveva fortemente avvinta al suo cuore.

La neve, poi, si sa, spesso manda in euforia e uno vorrebbe danzare, volare e sognare d’essere un fiocco bianco che un’invisibile brezza manda qua e là per gioco. 

Black! Black! Sei il più splendido dei cani. Da dove vieni e un giorno dove andrai?

 

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21 Aprile 2009 - Categoria: eventi culturali

Ajò Anglona, Chiaramonti 2009 di Carlo Moretti

E’ iniziata nel migliore dei modi, a dispetto dei nuvoloni che si presentavano minacciosi e che, hanno tentato anche di spaventare con qualche goccia i presenti, la terza edizione di “Ajò in Anglona”.

Inutile raccontare la soddisfazione del presidente della Pro Loco chiaramontese Sandro Unali, che oramai ci ha abituati a manifestazioni ben organizzate e impegnative.

Ajò a Chiaramonti, ha preso il via nella mattinata intorno alle 10:30, in concomitanza della messa per i fedeli animata dal Coro Parrocchiale, in Piazza Repubblica alla presenza delle autorità locali e provinciali, in particolare il sindaco Giancarlo Cossu, l’assessore alla cultura Marina Manghina, il presidente della Pro Loco Sandro Unali e il presidente della Provincia Alessandra Giudici, è avvenuta l’inaugurazione di Ajò in Anglona, preceduta dalla sigla del cantautore Franco Sechi. Numerosi i  forestieri presenti, tra i quali una folta delegazione di amici zerfaliesi, arrivati per l’occasione e per consolidare il gemellaggio tra le due Pro Loco. Tanti gli stand degli espositori nella via principale e all’interno dei giardini pubblici.

Alla fine dei doveri istituzionali, i presenti sono stati invitati al buffet, che ha preceduto il percorso itinerante per il centro storico, interrotto di tanto in tanto dai canti presenti nel repertorio dei due cori, il Coro Femminile e il Coro di Chiaramonti, entrambi diretti dal M° Salvatore Moraccini.

Quest’anno il percorso nel centro storico, è iniziato partendo dalla chiesetta del “Rosario”. Dopo una presentazione dei particolari storici e architettonici, a cura del dott. Gianluigi Marras, i due cori hanno eseguito alcuni brani. Al termine, il folto gruppo dei cori, autorità presenti e turisti interessati al percorso si è incamminato alla volta de “S’arcu”  dove, dopo le spiegazioni fornite dal dott. Marras i cori hanno eseguito altri due brani.

Ultima tappa, la più suggestiva, quella a “Su Monte ‘e cheja”, luogo, dove anticamente sorgeva  il castello appartenuto ai Doria, e poi trasformato dai suoi ruderi nell’antica parrocchiale di San Matteo, anch’essa. abbandonata nel 1.888 a favore della parrocchia esistente, per via del luogo impervio e impraticabile nelle giornate invernali. Al termine della relazione del dott. Gianluigi Marras sullo stato dei resti, all’interno di una delle cappelle laterali ancora integra e restaurata, il Coro di Chiaramonti ha eseguito altri due brani, mentre il tempo un po capriccioso inumidiva i turisti al seguito.

Al termine, dopo l’aperitivo offerto dalla Pro Loco ai presenti, ognuno ha raggiunto il punto di ristoro o l’agriturismo designato per il pranzo.

Nel pomeriggio dopo il pranzo ristoratore,  le dottoresse Maria Cherchi, Piera Porcheddu e Maria Antonietta Solinas, coadiuvate dalla collaborazione della studentessa Mara Cossu, hanno accompagnato con le navette messe a disposizione dalla Pro Loco, gli interessati alla visita dei siti monumentali e archeologici nell’agro di Chiaramonti, in particolare alle chiese di Santa Giusta e Santa Maria Maddalena.

Nel frattempo a “S’arcu” per gli appassionati del canto logudorese a “chiterra” si è svolta la mini gara consueta tra i cantautori locali.

Con un breve ritardo, ma non senza mancato interesse, si aspettava il ritorno delle navette dalle visite all’agro chiaramontese, seduti comodamente nelle sedie approntate dalla Pro Loco, il pubblico ha potuto ascoltare con la dovuta attenzione gli interventi del prof. Mario Unali e del dott. Gianluigi Marras che hanno, con cartine topografiche dettagliate e arricchite da mini foto esplicative, con foto dei principali siti archeologici, illustrato ai presenti l’immensa ricchezza archeologica e monumentale del nostro territorio, invitando i presenti a segnalare eventuali siti ancora sconosciuti. La relazione è stata animata, secondo intervalli concordati, dal modesto tributo che il sottoscritto ha  voluto preparare per lo scomparso poeta del ‘900, Fabrizio De André a dieci anni dalla sua morte. I presenti hanno dimostrato con gli applausi, il gradimento del connubio fra le due cose.

