7 Settembre 2009 - Categoria: storia

Fuoriusciti garibaldini e mazziniani in Sardegna di Paolo Amat di San Filippo

images-1Il 1850 è un anno importante per lo sviluppo della Sardegna. Con Cavour Capo del Governo approdarono nell’Isola molti patrioti che avevano preso parte ai moti mazziniani e garibaldini scoppiati in varie pari della Penisola, repressi dalla restaurazione. Molti personaggi, che avevano rivestito anche incarichi importanti nelle istituzioni liberali e mazziniane che erano state stroncate dalla reazione conservatrice, facevano parte, come lo stesso Cavour, della Fratellanza Massonica, per cui la loro trasferta in Sardegna godeva di un certo appoggio governativo.

Era il momento in cui nell’Isola stava decollando l’industria mineraria; Giovanni Antonio Sanna stava cercando di ottenere la concessione della miniera di Montevecchio, e la banca Nicolay stava acquisendo la miniera di Monteponi.

Già nel1849 il modenese Enrico Misley, fervente carbonaro amico di Ciro Menotti, fortemente appoggiato da Torino, aveva chiesto di poter tagliare, in Sardegna, 100.000 quercie, ma la sua richiesta era stata bocciata per intervento di Alberto La Marmora.

La richiesta invece del romagnolo conte Pietro Beltrami fu accettata in considerazione dei suoi meriti patriottici. Il Beltrami, nato nel 1812 a Bagnacavallo, già da studente si era distinto come attivo propagandista liberale tra i colleghi dell’Università di Bologna. Diciannovenne si era arruolato nelle truppe rivoluzionarie del generale Zucchi, partecipando alla sfortunata battaglia di Rimini del 25 marzo 1831. Proscritto e poi graziato, aveva partecipato ai moti di Romagna del 1846, a seguito dei quali era stato costretto ad emigrare in Francia, dove si era occupato di bonifiche nel delta del Rodano. Rientrato in Patria a seguito dell’amnistia concessa da Pio IX nel 1848, aveva partecipato alla I Guerra d’Indipendenza. A Venezia col generale Giovanni Durando, dopo la sconfitta di Custoza si era ritirato a Torino dove era entrato in stretto rapporto col Cavour. Il suo operato in Sardegna è stato molto criticato al punto che lui venne definito “l’Attila delle foreste sarde”. Egli in verità disboscò indiscriminatamente molte parti dell’Isola, ma a sua discolpa bisogna considerare che molti Comuni dell’Isola, che dopo il riscatto dei feudi avevano ricevuto in demanio estese foreste, erano stati ben lieti di raggranellare qualche soldo dalla vendita del legname di queste, sia per ottenerne carbone che traversine ferroviarie, stante il boom dello sviluppo ferroviario dell’Europa in quel periodo.

Altro patriota che approdò nell’Isola fu Patrizio Gennari, nato a Moresco, in provincia d’Ascoli Piceno, il 24 novembre 1820, da Giuseppe e Rosa Amurri.

Laureato in Medicina all’Università di Bologna il 1 luglio 1842, fu, nel 1844, Professore di Botanica e Materia Medica nell’Università di Macerata e, nel 1846, membro del Collegio Medico-Chirurgico di quell’Università.

Nel 1848 prese parte, come volontario, alla I Guerra d’Indipendenza.

Presentandosi come milite, fu, per acclamazione, eletto sergente furiere. Durante la Campagna fu promosso sergente maggiore e venne annotato fra i cinque distinti per valore nella relativa pubblicazione del Ministero della Guerra e, dopo i fatti di Cornuda, Treviso, Vicenza, dove riportò una ferita allo zigomo sinistro, avendo dichiarato di non voler servire nelle truppe di linea, ottenuto il congedo definitivo il 15 ottobre 1848, fu nominato sottotenente nella Milizia Cittadina.

Fu membro del Comitato di Pubblica Sicurezza a Macerata, con funzioni politiche e amministrative (voto popolare confermato con Decreto Ministeriale) e rappresentante del Popolo all’Assemblea Costituente Romana (doppia elezione nei Collegi di Fermo e Macerata nel 1849).

imagesCollaboratore del Professore di Botanica dell’Università di Genova per la sistemazione dell’erbario, nel 1850, nel 1853 fu nominato Assistente presso quell’Orto Botanico.

A seguito di concorso per titoli nel 1857, resse, nell’Università di Cagliari, la cattedra di Storia Naturale.

Nel 1858 fu Preside del Collegio e della Scuola di Farmacia di quell’Ateneo, e direttore reggente del locale Museo di Storia Naturale.

Nel 1859 fu nominato direttore interinale di quel Museo d’Antichità.

Nello stesso anno divenne Professore effettivo di Storia Naturale e direttore del Museo di Storia Naturale.

Nel 1860 fu direttore della Scuola di Farmacia.

Nel 1863 fu nominato Professore di Botanica Mineralogica, e Zoonormia zoologica. Nel 1864 fu nominato direttore dell’Orto Botanico, nel 1865 direttore della Scuola di Farmacia. Nel 1868 fu nominato Professore Ordinario di Botanica, Mineralogia e Geologia dell’Università di Cagliari

Nel 1869 fu nuovamente nominato direttore della Scuola di Farmacia.

Fu Rettore Magnifico dell’Ateneo cagliaritano nel 1873 e nel 1874.

Nel 1874 fu Professore Incaricato nell’Istituto Tecnico di Cagliari e, nel 1875 fu nuovamente direttore della Scuola di Farmacia.

Membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Accademia Medico-Chirurgica di Genova, dell’Accademia degli Aspiranti Naturalisti di Napoli, di quella dei Fisiocratici di Siena, di quella di Scienze Naturali di Cherburg, della Reale Società Agraria ed Economica di Cagliari, della Società d’Agricoltura e Industria di Macerata, della Società di Storia Patria di Palermo, e dell’Accademia d’Agricoltura, Commercio e Arti di Verona , e della Società Scientifico-Letteraria di Faenza.

Decorato delle medaglie “Pugna strenua ad Vincentiam pugnata” (1849), e “Roma rivendicata ai suoi liberatori” (1871). Cavaliere della Corona d’Italia (1869) e Ufficiale dello stesso Ordine (1877).

Autore di molte note scientifiche, tenne gratuitamente corsi e incarichi vari, organizzò l’Orto Botanico cagliaritano e introdusse nell’Isola svariate nuove specie botaniche.

Queste notizie sono state desunte dal registro del personale dell’Università cagliaritana, nel quale sono annotate, di suo pugno.

Collocato a riposo il 1 dicembre 1893, morì, compianto, a Cagliari l’1 febbraio 1897.

Un altro patriota fu il bolognese Giuseppe Galletti. Già generale dei Carabinieri Pontifici ed ex ministro di Pio IX, fu Presidente della Costituente della Repubblica Romana.

Approdato in Sardegna, aspirava ad una Cattedra di Diritto all’Università di Sassari, ma l’allora ministro della Pubblica Istruzione don Cristoforo Mameli non accolse la sua richiesta in quanto il Galletti si era rifiutato di sottoporsi ad un esame di qualificazione.

Per intercessione del Cavour su Nicolay, nel 1851 fu nominato direttore della miniera di Monteponi, dove però rimase solamente 19 mesi. Giovanni Antonio Sanna lo nominò direttore della miniera di Montevecchio dove rimase per 10 anni.

Sostituito nella direzione dall’ingegner Giorgio Asproni, nel 1862, ritornò a Bologna. Fu deputato al Parlamento nella IX Legislatura. Morì nel 1873.

