8 Settembre 2009 - Categoria: storia

L’orto botanico cagliaritano di Paolo Amat di San Filippo

images-3Dopo l’istituzione della Cattedra di Chirurgia nell’Università di Cagliari, fu chiamato a ricoprirla il Chirurgo piemontese Michele Plazza, di Villafranca . Il Plazza svolse fin dal suo arrivo una zelante attività per migliorare la preparazione dei chirurghi e le condizioni degli ospedali sardi, ma nel frattempo curò anche la raccolta di campioni delle ” Produzioni naturali” dell’Isola. Questa sua attività è documentata da un Dispaccio del vicerè don Francesco Tana conte di Santena del 15 Dicembre 1760 , indirizzato al conte Giovanbattista Bogino di Migliandolo, ministro per gli Affari di Sardegna, nel quale fra l’altro è detto: “…Sendosi comunicata al V. professore di Cirurgia Plassa li graziosi di Lei sentimenti a di lui riguardo, n’è rimasto confusoe colmo di ben rispettosa riconoscenza, Egli sta lavorando compatibilmente colle altre sue incombenze alla descrizione delle produzioni d’istoria naturale delle quali il V. Castelli gliene ha procurate 14 casse, e quanto all’amministrazione dell’ospedale di San Giovanni di Dio ho tenuto inteso il V. Intendente Generale di far separare le detagliate memorie, che ne ha prese per essere consegnate al comm. Graneri cui appoggerò essa ispezione”.

L’intendente Generale menzionato era l’avvocato Antonio Bongino, e il Castelli citato, era il lucchese Domenico Castelli, capitano del Porto d’Alghero, capostipite dei nobili Castelli sardi.

images-4Il Professor Plazza aveva tentato la coltivazione dell’indaco, del caffè, del the, facendo arrivare i semi dell’indaco dalla Spagna, e le piante di caffè e di the dal “Jardin du Roy” di Parigi. A questo proposito, il 21 dicembre, il vicerè scrisse al Bogino : “…Viene il mentovato Sig. professore di Cirurgia plassa di soggiungermi quanto all’indico, ed altre produzioni naturali, che sarà necessario comprare un campo per fare un orto botanico, e parendomi opportuno il pensiero ne la tengo intesa nel prevenirla, che la spesa non dovrebbe essere considerevole…”.

E il 21 Marzo 1761 . “..lo stesso Professore (Plazza) ha cominciato a seminare poche grane del seme di Indigo, e si è trovato un campo di due giornate circa esposto a mezzodì tra la porta Villanova e quella del Gesù di terreno grasso col pozzo da servire all’Orto Botanico. Il padrone lo cede allo stesso prezzo, che gli è costato di 270 scuti circa, e si crede di poterlo far cingere di muro coll’opere de’ forzati, ed altrettanta spesa, la qual non è sembrata di entità relativamente allo oggetto, cui è destinata, e poiché il contratto è da buon Padre di famiglia attesa la vicinanza di esso fondo, alla città, e il reddito, che ne perceve il proprietario, quindi vo a lasciare l’ordine perchè se ne faccia l’acquisto a seconda delle Regie intenzioni che me ne ha fatte pervenire.”.

images-5E l’8 Giugno 1761 : “…Gli sperimenti del seme di Indico quantunque fatti in diversi tempi, e Terreni non hanno riuscito, ciocchè mette in qualche sospetto, che per avventura non siasi inabilitato a pullulare prima di darlo, non pertanto se ne faranno altre prove, ed in ogni evento si tenteranno li mezzi per averne, se sarà possibile di quello, che sia legitimo giacchè questo clima si c4rede proprio per essa produzione. Si sta lavorando col mezzo de’ forzati all’allineamento dell’orto botanico, di cui mi riservo inviarle il disegno; intanto mi giova dirle sul proposito che dopo li successivi benefici Regi provvedimenti emanati in breve giro di tempo, li quali questo regno riconoscerà perpetuamente dalla Munificenza di S.M., sarebbe desiderabile, che vi fosse in questa capitale un qualche Monumento di quelli, che cadono sotto li sensi, il quale ne segnasse vieppiù la Gloriosa Memoria, ed il divisato orto botanico potrebbe appunto servire ad un tal fine, se si facesse con quella decenza, che si conviene al Ven.mo R.o nome nella circostanza, che si trova ben esposto in veduta del Porto, e che esso stabilimento sarà ad avere una maggior cognizione de’ semplici, ed impareranno a trovare sotto questo cielo que’ generi, che ora fanno venire dagli esteri con loro dispendio, ai quali saranno un tempo in istato di fornirne. mi è paruto doverle fare questo cenno a vista altresì della naturale pubblica aspettastiva di vedere qualche cosa di grandioso, locché per altra parte si procurarebbe far eseguire con le regole di buona Economia, aggiunga il principale motivo del sommo mio interessamento in tutto ciò, che riflette alla gloria della M.S…”.

E lo stesso giorno . “…sul proposito aggiungerò all’E.V.che il Sig. Agostino Grondona ha trovato nella villa di Uta dei terreni molto propri per essi semineri (de’ Tabacchi), ed ha cominciato a farne piantare nella stesa di uno starello per modo di sperimento coll’idea di proseguire a suo tempo l’intrapresa piantazione…”.

images-6E il 24 Luglio : “…ho la ßoddisfazione di parteciparle, che nella diverse esperienze fatte del seme d’Indico si ßono finalmente vedute pullulare due piante, le quali si stanno osservando dal Professore Plazza nel loro progresso, ma siccome queste non sarebbero bastevoli per la prova della macerazione, così conviene seminare a suo tempo le rimanenti nell’orto botanico per tentare d’averne una maggior quantità, onde si possa devenire all’intiero sperimento, di cui appresso sarà ragguagliata. Intanto per ciò concerne l’orto sovraccennato differisco a trasmetterle il dissegno, il quale tutt’ora si sta formando nella maniera più addattata agli oggetti, e si lavora continuamente coll’opera de’ forzatiai trasporti di terra, che non tarderanno a compirsi, e poscia s’intraprenderà il muro di cinta, onde nel mese vegnente di settembre si possano cominciare gli sperimenti. la idea si manifesta nell’assetto grandioso, come conviene ad un’opera Reale, ed il Pubblico crede che la spesa sia egregia /ciocchè non lascia di fare il buon effetto, che l’E.V. vede/ ma non è così, anzi sarà moderata a vista dell’Economia, che vi operava in tutto si nei materiali, li quali si trovano in parte sopra luogo nell’escavazione, che nella sabia, ed acqua già rinvenuta a portata. In oltre ho fatto scegliere dalle galere 10 Muratori, che uniti ad altridue di questi forzati sarannopropri per la costruzione del divisato muro, con che viene a rendersi insensibile la detta spesa come appunto Ella me ne prevenne.Quella della casa sarà pure ben moderata, la quale non solamente servirà all’uopo della botanica, ma ancora alle adunanze dell’Accademia dell’Agricoltura, che si pensa di stabilire, seS.M. si mdegna approvarne il pensiero, e V.E. appoggiarnelo a vista delle utilissime conseguenze, delle quali è fecondo. In questa vi potrebbe essere il sig. Marchese d’Albis, il di lui genero Sig. Marchese di San Filippo, il Conte di Bonorva, il Censore sig. don Pietro Ripol, il sig. vice Conte di Fluminimaggiore, ed altresì de’ Prebendati, tutti buoni Padri di Famiglia inclinati ad internarsi nelle produzioni della terra, ed a coltivarne la feracità si aggiungeranno altri, e poiché il sito non tralascia d’essere di una considerevole ampiezza, vi si potranno fare delle sperienze, le quali non possano non essere vantaggiose; si lascierà luogo ai lodevoli curiosi di essere spettatori, e di questo e dell’altro Capo, acciò le buone cognizioni sieno portate dovunque, e si potrà dare una notizia dei libri, che trattino della materia, e sieno propri per essere introdotti nel Regno. Questa perspicace nazione condotta coi veri principj, e convinta dagli sperimenti, farà dei progressi non inferiori a quelli dell’altre più colte, che si trovano in circostanze meno favorevoli dal canto della fecondità de’ terreni. quindi l’E.V. comprende dove ho sempre indirizzate principalmente le mie mire, mosso altresì dal tetro ritratto della fame, che in passato con indecibile mia sensibilità dovetti avere davanti agli occhj in un Regno naturalmente abbondante, non sieno che dell’idea, in cui vieppiù mi confermo che portando l’Annona a quel segno, di cui è suscettibile il Paese prenderanno radice li benefici provvedimenti di S.M. a vantaggio di questi fortunatissimi popoli. Dalla qui giunta copia d’articolo di lettera del Sig. Cavaliere guibert Governatore di mSassari scorgerà come siasi colà cominciato allevare dei bigatti in maggiore quantità di quello si facesse in passato assegno che in quest’anno abbiano prodotto cinque cantara di cocchetti, ma che per difetto di Persone pratiche a filarli sieno stati costretti venderli al vile prezzo di soldi cinque di questa moneta per caduna libra, e così pure rileverà, che desidererebbe si mandassero dal Piemonte delle donne ad un tal fine. gli ho risposto che prima di dare esso passo era necessario saperne il numero a un dipresso, e come si sarebbono potuto mantenere nel rimanente dell’anno, passata la filatura, che si prevedeva non potess’essee longa,mi ha replicato, che mi avrebbe recati essi riscontri li quali sto attendendo. Desidererei però, che l’E.V. si compiacesse illuminarmi anche in questa parte se se ne debba coltivare la idea la quale già da molto tempo si pratica in alcune Ville del Regno, e specialmente in Dorgali, ed Orosei, senzacché abbia prosperato. Non entrerò a parlare se esso stabilimento sia conciliabile colle convenienze degli Stati di Terraferma di S.M., dirò bensì relativamente alla Sardegna, che per avventura potrebb’essere più vantaggioso di tirare un miglior partito del prodigioso numero di piante di olivi, e rettificare la maniera di fare l’oglio, come da qualche accurato padre di famiglia si è principiato a praticare con felicità. Del resto dov’Ella fosse curiosa di sapere come si mette in opera la seta nell’accennate Ville, le trasmetto un fazzoletto di quelli fabbricati nella prima su dei telai formati da que’ Terrazzani alla meglio, e di loro invenzione, una delle qualità che hanno essi fazzoletti si è d’essere di molta durata.