Il meteo quest’anno non ha deluso, l’associazione “I Grifoni” guidati da Tore Solinas, e gli appassionati del parapendio, quindi anche chi non aveva mai provato l’emozione di librarsi in volo accarezzati dalla debole brezza, ha potuto con il due posti, lanciarsi con l’istruttore che sapientemente manovrava il velivolo. La partecipazione e la curiosità per questa prova è stata numerosa.

Concluso il tributo a De Andrè, è stata la volta del Gruppo Folk Santu Mateu, che ha riempito piazza Repubblica di suoni tradizionali e coloratissimi costumi derivati dall’antico e tradizionale costume di Chiaramonti. Al termine dell’esibizione, come promesso i componenti del Gruppo Folk si sono intrattenuti con i presenti per insegnare i primi passi de “Su ballu tundu” agli interessati.

La serata è proseguita con i Giuales che hanno intrattenuto i presenti con canzoni e balli di gruppo fino a tarda serata.

La notte si è, intorno alle 22:00, illuminata dei bellissimi fuochi d’artificio offerti dalla ditta Santa Barbara di Salvatore Oliva, colorando il cielo chiaramontese.

Anche quest’anno quindi, è positivo il bilancio di questa bellissima iniziativa voluta e ideata dalla Pro Loco di Chiaramonti capitanata da Sandro Unali. Auguriamo a questi ultimi, di continuare sempre con lo stesso entusiasmo che li caratterizza, ceduto unicamente per il  bene di Chiaramonti.

Ringrazio per le foto, Maria Grazia Riu, Giovanni Cuccuru, Azzurra Solinas e Bruno Lombardi per il bellissimo filmato del brano eseguito dal Coro di Chiaramonti “A s’Altare”, musica del M° Moraccini e parole di Carlo Moretti uno dei più bei doni che avessi potuto ricevere da questa manifestazione.

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9 Aprile 2009 - Categoria: discipline scientifiche

Pasqua 2009: Cristo è risorto

gesu-risortoSono 2009 anni circa che i Cristiani festeggiano la Pasqua di risurrezione come annuncio che Cristo è risorto dai morti e con lui risorgeranno tutti gli uomini al giudizio universale. Allora apparirà davvero la sua gloria del tutto offuscata, vilipesa, ignorata durante la sua flagellazione, il suo viaggio al calvario e la sua morte ignominiosa sulla croce. Coloro che hanno creduto al suo annuncio e lo hanno amato, nonostante le loro fragilità, saranno salvati. Coloro che lo hanno rinnegato per autosufficienza, che si sono creati narcisisticamente un dio dentro se stessi, che hanno disprezzato e ucciso i suoi apostoli apriranno gli occhi, ma sarà troppo tardi, il fuoco eterno e un eterno patire li travolgerà senza alcuna misericordia per tutta l’eternità. I credenti, pur nella loro indegnità, debbono pregare perché il numero dei dannati sia il minore possibile e molti si convertano finché c’è tempo, abbandonando la loro autosufficienza, la loro tronfiezza, la loro spocchia blasfema, il loro stare ritti come padroni del mondo.

Passa presto la gloria di questo mondo e davanti a Dio mille anni sono come un giorno. Egli dà a tutti l’opportunità di salvarsi, è buono, misericordioso. Basta umiliarsi e battersi il petto anche in punto di morte. Non è mai troppo tardi finché si è in vita. Migliaia di vergini, nei monasteri pregano, milioni d’innocenti muoiono sotto le macerie di un maremoto o di un terremoto: è tutta misericordia per l’umanità atea, blasfema, agnostica, indifferente. Migliaia di paraplegici soffrono della loro disabilità: è tutto oro colato di grazia per coloro che sono lontani da Dio. Se si sapesse quanto le sofferenze servano a salvare i peccatori, tutti chiederemmo di soffrire. La Croce, unica speranza del mondo, ci porta alla risurrezione delle anime e dei corpi.

Ai soci e ai lettori l’augurio della redenzione per la morte di Cristo.