Giulio Keller. Nato a Raab, in Ungheria, dal nobile Erminio consigliere aulico dell’imperatore d’Austria-Ungheria, Il Keller studiò all’Accademia Mineraria di Schemnitz e, laureatosi in ingegneria, entrò nel Servizio Minerario dell’Impero Asburgico. Di sentimenti liberali, scoppiati i moti rivoluzionari capeggiati dal Kossuth , rinunziò ad una promettente carriera governativaper unirsi ai patrioti ungheresi. Capitanod’artiglieria nell’armata rivoluzionaria, ferito ad un braccio fu costretto a riparare in Turchia. Tornato in Patria a seguito dell’intervento russo, per benevolenza nei riguardi del padre fu condannato al servizio militare perpetuo, tuttavia, in un secondo tempo, gli fu permesso di emigrare a Torino. Conosciuto a Genova, Giovanni Antonio Sanna, al quale era stata appena accordato il permesso di ricerca e coltivazione dei filoni di Montevecchio, fu incaricato da questi di dirigere i lavori nella miniera. Il Keller, fatti arrivare minatori dalla Germania, iniziò, nonostante l’imperversare della malaria che falcidiava i minatori stranieri, un’attività che si mostrò subito prospera e promettente. Dopo tre anni di direzione fu chiamato alla direzione di Monteponi, in sostituzione di Giuseppe Galletti che passò alla direzione di Montevecchio.

Giulio Keller diresse Monteponi dall’ottobre 1852 al febbraio 1856; colpito da una grave forma di malaria si dedicò all’attività di consulente per molti imprenditori minerari e perfino per il Corpo Reale delle Miniere.

Nominato, nel 1865, direttore della miniera di Masua, la cui concessione era stata rilasciata alla società genovese Decamilli, costruì, a Funtanamare, una laveria dotata di 10 cassoni tedeschi e 44 crivelli sardi, e una fonderia dotata di sei forni a vento le cui soffianti erano mosse da una macchina a vapore da 12 HP.

Quella fonderia rimase in esercizio per 22 anni.

Associatosi con l’imprenditore iglesiente Angelo Nobilioni, diede inizio ai cantieri minerari di San Giorgio e San Giovanni, costruì la piccola laveria di Fontana Coperta, ed acquistò i cumuli di antiche scorie metallurgiche che si trovavano nei pressi di Domusnovas, scorie che in un secondo tempo, trattate nella fonderia di Domusnovas fecero la fortuna dell’amico Enrico Serpieri e in quella di Fluminimaggiore, dei suoi figli Attilio e Cimbro. Dalla moglie sarda Anna Caracoj il Keller ebbe: Giulietta, Camilla e Francesco.

Dopo trent’anni di vita di miniera, Giulio Keller morì a Cagliari il 5 luglio 1877.

Enrico Serpieri. Nato nel 1809 a Rimini da una famiglia di industriali e commercianti, sì iscrisse, a 18 anni, in Medicina a Bologna. Nel 1831 partecipò ai moti rivoluzionari militando nella “Legione Pallade”. Per evitare d’essere coinvolto nella repressione, si rifugiò a Marsiglia, ma espulso dalla Francia, riparò a San Marino, ospite dell’amico patriota Lorenzo Simoncini. Da questa Repubblica continuò a cospirare d’intesa con i patrioti di Rimini, utilizzando la vetreria di famiglia per gli incontri e le riunioni con gli adepti della Giovane Italia.

Nel 1833 il Serpieri osò schernire pubblicamente insultandoli, i volontari papalini che sfilavano, in città, scortati da soldati croati.

Sfaldatasi, in Romagna, la Giovane Italia, i patrioti romagnoli fondarono la “Legione Italica”, della quale, oltre al Serpieri, facevano parte il conte Pietro Beltrami e Giuseppe Galletti.

Dopo 10 anni di schermaglie con la polizia papalina, nel 1844 fu arrestato a Rimini, incarcerato a San Leo, e condannato, a Roma al carcere a vita. Egli aveva tre figli: Giambattista, Attilio e Cimbro.

Scarcerato per l’amnistia concessa da Pio IX, nel 1846, negli anni 1848-1849 fu deputato di Rimini nella Costituente Romana. Caduta la Repubblica Romana, riparò prima a San Marino, e poi, nel 1849 a Torino, dove lo sconfitto Piemonte accoglieva gli esuli, ma cercando di neutralizzare, allontanandoli, i repubblicani più accesi, per timore che potessero congiurare anche contro il regno sabaudo.

Nel 1850 il Serpieri sbarcò con i figli in Sardegna dove si occupò della miniera di Gibas, presso Porto Corallo della genovese “Società dell’Unione Miniere – Sulcis Sarrabus in Sardegna “.

Nel 1855 la miniera di Gibas, a seguito di un alluvione, si allagò, e il Serpieri finì sul lastrico. Rivoltosi all’amico conte Beltrami che aveva ottenuto il permesso di tagliare

i boschi in molte parti dell’Isola, fu assunto dall’ex patriota milanese Francesco Calvi, che operava a Macomer per conto del Beltrami, come sovraintendente alla produzione ed al commercio del carbone di legna dell’azienda. L’anno dopo, essendo giunto a Macomer il patriota cesenate avvocato Gaspare Finali, Enrico Serpieri riuscì a far assumere, con mansioni amministrative, anche il secondogenito Attilio.

In questa nuova attività, che lo portava a percorrere vaste plaghe dell’Isola, il Serpieri ebbe la ventura di vedere le grandi distese d’antiche scorie metallurgiche abbancate presso Domusnovas.

Entrato in contatto con alcuni fonditori di Marsiglia che acquistavano in Sardegna piombo e carbone, propose all’officina Bouquet di associarglisi per riutilizzare quelle scorie. A titolo di prova ne inviò in Francia 949 tonnellate, che presentarono facile fusibilità e soddisfacente resa in piombo.

Venne, pertanto, costruita, nel 1858, una fonderia a Domusnovas. In questa le macchine funzionavano a vapore, i forni avevano una capacità di 1,5 m3 ed erano in grado di trattare circa 10 tonnellate di scorie al giorno, con una produzione giornaliera di 0,5 tonnellate di piombo d’opera, contro un consumo di combustibile pari al 20%.

Dei 9 forni ne funzionavano giornalmente 5 o 6, nella stagione calda la fonderia si fermava per non far correre, agli addetti, il rischio di beccarsi la malaria.

Affrancatosi dal Bouquet, grazie al sostegno finanziario di una banca di Marsiglia presso la quale il primogenito Giambattista, impiegato, si era guadagnato stima e credito, il Serpieri costruì una nuova fonderia a Fluminimaggiore, che fece gestire dai figli Attilio e Cimbro, che erano reduci dalla II Guerra d’Indipendenza.

Nel 1862 Enrico Serpieri produceva il 56% del piombo d’opera sardo.

Egli fu il primo presidente della Camera di Commercio fondata in quell’anno a Cagliari.

Nel 1866 Attilio e Cimbro Serpieri lasciarono Fluminimaggiore per arruolarsi come volontari con Garibaldi per l’imminente III Guerra d’Indipendenza.

Dopo la seconda disfatta di Custoza i due fratelli tornarono alla loro fonderia di Fluminimaggiore.

Accordatosi con i commercianti livornesi Modigliani, che avevano acquistato, in Sardegna, il Salto di Gessa, già feudo dei visconti Asquer, Enrico Serpieri iniziò la ricerca mineraria nella zona di Baueddu (Malacalzetta), di proprietà dei Modigliani.

