4 Agosto 2009 - Categoria: discipline scientifiche

Cantones a duru duru a cura di Domitilla Mannu

images-113Fizu meu pilibrundu
a tie Deus m’at dadu
pro unu mannu partidu
dinari tenzas e trigu
chi non nde potas contare
trigu tenzas e dinari
pro nde dare totu s’annu
de rasu siat su pannu
chi betas subra sa banca
continu a destra e a manca
epas cortinas de seda
echipagiu nd’epas meda
e noighentas nivolinas
e potas contare a chentinas
che massas de trigu s’oro
s’isetu de mama e coro
images-56s’isetu de babbu tou
pintura e quadru nou
e chentu e unu massaiu
unu frailarzu epas
afrailende s’oro
s’isetu de mama e coro
s’isetu de babbu tou.

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Recuida a Tzaramonte de Anghelu de sa Niera

images-202Sa recuida a Tzaramonte est pro a mie su tempus pius bellu de s’annu.
Inoghe, mancari cun calchi mancàntzia, respiro s’aera pius pulida, bufo s’abba de sa funtana de Santa Giusta, miro ammajadu sos montes de Nulvi, sa costera de s’Anglona, sos montes de Bortigiada e de Tempiu, su monte pius altu de Limbara e su Sassu altu! A bortas si faghet bidere fintzas su monte pius altu de sa Còssiga. Cando passo in s’istradone saludo images-144sos biddaresos, sena mi frimmare: non s’ischit mai chi mi faeddent contr’ a su Paba, su premier, su vicariu, su dutore e su sindigu: isco già a memoria ite mi diant narrer: su paba est tropu ricu, su premier est unu ditatore, su vicariu est tropu galanu, su dutore est puru vicesindigu, su sindigu non cumprendet nudda!

E tando prefero a passizare in sas carrelas de sa pitzinnia: piata, carrela longa, carruzzu de ballas, carruzzu longu, carrela de su putu, sas carrelas de Sa Niera ue so crèschidu fintzas a degh’annos.

images-243Saludo cun su coro s’antiga domo mia, serrada a giae. Mi capitat pius boltas de intopare peri sa carrela sas sorres Rujas, sos Pisanos, sos Tolis, bona parte de custa zente vivit in continente.
Faeddamus unu pagu e poi nos saludamus augurendenos a nos bidere un’ater’annu. Poi torro a domo mia, in fundu de Santu Giuanne, e m’aggoglit unu chelu illacanadu, de sos montes atesu, si nde sebestant sas atas, pius a curtzu baddes e montijos grogos, chi parent pintados dae Van Gogh.

sany0104A manca s’orizonte mi mustrat sos Sassos iscurigados dae su mudeju e dae sas arvures de suelzu e agiummai si nd’intendet sa mudore. Mario, Zulianu si che sunt andados a s’ateru mundu. Non movet pius s’ascia e su marteddu Mario e Zulianu non si ponet a cantare. Intro de domo: muzere mia est drommende ancora s’iscura, de seguru at leadu sonnu a sas tres o sas battor de manzanu: drommi piccioca tando, deo intro in s’istudiu meu e iscominzo a navigare in internet e legere sos loroddos de custu mundu pienu de ogni male, ma poi, iscrio, iscrio a sos amigos de Bologna, Milano, Genova, e a chentu ateras tzitades. M’ant a rispondere cando nde lis at a bènnere gana.

images-152Como so serenu, su mudore si tocat che s’aera e tando s’ispiratzione movet sa fantasia e bolende che s’astore in sas tancas e peri sas chijuras zente andat e zente torrat, a ue? No l’isco, l’ap’a ischire a sa fine de su contadu.

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31 Luglio 2009 - Categoria: Il marchio dalla protòme taurina

II. La maledizione dei Nuragici di Ange de Clermont

 

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Secondo sos archeologos de su Cabu de Susu, in Anglona, e in primo luogo  a Miramonti, il mistero del passato era facilmente riscontrabile scavando dentro e fuori dai Nuraghi, costruzioni ciclopiche a tronco di cono in trachite colorata che andava dal grigio al rossastro e raramente al bianco come i balzi rocciosi rimasti sfregiati dopo tante costruzioni. Certo, secondo le ipotesi più accreditate questi nuraghi dovevano un tempo essere arredati di scale e camminamenti in legno di cui non era rimasta più traccia. Si scoprono presso questi resti ciclopici bronzetti di guerrieri e di oranti,  navicelle con marinaio dell’epoca del bronzo, anfore, lance e spade, spesso causa di morte per gli scopritori. Una mistura di oggetti che lasciano intendere tribù primitive che avevano giocato alla guerra e che come tutti i popoli antichi mischiavano perfettamente segni sacri e profani, oggetti di culto e depositi di armi e dei loro simboli.

Il ritrovamento di questi oggetti di bronzo spesso portavano male: i pastori lo sapevano, ma altri ignari, credendo d’aver trovato un tesoro da contrabbandare, erano finiti male. Si raccontava che alcuni fossero scomparsi in voragini apertesi all’improvviso, mentre attraversavano vaste tanche d’asfodelo con i bronzetti nelle bisacce, altri fossero precipitati in immense forre presso i cui costoni dove camminavano per richiamare qualche pecora, altri fossero morti bruciati, svegli o addormentati, nelle pinnette presso cui avevano nascosto i misteriosi tesori.

Il grande archeologo Giuanne Ispanu, prima di raccoglierli e portarli nel suo grande museo di Càlleri, li sottoponeva ad esorcismi, a benedizioni con l’acqua santa, a veri battesimi di olio e acqua santa, le cui ampolle,  non mancavano mai nella sua bisaccia. I suoi allievi lo sapevano e conoscevano anche le formule di esorcismo e di benedizione, tuttavia spesso ricoprivano la terra dove li rinvenivano, lasciando che questi simulacri di un popolo defunto, continuassero a riposare in pace con i loro proprietari.

C’erano archeologi, venuti da fuori, che non conoscevano i riti e con leggerezza li mettevano in bisaccia per portarli via. Costoro non avevano tempo d’imbarcarsi, perché qualche voragine li  inghiottiva chiudendosi misteriosamente su di  loro.

-Il mistero del passato va lasciato  in pace.- Sussurravano i pastori.