Nelle dette escavazioni dell’Orto Botanico sendosi trovate delle piccole monete, le ne trasmetto un gruppo, si crede che le une, le quali hanno l’aquila sieno de’ Pisani, e l’altre de’ genovesi, ciocch non posso osservare. Si sono parimente scoperti dei sepolcri fatti rozzamente….”.

images-7E il 10 Agosto : “All’anzidetto v. Conte di Monteleone si consegna pure il disegno dell’Orto Botanico, la di cui spesa non può essere di considerazione a vista che i trasporti della terra ormai terminati si sono eseguiti coll’opere de’ Forzati, buona parte de’ Materiali si trovano nell’escavazioni, e così l’acqua, e la sabbia come già ebbi l’onore accennarle. Ora si sta profittando dell’opera de’ remiganti delle Regie Galere, rincrescendomi, che il v. cav.di Blonay mi abbia fatta istanza per la restituzione de’ Maestri Muratori li quali dice dover essere impiegati a Villafranca.”.

e il 20 Agosto : “Dal Sig. comandante di essa squadra si sono lasciati a terra sei Maestri Muratori dei dieci, che si erano destinati alla Fabbrica del Muro di cinta dell’Orto Botanico…”.

E il 18 Settembre : “…A seconda della prevenzione in cui mi ha posto riguardo all’Orto Botanico, e formazione del muro di cinta, che va ad intraprendersi, si procede colla maggior economia, ed insensibile spesa…”.

images-8E il 19 Ottobre “…L’Autore del disegno dell’Orto Botanico, cui ho comunicato l’articolo del di Lei foglio de’ 4 Settembre a spiegazione co’ numeri delle varie parti diferentemente delineate, ha recato la qui giunta Memoria, ed ho rimesso le avvertenze del Sig. D.re Allione al Sig. professore di Cirurgia Plazza che saprà farne uso per rendere più utile esso stabilimento. In proposito dell’accennato Professore ho il piacere di dirle, che nella di Lui scuola si vanno aumentando gli studenti a segno, che si sono dovuti aggiungere de’ Banchi, ed oltrepassano il numero di 30, tutti diligente coltivati. Fra essi ven’è uno mantenuto dal zelante Monsignor Pilo, la cui Diocesi è molto mal fornita in esso genere di Periti…”.

Il Dottore Allione menzionato era il professore di Botanica dell’Ateneo torinese abate Carlo Allioni, autore della monumentale “Flora Pedemontana”.

images-8E ancora, lo stesso giorno : “…Il lavoro dell’Orto Botanico a cagione della molta Economia, che si fa osservare, si continua con qualche lentezza, non essendo per ancoterminato il muro di cinta, a cui si sta travagliando, senzacché quindi si tralasci di porre in stato li quadri lunghi, onde verso la metà dell’entrante mese si comincino li piantamenti, quello della alea, alla diritta entrando, è di già compito. Tralascio di trasmetterle il disegno della Porta per essere riuscito troppo dispendioso, cioè di 5/mm di Piemonte circa di spesa, che fa ridurre ad un ordine più semplice, ed insieme decente, e consisterà in un cordone, ossia cornice fiancheggiata da due lezene con un quadrato per la breve iscrizione col venerando nome di S.M. e sopra di essa l’arma reale sostenuta dai supporti postati sudi alta cornice su entrambi i due lati. Le linee dei contorni sono raddrizzate, e rettificate in maniera che il pubblico se ne compiace, e possono servire di modelloagli altri regnicoli. sono rimasto ben soddisfatto della maniera, con cui li Regolari, Cause Pie, e Proprietari de’ fondi vi hanno contribuito, cedendo volentieri il terreno necessario ad esso restauramento con la compensa, che loro n’è potuto risultare di altra terra, ed ora si stanno perfezionando con qualche spesa dalla città, e di queste ne trasmetterò la pianta antica, e moderna dappoiché saranno terminate…”.

E il 23 febbraio 1762 : “Venendo all’orto botanico la porta in prima disegnata si è ridotta ad un ordine più semplice come osserverà dall’unito disegno del v. Cap.no Ing.e cav. Bimages-9elgrano, ed in vece della pietra forte si era determinato surrogarvene d’altra qualità detta “Tramezzaria” la quale resiste ai venti, è poscia riuscito di darla ad impresa per Scuti 100 prescindendo dall’arma Regi, ed a vista di si tenue spesa, quando mi pervenne il di lei foglio, già si era posto mano all’opra, per modoché si trovava formato il zoccolo, e le lezene laterali dell’altezza di due piedi, ho fatto sospendere il lavoro in attenzione del diswgno, che mi fa sperare del v. Architetto Borra, e di quelle determinazioni che mi farà pervenire. Quello che ho costì trasmesso del divinato orto botanico non essendo stato accompagnato da veruna esposizione, come V.E. mi ha accennato, epperò ad ogni buon fine ho l’onore di dirle, che questa si trova declinare 22 gradi da mezzodì a Levante in luogo elevato, ed in prospetto all’entrata del porto dalla parte di S. Elia, epperciò mi sembravano ben collocate le Armi di S.M., le quali non eccederebbero la spesa di 40 in 60 Scuti. Parmi dovernela prevenire, che all’ingresso in questo Golfo si presentavano de’ pantani lungo la spiaggia, ed in vicinanza degli orti, e campi attigui, e l’aspetto di Cagliari dal mare riesciva meno vantaggioso. Essi terreni erano paludosi a segno, che escavando la terra luogo a luogo alla profondità di un palmo vi sorgeva l’acqua dal mare, permodoché in quest’anno, in cui le pioggie sono state straordinariamente copiose, ed il mare burrascoso, si andavano a formare uno stagno con grave pregiudizio della salubrità dell’aria alle porte della Citt, nè sarebbero più state transitabili le strade, che vanno al Santuario della V. di Bonaria, e delle Saline se non se con troppo gravi spese. A ciò si è riparato in tempo con li trasporti considerevoli di Terra, onde viene tolto il temuto pericolo, e ad un tempo si è formata un’ampia strada coi fossi laterali il piantamento di alberi, ed il colo delle acque, ed in tal guisa si sono raddrizzate le altre de’ contorni, abbattute le folte siepi, in mezzo alle quali si sono commessi fino degli omicidi, in qualche governo, cosicché il colpo d’occhio riesce parimente vago alla vista, altresì dal Porto, e l’anzidetto Orto botanico forma parimenti un esteriore ornamento, che mi è parso suscettibile delle Armi Reali. La Fabbrica poi delineata nel disegno compirebbe l’opra, e fra le altre utilità ne risulterebbe quella dell’adunanza de’ Sig. associati dell’Accademia privata di Agricoltura, che sarebbero a portata di vedere li sperimenti, e nel giardino della stessa Botanica, e ne’ terreni vicini, ne’ quali all’opportunità si possano fare delle prove col consenso, e senza pregiudizio de’ Padroni de’ fondi, quale adunanza in luogo 3° servirebbe al disimpegno della delicatezza, onde gli uni non vogliono recarsi a casa degli altri. Del resto il mentovato Orto a me pare possa portarsi al segno d’essere utilmente qui in relazione coi celebri . naturalità di codesta capitale e delle altre colte Nazioni…”.