Nel 1867 Attilio e Cimbro Serpieri non poterono rispondere alla chiamata di Garibaldi, infatti la malaria li aveva rapiti prematuramente.

Chiusa la fonderia di Fluminimaggiore, il Serpieri n’eresse un’altra a Funtanamare, sotto la direzione dell’amico Giulio Keller.

Enrico Serpieri morì a Cagliari l’8 novembre 1872 e fu sepolto nel cimitero monumentale di Bonaria; il suo monumento funebre è ornato da bassorilievi con scene delle Guerre d’Indipendenza. Un suo bellissimo ritratto giganteggia nella sala conferenze della Camera di Commercio di Cagliari.

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7 Settembre 2009 - Categoria: storia

Regie Provisioni a cura di Paolo Amat di San Filippo

image001Regie Provvisioni

ASCa, Vol. 28 (1/4-12/10/1806)

17/7/1806 – carte 62 bis e 63 – Regolamento per gli armatori in Corsa contro i Barbareschi.

I – Il primo oggetto del Corsale sarà di non impegnare la bandiera per non rendersi meritevole di un rigoroso castigo, e quindi di non attaccare il nemico che colla possibilità di vincere.

II – Riuscendo di predare qualche legno nemico deve tanto il capitano, quanto il rimanente dell’equipaggio del Corsale comportarsi verso i prigionieri di guerra con tutta la dovuta umanità, somministrar loro il cibo, e tutto il necessario in sufficiente quantità, non toglier loro i vestimenti, e non usar coi medesimi superfluo rigore, ma solamente quanto basti per non mettere in pericolo il bastimento: se fra tali prigionieri di Guerra si trovassero feriti, in tal caso per dovere d’umanità si userà la cura possible per la loro guarigione, e non potranno in verun modo cedere tali prigionieri pria di riportar la declaratoria della legittimità della preda.

III – Seguita la resa del nemico, lo scrivano con due altri del bordo del predatore si porterà a bordo del bastimento predato, e chiamato il Padrone, e lo scrivano si farà consegnare le chiavi tutte, e le scritture, che avrà a bordo, le sigillerà in un sacco, o cassetta, ed in seguito passerà a raccogliere quanto esista a bordo, con fare un inventaro sottoscritto non meno dallo scrivano del bastimento predatore, che dall’altro, prendendo le opportune misure, affinchè il carico sia gelosamente custodito.

IV – Il capitano predatore dovrà lasciar a bordo del bastimento predato le carte sigillate, e due almeno degli altri marinai ufficiali di bordo, compreso il capitano, sotto pena della privazione della metà della preda applicabile a sovvenire le famiglie degli armatori, e principalmente di quelli, che fossero stati uccisi, feriti, o fatti prigionieri nella forma che crederà più propria.

V – Sarà proibito al capitano, ed a tutte le persone dell’equipaggio dell’armatore di prendere cosa alcuna di quanto si troverà nel bastimento predato, sotto pena d’essere puniti come rei di furto, e di perdere la porzione che potrebbe pertornar loro nella preda, la quale cederà agli altri, e si dividerà tra essi ugualmente, coll’avvertenza, che se ne assegnerà unaa duplice porzione al denunziatore.

VI – Non potranno gli armatori condurre le prede in porti di potenze straniere, né in altri porti del Regno che in questo di Cagliari, se non che vi fossero costretti dal cattivo tempo, o da altre circostasnze, ed in tal caso non potranno esservi ammessi in pratica, e dovranno proseguire il loro viaggio per questo porto subito che potranno così eseguire.

VII – Qualore deliberassero di proseguire il Corso dovranno mandare la preda al più presto in questo porto coll’inventaro, ed altri recapiti necessari.

VIII – Condotta la preda in detto porto, ed osservate le solite regole di sanità, si dovrà presentare immediatamente colle suddette carte alla Capitania Generale, da cui si destineranno le guardie, si formerà il processo verbale, si riconosceranno gli effetti predati dall’inventaro, si descriveranno quelli che potrebbero esservi omessi, e si certificherà il tutto al piede di detto inventaro, e dovrà quell’atto esser sottoscritto da due scrivani, e da chi vi procederà, indi si deverrà alle interrogazioni da farsi al capitano, e persone dell’equipaggio, e si sentiranno in contradditorio sulla legittimità della preda I due capitani, ed altri interessati, che potessero presentarsi, riducendo le loro allegazioni sommariamente in scritto.

IX – Le sentenze sulla legittimità della preda verranno proferte dalla Capitania Generale, e sintantoché sia proferta la sentenza non potranno i Corsali disporre in verun modo delle cose predate, se non che vi fosse pericolo, che potessero guastarsi, in qual caso fattone l’estimo se ne potrà ordinare la vendita, con che se ne depositi il prezzo.

X – Resta vietato ai Corsali di offrire danari, né altri effetti a veruno di quelli che fossero a bordo del bastimento arrestato perché dichiarino esser le mercanzie degli inimici, o per qualsivoglia altro fine, e venendo a scoprire in ciò trasgressione, se l’attestazione risultasse falsa, saranno castigati corporalmente, oltre la rifazione dei danni, e se fosse vera, perderà la robba predata che verrà applicata come sovra al § 4.

XI – Resta vietato al predatore di concertarsi col Padrone o Sopracarico del bastimento predato per lasciarlo continuare il viaggio liberamente, come pure di sbarcare passaggieri ancorché sudditi di potenza neutrale, od alleata, sotto pena di pagare il doppio di quanto avranno ricevuto, applicabile come nel § 4, e sotto una pena corporale a S.M.tà arbitraria.

XII – Osservando un armatore, che qualche legno con sardo paviglione fosse inseguito da Corsali nemici, dovrà accorrere per liberarlo, e se mai fosse stato già predato, e loro riuscisse di riprenderlo se fossero passate le 24 ore dal tempo in cui fu predato, apparterrà al ripredatore; se però non fossero scores le 24 ore, in tal caso non gli apparterrà che il terzo della cosa ripredata.

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30 Agosto 2009 - Categoria: cultura

Antonino Pilo, artista in rame di Chiaramonti (Italian and English)


100_1612Antonino Pilo (Sassari 1958) già milite della Benemerita per tanti anni, da questa sua esperienza ha saputo trarre il rigore necessario per la lavorazione del rame che l’attività presso una ditta apposita gli ha permesso di conoscere.

L’artista vive e pratica l’arte  in Chiaramonti, sua patria di elezione da quasi un trentennio.

La sua passione per questo materiale da plasmare lo ha indotto a partire indifferentemente da soggetti complessi come il volto di padre Pio o da scene di una Via Crucis  a quelli più semplici come può essere un braccialetto ornamentale da polso, oppure un  anellino simbolico di benedizione o un altro oggetto simbolico beneaugurante sulla scia della tradizione delle donne presso tutte le civiltà non solo del Mediterraneo.

Altri oggetti lavorati in rame sono costituiti da temi floreali (rose, lilium) e faunistici (farfalle) e da utensili come le bugie portacandela e lampoade a muro, esterne e interne.

fregio-arma-carabinieri-nr-14Particolare abilità ha saputo porre nella scultura in rame dello stemma dell’Arma dei Carabinieri alla cui figurazione ha saputo imprimere un gradevole dinamismo. Da menzionare la Sardegna con la bandiera dei quattro mori, una caravella colombiana,  il volto di Cristo, svariati orologi, guerriero shardana, la dea madre, targhe di case e ville, rose con portancandela.