– Questi oggetti dei morti antichi sembrano stregati.- Mormoravano le donne parlandone nei lavatoi dei paesi dell’Anglona ad ogni annuncio di morte.

– Sarebbe come togliere il pasto agli affamati, a portar via quei bronzetti, quelle anfore, quelle navicelle mortuarie- Aggiungeva  sentenzioso il vicario.

– Anima mia libera. Sant’Antonio abate. Santa Giusta e  santa Enedina, pregate per noi- Esclamavano le pie sorelle della Vergine del Rosario a sentire questi racconti e altrettanto ripetevano i confratelli della Santa Croce.

Sos archeologos dell’Anglona, da soli o in compagnia, prima di andare a tastare palmo a palmo il territorio si procuravano una boccetta d’acqua santa e d’olio benedetto , un rosario e almeno tre piccoli crocefissi con le consuete formule tramandate loro da Giuanne Ispanu che li aveva ammoniti spesso dicendo:

-Potete dimenticare gli arnesi del mestiere, ma mai l’acqua e l’olio santo, il rosario e i tre crocefissi. Ho sempre avuto la sensazione che le anime di queste popolazioni giacciano ancora e giaceranno per millenni in umbra mortis e godano il privilegio nefasto di danneggiare coloro che toccano gli oggetti di culto  o di guerra lasciati presso le loro ceneri dopo la morte.-

A dieci anni dalla morte di questo grande barraghese sos archeologos invece di aumentare erano diminuiti. Di alcuni, misteriosamente scomparsi, non si sapeva niente.

Non si parli poi delle vecchie ville medievali, abbandonate tra il XIII e il XIV secolo presso cui erano sorti monasteri con monaci dalla condotta non sempre esemplare. Recarsi in qui luoghi era come votarsi alla morte. Giustamente Giuanne Ispanu aveva preferito lasciar perdere, per non attirarsi le maledizioni e le conseguenti disgrazie anche di quelle popolazioni vissute nel tardo medioevo.

Pronunciare Orria Pitzinna, Erva Nana, Bidda Noa, Santu Zulianu, Santa Caderina senza farsi il segno della croce era come attirarsi le disgrazie una dopo l’altra.

 -Parent chi ti pijent sos dimonios- Dicevano i beneinformati. Bisognava stare alla larga da quei luoghi nefasti, bastava ricordare le due donne strangolate da un maniaco, poi scoperto, dal piemontese maresciallo Zavattaro che era ripartito portandosi come sposa Linda Ruju, la miglior ragazza del paese.

C’erano stati altri morti ammazzati tra il 1883 e il 1887, ma gli autori erano stati individuati subito dai militi della Benemerita e il paese si era data una ragione di questi reati tradizionali compiuti  per gelosia, o per questioni di confini o per questioni di abigeato. I colpevoli, ammanettati erano finiti a San Sebastiano in Zassari e tutto era finito lì.

I miramontani, scoraggiati dalla salita al monte, avevano fatto erigere,  a partire dal 1880, la chiesa parrocchiale nell’area di sedìme di quello che era stato l’Oratorio della Santa Croce. I lavori, li aveva portati avanti un impresario zassarese ed  erano stati ultimati nel 1886, mentre  la consacrazione era avvenuta nel 1888.

Per circa due anni, infatti, la statua di San Matteo della chiesa del monte, portata a valle, nella nuova chiesa, durante la notte, scompariva e l’indomani veniva ritrovata di  nella sede del  monte.

Clero e popolo restò impressionato e si temette qualche catastrofe. Sembrava che il santo non gradisse, o si sentiva indegno, di occupare lo spazio che era stato per secoli della Santa Croce. Il vicario, dopo varie volte che quest’episodio si era verificato, pregò e fece pregare a lungo, e finalmente, dopo essersi consultato col vescovo, aveva deciso di intestare la parrocchiale in primo luogo alla Santa Croce e a San Matteo così come diceva la voce del popolo che sembrava avesse capito il desiderio del santo.

L’arcivescovo turritano, convinto dai fatti,  emise il decreto che diceveva che la parrocchiale di Miramonti era contestualmente intestata alla Santa Croce e a San Matteo.

Fissato il giorno della consacrazione, tutto il paese, tolti i massoni, si recarono in processione al Monte e presero la statua di San Matteo, che stranamente si fece pesante come il piombo. Con gran fatica i confratelli della Santa Croce la portarono nella nuova chiesa parrocchiale al centro della quale era stata issata la Santa Croce de s’Iscravamentu. San Matteo, a quella vista si fece più leggero e si lasciò condurre nella nicchia appositamente preparata in cui fu collocata e chiusa, con una finestrella a vetri. I miramontani, dalla fede leggera come la pula nell’aia, non si fidavano e l’avevano quasi imprigionato nella nicchia.

Il vescovo, quando giunse il momento solenne della consacrazione cantò in latino: –Hoc sacrum templum dicamus Santcae Cruci Domini Nostri Iesu Christi et  Sancto Matheo Apostulo et Evangelistae Domini Nostri Jesu Christi.-

Questa sacro tempio dedichiamo alla Santa Croce di Nostro Signore Gesù Cristo e a San Matteo Apostolo ed Evangelista di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il vescovo volle passare la notte col clero e col popolo miramontano in veglia di preghiera. Il Santo, imperturbabile, non si mosse e da allora ha voluto restare nella nicchia, eccetto i giorni della sua festa, quando lo facevano scendere, lo collocavano vicino alla balaustra, per poi portarlo in processione. In quei giorni però, la notte, i confratelli della Santa Croce, vegliavano a turno, temendo che al santo venisse voglia di riprendere la via del monte.

La facciata della chiesa fu completata in stile gotico lombardo,a capanna, con due bifore che rappresentano la natura umana e quella divina di Cristo e dentro in  stile neoclassico dove il tetto poggia su quattro colonne corinzie che separano la grande navata principale dalle due navate laterali, più anguste. Sia il tetto dell’aula sia il tetto delle navate si sviluppa su leggerissime vele, tinteggiate a volta celeste, con stelline dorate, e così le pareti della chiesa. Solo il presbiterio si sviluppava più elevato di tre gradini dal pavimento dell’aula, con volta  a botte, con altare ottocentesco, con due archetti laterali  dove poggiavano da una parte una grande statua del Sacro Cuore e dall’altra una grande statua della Vergine Maria, mentre dall’arco del presbiterio scendeva un immenso lampadario che dava solennità alla chiesa. Il campanile riecheggiava motivi architettonici romanici nella severa fattura a conci di trachite.  Un  pulpito marmoreo  fu edificato intorno alla seconda colonna destra della navata centrale. In ogni navata laterale stavano due altari in marmo grigio di gusto  neoclassico.