Il 19 Giugno 1762, il nuovo Vicerè, cavaliere Giovanni Battista Pellegrino Alfieri di Cortemiglia scriveva al ministro Bogino : “Starò in attenzione semprechè si tratterà d’opere urgenti al pubblico giudicio specialmente in materia d’Architettura Civile, acciò no si devenga alla esecuzione de’ disegni senza la previa approvazione, e si farà mettere in opera quello addattamente formato di buon gusto dal celebre Sig. Architetto Borra della Porta di questo Orto botanico, colle segnate direzioni, prescindendo dallo altro, di cui è parlato nel foglio H, con i rilievi fttivi. Tostochè il Sig. capitano Ingegnere Belgrano, incaricato di formare il calcolo della spesa necessaria alla costruzione della fabbrica delineata nel primo piano, vi avrà compito, le lo farò pervenire accompagnato da un certo specifico di quella sin qui fatto attorno al medesimo Orto…”.

images-10E il 26 Giugno successivo : “…In attenzione del calcolo della spesa necessaria alla costruzione della fabbrica delineata nel primo piano dell’Orto botanico, che mi riserbo farle pervenire, comincio a trasmetterle il conto specifico di quella sin qui fatta attorno il medesimo daccui si compiacerà rilevare, che se si fossero date ad Impresa le opere fin’ora eseguite, avrebbero importato L. 9454, dovecchè ad economia la spesa ascende a L. 2084 di questa moneta, risultandone il risparmio di L. 7369.16.6…”.

E il 12 Luglio : “ …Qui unito troverà il calcolo, che viene di rimettere il Sig. Capitano Ingegnere Belgrano della spesa della fabbrica dell’Orto Botanico,la quale dandola ad impresa ascenderebbe a L. 6200, e ad Economia a L. 2200; non considerati li boscami necessarj pei solari, incatenamento, e coperto, che si prenderebbero dai Regi Magazzini…”

E il 24 Agosto : “…Col medesimo l’Intendente Capo (Cassiano Vacca) si concederà il tempo di far porre mano alla Fabbrica dell’Orto Botanico, onde si compisca l’opera, che non può non essere vantaggiosa…”

A seguito della improvvisa morte, il 1 Aprile 1763, del vicerè Alfieri di Cortemiglia, lo sostituì, in attesa della nomina del nuovo Vicere, il cavaliere don Carlo Giuseppe Solaro di Govone. Il nuovo Vicerè, don Francesco Luigi Costa della Trinità, balì dell’Ordine di Malta, nominato con Patenti del 30 Luglio, giunse a Cagliari il 5 Settembre.

images-11Il 30 Settembre il Vicerè Costa della Trinità scriveva al Bogino : “…e rispetto all’Orto Botanico mi conformerò alle Regie Intenzioni nel riservarmi trasmetterle una breve Relazione dello Stato in cui si trova che sta distendendo il Sig. Professore di Cirurgia Plazza. la scuola di essa facoltà continua a fare felicemente dei progressi, onde non può il Pubblico non rimanerne convinto all’evidenza de’ vantaggi, che ne risultano dall’anticipato utilissimo provvedimento, di cui procurerò viepiù promuovere l’avanzamento…”.

Il Bogino, considerato l’enorme esborso finanziario che fino a quel tempo era stato profuso dall’Intendenza Generale, per la realizzazione dell’opera faraonica quale sembrava dovesse infine risultare l‘Orto Botanico, così scriveva il 20 Giugno 1764 al Vicerè : “ …L’Orto Botanico è opera intrapresa, e stabilita avanti il governo di V.E. la quale non deve farsene carico di modo alcuno. Si contenti però, che la ponga in avvertenza di non lasciarsi dire, che intanto non si è trasmesso il conto, che Le avevo dimandato, perché sapevasi che il Sig. Intendente Capo era attorno a farlo ricavare, come si esprime nel di Lei dispaccio, non essendo ciò assolutamente vero, poiché io scrissi a V.E. di mandarmi detto conto fin dai 30 agosto passato, e non m’indirizzai al nominato Sig. Intendente, se non ai 25 d’Aprile scaduto, quando vidi, dopo si lungo tempo, che non m’era avvenuto di riceverlo per il di Lei canale. Ora lo stesso Sig. Intendente viene appunto di rimettermene una nota in dettaglio, di cui mi unisce il ristretto a V.E., con dirle quanto sia stata la mia sorpresa, colla quale si è dovuto vedere qui la somma grandiosa, a cui ascendono dette spese, quando, allorché trattasi d’assumere l’impegno, si fece comparire si modico il costo, come l’E.V. potrà riconoscere dai Dispacci, di cui per maggiore sua facilità unisco in foglio a parte la data col ristretto di ciò, che portano su questo riguardo. E’ vero, che la manutenzione de’ forzati, come la paga del Misuratore ed Algozino sarebbe egualmente occorsa, prescindendo anche da’ lavori seguiti attorno detto Orto, ma si sarebbono almeno potuti impiegare gli uni, e gli altri in opere di vantaggio all’azienda, ed al pubblico, mentre si sa, che nè anche gli agrumi, e Piante comuni possono sussistere nell’Orto Botanico, non che le altre Piante, ed erbe singolari, come V.E. sopra luogo è in caso di saperlo meglio di me, potendo ora sentire anche il Sig: D.re Paglietti, che ho incaricato di trasmettermene una relazione distinta . Ciò, che riesce più sensibile, si è, che il contante impiegato inutilmente in quest’oggetto, si sarebbe potuto spendere con tanto vantaggio in varj altri di certa utilità alla Cassa, ed al Regno, che per difetto appunto di pecunia sono finadora rimasti senza esecuzione, e fra gli altri la fabbrica della polvere, ed i Magazzini, e pendaggi pe i Tabarchini. Si contenterà pertanto V.E. d’informarsi chi siano stati i Consultori, e promotori di dett’opera, che qui però non s’ignorano, e chi ha date le informative, per fargli sentire se questo è il modo di servire il Re, e di sorprendere la sua approvazione, con dare alle cose un si diverso aspetto, e lasciar ignorare il vero. Riflettendo intanto a tutti i casi possibili, ove mai si fossero continuati i lavori intorno detto Orto, non ostante l’incarico portato dalla suddetta mia de’ 31 Agosto di sospendere il proseguimento, V.E. darà ordine per farli cessare dal momento. Dal complesso di tutto ciò verrà anche a rilevare l’E.V. quanto facilmente s’insinuano costì gl’impegni di opere all’apparenza di utilità, e con poco accertamento delle spese, che nell’esecuzione vanno poscia crescendo a dismisura, E non dubito, che piglierà norma da questa medesima sperienza, in cui Le replico non aver Ella avuto parte alcuna, per ben maturare ogni cosa prima di prestarsi a proporre, od intraprendere degli assunti…”

E aggiungeva un:

Ristretto delle spese fatte in Sardegna attorno l’Orto Botanico

Moneta sarda Moneta di Piemonte

Acquisto del Campo

Provvista materiali

Paghe dei lavoranti 7288.17 11662.3.2

Rinfresco a’forzati

Gratificaz. e valore degli utigli, ed effetti

estratti dai Regi Magazzini (non compresi gli utigli) ed effetti tuttavia esistenti e che possono restituirsi, sebbene deteriorati dall’uso.