La diffusione dei suoi lavori avviene in occasione di sagre civili e religiose in tutta l’Isola a cui partecipa senza interrompere la sua attività.

Nel corso di queste manifestazioni egli continua con pazienza e maestria a lavorare di bulino sul rame, offrendo così ai visitatori l’osservazione delle lavorazioni e, per chi lo desidera, opportunità didattiche. Una delle sue ambizioni è infatti quella di poter portare il laboratorio nelle scuole  non solo per i normodotati, ma anche in quelle riservae a sviluppare la manualità dei soggetti diversamente abili noti per lo sviluppo della abilità manuali. lampada-a-parete-nr-16Al momento l’artista sta progettando formelle e riquadri di ispirazione religiosa da collocare su monumentali tombe cimiteriali.

Con la sua opera il rame acquisterà di sicuro nuovo lustro  dal momento che l’artista è particolarmente affascinato dalle opere del Mantegna forse il più grande artista di incisioni fatte con lastre di rame.

L’artista vive e lavora a tempo pieno a Chiaramonti nel suo attrezzato laboratorio di via Fratelli Cervi,10. Posta elettronica: pilo.antonino@tiscali.it

Gli artisti di varia arte si sono costituiti in associazione onlus dal nome ARTINPA che indica ARTE- INGEGNO E PASSATEMPO.

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 “This is a machine translation with google”

La cernia di rame Ch. 2011Pilo Antonino (Sassari 1958) already Soldier of Praise for many years, from this experience has been able to get the necessary rigor for copper processing capacity at a company that has the appropriate allowed to know.

 The artist lives and practices the art in Chiaramonte, his country of election almost thirty years.

 His passion for this material to be molded has led him from subject no matter how complex the face of Padre Pio or scenes of the Via Crucis to simple as can be Ornamental wrist bracelet, ring, or a symbolic Another blessing or a symbolic object in the wake of good wishes tradition of women in all civilizations, not only in the Mediterranean.

 Other objects are made of machined copper floral (roses, lilies) and fauna (butterflies) and tools like the lies Candle and lampoade wall, external and internal.

 Particular skill has been able to put in the copper sculpture of the coat of arms Carabinieri whose representation has been able to give a pleasing dynamism. To be mentioned with the flag of the Sardinia four died, a caravel of Colombia, the face of Christ, several watches, Shardana warrior, the mother goddess, plates of houses and villas, roses with candle holder.  The dissemination of his works was made at festivals, and civil religious throughout the island in which it participates without interrupting its activities. During these events, he continues with patience and skill to work on the copper engraving, giving visitors the observation of working and, for those who want them educational opportunities. A its ambition is indeed to be able to bring the laboratory in schools not only for the able-bodied, but also those in riservae develop skills of disabled persons known to the development of manual skills. When the artist is planning panels and panels of religious monuments to be placed on Cemetery graves.

 With his work the copper will acquire a new luster as safe The artist is fascinated by the works of Mantegna perhaps the greatest artist of recordings made with copper plates. The artist lives and works full time in Chiaramonti (Sassari), Sardinia, Italy, in his fully equipped workshop in Via Fratelli Cervi, 10. Mail mail: pilo.antonino @ tiscali.it

 The artists of various arts formed a non-profit association by name that indicates ARTINPA ART AND HOBBY-engineer.

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29 Agosto 2009 - Categoria: eventi culturali

Inaugurazione della Mostra ad Alghero a cura di Marco Milanese

6774_1151773565355_1558129751_372208_6179945_sVerrà inaugurata Lunedì 31 Agosto 2009 alle ore 11 ad Alghero in via Carlo Alberto (Sala R.Sari) , alla presenza del Sindaco di Alghero avv. Marco Tedde, dell’Assessore Regionale ai Beni Culturali Dott.ssa Maria Lucia Baire e del Rettore Eletto dell’Università di Sassari Prof. Attilio Mastino, la Mostra Antica Gente di Alghero, che illustra il ritrovamento, avvenuto durante i lavori in corso nell’ex complesso gesuitico di Alghero, dei resti del grande cimitero medievale di San Michele. In particolare la mostra propone un allestimento fotografico di alcune delle 14 sepolture collettive finora ritrovate e riferibili ad una devastante epidemia di peste che ha colpito la città nel Cinquecento, probabilmente quella del 1582/83.6774_1151773525354_1558129751_372207_523715_s
La mostra, ideata e progettata dal Prof. Marco Milanese, Ordinario di Archeologia nell’Università di Sassari, direttore scientifico degli scavi nel centro storico di Alghero, ha un taglio didattico e parla un linguaggio semplice, per consentire ai visitatori una comprensione immediata dei contenuti, illustrati in circa 30 pannelli, ricchi di immagini e brevi didascalie. La suggestione proposta dalla Mostra è quella della passeggiata virtuale nello scavo del cimitero: le immagini delle sepolture collettive, stampate su un supporto fotografico continuo, della lunghezza di 6 metri, sono posizionate a terra, in modo da permettere ai visitatori di camminare attorno a questo particolare allestimento.
6054_1178590475761_1558129751_456627_1433938_sLa Mostra illustra in modo chiaro e comprensibile un complesso lavoro scientifico in corso sul terreno, quale lo scavo del vasto cimitero medievale e di prima età moderna di Alghero. Si tratta di uno scavo preventivo, tuttora in corso, determinato dal cantiere di riqualificazione del complesso architettonico del Quarter di Alghero. La Mostra esprime dunque il modello concettuale di “scavo aperto”: non essendo infatti possibile per motivi di sicurezza, consentire al pubblico la visita dei lavori in corso, l’esposizione permette una visita in differita a quanto – quasi in tempo reale- gli archeologi stanno portando in luce nel limitrofo scavo.

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24 Agosto 2009 - Categoria: archeologia

Appello agli studenti di Marco Milanese

s1558129751_80612Si avvisano gli interessati che la campagna di scavo in corso nel sito di LoQuarter ad Alghero (Ex Collegio Gesuitico – cimitero medievale di San Michele)proseguirà fino al 31 Ottobre 2009.La partecipazione è libera e gratuita, ma i partecipanti devono provvedere in proprio al vitto ed all’eventuale necessità di alloggio, nonchè ad un’assicurazione sugli infortuni. Le domande di partecipazione possono essere inoltratetramite email all’indirizzo archeomedievale@uniss.it , specificando nome ecognome, numero di matricola (nel caso degli studenti universitari) , telefono, datainizio partecipazione ed allegando un breve curriculum vitae et studiorum in cuisiano citati gli esami sostenuti (del settore archeologico) e le eventuali precedenti esperienze di scavo.Per informazioni: Prof. Marco Milanese (333-7965091)
Chiusura cantiere: 8-16 agosto 2009

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22 Agosto 2009 - Categoria: storia

Le armi delle torri di Paolo Amat di San Filippo

fotopaolocolore1All’arrivo del primo viceré sabaudo, il barone Filippo Guglielmo Pallavicino di Saint Remy, in Sardegna esistevano, nella Piazzaforte di Cagliari 88 cannoni, in quella di Alghero 45, e in quella di Castellaragonese (Castelsardo) 15. In ottemperanza alle clausole previste dei trattati di Utrecht del 1713 e di Londra del 1718 ne erano stati imbarcati per Barcellona ben 141, e non certo i peggiori.