L’anziano vicario e i suoi collaboratori, che aveva officiato sia sul monte come nell’oratorio di Santa Croce, era soddisfatto anche se la trovava troppo spaziosa. Le confraternite maschili e femminili, che andavano man mano ricostituendosi dopo la soppressione del governo massonico, la trovavano invece più adatta alla popolazione che si andava avvicinando alle 2000 anime, anche se non tutti erano pecorelle bianche, anzi si diceva che a Miramonti abbondassero le pecore nere, anzi i caproni neri, tra gli uomini. Tutta gente che sarebbe andata a sinistra del Redentore al Giudizio Universale e poi, anima mia libera, direttamente all’inferno. A meno che come ripeteva il vicario, in punto di morte, non ci fosse stato il pentimento dei peccati con una bella confessione e il Santo Viatico.

Dall’inaugurazione della Chiesa, secondo quelli del rione de sa Niéra, non era più comparsa l’anima penitente di donna Fulgentia Pidde, quasi preannuncio di morte per qualcuno. Forse, ripetevano le beghine, dato il lascito fatto per la costruzione della chiesa con i suoi beni, la nobildonna amazzone aveva trovato finalmente la pace. L’unica anima che ancora girovagava nei vicoli bui del paese e sotto gli archivolti era l’anima di Antoni Chiribàu, sempre irrequieta e malefica. Del resto bastava non avventurarsi nei vicoli bui per evitare malefici, specialmente la notte.

Certamente sos dimonios conchi rujos non avevano abbandonato il borgo, costruito rubando pietre all’antico castello, specialmente quelle vie che osano sfidare col naso all’insù il monte: carruzzu longu, carruzzu ‘e ballas, carrela longa e piatta, qualcuno aggiungeva anche Carrela de su Putu dove viveva e lavorava l’anima irrequieta de tiu Nanneddu che in quanto a cattivo esempio e a parole contro la chiesa, secondo le beghine, parlava come uno scomunicato. Anima mia libera! Quello si che rischiava l’inferno con tutto quello che combinava tra orologi, fotografie e alambicchi nel suo strano laboratorio! Il peggio è che dava anche il cattivo esempio ai ragazzi. Ce n’era uno che, a bocca aperta, lo seguiva in ogni mossa e cercava anche d’imitarlo.

Il cugino, Giosi Balchi, per fortuna, rappresentava l’altra parte della medaglia familiare: calmo, saggio, pio quanto basta per non dubitare della sua fede profonda, ma molto attento alla condotta e allo stile di vita del parroco e dei suoi coadiutori. Dei notabili, quest’uomo generoso e affabile che amava conversare con la folla variopinta che affollava lo stradone, rappresentava il meglio. Gli altri suoi parenti, particolarmente i Brancone, amavano troppo la vita dissipata con le migliori donne del borgo, mettendosi in situazioni talora di concubinato talaltra di evidente adulterio. Le donne erano arrivate a soprannominarlo su caddu biancu, il cavallo bianco. Anima mia libera, si può dire e non si può dire, che ad ogni strada avesse un figlio naturale!

Con buona pace dei cornuti, del resto  ben protetti, a Miramonti di cavalli ce n’erano un po’ di tutti i tipi: non mancavano quelli bai, quelli pezzati e qualche cavallo nero, quello solo era bianco.

Un alone di peccaminosità lussuriosa pareva sovrastare come una nuvola nera sul borgo dei Doria che, anche loro, non avevano scherzato in amanti e concubine. La loro intromissione con le famiglie del resto, dopo secoli, era scolpita sui capelli biondi e gli occhi azzurri di molte ragazze e giovanotti, alti e decisamente belli, rispetto ai numerosi paesani bassi ed olivastri, che parevano decisamente i discendenti degli antichi profughi cristiani africani, quando la mezzaluna li aveva falcidiati o costretti a rifugiarsi nelle isole più estese  del mediterraneo. E poi anche questi olivastri africani non scherzavano con le donne. Non per niente quelle che li avevano sperimentati dicevano: – Coma’ sono di sangue caldo, anima mia libera!-

Le feste per la solenne benedizione della parrocchiale erano finite come si suol dire a tarallarucci e vino. Specie quelli che non avevano partecipato alla cerimonia erano quelli che facevano più chiasso. San Matteo però, di notte, si levava dalla tasca un’agendina e segnava tutto, non si sa mai che quel distratto di San Pietro facesse entrare in paradiso anche certi anarchici anticlericali e in peccato mortale. Eh, si, da tempo immemorabile tra morti ammazzati e suicidi e relativi killer mezzo paese si portava in giro l’anima come il carbone, benché ad ogni festa del patrono, per misericordia impetrata dalla Vergine del Rosario si riusciva a ripulirle tutte. Passata la festa i malvagi ricadevano nelle stesse colpe: i mandanti davano ordini ai killer di uccidere i nemici; gli abigeatari di pecore, capre, maiali ruspanti e chiusi sovrabbondavano in bardane. Era più la carne rubata che si mangiava che non quella comprata, anche se qualche  macellaio, anima mia libera, a detta di tutti, ordinava bardane e si procurava la merce per la vendita dai ladro-carnivori. I carabinieri chiudevano non solo i due occhi, ma si tappavano anche le orecchie per non sentire.

Da un anno, per fortuna non succedeva niente a Miramonti, e la gente era in ansia.

-Qualcosa capiterà.- dicevano a s’istradone gli oziosi: questo silenzio, questa pace, non è una cosa bella. Quando mai si era visto che a Miramonti non avevano rubato in un anno manco una pecora. Non è che all’improvviso tutti si siano fatti santi!

Il diavolo, che faceva buona compagnia all’anima de tiu Nanneddu, all’inizio di Carrela de su Putu, non stava nella pelle e chiamati i suoi seguaci in su Molinu de su Bentu li preparò a compiere qualcosa di orribile, anima mia libera!