Manutenzione de’ Forzati 7588.16 12142.1.7

paga dell’Algozzino 510 816

Paga delMisuratore che ha assistito a detti lavori 1173.6.8 1893.6.8

Totale 16560.10.8 26513.11.5

Ricavo d’Articoli di Dispacci relativi all’orto Botanico di Cagliari

Dispacci del Vicerè Dispacci di Segreteria

21/12/1760 Essendo parso opportuno 31/1/1761 Qualora la spesa non rilevi

al Vicerè il pensiero delProfessore un oggetto di entità, a vista della

di Chirurgia Plazza, di comperare situazione, in cui allora era la Cassa;

un campo, onde formarne un Orto S.M. approva che si devenga alla

Botanico per varie produzioni Compera divisata. naturali; ne informa, prevenendo che la spesa non avrebbe dovuto essere considerevole.

21/371761 S’andava ad ordinar 25/4/1761 Non rimane che replicare la compera del campo per l’Orto sulla detta Compera, senonché è Botanico al prezzo di 270 circa e approvata da S.M., in un col pensiero si pensava di poterlo far cingere d’impiegare i forzati alla costruzione di muro con altrettanta spesa del muro di cinta per rendere meno impiegandovi però i forzati. sensibile la spesa. 270, 540.

8/6/1761 Si progetta, colla 2/7/1761 Si comprende l’oggetto di congiuntura dell’Orto Botanico, tale eccitamento: ma il pensiero d’erigere qualche monumento cade in tempi infelici; oltreché per segnare il governo di S.M. sonovi altre opere, da cui conviene cominciare. Quando però la spesa fosse modica, non si lascierebbe di dare la mano.

27/771761 L’idea si manifesta 21/8/1761 Si rinnova l’avvertenza nell’aspetto grandioso, che si di rendere modica la spesa conviene, ed il Pubblico crede che la spesa sia egregia, ma non è così, anzi sarà modesta, a vista dell’Economia, che si osserva in tutto, e che i materiali si trovano in parte nell’escavazione, e si è già rinvenuta a portata la sabbia ed acqua.

images-1210/8/1761 La spesa non può essere 4/11/1761 Non si crede di dover di consideraz.ne stante l’opera de’ rinnovare l’avvertenza dalla possibile forzati, ed i motivi addotti nella riserva ed economia, essendosi precedente     persuaso, che nulla s’ometterà di ciò, che possa render la spesa insensibile.

18/9/1761 A seconda della prevenzione 6/1/1762 Dalle premure fatte al Vicerè si procede colla maggior economia per la maggior economia in questo ed insensibile spesa. assunto, ha dovuto rilevare che non si sarebbe approvata l’indicata spesa. Si prende quindi occasione d’accennareche, ogniqualvolta occorrano nuove  costruzioni, dovranno prima trasmettersi i disegni per essere approvati. Intanto si previene, che se ne manderà uno prospettato dal Sig. Architetto Borra, semplice, e vago insieme, e di poca spesa; riservandosi l’arma R.le con qualche maggior ornamento per la porta dell’Università degli Studj. 23/271762 Ridotto ad un ordine 27/4/1762 Siccome, a vista del segno, più semplice il disegno della Porta, cui è solamente portato il lavoro della già si era posta mano all’opera, a Porta, si giudica potersi ricondurre vista della tenue spesa di Scudi facilmente sul disegno del Sig. Architetto 100, quando ricevutosi l’annunzio Borra; non avrà, che ad eseguirsi, del nuovo disegno promesso, si fece riservando le Armi R.li per la Porta sospendere la continuazione del lavoro. dell’Università. Rispetto poi alla costruzione della fabbrica delineata nel primo piano dell’Orto Botanico; prima di prendere nuovo impegno, si desidera il calcolo della spesa necessaria, accompagnato da un conto specifico di quella, che già si è fatta attornoil medesimo Orto.

19/6/1762 Si eseguiranno gli 11/7/1762 Si vedrà volentieri il conto  ordini ricevuti al proposito, accennato a fine di darvi esecuzione e si trasmetteranno i calcoli a tempo proprio. Il Sig. Conte Tana domandati. aveva già prevenuto della tenue spesa fattasi come meglio si rileva dal conto annotato.

26/6/1762 Si riserva tuttavia 5/8/1762 A vista della tenue spesa, non di inviar il conto della spesa per s’avrebbe difficoltà, che si la fabbrica delineata nel primo intraprendesse la fabbrica progettata. piano dell’Orto Botanico. Ed Ma siccome continuando a mancar intanto si comincia a mandar le estrazioni, sarà angustiata la R.a quello della spesa fatta fino Cassa. Così converrà farne parola allora intorno al med.mo, da coll’Intend.e Capo, per addattare i cui si rileva,che, se si fossero passi alle circostanze. date ad impresa le opere eseguite avrebbero importato L. Sarde9454 quando ad economia rilevano solamente 2084 onde risulta il risparmio di 7369.

24/8/1762 Si concerterà collo 31/8/1763 si crede, che non sarà Intendente Capo il tempo di por ancora stata eseguita essa opera; mano a detta fabbrica, che no n ed in ogno caso s’ordina di può non essere vantaggiosa. sospendere l’eseguimento; desiderandosi intanto di sapere cosa siasi già operato, e che si trasmetta un conto esatto di tutto lo speso attorno all’Orto suddetto.

30/9/1763 Si conformerà alle Regie Intenzioni, e si riserva di mandar una breve relazione dello Stato in cui l’Orto si trova.

Il 20 luglio 1764, il Vicerè al Bogino : “…Sul complesso di ciò, che mi scrive intorno all’Orto Botanico ne interpellai il Segretaro di Stato (Avvocato Giuseppe Antonio Maria Ponza di Casale) a dirmi com’era andata la cosa, ed egli confesò ingenuamente, che quando trattossi di una tal opera ha commendato a S.E. il Sig. conte Tana l’impresa, creduta tantoppiù opportuna, che quindi i Regnicoli avrebbero potuto imparare a conoscere i semplici, de’ quali abbonda il Regno, sebbene per difetto di perizia si facessero venire da fuori. la idea è paruta tale a secondare con efficacia le clementissime Regie Intenzioni, onde colla erezione della cattedra di Cirurgia, ha voluto prevedere alla salute e conservazione de’ Popoli, motivi questi, onde il prefato Sig. Conte Tana, animato dal conosciuto di lui zelo, ne ha promossa l’idea con impegno, e gliene spiaceva la lentezza della esecuzione, che dovesse essere tenue la spesa lo persuadeva la sorgente d’acqua sopra luogo, e l’arena pure trovatasi, non meno che la pietra, che si aveva senza costo dalla vicina carriera, trattone il trasporto, che per la maggior parte si fece da forzati, giunta l’opera di essi, e le attenzioni del Sig. Professore Plazza.

Del resto quanto all’Economica direzione disse di non avervi presa alcuna ingerenza, salvo quella dell’estensione dell’ordine de’ S.S.ri Vicerè da nedesimi firmato alla R.le Intendenza di andare somministrando, sulle richieste del Sig. Capitano Ingegnere, le partite e robe necessarie per portare l’opera a compimento. Soggiunse, ch’egli vedendo gli operaj come andassero adagio nel Lavoro, si spiegò replicatamente dol medesimo Sig. Conte Tana, che prevedeva non lo avrebbe visto terminato, non ostanti gli ordini da lui dati, affinchè si accelerasse. Premessi gli accennati vantaggi dell’acqua, pietra, ed arena, e de’ Forzati, è sembrato dovesse essere ben moderata la spesa. Si crede, che l’anzidetto Sig. Conte Tana si vorrà ben sovvenire degl’intoppi occorsi in sul principio, ed in progresso, che hanno rese inefficaci le di lui economiche mire. Nel mio particolare le dirò, che fino dalla prima volta, che mi recai a visitare il sito scelto non l’ho trovato proprio per un Orto Botanico, e che dissi al Sig. Intendente Capo di farne sospendere la Fabbrica progettata.