A Cagliari c’erano: 2 Colubrine in bronzo da 13-14 libbre; 2 mezze Colubrine in bronzo da 10-12 libbre; 4 cannoni in bronzo, del primo tipo, da 36 libbre, 23 mezzi cannoni in bronzo da 13-19 libbre, 10 terzi cannoni in bronzo da 10-12 libbre, 11 quarti cannoni in bronzo da 9-10 libbre; 5 quarti Pedrieri in bronzo da 5-6 libbre; 15 Sagri, o quarti di Colubrina in bronzo da 4-6 libbre; 6 Falconetti, o ottavi di Colubrina in bronzo da 2 libbre; 4 Mortai da bomba (Posse) e 6 cannoni in ferro da 6 libbre. L'”anima” dei cannoni di bronzo era spesso molto consumata dall’azione abrasiva delle palle di ferro, per cui, quando era possibile, i cannoni vecchi di bronzo venivano rifusi per ottenerne nuovi, oppure venduti a rottame, e sostituiti con quelli di ferro.

Ai fini di questa chiacchierata, e in linea con la mostra ospitata in questo complesso edilizio, mi limiterò a dire qualcosa sull’armamento delle torri costiere che, ad eccezione di un breve periodo, non dipese per amministrazione, uomini, e mezzi, dal Corpo Reale dell’Artiglieria.

La Reale Amministrazione delle Torri, finanziata col “dret del real”(tassa di un reale sull’esportazione di formaggio, animali da carne e pelli), dotò le torri appena costruite, probabilmente con le bocche da fuoco tra le più disparate. Nei documenti relativi, infatti, sono menzionati “Trabucos a pedernal”, “Pedreñals”, “Sacres”, “Esmerils”, “Falconetes”, “Culebrinas” e “Vizcaynos”.

Il tipo e le caratteristiche delle armi in dotazione alle Torri, possono desumersi, particolarmente per il periodo sabaudo, dalle relazioni effettuate periodicamente, su precise disposizioni della Reale Amministrazione delle Torri, dai Capitani, Tenenti e Luogotenenti della stessa, relazioni che si trovano presso l’Archivio di Stato di Cagliari e di Torino.

Originariamente, come si è visto, i differenti tipi di cannoni erano contraddistinti da nomi di animali, così c’era il Falconetto, il Falcone, lo Smeriglio, la mezza Colubrina o Girifalco, la Colubrina, il Sagro, il Basilisco, il Passavolante; successivamente si usarono, come si è visto i termini di: cannone del primo genere, mezzo, terzo, e quarto cannone, mezza colubrina, quarto e ottavo di colubrina.

Gli affusti, in legno ferrato, erano del tipo da marina a quattro ruote, due delle quali, le anteriori, potevano essere anche di diametro maggiore delle posteriori (Fig 1)

Figura 1 – Cannone montato su affusto da marina

Nei documenti l’affusto era denominato, a seconda del periodo, in catalano o castigliano “Caixa, o Caja navalesa o navarresa”, in savoiardo “Affus”. I calibri, espressi come il peso della palla in libbre, erano da 32, da 26, da 16, da 8, da 6, da 4, da 2, e da 1 libbra. I più diffusi, però nelle torri erano quelli da 8, da 6 da 4, e da 2 libbre.

Talvolta il cannone, a seguito dell’usura o della corrosione, era “sventato” (era definito “vento”, la differenza tra il diametro dell’anima della bocca da fuoco e quello della palla). Per riutilizzare un cannone “sventato”, si poteva alesarne l’anima, sempre che lo spessore restante del metallo ne garantisse la sicurezza, rettificandola al calibro superiore. I cannoni ricalibrati però erano considerati pericolosi per la maggior possibilità d’esplodere. La presenza dei calibri dispari (da 7, da 5, e da 3 libbre) potrebbe spiegarsi come conseguenza di una qualche ricalibratura.

Poiché negli anni 1717-1720 il prezzo del bronzo da cannoni spuntava, nella piazza di Genova, 110 lire la cantara (circa 40 kg.), e la rifusione di un cannone veniva a costare 150 lire la cantara, stante il fatto che il peso di un cannone medio si aggirava tra le 20 e le 40 cantara, la fusione di un cannone del peso di circa 9 quintali a partire da bronzo di recupero, sarebbe costata all’incirca 6.000 lire.

I cannoni di ferro costavano meno e duravano di più. Circa il peso dei cannoni di bronzo, uno del calibro di 6 libbre e mezza pesava circa 500 kg; uno da 11 libbre circa 900 kg; mentre uno da 3 libbre pesava circa 400 kg.

Nel periodo sabaudo, i cannoni erano quasi tutti in ferro. Essi erano stati acquisiti come preda bellica oppure erano acquistati dalle navi svedesi che approdavano a Cagliari per comprare salmarino, pagandoli con questa merce.

Le bocche da fuoco da acquistare erano sottoposte ad un’accurata verifica delle caratteristiche e dello stato di conservazione; nonostante che il ferro svedese, sempre d’ottima qualità, fosse rinomato e pertanto ricercato non solo per i cannoni, ma anche per barre e profilati d’ogni genere.

Le dimensioni, i calibri, e di conseguenza il peso, dei cannoni di ferro destinati alle torri erano, per vari motivi, alquanto ridotti, infatti oltre alla difficoltà di portare sulla piazza d’armi un cannone molto lungo e pesante, come si può rilevare dalle figure 2 e 3, non si poteva caricare molto la volta della torre, e le dimensioni del pezzo dovevano permettere la sua messa in postazione, da parte di poche persone e in uno spazio relativamente ristretto.

cannone

Figura 2 – Operazioni di sollevamento di un cannone su una torre

figura 3 – Operazioni di sollevamento di un cannone su una torre

Le palle, di solito piene, ma anche quelle incatenate e quelle chiamate “angeli” (figura 4), se non recuperate come preda bellica, erano acquistate a Milano e a Napoli.

Figura 4 – Angeli e palle incatenate di vario tipo

La polvere, del tipo denominato, dai rapporti ponderali tra i componenti: “Cinque-

Asso-Asso”, prima dell’istituzione della Regia Fabbrica delle Polveri di Cagliari, era acquistata a Genova o a Napoli, e da tutte le navi straniere che approdavano nei porti dell’Isola. La polvere da cannone aveva una granulometria maggiore di quella da spingarda e da fucile. La figura 5 riporta le fasi di caricamento di un cannone da marina, e gli attrezzi per il caricamento.

Figura 5 – Fasi dell’operazione di caricamento di un cannone da marina

Con il cannone da 32 libbre, una carica di 10 libbre e 8 once di polvere, più 3 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 180 trabucchi (pari a circa 567 metri, corrispondendo il trabucco a 3,148 metri), ed una massima di 1200 (circa 3778 metri). Con uno da 26 libbre, una carica di 8 libbre e 8 once più 3 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1100 (circa 3463 metri). Con uno da 16 libbre, una carica di 5 libbre e 4 once di polvere più 2 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1050 trabucchi (circa 3305 metri). Con un cannone da 8 libbre, una carica di 4 libbre assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1000 (circa 3148 metri). Con uno da 6 libbre, una carica di 3 libbre di polvere assicurava una gittata media di 130 trabucchi (circa 409 metri), ed una massima di 900 (circa 2833 metri). Con uno da 4 libbre, una carica di 2 libbre di polvere assicurava una gittata media di 130 trabucchi (circa 504 metri) ed una massima di 900 (2833 metri). Pari gittata aveva un cannone da una libbra caricato con una libbra di polvere, mentre con un Falconetto da 6 once, caricato con 3 once di polvere, si otteneva una gittata media di circa 500 metri, ed una massima di circa 2204 metri. Pari gittata aveva anche la spingarda da 2 once, di solito montata su cavalletto, caricata con un’oncia di polvere “fina”.