 

 

 

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30 Luglio 2009 - Categoria: versos in limba

Mutos de amore a cura di Domitilla Mannu

images15In punta de Palai 
b’at una funtana
e non sicat in s’istiu
in sa punta de Palai
rosa mia galana
pro cantu duro biu
non t’abandono mai.

images-110Una campidanesa
non si cheret cojuare
nachi s’istat bajana
una campidanesa
si a tie non mi dana
comente ap’a passare
pitzinnia e betzesa.

images-210Deris falende a s’ortu
m’ant cumbidadu a mele
e non podia negare
s’amore cando est postu
est rantzigu che fele
e malu a ismentigare.

images-34Suta de tres suerzo(s)
mi so postu a drommire
e non poto reposare
su bene chi ti cherzo
ses ancora a ischire
mancari sempre umpare.

images-46Intro de Tzaramonte
ch’est unu bellu paese
b’apo giogadu a nie,
pro marchese ne conte
coro non lasso a tie
intro de Tzaramonte
coro non lasso a tie
pro conte ne marchese
b’apo giogadu a nie
ch’est unu bellu paese
coro non lasso a tie
pro marchese né conte.images-55

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28 Luglio 2009 - Categoria: versos in limba

A pes de s’altare de monte d’Accoddi di Nino Fois

 

images-28E semus torrados

a trumas

sutt’a s’ispantu de sos isteddos

in custa notte iscura

trumentada

fizos de una Terra peleada

a pes de s’altare

a pes de custas pedrasimages-29

antigòrias beneittas

a suer dae sas tittas

de Mama Sardigna

sa sabidoria chi mannos

at fattu sos mannos nostros.

Nois

ratigheddos

images-30de unu chercu manantiale[1]

dae su bentu bantzigados

de sa malasorte

sutt’a su piantu

de sos isteddos…

 

Semus torrados

a trumas

a pes de s’altare

pro abboghinare a cantu podimus

su dolu

chi sas aminas

nos est allizende.

Dae cust’altare a sas aerasimages-311

chi pighet su piantu

de custa Terra Nostra

e si mudent sas lagrimas

in lentore

e falet dae sa lunaimages-321

a sos coros pedrales

de frades traviados

pro chi torret

in sas laras affrizidas

su risu de su beranu

 

08.07.2000 Nino Fois

 

[1] Manantiale = perenne

 

 

 

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28 Luglio 2009 - Categoria: versos in limba

Raccolta di mutos in sardo a cura di Domitilla Mannu

Custos mutos los apo collidos dae bucca de sos biados mannos mios umpare a àteras cantoneddas a duru duru e pregadorias.
images-25Intro de Santa Giusta
bi curret abba giara
e bi curret a primore
bella comente custa
non s’agatat pintore
chi pintet custa cara.

 

images-26Andende a Tzaramonte
si giampant duos rios
sunt tres cambas de mare
cantu mi durant bios
sos ojos de su fronte
mai t’apo a lassare.

 

images-221Sant’Antoni de Thori
est in d’ una montagna
e non li tocat biddia
ogni erva li fiorit
cando essit a campagna
a s’amorada mia.

 

images-27Puzones chi olades
dae sa Lumbardia
cust’ala nde enide
s’est chi a Tàtari andades
custa lìtera mia
a coro meu giughide.

 

images-231Unu fiore grogu
m’ant dadu a fiagare
fit cosa preubida
non l’agatas in logu
debadas l’as a chircare
pèrdidu l’as pro vida.

 

images-241A su riu b’ando deo
a samunare lana
sabone m’imbiade
perdonu babbu e mama
àteru non nde leo
si de custu mi brivades

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27 Luglio 2009 - Categoria: cultura

Dae s’ulva a sa losa di Nino Fois

 Istùdiu contivizadu dae Nino Fois

images-20 Sa vida de s’omine in Sardigna dae antigòriu fin’a unu seculu a-i como

 

Sa vida de s’òmine si partit in battor tempos:

1. Su tempus su de unu

Su de unu andat dae sa raidesa a su partu a su battizu a sa pitzinnia.

Sos sardos si tenent mannos de sa familia manna. Sos fizos sunt una grascia de Deus. “Chie nd’at unu non nd’at manc’unu” narat su dicciu.

    In biddas medas de sa Sardigna (Scano Montiferro e àteras medas ) sa fémina istóiga deviat battizare unu burdu pro benner ràida.

images14Sa fémina raida est una persone sacra. A unu bene de regulas igienicas e magicas devet ponner mente sa femina ràida e bi devent ponner afficcu sos chi cun issa vivint, comente maridu, fizos, sorres, frades, mama, babbu, parentes, amigos e connoschentes de su bighinadu e de totta sa bidda cant’est manna. De sa femina raida cherent accansados sos disizos o, si no est possibile, cheret chi issa si tocchet in cussas alas de su corpus chi andant cobertas a manera chi su disizu o sa gana(sa fromma de su chi sa femina ràida at disizadu) no essat a su piseddu in partes de su corpus chi si bident: cara, bratzos, manos ecc.

Sa femina ràida cheret chi no miret cosas, cristianos o animales feos.

Sa femina ràida non podet battijare fizu anzenu e ne podet fagher de distimonzu addenanti de sa Giustiscia.

Ateras cosas devet o non podet fagher sa femina ràida ma inoghe no nde fentomamus pro nde la truncare in curtzu.

Cando sa raidesa minettaiat de andare male (minaccia d’aborto), tando sa femina raida pediat a una femina antziana chi las aiat sas fortijas pro si las prender a chintu finas a s’illierare. Sa padrona de sas fortijas las daiat fattende cun sa ràida cambiu cambiu cun sa prenda pius pretziada chi aiat. Si poniant in terra siet sas fortijas e siet sa prenda e donzunu si leaiat su chi li toccaiat. Gai etottu si faghiat a sa torrada.

(Própiu che-i sos piseddos de sa pittzinnia mia chi, cando si cambiaiant calchi cosa, faghiant a “pon’in terra” )

In cabitta de lettu de sa pantolza ( o partorza) b’est sa mama, sa sogra e-i sa mastra de partu.