E il 15 Agosto 1764, il Bogino al Vicerè “ …I riscontri, che V.E. mi reca intorno all’impresa, e successivo avvanzamento dell’Orto Botanico, sono coerenti all’idea, che da buon tempo la M.S. se n’era formata, che il Professore Plazza, ed il Segr.o di Stato hanno invaghito il Sig. Conte Tana col pensiero di lasciare un monumento perenne del suo Consolato, senza prima accertarne il vantaggio, e la spesa; e, quello, che è più, con aver sorpresa su questi due punti la di lui Religione, e la medesima approvazione del Re con informative meno sincere, come Ella lo vedrà dai dispaccj, di cui le ho trasmesso il ricavo. Può credere, che sono più mesi, che me ne spiegai col suddetto Sig. Conte Tana. ma intanto le spese son fatte, e si vede gettata al vento la somma egregia consontasi, siccome sono riusciti inutili tutti i disturbi, e la lunga scritturazione, che ha portata una tal intrapresa. Mi accenna V.E., che fin dalla prima volta, che si recò a visitare il suddetto Orto, non trovò il sito proprio ad un tal fine, onde disse al Sig. Intendente Capo di sospendere la fabbrica progettata. Dai Mensuali però, che si trasmettono regolarmente alle R.e Finanze, ed all’Ufficio del Controllo Gen.le, si rilevano continuate le spese attorno lo stesso Orto anche dopo il di Lei arrivo in codesto Regno, e per ordine di V.E. medesima; come potrà far riconoscere dagli stessi Mensuali, che saranno registrati sia a codesto Ufficio di Controllo, come in quello dell’Intendenza; cosa, ch’io non posso altrimenti combinare, se non con dire, che sia anch’Ella stata sorpresa nell’ultima, o nell’altra parte. Ad ogni modo io ho dato ordine al Sig. Intendente di non far più corrispondere a tal titolo nè anche un soldo dalla Regia Cassa; onde V.E. potrà condursi sul medesimo principio. E’ vero, che sìè mandato qui un diegno di Fabbrica, e d’una Porta, che io ho fatto rettificare, con approvare indi, che si mettesse la mano, concertando poi coll’Intendente il tempo di dare eseguimento alla Fabbrica. Ma ciò fu sulle continue rappresentanze del vantaggio, e riuscita dell’opera, e della modicità della Spesa, come risulta dai Dispaccj, a’quali mi riporto. E se il fatto si rappresenta con circostanze, che non sussistano, le provvidenze non possono, se non essere corrispondenti. Da questo successo, in cui sìè profuso tanto inutilmente il denaro del Re, che poteva impiegarsi con si gran vantaggio in molti altri oggetti, l’E.V., ed io possiamo prender norma a non lasciare con facilità impegnare negli assunti, che s’insinuano costì assai leggermente, senza riflettere più che tanto all’accerto nè della spesa, nè del vantaggio…”.

E il 31 Agosto 1764, il Vicerè : “…Egli è vero, che fino dalla prima fiata, che mi recai a visitare l’Orto Botanico dissi al Sig. Intendente Capo di sospendere la Fabbrica della Casa progettata, quanto però alla cisterna, alla di cui volta già si era posto mano, ho creduto si..(?)”.

Il 12 settembre 1764,il Bogino scriveva al Vicerè : “…Vedrò volentieri le grane di chermes, e l’acqua di menta Piperina, che mi annuncia per farne esminare la qualità dell’una, e dell’altra. Ma se quest’ultima riesce più forte di quella d’Inghilterra, non sarà così facile di poterne trarre buon uso…”.

E successivamente : “…Sono ancor in tempo d’accusare a V.E. la ricevuta delle due bottiglie d’acqua di Menta detta peperina, e della piccola scatola di grana di Kermes, indirizzatemi per la scala di Nizza, unendo nel foglio N. 5 il risultato della disamina, che ne ho immediatamente fatta qui seguire, e quello, che si crede potersi operare al proposito dell’una e dell’altra; essendo due capi, che potrebbono anche farsi oggetto di qualche vantaggio al Regno per il commercio fuori di esso, oltre di provvedere all’interno uso: cosa, riuscendo, si dovrà alle incessanti attenzioni di V.E…”.

E il 19 Settembre il Bogino al Vicerè . “…Nel trasmettere qui acchiuso a V.E. il Duplicato d’una mia lettera indirizzatale per mezzo delle regie Fregate, che saranno prima d’ora partite da villafranca, stimo pure di spedirle in una scatoletta alcune foglie di menta peperita d’Inghilterra, che mi sono espressamente procurate da chi ne ha fatto venire da Londra qualche vaso, affinché possa costì riconoscersi, se quella che nasce nel regno, e con cui si è fatto il saggio d’acqua distillata trasmessomi, sia della stessa qualità, mentre allo stesso fine io aspetterò pure, che me ne spedisca le mostre accennate nella memoria annessa ad una delle mie precedenti. Mi è altresì riuscito d’avere la ricetta osservata in Inghilterra nella distillazione suddetta, e ne acchiudo copia, a tenore della quale, prescindendo da quanto si disse nella suddetta memoria, potrà farsi costì il nuovo sperimento, a cui sarà opportuno di fare aver l’occhio dal Professore di Botanica Sig. D.re De-Gioanni, affinchè segua a dovere. unisco pure la Memoria che si è ennunciata per la coltura, e raccolta delle grane di Kermes, le quali avendomi richiamata una relazione, che fece già il Sig. Professore di Cirurgia Plazza, di diverse produzioni naturali di codesto paese, fra di cui parlavasi altresì delle suddette grane, ho voluto ripigliarla, e rilevo, che al lume delle notizie di fatto costì prese la prima volta, che venne in cod.o Regno, tratta di diversi altri prodotti, i quali potrebbono utilmente coltivarsi, E sarà opportuno, che V.E. lo faccia unire coi S.S.ri professori Paglietti e De-Gioanni, per vedere, e combinare tra di essi ciò, che fia attuabile per promuovere siffatte coltivazioni, e procurare in tal parte dei vantaggi al Regno, nel che il Profess.e Plazza, il quale ben si sa, essere stato il primo motore dell’idea dell’Orto Botanico, ed essere poscia concorso insieme col Segr.o di Stato, ad invaghire, e condurre il Sig. conte di Tana nelle grandiose, ed altrettanto inutili spese fattes attorno a quest’opera, potrebbe in tal modo prestarvi colle sue attenzioni un qualche riparo dal canto suo, E con inviolabile distinto ossequio mi rinnovo… Troverà le foglie sudd.e di Menta inchiuse in un Esemplare di R.e Costituz.ni per L’Università…”.

E il 30 Settembre, il Vicerè : “…Colla prima opportunità si presenti per Nizza, o Genova avrò l’onore trasmetterle due libbre di foglia di menta piperina, ed anche del seme della medesima non meno, che dell’oglio di essenza fatto da me estrarre. Mi pervenne la memoeia, che V.E.m’inviò sul proposito, della quale ne fo uso utilmente, debbo però prevenirla, che qui le erbe hanno più forza, attività, ed aromatico…”.

E il 3 Dicembre. lo stesso : “…Promisi a E.V. coll’altra mia d’inviarle una Memoria del Sig. Professore di Botanica Degioanni su qualche produzione naturale , ma poichè sento, ch’Egli vi ha compito con inviarnela addirittura, mi restringo a darlene questo cenno. Le trasmetto bensì col ritorno del Vascello S. Carlo, e Fregata S. Vittorio due scatole, in una delle quali troverà le foglie di questa menta peperina col seme della medesima ed un vaso d’oglio essenziale, nell’altra la pianta dell’erba Maro pure con delle grane…”.

E, ancora, il 21 Dicembre . “…Penso, che a quest’ora saranno approdate a Villafranca le Regie Navi, con quale opportunità avrà ricevute le mostre di Menta Peperina, e l’acqua distillatane, insieme a quelle d’Erba Maro, come il Saggio di ferro della nota Miniera…(di Arzana e di Ilbono)”.