Queste gittate erano date da una polvere buona; quella in dotazione delle torri, di solito alquanto scadente, forniva gittate ben inferiori.

La ragione principale era che questa, stoccata nella rispettiva santabarbara, spesso non adeguata, a contatto con l’umidità marina, e talvolta persino esposta ad infiltrazioni d’acqua piovana, specie se formulata con salnitro di bassa raffinazione (di seconda cotta), contenente ancora una certa quantità di nitrato sodico deliquescente, perdeva in breve tempo le sue caratteristiche piriche.

Altra riduzione della gittata si aveva quando, per effetto della corrosione sia termica che chimica del ferro, il focone del cannone si era allargato eccessivamente, per cui il pezzo veniva definito “sfoconato”. In queste condizioni, durante lo sparo, attraverso il focone, si verificava una violenta fuoriuscita di parte dei gas di sparo con conseguente riduzione della energia impressa alla palla.

Allo “sfoconamento” di una bocca da fuoco si poteva porre rimedio alesando e filettando, con opportuni strumenti, il foro e riinserendovi un cilindretto o un tronco di cono, di ferro o di bronzo, filettato e forato, denominato “grano” che ripristinava così il focone originario.

Meno rimediabile era il caso di un cannone “camerato”. Per effetto dell’abrasione meccanica della palla o della corrosione chimica del ferro da parte dei composti formatisi nella combustione della polvere, nell’anima si formavano cavità irregolari, attraverso le quali poteva sfiatare parte dei gas di sparo, con risultato peggiore della “sfoconatura”.

Un pezzo “camerato”, quando la “cameratura” era estesa a buona parte dell’anima, era definito “sventato”. La verifica della “cameratura” veniva fatta con uno speciale specchietto (gatto) collegato in cima a un’asta che, infilato nell’anima del pezzo, con una opportuna illuminazione, permetteva di verificare le irregolarità dell’anima. La verifica del “vento”, invece, era fatta con una specie di calibro a croce che, ruotato dentro il cannone indicava i punti dell’anima dove il diametro nominale era variato.

Spesso capitava che in una torre vi fossero palle di calibro inferiore a quello dei cannoni in dotazione, per cui, si doveva ovviare a questo inconveniente avviluppando la palla in stracci, mentre nelle fortificazioni di Cagliari, particolarmente con i mortai di grosso calibro che sparavano palle di pietra, queste venivano ricoperte con strati di lastra di piombo fino ad raggiungere il calibro richiesto.

I cannoni e le spingarde venivano sparati, sia direttamente con una miccia tenuta dal “buttafuoco” (figura 6), oppure con un acciarino a pietra focaia come nei fucili (figura 7).

Figura 6 – Differenti tipi di buttafuoco

Figura 7 – Acciarino a pietra, per lo sparo dei cannoni

L’alzo dei cannoni delle torri, come sulle navi, era realizzato inserendo, sotto la culatta, dei cunei di legno (cugni o cunei di mira) con diverso angolo; questo sistema era empirico ed approssimato, e la precisione del tiro era affidata solo all’occhio e all’esperienza dell’artigliere. La figura 8 mostra appunto un cuneo di mira posizionato sotto la culatta.

Figura 8 – Cuneo di mira posto sotto la culatta di un cannone

Sotto le ruote del cannone, a protezione del pavimento della “Piazza d’Armi”, venivano poste delle robuste tavole (madrieri), e dopo lo sparo i cannoni venivano rimessi in batteria con l’uso di leve (manuelle o manovelle). La polvere era inserita nella canna con una cucchiaia di rame, del diametro corrispondente al calibro, collegata ad un lungo manico, oppure veniva inserita confezionata in cartocci, (cartuchos o cartatocci) preparati con fogli di carta “Reale”, modellati su cilindri di legno del diametro corrispondente al calibro (cilindri per cartatochi), e incollati con pastella di farina di frumento. Il cartoccio della polvere e la palla, eventualmente separati da stoppacci (foraggi), con funzione di borra, venivano calcati nella camera di scoppio con un apposito calcatoio a testa piatta dotato di un lungo manico (atacador, battipalla, bottone).

Una volta caricato il cannone, con un lungo ago di ferro o di bronzo (aguglie, agucce, per ammorzare), attraverso il focone si perforava il cartoccio della polvere, e con una fiaschetta da polvere (polverino) si riempiva, di polvere da sparo fine, la cavità del focone. Si dava fuoco alla polvere del focone con una miccia (mecha) inserita nel “botafogo, buttafuoco” astato (figura 7), oppure con un acciarino del tipo di quello riportato nella figura 5. Dopo lo sparo la camera di scoppio veniva ripulita, dai residui della combustione, con uno spazzolone ottenuto con una pelle di pecora arrotolata (lanata). Per scaricare il cannone si faceva uso di una specie di cavatappi astato (sacatrapo, cavaburra, cavaborra, tiraforaggi): Nelle migliori situazioni in ciascuna torre ogni bocca da fuoco aveva la cucchiaia, il “battipalla”, il “cavaborra”, e gli eventuali cilindri per confezionare i cartocci della polvere, del rispettivo calibro, mentre per i fucili “d’ordinanza” l’elemento “cavaborra” veniva, all’occorrenza, avvitato sulla stecca del fucile.

Figura 9 – Fucili d’ordinanza a pietra

Ciascun torriere era dotato di picca (esponton, chuso), di fucile “d’ordinanza” (figura 9) con relativa baionetta, e della rispettiva dotazione di palle di piombo. In qualche caso le cartucce da fucile erano fornite già confezionate. Se nella torre vi fosse stato qualche archibugio alla sarda (Cannetta, Cannettedda) (figura 10), cosa piuttosto rara, il relativo munizionamento veniva fornito espressamente.

Figura 10 – Cannette

Per smontare e rimontare i cannoni sugli affusti veniva utilizzato un paranco, (ghindazzo).

Oltre alle palle di cannone dei rispettivi calibri, talune torri erano ancora dotate di “angeli”, di palle incatenate, di “lanterne” (contenitori cilindrici in lamiera contenenti “metraglia”), e di alcune dozzine di ordigni incendiari, le cosidette “buocie, boccie, fiaschi di fuoco”.

Nella torre, oltre alla dotazione di polvere e palle per i cannoni e per i fucili e le spingarde, vi era anche tutto ciò che sarebbe potuto servire all’occorrenza: una scure, una trivella, un’ascia da carpentiere, una roncola, una zappa, corda catramata e non, uno spiedo, una caldaia di rame con relativo treppiede, una bilancia a stadera, un paio di ceppi con relativo lucchetto, alcune giare di terracotta e botticelle per l’acqua, un megafono, una tromba marina, alcuni grossi murici adattati a tromba e, anche se raramente, un cannocchiale con il tubo di cartone.

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21 Agosto 2009 - Categoria: versos in limba

Affannos de Anghelu de sa Niera

images-213Su sole subra a Nulvi
est tramontadu
e subra Tzaramonte
b’est sa luna
aih cantos ammentos
in su coro
pro fizos mios
chi suni
in disfortuna.

images-36Como enit sa notte
e solu drommo
gittendemi in su coro
sos affannos
de custa vida
mia chen’ arresetu.

Cando ap’a drommire
in cuss’ eretu
de su mare de Sardigna
ch’apo miradu
affannos
gitendemi
e apentos.