 

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24 Marzo 2009 - Categoria: eventi culturali

Benide cun megus di Nino Fois

Personazos: Veronica, Gesus, Maria, Caifa, Pedru, Pilatu, Accusadore, Maria Maddalena

 

330px-takingofchristVERONICA
Mah… E it’est custu fragassu de ferros?…
A narrer chi mi paret zente andende a gherrare… Già cherzo bider su chi est cumbinende…
Iscura!… Cust’est un’iscuadra!… E a ue sunt andende a-i cust’ora?…
A denotte andant a gherrare?…
Ma, cun custos soldados mi paret chi b’epat finas unu tzivile… Un’Ebreu est!…
Oddeu! A su passu si non mi paret Giuda Iscariote…
E ite bi faghet Giuda cun custa zente?…
Già los cherzo sighire dae tesu… Gai a pianu a pianu, in s’iscurigore, sena mi fagher bider…
… E a ue sunt andende?…
A su monte ant leadu filu…
E-i como si sunt frimmos…
Ohi, coro meu! Custa già mi paret una notte mala… Ite coro malu su ch’apo…
Millu s’Ebreu!… Dae sos soldados si ch’est istrejende…
E già aia rejone eo chi fit Giuda…
Ahi, Ahi! E cuddu est Gesus
Giuda si l’est abbratzende… Basadu si l’at

GESUS
Amigu meu, ello pro custu ses bénnidu cun totta custa zente?

VERONICA
E-i como?… Ma, e it’est cumbinende?… Sos soldados a Gesu si sunt accurtziende… E ite li cherent fagher?…

GESUS
Sezis bessidos comente andende a leare unu bandidu, cun ispadas e roccos.
Donzi die fia in su Tempiu imparende a sa zente e non m’azis leadu.

225px-hans_memling_026VERONICA
Oh, iscura!… Sas manos l’ant presu… A ispuntones lu sunt leende… Che unu ribbelle…
Isse paret un’anzone, s’iscuru…
E de sos cumpanzos suos, niunu b’at restadu? Tottu si che sunt andados?…
Nono. Nono…
Già b’at caligunu: dae tesu lu sunt sighende…
Ma, a ue lu cherent giugher a Gesus custos soldados?
Ah! A tzittade che lu sunt giuttende…
E-i como a ue che lu leant?
Maraviza e timoria tenzo in coro, ma los sigo ca non mi paret cosa de pagu contu.

(un’iscutta de mudesa)
VERONICA
Ohi, mind’unu passende…
Già lu cherzo preguntare a ue che sunt leende a Gesus.
“Tue a l’ischis a ue che lu sunt leende?…”

stazione11ACCUSADORE

A ue su Cunsizu Mazore de sos Giudeos, ca est ora de nde la finire.
Semper contra a issos est e non rispettat sa leze.
Nemmancu su sàpadu chi est die de bagadìu, rispettat…
Fintzas sos malaidos sanat in sapadu…
E ite ti paret?!… E-i sa zente chi est crettende a su chi narat isse, est troppu…
Ello non l’ischis chi at nadu finas chi est su Fizu de Deus!?…
E cando mai su Fizu de Deus si la faghet cun sos peccadores?!…
E cando mai a su Fizu de Deus li devent ponner mente sos dimonios?!…
… E ite nde naras?!…
E cando mai su Fizu de Deus devet perdonare a sas feminas malas?!…
Ello non l’as intesu cuddu iazu, cando fimis a proa a iscuder a pedra cudda femina chi aiat traìtu su maridu?!… Non l’as intesu ite at nadu?…
“CHIE EST SENA PECCADU ADDOBBET SU PRIMU CRASTU”

300px-rembrandt_harmensz_van_rijn_025… E chie non b’est restadu male a-i cussas peràulas?!…
A donzunu nde li est rutu su crastu dae manos, a l’ischis?!… E a sa femina l’at nadu: “Bae e non bi torres a fagher su chi as fattu”. Che chi essèret isse chi la deviat perdonare!…
VERONICA
E pro fagher bene, lu…
Acchelu, acchelu a Gesus! addenanti a Càifa est!…

CAIFA
E ite at de narrer totta custa zente de a tie?…
Eo già nd’apo intesu faeddare ma lu cherzo ischire propiamente dae sa boghe tua: e chie ses?
Nachi ses fizu de unu mastruascia…
E mastruascia tue etottu…
M’ant nadu chi, nachi, perdonas sos peccados?!…
Ello contra de a tie peccat sa zente?!…
Ell’e chie ses tue?!…
Faedda! Faedda e torrami peraula a su chi t’apo preguntadu!