E il 15 febbraio 1765, sempre il Vicerè : … La supposta menta peperita, l’erba Maro, ed il rimanente contenuto nelle scatole innoltratele, furono visitate dal Sig. Professore De Gioanni, e mi rincresce, che V.E. abbia sentiti li meno piacevoli effetti nel di lei appartamento, che fu costretto far profumare. E poiché nella Memoria di codesto S.r Professore di Botanica si eccita la non dispregevole ricerca del Fungo di Malta, farò qui trarre a suo tempo il possibile partito di un tale prodotto…”.

Il Bogino , allarmato dalle spese fatte per la costruzione dell’Orto Botanico, in un momento non particolarmente felice per la finanze del Regno, a seguito di carestie e di riduzione delle esportazioni, dovette prendere la drastica decisione di fare sospendere i lavori. Dell’Orto Botanico non si parlò più. Alcune notizie d’archivio fanno cenno all’utilizzo, tempo dopo, di parte del terreno per la coltivazione di “ Semplici”, nell’ambito delle attività della Reale Società Agraria ed Economica, la cuifondazione era stata auspicata già dal Vicerè Conte Tana di Santena, pensando che il fabbricato dell’Orto avrebbe potuto ospitare le sessioni dll’Accademia che, come inizio pensava potesse operare come Società privata. E’ interessante sottolineare, che già nel 1761 si suggeriva d’adottare, nell’Isola, un carro con le ruote rotanti sull’asse fisso, perché il tradizionale carro sardo, che aveva le ruote solidali con l’albero che ruotava sotto il pianale del carro, soprattutto in curva presentava degli inconvenienti, ed inoltre aveva i cerchioni dentati. Si giunse, solo nel 1831 a imporre l’adozione del nuovo tipo di carro con un Editto Regio, Editto che, per l’ostilità dei sardi nei riguardi delle innovazioni che venivano da fuori, venne recepito addirittura nel 1835, dopo la costruzione della strada “Carlo Felice”, e in particolare perché tali carri, con le ruote dentate, creavano grossi danni al manto di quella importante via di comunicazione.

Nel 1783, al professor Michele Plazza, cattedratico di Chirurgia dal 1759, viene assegnato un “Trattenimento” di 300 lire di Piemonte . Nel Maggio del 1789, dopo 30 e più anni di servizio, il professor Plazza chiese ed ottenne d’essere giubilato dalla sua Cattedra, per cui gli vennero assegnate 1000 Lire di Piemonte, vita natural durante, pagabili “a quartieri maturati” . Il 25 dello stesso mese, gli venne concesso un ulteriore assegnamento annuo di 500 Lire di Piemonte . Subentrò al Plazza, nella cattedra di Chirurgia dell’Ateneo cagliaritano, Giuseppe Maria Galleani di Roburent, al quale vennero assegnate, in aggiunta alle 800 Lire di stipendio, altre 200 lire . Nel 1805, alla “Botanica”, passata all’Università, furono preposti due accademici con l’incarico di seguire le sperimentazioni e, a cura della Reale Società Agraria e Economica, istituita a rango d’Accademia, vi furono piantate, a livello sperimentale, alcune piante esotiche. La sua gestione, però fu assegnata ad una commissione in stretto contatto con la sezione Agricoltura della stessa Società. Quando non veniva effettuata la sperimentazione, nella “Botanica” venivano coltivate le erbe medicinali per conto della Facoltà di Medicina. Nel 1807 l’appezzamento della “Botanica” fu recintato e dotato di un custode .

Si pensò ad un nuovo Orto Botanico e ne caldeggiò la realizzazione, stendendone un progetto, il Professor Ignazio Cossu, cattedratico di Materia Medica.

Il 21 Marzo 1820, il vicerè Ignazio Thaon di Revel, conte di Pratolungo, così scriveva al conte Prospero Balbo : “…Ho veduto il progetto del Professore di Materia Medica Cossu (Ignazio) per l’acquisto del predio di Palabanda (il recinto dell’antico teatro sotto la dominazione dei Romani) per lo stabilimento dell’Orto Botanico, e riconosco al primo aspetto la difficoltà, che bisogna superare dalle nozioni, che ho cominciato a prenderne. il vantaggio della posizione, la conformazione del luogo fra gli scavi dell’antico edifizio, la comodità di riunirvi le acque piovane presentano l’apparenza di un successo, che invano potea sperarsi nel terreno anticamente destinato all’Orto Botanico, e con immense spese a ciò preparato, come rileva il Professore Cossu nella sua mem., al tempo stesso la difficoltà di indurre il possessore a disfarsene, l’estensione del territorio, che eccederebbe i bisogni di un orto botanico proporzionato al paese, la mancanza dei mezzi all’acquisto, ed allamanutenzione formano degli ostacoli che non potrebbero facilmente conciliarsi. Altronde la Società Agraria possiede l’antico orto botanico per cessione avutane di speciale ordine di S.M. per abilitarla a pagare il canone dell’altro che ha acquistato per le sue esperienze, e coll’incarico di ammettere in quest’ultimo il Professore e gli alunni di Botanica alle occorrenti lezioni, e vi ha già una competente collezione di piante, e di erbe, anche esotiche ch può fornire sufficiente occupazione, w forse il commodo delle intiere lezioni:nè mancano sul posto libri analoghi, e fabricato, che favorisca all’occorrenza un ricovero dalle pioggie, e dai venti.

Nullameno io promuoverò la discussione del progetto, o quell’altro che le circostanze possano conciliare per mezzo di Monsignore Arcivescovo Cancelliere dell’Università, e di quell’altro membro del Magistrato, il quale non crederei dover scegliere fra i primari, che distolti dalle gravi occupazioni delle loro cariche non possono discendere a queste minute particolarità, ed a questi aggiungerò il vice presidente della Società Agraria, che per l’accennato rapporto dee avervi tanto interesse…”.

Le bacchettate che il Bogino aveva dato ai vicerè Tana di Santena e Costa della Trinità, a proposito del precedente Orto Botanico, induceva anche il Thaon di Revel ad agire con i piedi di piombo, e con l’obiettivo di non ripetere l’errore d’aver speso ingenti fondi senza raggiungere gli obiettivi, per cui in un’altra lettera del 22 Aprile scriveva, sempre al conte Balbo . “…Segue la memoria del congresso che si è tenuto per discutere il progetto del professore Cossu per l’acquisto del predio di Palabanda ad uso dell’Orto Botanico, che il Magistrato sopra gli Studj ha ripigliato nella precedente, ed in vista delle difficoltà che si presentano non meno per l’acquisto, che per l’impegni contratti colla Società Agraria non potendo l’oggetto essere per ora maturo, stimerei intanto a proposito un eccitamento di V.E. alla Società istessa per mettere il suo orto sperimentale in grado di prestare sufficiente commodo alle lezioni di Botanica finchè si possa decisivamente risolvere sul nuovo piano…”.

E il successivo 2 Maggio : “…Avendo col dispaccio suddetto n.1, art. 12, inoltrato la memoria della giunta che ha discusso il progetto del Professore di Materia medica per l’acquisto di Palabanda ad uso di orto botanico, ed i riflessi, che ha ripigliato il Magistrato degli Studi sul medesimo assunto nel suo progetto dei mezzi di miglioramento dei redditi dell’Università, ho luogo a credere che V.E. riconoscerà molto più adattati alle circostanze i mezzi di conciliazione che divisanella destinazione dello stesso Professore in membro nato della reeale Società Agraria, affinché sia in grado di cooperare alla coltivazione delle parti botaniche nell’Ortosperimentale della medesima, o di tenere ivi le sue lezioni, siccome però non mi sembra possibile di ottenerlo per semplice via d’insinuazione allo stato deiriflessi rispettivamente eccitati, potrebbe forse con miglior successo essere l’oggetto delle decisioni da emanare sul proposito…”.

In pratica il vicerè pensava di utilizzare la vecchia “Botanica” utilizzata parzialmente dalla Reale società Agraria per esperimenti agrari, come orto botanico e luogo ove tenere le lezioni universitarie di Botanica, almeno fino a quando non si sarebbero potuti trovare i fondi necessari per l’acquisto e l’impianto del nuovo Orto Botanico. probabilmente, però, probabilmente aveva constatato delle contrarietà da parte di qualche membro della Reale Società Agraria, per ovviare alle quali propose al conte Balbo di nominare membro “nato “, ossia con pieni diritti, il professore di Materia Medica Cossu.