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21 Agosto 2009 - Categoria: storia

Le armi delle torri di Paolo Amat di San Filippo

All’arrivo del primo viceré sabaudo, il barone Filippo Guglielmo Pallavicino di Saint Remy, in Sardegna esistevano, nella Piazzaforte di Cagliari 88 cannoni, in quella di Alghero 45, e in quella di Castellaragonese (Castelsardo) 15. In ottemperanza alle clausole previste dei trattati di Utrecht del 1713 e di Londra del 1718 ne erano stati imbarcati per Barcellona ben 141, e non certo i peggiori.

A Cagliari c’erano: 2 Colubrine in bronzo da 13-14 libbre; 2 mezze Colubrine in bronzo da 10-12 libbre; 4 cannoni in bronzo, del primo tipo, da 36 libbre, 23 mezzi cannoni in bronzo da 13-19 libbre, 10 terzi cannoni in bronzo da 10-12 libbre, 11 quarti cannoni in bronzo da 9-10 libbre; 5 quarti Pedrieri in bronzo da 5-6 libbre; 15 Sagri, o quarti di Colubrina in bronzo da 4-6 libbre; 6 Falconetti, o ottavi di Colubrina in bronzo da 2 libbre; 4 Mortai da bomba (Posse) e 6 cannoni in ferro da 6 libbre. L'”anima” dei cannoni di bronzo era spesso molto consumata dall’azione abrasiva delle palle di ferro, per cui, quando era possibile, i cannoni vecchi di bronzo venivano rifusi per ottenerne nuovi, oppure venduti a rottame, e sostituiti con quelli di ferro.

Ai fini di questa chiacchierata, e in linea con la mostra ospitata in questo complesso edilizio, mi limiterò a dire qualcosa sull’armamento delle torri costiere che, ad eccezione di un breve periodo, non dipese per amministrazione, uomini, e mezzi, dal Corpo Reale dell’Artiglieria.

La Reale Amministrazione delle Torri, finanziata col “dret del real”(tassa di un reale sull’esportazione di formaggio, animali da carne e pelli), dotò le torri appena costruite, probabilmente con le bocche da fuoco tra le più disparate. Nei documenti relativi, infatti, sono menzionati “Trabucos a pedernal”, “Pedreñals”, “Sacres”, “Esmerils”, “Falconetes”, “Culebrinas” e “Vizcaynos”.

Il tipo e le caratteristiche delle armi in dotazione alle Torri, possono desumersi, particolarmente per il periodo sabaudo, dalle relazioni effettuate periodicamente, su precise disposizioni della Reale Amministrazione delle Torri, dai Capitani, Tenenti e Luogotenenti della stessa, relazioni che si trovano presso l’Archivio di Stato di Cagliari e di Torino.

Originariamente, come si è visto, i differenti tipi di cannoni erano contraddistinti da nomi di animali, così c’era il Falconetto, il Falcone, lo Smeriglio, la mezza Colubrina o Girifalco, la Colubrina, il Sagro, il Basilisco, il Passavolante; successivamente si usarono, come si è visto i termini di: cannone del primo genere, mezzo, terzo, e quarto cannone, mezza colubrina, quarto e ottavo di colubrina.

Gli affusti, in legno ferrato, erano del tipo da marina a quattro ruote, due delle quali, le anteriori, potevano essere anche di diametro maggiore delle posteriori (Fig 1)

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Figura 1 – Cannone montato su affusto da marina

Nei documenti l’affusto era denominato, a seconda del periodo, in catalano o castigliano “Caixa, o Caja navalesa o navarresa”, in savoiardo “Affus”. I calibri, espressi come il peso della palla in libbre, erano da 32, da 26, da 16, da 8, da 6, da 4, da 2, e da 1 libbra. I più diffusi, però nelle torri erano quelli da 8, da 6 da 4, e da 2 libbre.

Talvolta il cannone, a seguito dell’usura o della corrosione, era “sventato” (era definito “vento”, la differenza tra il diametro dell’anima della bocca da fuoco e quello della palla). Per riutilizzare un cannone “sventato”, si poteva alesarne l’anima, sempre che lo spessore restante del metallo ne garantisse la sicurezza, rettificandola al calibro superiore. I cannoni ricalibrati però erano considerati pericolosi per la maggior possibilità d’esplodere. La presenza dei calibri dispari (da 7, da 5, e da 3 libbre) potrebbe spiegarsi come conseguenza di una qualche ricalibratura.

Poiché negli anni 1717-1720 il prezzo del bronzo da cannoni spuntava, nella piazza di Genova, 110 lire la cantara (circa 40 kg.), e la rifusione di un cannone veniva a costare 150 lire la cantara, stante il fatto che il peso di un cannone medio si aggirava tra le 20 e le 40 cantara, la fusione di un cannone del peso di circa 9 quintali a partire da bronzo di recupero, sarebbe costata all’incirca 6.000 lire.

I cannoni di ferro costavano meno e duravano di più. Circa il peso dei cannoni di bronzo, uno del calibro di 6 libbre e mezza pesava circa 500 kg; uno da 11 libbre circa 900 kg; mentre uno da 3 libbre pesava circa 400 kg.

Nel periodo sabaudo, i cannoni erano quasi tutti in ferro. Essi erano stati acquisiti come preda bellica oppure erano acquistati dalle navi svedesi che approdavano a Cagliari per comprare salmarino, pagandoli con questa merce.

Le bocche da fuoco da acquistare erano sottoposte ad un’accurata verifica delle caratteristiche e dello stato di conservazione; nonostante che il ferro svedese, sempre d’ottima qualità, fosse rinomato e pertanto ricercato non solo per i cannoni, ma anche per barre e profilati d’ogni genere.

Le dimensioni, i calibri, e di conseguenza il peso, dei cannoni di ferro destinati alle torri erano, per vari motivi, alquanto ridotti, infatti oltre alla difficoltà di portare sulla piazza d’armi un cannone molto lungo e pesante, come si può rilevare dalle figure 2 e 3, non si poteva caricare molto la volta della torre, e le dimensioni del pezzo dovevano permettere la sua messa in postazione, da parte di poche persone e in uno spazio relativamente ristretto.

Figura 2 – Operazioni di sollevamento di un cannone su una torre

figura 3 – Operazioni di sollevamento di un cannone su una torre

Le palle, di solito piene, ma anche quelle incatenate e quelle chiamate “angeli” (figura 4), se non recuperate come preda bellica, erano acquistate a Milano e a Napoli.

Figura 4 – Angeli e palle incatenate di vario tipo

La polvere, del tipo denominato, dai rapporti ponderali tra i componenti: “Cinque-

Asso-Asso”, prima dell’istituzione della Regia Fabbrica delle Polveri di Cagliari, era acquistata a Genova o a Napoli, e da tutte le navi straniere che approdavano nei porti dell’Isola. La polvere da cannone aveva una granulometria maggiore di quella da spingarda e da fucile. La figura 5 riporta le fasi di caricamento di un cannone da marina, e gli attrezzi per il caricamento.