In tempos antigòrios sa pantolza s’illieraiat subra de un’istoja serente su foghile. In su matessi logu su cristianu, a betzu, congruiat s’esistentzia sua.

images-133In s’Isula nostra importantzia manna at su Battizu chi est una tzerimonia relizosa ma finas unu ritu de festa de domo.

A su Battizu leant parte no ebbia sos parentes e-i sos amigos custrintos e-i sos nonnos (Padrini), ma finas sos de su bighinadu e unu bellu fiottu de piseddos chi isettant sos dulches e-i sa confettura chi benit bettada a porfìa in carrela a sa torrada dae cheja.

Sa criadura a cheja che la giughet un’ajanedda de doighi o treighi annos e no est sa primma bolta chi su piseddu, a mannu, si cojuat propiamente cun sa chi l’at giuttu a battijare.

Sa prima piseddia est s’edade de sos nìnnidos e de su duru duru.

Sos nìnnidos, cantados dae sa mama, sa onnamanna, sa sorre pius mannitta, sa tia e atera zente, serviant a drommire sos piseddos minores. Su duru duru serviat a giogare sos piseddos cando fint ischidados o de malamore o inchietos. Custu, de sa pitzinnia, est finas su tempus de sos contos de foghile e de sos contos de giannile.Sa onnamanna o su onnumannu o sa mama, calchi tia o nonna, serente sa tziminea o a inghiriu de su foghile o de su brajeri,in s’ijerru, contaiant contos e contascias de fadas, de orcos e de res e reinas. In s’istadiale custos contos si contaiant in su giannile leende su friscu.

Sa piseddina restaiat ispantada aiscultende custos contos e-i sos pius minores medas bias si che drommiant puru.

Ma sa pitzinnia de sos sardos non fit fatta de contos e de contados e ne de nìnnidos e ne de duru duru ebbia. Lòmpidos sos sette o sos ott’annos sos piseddos de sa Terra Nostra comintzant a tribagliare: sas feminas in domo a aggiuare sa mama isbarratzende o ninnende sos fradigheddos o sas sorrigheddas pius minores e-i sos mascios comintzant a andare a campagna fatt’a su babbu.

A-i cussos tempos fit cosa manna cando unu piseddu masciu giompiat a sa tertza elementare. Sas piseddas fit raru chi ponzerant pe’ in iscola.

Sas criaduras fint allattadas a longu dae sas mamas o, si sa maam non podiat ca no aiat latte, dae sa mamatitta o tadaja o allattarza o tatta.

Sa criadura, medas bias si nd’istittaiat cando fit già andende sola ma su latte non lu lassaiat. Sighiat a mandigare su latte in donzi modu e in donzi manera e, sos fizos de sos pastores lu buffaiant derettu dae sa cannada, appena muntu o dae su labiolu. Sos piseddos de su pastore, su manzanu, a s’ora de s’intrada, fint sempre inghiriados a su labiolu e buscaiant de continu , o dae su babbu o dae sa mama o dae sos onnosmannos, su regottu friscu e-i su casu a giuntas intreas:

In sa familia sarda, finas sa pius pobera, non mancaiat mai su latte e ne su regottu e ne su casu o su butirru o su pizu. Finas s’iscatzofa si faghiat cun su pizu, in tempos barigados. Si faghiat su casufurriadu e-i sa matzafrissa e –i su mazzamurru. Su chi si produit dae su latte, comente casu, regottu, butirru e pizu,  si mandigaiat in donzi tempus e in in donzi manera: in pitzinnia, in gioventude e finas a betzesa.

Su casu si mandigaiat friscu, istajonadu e giompagadu; su regottu friscu o mùstiu.

Sos crabarzos mandigaiant casu e regottu bécchinu, sos pastores, casu e regottu erveghìnu e-i sos baccarzos, casu e regottu bàcchinu.

Sos massajos mandigaiant su chi produiant issos matessi cun su tribagliu insoro ma faghiant cambiu – cambiu cun sos pastores.

A sa pantorza, cando si illieraiat, non li mancaiat su brou de pudda.

Pro su Battizu si faghiat su pane e – i sos dulches adattos: pane arantzada, pistoccos, zarminos amarettes, guelfos e marigosos.

Sas féminas comintzaiant a imparare a fagher su pane e-i sos dulche dae sende minores. A deghe o a doighi annos sas piseddas, sa notte de sa suetta, si nde pesaiant a ora de sas tres de manzanu e, a costazu de sa zente manna ( mama, tia, onnamanna, sorrastra o bighina) intraiat a suigher, imparende, chida pro chida dae sas mannas.

  2. Su tempus su de duos

Su de duos est su tempus de sa gioventude, su tempus de s’ajanìa e de su còju.

Sos mascios affinant su tribagliu, guasi semper su de su babbu e-i sas feminas imparant a fagher sas pobiddas e approntant sa cojuanscia pro si cojuare (biancheria, ricamos, faunas de tesser ecc.)

images-143Custu est su tempus de sas serenadas. Su zovanu chi cheret una pisedda che li giughet sa serenada. A de notte sos amigos de s’amoradu , sutt’a su balcone de sa pisedda improvvisant una cantada a chiterra o sena chiterra, comente benit bene. Issa, sa pisedda, imbarat a parte de intro, sena si fagher bider.

A daghì finit sa serenada, calchi bolta su padronu de domo bessit a fora e bettat a buffare a sos piccioccos chi a pianu a pianu si l’avviant, donzunu a domo sua ca a sa fatt’e su die b’at de tuccare a campagna pro tribagliare.

Finas su còju fit unu ritu in Sardigna, chérfidu e ammanizadu dae sa mama e dae su babbu de sa femina chi a piaghere insoro seberaiant s’omine sena perunu parrer de sa fiza.

Medas bias fit sa trattadora sa chi presentaiat s’omine a sa familia de sa femina(babbu e mama ebbia).

Sa trattadora fit una femina (o omine, trattadore o paralimpu, comente narant in tzertos logos) geniosa chi poniat totu sas trassas suas pro cumbincher, cando bi nd’aiat bisonzu, sa parte de sa pisedda.

Su còju, in tempos barigados, fit una tzerimonia e una festa chi si faghiat in domo de sa femina. Si congruiat a de notte manna cun su trattamentu, sos regalos e, medas bias cun sos ballos.