62275cVERONICA
Narabilu, narabilu, Gesus, chi no ant nudda de narrer…
Narabilu chi totta custa zente est cunsizada male.
Narabilu chi tue as fattu bene ebbia in mesu de sa zente nostra.
Narabilu chi as mudadu s’abba in binu in s’affidu in Cana de Galilèa; narabilu chi as torradu sa vista a sos tzegos, sa peràula a sos mudos.
Narabilu chi sos surdos intendent e-i sos castigados e-i sos màrtures caminant.
Narabilu, Gesus, chi as torradu sa vida a sos mortos; narabilu, Gesus meu, chi as perdonadu a sos peccadores, as carignadu sos piseddos e nos as imparadu sa leze de Deus, Babbu Tou Soberanu e Babbu Nostru.
Narabilu chi Tue as nadu:

(s’intendet sa boghe de Gesus)

gesuparola“A biad’a sos poberos in ispiridu ca insoro est su Regnu de sos Chelos.

A biad’a sos affliggidos ca ant a esser consolados.

A biad’a sos masedos ca sa terra at a esser s’erentzia insoro.

A biad’a sos chi sunt famidos e sididos de giustiscia ca at a benner su die chi ant a esser attattos.

A biad’a sos misericordiosos ca ant a agattare misericordia.

A biad’a sos puros de coro ca ant a bider a Deus.

A biad’a sos chi tribagliant pro more de sa paghe ca ant a esser giamados sos fizos de Deus.

A biad’a sos chi sunt apprimidos pro more de sa giustiscia ca s’ant a appoderare de su Regnu de sos Chelos.
A biad’a bois! A biad’a bois cando bos ant a leare a innóriu, bos ant a persighire e, nende fàulas, ant a narrer donzi male contra de bois pro neghe mia.

Allegradebonde e gloriadebonde ca manna at a esser sa paga chi bos deghet in su Regnu de sos Chelos.”

VERONICA
Ohi! Coro meu! Si non m’est pàrfidu de intender sa boghe sua!… In su coro l’ap’intesa… Beru ‘eru mi parìat…
…Su pius biadu, ma però, ses Tue, Gesus istimadu…
Tue Gesus, chi non naras nudda pro Ti defender.
… Non b’at remediu: non rispondet…

gesu_caifaCAIFA
Ti pregunto pro s’ultima bolta: nàrami, nàrami,
ma tue ses s’òmine chi devimus isettare?…
Pro more de Deus, naramìlu.
Naramìlu si ses tue su Messìa…
Naramìlu si ses tue su fizu de Deus!

GESUS
Tue l’as nadu.
Antzis bos ap’a narrer chi dae como innantis azis a bider su Fizu de s’Omine sétzidu a dresta de Deus etottu. E l’azis a bider benzende subra de sas nues.

CAIFA
Como non nde cherzo intender pius!…
Pius nde cherzo intender de cust’òmine!… Ello non l’azis intesu friastimende?!…

VERONICA
Oddeu! Caifa si nd’istratzat sos paramentos…
Coro, coro, già est pagu attediadu… A narrer chi li cheret lòmper…

CAIFA
E ite bisonzu b’at pius de tistimonzos?…
Ello non l’azis intesu su frastimu?!…
E ite bos nde paret?…
Narademilu bois cale tiat esser su mediu de leare cun cust’omine?!
A bois lu pregunto, pobulu de Deus!
Nademilu bois!

ACCUSADORE
Sa morte! Sa morte bi cheret!!!
Incravadu a sa rughe cheret!!!
A sa rughe cheret incravadu!!!
Sa morte! Sa morte bi cheret!!!

CAIFA
E tando, si est gai, eo lu lasso in manos bostras e faghidende su chi cherides!….

VERONICA
Ohi, ohi, iscura! In manos de cussa zente est intradu! In manos de sos soldados romanos, de cussa zente cudrele, sena sentidos, zente abitzada a gherrare ebbia, zente sena coro…

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18 Marzo 2009 - Categoria: sassari e dintorni

La sagra della neve a Scala di Giocca (1970) di Angelino Tedde

images5Una vera sagra della neve, oggi, a Scala di Giocca. C’era da ridere, da rider, da ridere. Vedere le nuove leve degli autisti sardi impantanati, mummificati di bianco e grigio, ora sorridenti ora col volto accigliato: a momenti richiusi dentro le loro macchine, collocate nelle posizioni più impensate; a momenti fuori dalle macchine. Era un sali e scendi, uno sbattere di sportelli, un rombare improvviso di motori e un mesto spegnersi degli stessi, dopo una brusca slittata. C’era il panico nei volti di tutti: un panico bianco, il panico della neve che quando viola le nostra amene località, eternamente illuminate dal sole, ci fa degli autentici scherzi da frati, da frati contestatori, naturalmente.