E il 3 Giugno successivo : “…Non tratterò davvantaggio V.E. sul progettato acquisto per l’orto botanico, giacchè sui riflessi che ebbi l’onore di inoltrarle approva il mio pensiero per attivare la tenuta dell’orto sperimentale della reale Società Agraria che assunse coll’antica Botanica il carico di coltivare il commodo delle lezioni colla coltivazione delle piante anche esotiche raccolte ad esercizio dell’Accademia…”.

Nel 1832 la Reale Società Agraria ed Economica fece venire, a sue spese, un certo Genovesi, maestro d’agricoltura, per insegnare agli orfanelli dell’Ospizio di Carità il sistema degli innesti che venivano eseguiti da un orfanello appunto nella “Botanica” .

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7 Settembre 2009 - Categoria: storia

Fuoriusciti garibaldini e mazziniani in Sardegna di Paolo Amat di San Filippo

images-1Il 1850 è un anno importante per lo sviluppo della Sardegna. Con Cavour Capo del Governo approdarono nell’Isola molti patrioti che avevano preso parte ai moti mazziniani e garibaldini scoppiati in varie pari della Penisola, repressi dalla restaurazione. Molti personaggi, che avevano rivestito anche incarichi importanti nelle istituzioni liberali e mazziniane che erano state stroncate dalla reazione conservatrice, facevano parte, come lo stesso Cavour, della Fratellanza Massonica, per cui la loro trasferta in Sardegna godeva di un certo appoggio governativo.

Era il momento in cui nell’Isola stava decollando l’industria mineraria; Giovanni Antonio Sanna stava cercando di ottenere la concessione della miniera di Montevecchio, e la banca Nicolay stava acquisendo la miniera di Monteponi.

Già nel1849 il modenese Enrico Misley, fervente carbonaro amico di Ciro Menotti, fortemente appoggiato da Torino, aveva chiesto di poter tagliare, in Sardegna, 100.000 quercie, ma la sua richiesta era stata bocciata per intervento di Alberto La Marmora.

La richiesta invece del romagnolo conte Pietro Beltrami fu accettata in considerazione dei suoi meriti patriottici. Il Beltrami, nato nel 1812 a Bagnacavallo, già da studente si era distinto come attivo propagandista liberale tra i colleghi dell’Università di Bologna. Diciannovenne si era arruolato nelle truppe rivoluzionarie del generale Zucchi, partecipando alla sfortunata battaglia di Rimini del 25 marzo 1831. Proscritto e poi graziato, aveva partecipato ai moti di Romagna del 1846, a seguito dei quali era stato costretto ad emigrare in Francia, dove si era occupato di bonifiche nel delta del Rodano. Rientrato in Patria a seguito dell’amnistia concessa da Pio IX nel 1848, aveva partecipato alla I Guerra d’Indipendenza. A Venezia col generale Giovanni Durando, dopo la sconfitta di Custoza si era ritirato a Torino dove era entrato in stretto rapporto col Cavour. Il suo operato in Sardegna è stato molto criticato al punto che lui venne definito “l’Attila delle foreste sarde”. Egli in verità disboscò indiscriminatamente molte parti dell’Isola, ma a sua discolpa bisogna considerare che molti Comuni dell’Isola, che dopo il riscatto dei feudi avevano ricevuto in demanio estese foreste, erano stati ben lieti di raggranellare qualche soldo dalla vendita del legname di queste, sia per ottenerne carbone che traversine ferroviarie, stante il boom dello sviluppo ferroviario dell’Europa in quel periodo.

Altro patriota che approdò nell’Isola fu Patrizio Gennari, nato a Moresco, in provincia d’Ascoli Piceno, il 24 novembre 1820, da Giuseppe e Rosa Amurri.

Laureato in Medicina all’Università di Bologna il 1 luglio 1842, fu, nel 1844, Professore di Botanica e Materia Medica nell’Università di Macerata e, nel 1846, membro del Collegio Medico-Chirurgico di quell’Università.

Nel 1848 prese parte, come volontario, alla I Guerra d’Indipendenza.

Presentandosi come milite, fu, per acclamazione, eletto sergente furiere. Durante la Campagna fu promosso sergente maggiore e venne annotato fra i cinque distinti per valore nella relativa pubblicazione del Ministero della Guerra e, dopo i fatti di Cornuda, Treviso, Vicenza, dove riportò una ferita allo zigomo sinistro, avendo dichiarato di non voler servire nelle truppe di linea, ottenuto il congedo definitivo il 15 ottobre 1848, fu nominato sottotenente nella Milizia Cittadina.

Fu membro del Comitato di Pubblica Sicurezza a Macerata, con funzioni politiche e amministrative (voto popolare confermato con Decreto Ministeriale) e rappresentante del Popolo all’Assemblea Costituente Romana (doppia elezione nei Collegi di Fermo e Macerata nel 1849).

imagesCollaboratore del Professore di Botanica dell’Università di Genova per la sistemazione dell’erbario, nel 1850, nel 1853 fu nominato Assistente presso quell’Orto Botanico.

A seguito di concorso per titoli nel 1857, resse, nell’Università di Cagliari, la cattedra di Storia Naturale.

Nel 1858 fu Preside del Collegio e della Scuola di Farmacia di quell’Ateneo, e direttore reggente del locale Museo di Storia Naturale.

Nel 1859 fu nominato direttore interinale di quel Museo d’Antichità.

Nello stesso anno divenne Professore effettivo di Storia Naturale e direttore del Museo di Storia Naturale.

Nel 1860 fu direttore della Scuola di Farmacia.

Nel 1863 fu nominato Professore di Botanica Mineralogica, e Zoonormia zoologica. Nel 1864 fu nominato direttore dell’Orto Botanico, nel 1865 direttore della Scuola di Farmacia. Nel 1868 fu nominato Professore Ordinario di Botanica, Mineralogia e Geologia dell’Università di Cagliari

Nel 1869 fu nuovamente nominato direttore della Scuola di Farmacia.

Fu Rettore Magnifico dell’Ateneo cagliaritano nel 1873 e nel 1874.

Nel 1874 fu Professore Incaricato nell’Istituto Tecnico di Cagliari e, nel 1875 fu nuovamente direttore della Scuola di Farmacia.

Membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Accademia Medico-Chirurgica di Genova, dell’Accademia degli Aspiranti Naturalisti di Napoli, di quella dei Fisiocratici di Siena, di quella di Scienze Naturali di Cherburg, della Reale Società Agraria ed Economica di Cagliari, della Società d’Agricoltura e Industria di Macerata, della Società di Storia Patria di Palermo, e dell’Accademia d’Agricoltura, Commercio e Arti di Verona , e della Società Scientifico-Letteraria di Faenza.

Decorato delle medaglie “Pugna strenua ad Vincentiam pugnata” (1849), e “Roma rivendicata ai suoi liberatori” (1871). Cavaliere della Corona d’Italia (1869) e Ufficiale dello stesso Ordine (1877).

Autore di molte note scientifiche, tenne gratuitamente corsi e incarichi vari, organizzò l’Orto Botanico cagliaritano e introdusse nell’Isola svariate nuove specie botaniche.

Queste notizie sono state desunte dal registro del personale dell’Università cagliaritana, nel quale sono annotate, di suo pugno.

Collocato a riposo il 1 dicembre 1893, morì, compianto, a Cagliari l’1 febbraio 1897.

Un altro patriota fu il bolognese Giuseppe Galletti. Già generale dei Carabinieri Pontifici ed ex ministro di Pio IX, fu Presidente della Costituente della Repubblica Romana.

Approdato in Sardegna, aspirava ad una Cattedra di Diritto all’Università di Sassari, ma l’allora ministro della Pubblica Istruzione don Cristoforo Mameli non accolse la sua richiesta in quanto il Galletti si era rifiutato di sottoporsi ad un esame di qualificazione.

Per intercessione del Cavour su Nicolay, nel 1851 fu nominato direttore della miniera di Monteponi, dove però rimase solamente 19 mesi. Giovanni Antonio Sanna lo nominò direttore della miniera di Montevecchio dove rimase per 10 anni.