S’incras sos cojuados noos a sa bessida de sa missa (su còju si faghiat in sàpadu) si faghiant su giru de sos parentes a dare a ischire su còju de sa notte innantis.

Sas bajanas, in custu tempus imparant a coghinare a fagher dulches e tottas sas fatzendas de domo. Imparant sempre aggiuende ca in sa Terra Nostra mastros derettos non bi nd’at. Sos piseddos, sient issos mascios o feminas imparant aggiuende e aggiuant imparende.

Cando una bajana andat a si cojuare, in Sardigna, est già una femina fatta.

Su mandigu de custu tempus est su mandigu de chie tribagliat meda, sena si frimmare totta die.

S’immulzu fit su chi avantzaiat dae sa chena e a bustare, si si mandigaiat in campagna, in tribagliu, bastaiat pane e casu, pane e regottu, pane e cariga o pane e chibudda o pane a s’asciutta.

 3. Su tempus su de tres

Su de tres est su tempus de s’affidu, de sa familia, de sa maduridade e de su tribagliu.

Sa mama in sa familia sarda est sa chi si leat su pius assuntu mannu in su pesare sos fizos. Su babbu pensat a tribagliare.

Amus a narrer a prim’e tottu chi sa familia si frommat cun s’affidu chi est una tzerimonia relizosa e una festa manna de allegria inter parentes e amigos.

S’affidu si faghet in sa cheja de appartenentzia de sa femina ma si sos duos non sunt de sa matessi bidda, tando sa femina cheret chi lesset sa domo sua e-i sa bidda sua e fettat domo in sa bidda de su maridu.

images-163Finas pro custa funtzione b’est su pane s-i sos dulches fatos a posta: Coros de mendula e mele, Turtighedda de mele, sa turta de s’isposa de mele, su pane de s’affidu (tottu bene tribagliadu chiparet bessidu dae sas manos de fadas

Cumprida sa tzerimonia in cheja s’isposa setzit a groppa cun su sogru chi che la leat a sa bidda sua cun tottu sos invitados.

Tottu sunt a caddu, mannos e minores.

S’isposu torrat a bidda iscurrizende cun sos amigos. Su sogru cun dun’ebba maseda e-i sa nura a groppa, torrat a passu pàsidu e sulenu.

In sa bértula tenet tres panes. Unu che l’imbolat in su riu o rizolu a lacana tra sa bidda sua e-i sa bidda de s’isposa. Su de duos che l’imbolat in s’intrada de sa bidda e su de tres in s’ortu de sa domo.

Su signifìcu de custos tres panes est custu: su sogru cheret narrer a sa nura chi dae su mamentu de s’affidu issa appartenit a un’atera bidda chi at lacanas pretzisas in su riu, a s’intrada de bidda e in sa corte.

Dae igue tottas sas dies sunt che pare: Tribagliu e domo, domo e tribagliu cun calchi festa in bidda o fora de bidda.

E gai si pesat sa familia comente amus nadu faeddende de sos tempos de sa vida de s’òmine finas a-i como.

In banca su tribagliadore de una bolta si setziat a chenare o in die de festa.

Sos chi restaiant in domo bustaiant che-i sos chi andaiant a campagna ca sa familia sarda s’inghiriaiat a sa mesa cando fit totta aunida.

 4. Su tempus su de battor

Su de battor est su tempus de sos congruos.

S’òmine sardu lassat sa vida in su matessi logu inue l’at àpida: in dun’istoja serente su foghile. Comente morit s’òmine si nde bochit su fogu e restat mortu finas a cando parentes o amigos, passadu nessi unu mese, sensant de sustentare sa familia in corruttu.

   images-182Cando est a proa a morrer un’òmine, in Sardigna bessint sinzales de onzi manera: su cantu de s’istria, su rotziga – rotziga de sa tàrula e gai sighendebila.

Su nùntziu de sa morte lu dant sas campanas de sa cheja sonente sa ressigna. Dae su sonu si cumprendet si est unu piseddu, unu zovanu, un omine fattu o unu betzu.A inghìriu de su mortu sas attittadoras cantant s’attittidu chi est unu cantigu seriu e de morte cando no est finas de vinditta. Pro custa rejone sa cheja at privu de cantare s’attittidu.

Pro sa morte sos parentes custrintos ponent su luttu bestendesi a nieddu pro unu tempus de tres annos a infora de sa viuda chi tenet su luttu totta vida.

  Fattu s’interru parentes e amigos de su mortu ammanizant una chena chi si narats’acconortu.

Sa familia de su mortu non podet retzire uras ne pro festas e ne pro Pascas fin’a cando non si nde bogat su luttu. Finas sa domo si bestit a luttu si b’at unu mortu: pro nessi unu mese restat a gianna e a balcones serrados e sena fiores.

Su viùdu, cando li morit sa muzere, restat nessi pro unu mese sena si fagher s’arva e sena si tramunare nemmancu sa biancheria .

A punt’a su mese si faghet s’arva, si tràmunat e, si cumbinat, si chircat sa femina.

images-19A punt’a su mese e a punt’a s’annu sa familia de su mortu suighet su pane de sas animas chi apparat a parentes e a amigos chi ant aggiuadu e dadu a mandigare sos chi fint in corruttu

 

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25 Luglio 2009 - Categoria: Il marchio dalla protòme taurina

I. Le esequie di Giuanne Ispanu di Ange de Clermont

 

Premessa

Dopo La maschera dalla gonna capitina, su Ztaramonte.it, in fase di pubblicazione cartacea, il nostro Ange de Clermont, ci spedisce questo romanzo intitolato images-181Il marchio dalla protòme taurina .

I . Le esequie di Giuanne Ispanu

images-122Correva l’anno del Signore 1878, il giorno 20 giugno alle 10, nel rione Castello in Càlleri si celebravano solennemente i funerali del grande vecchio Giuanne Ispanu.

Un faro di sapere si era spento nel suo studio mentre analizzava con la lente una navicella con macaco che aveva rinvenuto presso il nuraghe Ispiene nel territorio di Miramonti.

images-132L’illustre vecchio aveva reclinato il capo lasciando cadere sulla scrivania statuaetta e lente. I servitori lo avevano adagiato sul letto e dopo la visita del protomedico, avevano avuto l’ordine di predisporre il defunto per l’ultimo viaggio.