E la spazzaneve? Una soltanto ce n’era e dava più colore che aiuto. Spiccava nella curva la spazzaneve gigantesca arancione in quella bufera bianca: gli spazzaneve, gli uomini, muovevano le braccia verso tutte le direzioni: sembravano, con quei cappucci e con quelle braccia sollevate e in movimento, dei frati invasati. Soltanto le luci blu della spazzaneve parevano infischiarsi di tutti: uomini, macchine e spazzaneve.

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Poche le macchine dotate di catene, ma inesorabilmente bloccate dalle altre che le catene sognavano soltanto. Le autobotti, i camion, sovente privi di autisti, parevano elefanti bianchi addormentati, rassegnati una volta tanto a non fare gli sbruffoni. I veri eroi, anzi, i geni della situazione erano le Cinquecento, quelle di ultimo tipo naturalmente. Le Cinquecento hanno fatto miracoli: passavano ovunque e a volte potevano permettersi il lusso di prendere le scorciatoie delle curve dove c’era ancora la neve intatta, con scandalo e tremore dei feticisti, che versavano una lacrima per la loro macchina messa traversoni lungo la “Scala” più panoramica della Sardegna. Le Cinquecento vecchie, insieme agli autisti, hanno fatto veramente schifo. La macchina del mio collega Toti l’hanno dovuta faticosamente spingere: non ce la faceva, poveretta. E poi, questo caro mio collega, se ne stava in macchina, pacifico come al solito come se stesse seguendo un film di Fellini. C’era poi una collega al volante che voleva a tutti i costi risalire la “Scala” senza carburante nel motore, con la macchina stracarica delle più prosperose e voluminose colleghe che io abbia mai avute. Nemmeno la pompa più provvidenziale che porto sempre in macchina (per lavare la macchina “a sfroso” alla mia fonte campestre) e una providenzialissima bottiglia su cui ho riversato parte del mio carburante sono riuscito a far marciare questa macchina. Il bello è peròche la collega, avendo preso io il suo posto alla guida, insieme alle altre aveva risalito a piedi l’ultimo tratto della Scala ed era andata ad invocarsi ai piedi della Vergine Bianca, posta in cima alla Scala che pareva dire a tutti:- Un po’ di pazienza, figli cari, e fate il pieno prima di mettervi i viaggio.-

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I geni della sagra, però, sono stati i pompieri, sempre benemeriti, che hanno cominciato a riversare dalla cima della Scala un torrente di acqua: per poco, salvi dalla neve non si finiva annegati. Insomma, lo spettacolo era esilarante. Qualcuno dava consigli: -Sterzare e contro- sterzare dolcemente o si va avanti o si va a finire in cunetta! – A queste manovre gli occhi di tutti si sbarravano e qualche feticista, chiudendo gli occhi, esclamava: – Ohi, questo matto mi viene addosso! – Altri consigliavano in coro:- Signore, non passi là. L’altro imperterrito con euforia da gincana procedeva con la macchina traversone e superato l’ostacolo della cunetta, della nave o del ghiaccio, trionfante, usciva dalla macchina esclamando:

– Meritereste una pernacchia per la vostra “pindacceria”. –

Poi rientrava in macchina e arrancando ora a destra ora a sinistra procedeva in mezzo a quella baraonda verso Sassari.

E i pompieri: continuavano a riversare su Scala di Giocca veri torrenti d’acqua. Erano felici: la neve si scioglieva, ma le macchine restavano ugualmente impantanate.

L’amico Toti però ce l’ha fatta ugualmente a giungere a Sassari: pare alle tre del pomeriggio.

Ed io. Io, infischiandomi del codice della strada e degli spazzaneve, dei pompieri, degli scivoloni che mi hanno rovinato un fianco; passando sulla strada ghiacciata, nelle scorciatoie, rischiando tamponamenti, slittamenti e mille altre rogne, facendo lo spericolato, l’aiutante di campo e l’autista senza conducenti, con le risate innocenti dei miei bambini, con la fifa e le raccomandazioni, ora accorate ora imperiosa della mia inseparabile metà sono arrivato miracolosamente illeso alle tredici a casa mia.

Avevo iniziato la scalata a mezzogiorno; dopo essere partito alle nove del mattino in mezzo alla bufera e a dieci centimetri di neve dal mio paese a quasi cinquecento metri di altitudine e a circa quaranta chilometri da Sassari, portandomi dietro un sacco e una scorta di “non fidarti” e di “a Sassari non ci arrivi” dei miei poco coraggiosi e avventurosi compaesani.

A Scala di Giocca sono arrivato, per fortuna, abbastanza collaudato, dopo essere finito in varie cunette e spiazzi “nevosi”.

Angelino Tedde

Pubblicato su “La Nuova Sardegna”  del  16 febbraio 1970

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