Figura 5 – Fasi dell’operazione di caricamento di un cannone da marina

Con il cannone da 32 libbre, una carica di 10 libbre e 8 once di polvere, più 3 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 180 trabucchi (pari a circa 567 metri, corrispondendo il trabucco a 3,148 metri), ed una massima di 1200 (circa 3778 metri). Con uno da 26 libbre, una carica di 8 libbre e 8 once più 3 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1100 (circa 3463 metri). Con uno da 16 libbre, una carica di 5 libbre e 4 once di polvere più 2 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1050 trabucchi (circa 3305 metri). Con un cannone da 8 libbre, una carica di 4 libbre assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1000 (circa 3148 metri). Con uno da 6 libbre, una carica di 3 libbre di polvere assicurava una gittata media di 130 trabucchi (circa 409 metri), ed una massima di 900 (circa 2833 metri). Con uno da 4 libbre, una carica di 2 libbre di polvere assicurava una gittata media di 130 trabucchi (circa 504 metri) ed una massima di 900 (2833 metri). Pari gittata aveva un cannone da una libbra caricato con una libbra di polvere, mentre con un Falconetto da 6 once, caricato con 3 once di polvere, si otteneva una gittata media di circa 500 metri, ed una massima di circa 2204 metri. Pari gittata aveva anche la spingarda da 2 once, di solito montata su cavalletto, caricata con un’oncia di polvere “fina”.

Queste gittate erano date da una polvere buona; quella in dotazione delle torri, di solito alquanto scadente, forniva gittate ben inferiori.

La ragione principale era che questa, stoccata nella rispettiva santabarbara, spesso non adeguata, a contatto con l’umidità marina, e talvolta persino esposta ad infiltrazioni d’acqua piovana, specie se formulata con salnitro di bassa raffinazione (di seconda cotta), contenente ancora una certa quantità di nitrato sodico deliquescente, perdeva in breve tempo le sue caratteristiche piriche.

Altra riduzione della gittata si aveva quando, per effetto della corrosione sia termica che chimica del ferro, il focone del cannone si era allargato eccessivamente, per cui il pezzo veniva definito “sfoconato”. In queste condizioni, durante lo sparo, attraverso il focone, si verificava una violenta fuoriuscita di parte dei gas di sparo con conseguente riduzione della energia impressa alla palla.

Allo “sfoconamento” di una bocca da fuoco si poteva porre rimedio alesando e filettando, con opportuni strumenti, il foro e riinserendovi un cilindretto o un tronco di cono, di ferro o di bronzo, filettato e forato, denominato “grano” che ripristinava così il focone originario.

Meno rimediabile era il caso di un cannone “camerato”. Per effetto dell’abrasione meccanica della palla o della corrosione chimica del ferro da parte dei composti formatisi nella combustione della polvere, nell’anima si formavano cavità irregolari, attraverso le quali poteva sfiatare parte dei gas di sparo, con risultato peggiore della “sfoconatura”.

Un pezzo “camerato”, quando la “cameratura” era estesa a buona parte dell’anima, era definito “sventato”. La verifica della “cameratura” veniva fatta con uno speciale specchietto (gatto) collegato in cima a un’asta che, infilato nell’anima del pezzo, con una opportuna illuminazione, permetteva di verificare le irregolarità dell’anima. La verifica del “vento”, invece, era fatta con una specie di calibro a croce che, ruotato dentro il cannone indicava i punti dell’anima dove il diametro nominale era variato.

Spesso capitava che in una torre vi fossero palle di calibro inferiore a quello dei cannoni in dotazione, per cui, si doveva ovviare a questo inconveniente avviluppando la palla in stracci, mentre nelle fortificazioni di Cagliari, particolarmente con i mortai di grosso calibro che sparavano palle di pietra, queste venivano ricoperte con strati di lastra di piombo fino ad raggiungere il calibro richiesto.

I cannoni e le spingarde venivano sparati, sia direttamente con una miccia tenuta dal “buttafuoco” (figura 6), oppure con un acciarino a pietra focaia come nei fucili (figura 7).

Figura 6 – Differenti tipi di buttafuoco

Figura 7 – Acciarino a pietra, per lo sparo dei cannoni

L’alzo dei cannoni delle torri, come sulle navi, era realizzato inserendo, sotto la culatta, dei cunei di legno (cugni o cunei di mira) con diverso angolo; questo sistema era empirico ed approssimato, e la precisione del tiro era affidata solo all’occhio e all’esperienza dell’artigliere. La figura 8 mostra appunto un cuneo di mira posizionato sotto la culatta.

Figura 8 – Cuneo di mira posto sotto la culatta di un cannone

Sotto le ruote del cannone, a protezione del pavimento della “Piazza d’Armi”, venivano poste delle robuste tavole (madrieri), e dopo lo sparo i cannoni venivano rimessi in batteria con l’uso di leve (manuelle o manovelle). La polvere era inserita nella canna con una cucchiaia di rame, del diametro corrispondente al calibro, collegata ad un lungo manico, oppure veniva inserita confezionata in cartocci, (cartuchos o cartatocci) preparati con fogli di carta “Reale”, modellati su cilindri di legno del diametro corrispondente al calibro (cilindri per cartatochi), e incollati con pastella di farina di frumento. Il cartoccio della polvere e la palla, eventualmente separati da stoppacci (foraggi), con funzione di borra, venivano calcati nella camera di scoppio con un apposito calcatoio a testa piatta dotato di un lungo manico (atacador, battipalla, bottone).

Una volta caricato il cannone, con un lungo ago di ferro o di bronzo (aguglie, agucce, per ammorzare), attraverso il focone si perforava il cartoccio della polvere, e con una fiaschetta da polvere (polverino) si riempiva, di polvere da sparo fine, la cavità del focone. Si dava fuoco alla polvere del focone con una miccia (mecha) inserita nel “botafogo, buttafuoco” astato (figura 7), oppure con un acciarino del tipo di quello riportato nella figura 5. Dopo lo sparo la camera di scoppio veniva ripulita, dai residui della combustione, con uno spazzolone ottenuto con una pelle di pecora arrotolata (lanata). Per scaricare il cannone si faceva uso di una specie di cavatappi astato (sacatrapo, cavaburra, cavaborra, tiraforaggi): Nelle migliori situazioni in ciascuna torre ogni bocca da fuoco aveva la cucchiaia, il “battipalla”, il “cavaborra”, e gli eventuali cilindri per confezionare i cartocci della polvere, del rispettivo calibro, mentre per i fucili “d’ordinanza” l’elemento “cavaborra” veniva, all’occorrenza, avvitato sulla stecca del fucile.

Figura 9 – Fucili d’ordinanza a pietra

Ciascun torriere era dotato di picca (esponton, chuso), di fucile “d’ordinanza” (figura 9) con relativa baionetta, e della rispettiva dotazione di palle di piombo. In qualche caso le cartucce da fucile erano fornite già confezionate. Se nella torre vi fosse stato qualche archibugio alla sarda (Cannetta, Cannettedda) (figura 10), cosa piuttosto rara, il relativo munizionamento veniva fornito espressamente.

Figura 10 – Cannette

Per smontare e rimontare i cannoni sugli affusti veniva utilizzato un paranco, (ghindazzo).

Oltre alle palle di cannone dei rispettivi calibri, talune torri erano ancora dotate di “angeli”, di palle incatenate, di “lanterne” (contenitori cilindrici in lamiera contenenti “metraglia”), e di alcune dozzine di ordigni incendiari, le cosidette “buocie, boccie, fiaschi di fuoco”.

Nella torre, oltre alla dotazione di polvere e palle per i cannoni e per i fucili e le spingarde, vi era anche tutto ciò che sarebbe potuto servire all’occorrenza: una scure, una trivella, un’ascia da carpentiere, una roncola, una zappa, corda catramata e non, uno spiedo, una caldaia di rame con relativo treppiede, una bilancia a stadera, un paio di ceppi con relativo lucchetto, alcune giare di terracotta e botticelle per l’acqua, un megafono, una tromba marina, alcuni grossi murici adattati a tromba e, anche se raramente, un cannocchiale con il tubo di cartone.

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