La salma fu rapidamente sottoposta alle procedure dell’ultima igiene, rivestita dei paramenti della sua dignità canonicale e accademica, ed esposta dentro una bara di noce al centro della cattedrale.

Così come aveva sempre desiderato, dentro una navicella, anche la sua anima grande era migrata verso il sapere eterno.

Con tutti i mezzi possibili di locomozione, tradizionali e recenti, dall’intera isola di Zerdenia si mossero studiosi e dignitari, parenti amici ed estimatori, mentre dalla Penisola Vitaliana giungevano lettere numerose che niente aggiungevano alla grandezza dell’uomo affamato di sapere e mai pago d’indagare sul territorio della sua amata isola con escursioni continue nella penisola e in corrispondenza con le teste pensanti non solo di Vitalia, ma anche dell’intera Europa, compresi illustri e spigolosi discendenti delle tribù germaniche.

Giuanne Ispanu era pure lui un mortale e visto che era giunta la sua ora se n’era andato all’ultima dimora avviluppato dalle passioni che avevano mosso la sua movimentata esistenza.

Passato il triduo, l’arcivescovo di Càlleri, in pompa magna, con uno strascico di dieci metri, circondato dai canonici rivestiti di rosse mozzette, era giunto dal vicino episcopio, accompagnato da una processione di numeroso clero, seminaristi, autorità e popolo.

Il ritornato alla casa del Padre dello studioso del resto aveva ben meritato questo solenne commiato dalla valle di lacrime.

images-142Il coro della cattedrale, primo tempio indiscusso dell’Isola, all’ingresso dell’arcivescovo aveva intonato il requiem aeternam e quindi il rito era andato avanti lento e solenne con tanto incenso e ondeggianti canti gregoriani fino al Dies irae che invece venne cantato da un solista e da un coro polifonico in modo plateale così come lo sarà un giorno nella valle di Giòsafat.

Dies irae dies illa/ solvet saeculum in favilla/ Quantus tremor est futurus/ quando iudex rex venturus/ Liber scriptus proferetur /in quo totus continetur/ unde iudex iudicetur. /Salva me fons pietatis/ qui salvandos salva gratis.

Giorno d’ira, sarà quel giorno/il mondo brucerà come fuoco./Quanto terrore ci sarà/ quando starà per giungere il Giudice/ Sarà aperto un libro/ dove saranno già scritte le colpe/ per le quali ciascuno verrà giudicato./ Salvami Fonte di pietà/ Tu soltanto potrai salvarmi non badando ai miei peccati/.

Clero e popolo divennero più seri a queste parole e quasi tremarono  quando il baritono annunciò con voce tonante l’arrivo del Giudice. Tutti rividero la scena del giudizio finale di Michelangelo e quelli che stavano alla sinistra della cattedrale, si pentirono d’aver occupato quel posto. Non si sa mai, avrebbe potuto essere il preannuncio di un destino fatale.

Letto il Vangelo, l’arcivescovo prese la parola e comincio:

– Clero e popolo, autorità laiche e religiose, l’uomo che vedete rinchiuso in quella bara non solo fu grande, ma fu grandissimo. Spese la sua vita per il sapere, non si esaltò più di tanto per le medaglie e gli onori conferitigli. Nei momenti del conferimento, ai vicini sussurrava:

-Qui mi fanno perdere tempo prezioso, ho da completare gli scavi e il vocabolario; ho da rispondere ai miei amici studiosi. Questi onori non potevano essere madati per posta?-

S’imbarcò per la Penisola uno straordinario numero di volte e altrettante ritornò nella sua isola.

Varie volte corse il rischio di naufragare dal momento che comunque doveva imbarcarsi pur di giungere a destinazione. S’imbarcò per il Continente da tutti i porti dell’Isola, sicuri o insicuri che fossero. Iddio lo aveva  davvero protetto dalle perfide insidie del mare.

Il Signore gli aveva dato dieci talenti ed egli li ha fatti fruttificare con il suo aiuto cento volte tanto. La sua vita è stata spesa per il sapere, ma non ha mai dimenticato di celebrare la santa Messa, non ha mai cessato di confessare e ha sempre recitato il breviario, aiuto sostanziale di ogni buon chierico. Si è speso per ogni genere di studio e di didattica, da quella delle scuole elementari a quella universitaria. Ha dato fondamento alla Biblioteca Universitaria, al Museo Archeologico, alla Lingua Nazionale della Zerdenia, per soffermarci solo alle opere più note.

Giuanne Ispanu era pure lui un peccatore: era ossessionato di non raggiungere le mete che si era prefissate, a volte era sbrigativo con le persone per le troppe cose che aveva da fare. Non badava a perdere tempo soltanto quando doveva risolvere questioni della gente in affanno.

Mentre suffraghiamo la sua anima, chiediamo al Signore che lo accolga in Paradiso! Amen-

images-151Il rito nella cattedrale ebbe termine con il canto in paradisum deducant te angeli.

La processione si diresse al cimitero monumentale della città, mentre i partecipanti venuti da lontano, s’incamminarono verso le postazioni dei loro veicoli.

Numerosi i rappresentanti dell’Anglona e del Logudoro: barraghesi e miramontesi non erano stati assenti alle esequie, specie quella decina di allievi che l’illustre prelato aveva addestrato durante gli scavi e che si erano meritati i soprannomi di archeologos de Cabu de Susu. Tra costoro c’erano Luisi Pelina, Giosi Zatta, Pedru Fae di Barraghe; Andria Galanu, Antoni Pedde, Giuanne Malta e Giuanne Luisi Carra, il più giovane,  di Miramonti; Istevene Galia, Peppinu Peigottu di Zerfuga; Bainzu Corsu di Laoru. I vulvuesi, in litigio, per i soliti problemi non erano riusciti a mandare una rappresentanza anche se pure tra di loro c’era qualche archeologu sardu illustre.

I barraghesi viaggiarono con la carrozza di Luisi Pelina, pur cambiando i cavalli in quattro poste concordate; i miramontesi sulla carrozza di Andria Galanu, benestante e proprietario di più carrozze. Anch’essi avevano concordato il cambio dei cavalli alle varie poste. La stessa cosa avevano concordato zerfughesi e laoresi, un volta tanto concordi.

Il lungo viaggio portò sos archeologos de su Cabu de Susu a discutere del loro maestro, concorrendo ciascuno a richiamare episodi e aneddoti degli scavi. Non sempre erano d’accordo sul giudizio complessivo dell’uomo Giuanne Ispanu, ma erano concordi sull’archeologo: scrupoloso, onesto e competente. I più esperti fra di loro come Luisi Pelina di Barraghe, Andria Galanu di Miramonti, Istevene Calia di Zerfuga badavano ad essere attenti al territorio e ad andarci con prudenza nelle varie congetture sul passato, Giuanne Malta  e Giuanne Luisi Carra che erano riusciti a strappare meritatamente da Giuanne Ispanu un titolo onorario di sovrintendente del loro territorio parlavano più sbracatamente quasi a soverchiare gli altri che ai fatti risultavano non meno competenti e laboriosi.

images-161I miramontesi, dotati di cavalli di buona razza, riuscirono a raggiungere prima degli altri le locande di Ogristani e le relative poste per il cambio-cavalli, cosi in dieci giorni riuscirono a raggiungere i loro paesi in Anglona, gli altri seguirono con qualche giorno in più.

Accolti in paese a s’istradone raccontarono del funerale in pompa magna e delle personalità presenti a Càlleri. I notabili li invitarono a cena e si fecero dire per filo e per segno in che modo quella montagna d’intelligenza fosse stato accompagnato e sepolto nella capitale della Zerdenia.

images-171Matteu Brancone e Giosi Balchi furono tra i più curiosi, mentre gli altri notabili che avevano brigato con Giuanne Ispanu non organizzarono cene, ma cercarono di succhiare notizie fingendo scarso interesse. Sas domos de Janas e sos nuraghes non sarebbero stati in pace come i vecchi villaggi medievali perché si annunciava l’arrivo di un certo Tarraméllo, a quanto pare bravissimo archeologo medievale, continentale e pure amico del defunto. In attesa tutti avrebbero continuato a lavorare, a tempo debito, nei vari siti del territorio. Anche fra costoro vi erano invidie e sconfinamenti di territorio: un sito scoperto dall’uno diventava un dolore lancinante per l’altro tanto la brama delle antichità li consumava. Vi era in essi una certa libidine maniacale al punto che qualcuno in certi momenti aveva avuto il desiderio di far fuori qualche altro, sparando dietro un muretto a secco. Per fortuna erano buoni cristiani e i confessori assolvendoli dai cattivi pensieri avuti, ripetevano loro di frenare gli appetiti delle scoperte che di certo, in punto di morte, non potevano portare all’aldilà.

Cercando e ricercando erano passati dieci anni dalla morte di Giuanne Ispanu e si era giunti al maggio del 1888, allorché a Miramonti, grazie al lascito di donna Fulgenzia Pidde, era stata consacrata la nuova chiesa parrocchiale dedicata alla Santa Croce e a San Matteo, visto che la vecchia chiesa sul monte, tra fulmini e incuria, negli ultimi tre anni era andata deteriorandosi.

– Una cosa è officiare lassù e metterci l’anima per salire, un’altra cosa è officiare al centro del paese. Credo sia stata una scelta intelligente abbattere l’oratorio di Santa Croce e costruire questa ariosa parrocchia nel cuore del paese, giusto nella piazza che porta a s’istradone dove transitano forestieri, mezzi e animali da trasporto per tutte le destinazioni.-

Così sosteneva il vicario contro quell’anarchico frammassone di tiu Nanneddu, che pur mangiapreti e contro la chiesa, amava di tanto in tanto attaccare il clero su episodi di cui avrebbe fatto bene a non interessarsi, visto che pare avesse venduto l’anima al diavolo, secondo le beghine. Anima mia libera!

Miramonti, lo si è già detto nella triste storia di quell’assassino che si era travestito come una vulvuese dalla gonna capitina, compiendo ben tre delitti, stazionava come un gregge nella zona sud di quel colle di quasi 470 metri sul livello del mare dove a metà del Trecento i Doria di Genova avevano costruito un castello, finendo per mangiarsi tutte le ville medievali che erano disseminate intorno. Avevano battezzato la fortezza Miramont, in omaggio ai loro compari catalani, che s’erano imbarcati per la Zizilia, a dare una mano al re che aveva concesso loro dei buoni feudi in terra iberica.

Abituati fin d’allora a rifornirsi abusivamente a valle di pecore e capre, ma non guardavano in faccia nemmeno ai bovini, s’erano presi il soprannome di ladroni da parte dei paesi dirimpettai di Murtis, Vulvu, Laoru e Zérfuga.

L’ubicazione del loro borgo, costruito quando il castello era andato in disuso, aveva generato la loro professionalità appena mitigata dalle capacità di reazione dei centri a valle. Ruba oggi e ruba domani fatto sta che il loro territorio si era esteso per oltre cento chilometri quadrati, divenendo il più esteso territorio comunale dell’antica curatoria dell’Anglona, donata dai re di Spagna alla famiglia dei principi d’Olivas. Più tardi, passata la Zerdenia ai principi di Pedemonte, e chiuso con i feudi, la Commissione aveva rifornito gli abitanti, partendo dai più poveri, di un pezzo di terreno per il pane, ma la parte più grassa, a detta di coloro che la storia la scrivono contro i ricchi, questi ultimi s’erano già presa la parte più vasta e migliore del territorio.

Poi le cose si erano ulteriormente imbrogliate e usurai e notai avevano scombinato tutte le buone intenzioni del re che, pensando di diventare il re di Vitalia, poco si era curato dei ladri fra i ladri e, sempre secondo quello che raccontavano nel botteghino del vulvuese in Piatta:

– Il pesce grande, mangia il pesce piccolo!-

Molti erano rimasti senza la terra per il pane e dovevano andare a lavorare a giornata, quando c’era il lavoro e se no, a cercare fortuna oltre l’Oceano, che doveva essere un lago cento volte la conca di Puttugonzu, a detta di tiu Cicciu Trau. Purtroppo pochi credevano alle battute di questo calzolaio burlone che odiava i ricchi come il peccato, ma che svuotava le botti entro dicembre di ogni anno, ad appena 30 giorni dalla degustazione.

 

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