Sostituito nella direzione dall’ingegner Giorgio Asproni, nel 1862, ritornò a Bologna. Fu deputato al Parlamento nella IX Legislatura. Morì nel 1873.

Giulio Keller. Nato a Raab, in Ungheria, dal nobile Erminio consigliere aulico dell’imperatore d’Austria-Ungheria, Il Keller studiò all’Accademia Mineraria di Schemnitz e, laureatosi in ingegneria, entrò nel Servizio Minerario dell’Impero Asburgico. Di sentimenti liberali, scoppiati i moti rivoluzionari capeggiati dal Kossuth , rinunziò ad una promettente carriera governativaper unirsi ai patrioti ungheresi. Capitanod’artiglieria nell’armata rivoluzionaria, ferito ad un braccio fu costretto a riparare in Turchia. Tornato in Patria a seguito dell’intervento russo, per benevolenza nei riguardi del padre fu condannato al servizio militare perpetuo, tuttavia, in un secondo tempo, gli fu permesso di emigrare a Torino. Conosciuto a Genova, Giovanni Antonio Sanna, al quale era stata appena accordato il permesso di ricerca e coltivazione dei filoni di Montevecchio, fu incaricato da questi di dirigere i lavori nella miniera. Il Keller, fatti arrivare minatori dalla Germania, iniziò, nonostante l’imperversare della malaria che falcidiava i minatori stranieri, un’attività che si mostrò subito prospera e promettente. Dopo tre anni di direzione fu chiamato alla direzione di Monteponi, in sostituzione di Giuseppe Galletti che passò alla direzione di Montevecchio.

Giulio Keller diresse Monteponi dall’ottobre 1852 al febbraio 1856; colpito da una grave forma di malaria si dedicò all’attività di consulente per molti imprenditori minerari e perfino per il Corpo Reale delle Miniere.

Nominato, nel 1865, direttore della miniera di Masua, la cui concessione era stata rilasciata alla società genovese Decamilli, costruì, a Funtanamare, una laveria dotata di 10 cassoni tedeschi e 44 crivelli sardi, e una fonderia dotata di sei forni a vento le cui soffianti erano mosse da una macchina a vapore da 12 HP.

Quella fonderia rimase in esercizio per 22 anni.

Associatosi con l’imprenditore iglesiente Angelo Nobilioni, diede inizio ai cantieri minerari di San Giorgio e San Giovanni, costruì la piccola laveria di Fontana Coperta, ed acquistò i cumuli di antiche scorie metallurgiche che si trovavano nei pressi di Domusnovas, scorie che in un secondo tempo, trattate nella fonderia di Domusnovas fecero la fortuna dell’amico Enrico Serpieri e in quella di Fluminimaggiore, dei suoi figli Attilio e Cimbro. Dalla moglie sarda Anna Caracoj il Keller ebbe: Giulietta, Camilla e Francesco.

Dopo trent’anni di vita di miniera, Giulio Keller morì a Cagliari il 5 luglio 1877.

Enrico Serpieri. Nato nel 1809 a Rimini da una famiglia di industriali e commercianti, sì iscrisse, a 18 anni, in Medicina a Bologna. Nel 1831 partecipò ai moti rivoluzionari militando nella “Legione Pallade”. Per evitare d’essere coinvolto nella repressione, si rifugiò a Marsiglia, ma espulso dalla Francia, riparò a San Marino, ospite dell’amico patriota Lorenzo Simoncini. Da questa Repubblica continuò a cospirare d’intesa con i patrioti di Rimini, utilizzando la vetreria di famiglia per gli incontri e le riunioni con gli adepti della Giovane Italia.

Nel 1833 il Serpieri osò schernire pubblicamente insultandoli, i volontari papalini che sfilavano, in città, scortati da soldati croati.

Sfaldatasi, in Romagna, la Giovane Italia, i patrioti romagnoli fondarono la “Legione Italica”, della quale, oltre al Serpieri, facevano parte il conte Pietro Beltrami e Giuseppe Galletti.

Dopo 10 anni di schermaglie con la polizia papalina, nel 1844 fu arrestato a Rimini, incarcerato a San Leo, e condannato, a Roma al carcere a vita. Egli aveva tre figli: Giambattista, Attilio e Cimbro.

Scarcerato per l’amnistia concessa da Pio IX, nel 1846, negli anni 1848-1849 fu deputato di Rimini nella Costituente Romana. Caduta la Repubblica Romana, riparò prima a San Marino, e poi, nel 1849 a Torino, dove lo sconfitto Piemonte accoglieva gli esuli, ma cercando di neutralizzare, allontanandoli, i repubblicani più accesi, per timore che potessero congiurare anche contro il regno sabaudo.

Nel 1850 il Serpieri sbarcò con i figli in Sardegna dove si occupò della miniera di Gibas, presso Porto Corallo della genovese “Società dell’Unione Miniere – Sulcis Sarrabus in Sardegna “.

Nel 1855 la miniera di Gibas, a seguito di un alluvione, si allagò, e il Serpieri finì sul lastrico. Rivoltosi all’amico conte Beltrami che aveva ottenuto il permesso di tagliare

i boschi in molte parti dell’Isola, fu assunto dall’ex patriota milanese Francesco Calvi, che operava a Macomer per conto del Beltrami, come sovraintendente alla produzione ed al commercio del carbone di legna dell’azienda. L’anno dopo, essendo giunto a Macomer il patriota cesenate avvocato Gaspare Finali, Enrico Serpieri riuscì a far assumere, con mansioni amministrative, anche il secondogenito Attilio.

In questa nuova attività, che lo portava a percorrere vaste plaghe dell’Isola, il Serpieri ebbe la ventura di vedere le grandi distese d’antiche scorie metallurgiche abbancate presso Domusnovas.

Entrato in contatto con alcuni fonditori di Marsiglia che acquistavano in Sardegna piombo e carbone, propose all’officina Bouquet di associarglisi per riutilizzare quelle scorie. A titolo di prova ne inviò in Francia 949 tonnellate, che presentarono facile fusibilità e soddisfacente resa in piombo.

Venne, pertanto, costruita, nel 1858, una fonderia a Domusnovas. In questa le macchine funzionavano a vapore, i forni avevano una capacità di 1,5 m3 ed erano in grado di trattare circa 10 tonnellate di scorie al giorno, con una produzione giornaliera di 0,5 tonnellate di piombo d’opera, contro un consumo di combustibile pari al 20%.

Dei 9 forni ne funzionavano giornalmente 5 o 6, nella stagione calda la fonderia si fermava per non far correre, agli addetti, il rischio di beccarsi la malaria.

Affrancatosi dal Bouquet, grazie al sostegno finanziario di una banca di Marsiglia presso la quale il primogenito Giambattista, impiegato, si era guadagnato stima e credito, il Serpieri costruì una nuova fonderia a Fluminimaggiore, che fece gestire dai figli Attilio e Cimbro, che erano reduci dalla II Guerra d’Indipendenza.

Nel 1862 Enrico Serpieri produceva il 56% del piombo d’opera sardo.

Egli fu il primo presidente della Camera di Commercio fondata in quell’anno a Cagliari.

Nel 1866 Attilio e Cimbro Serpieri lasciarono Fluminimaggiore per arruolarsi come volontari con Garibaldi per l’imminente III Guerra d’Indipendenza.

Dopo la seconda disfatta di Custoza i due fratelli tornarono alla loro fonderia di Fluminimaggiore.

Accordatosi con i commercianti livornesi Modigliani, che avevano acquistato, in Sardegna, il Salto di Gessa, già feudo dei visconti Asquer, Enrico Serpieri iniziò la ricerca mineraria nella zona di Baueddu (Malacalzetta), di proprietà dei Modigliani.

Nel 1867 Attilio e Cimbro Serpieri non poterono rispondere alla chiamata di Garibaldi, infatti la malaria li aveva rapiti prematuramente.

Chiusa la fonderia di Fluminimaggiore, il Serpieri n’eresse un’altra a Funtanamare, sotto la direzione dell’amico Giulio Keller.

Enrico Serpieri morì a Cagliari l’8 novembre 1872 e fu sepolto nel cimitero monumentale di Bonaria; il suo monumento funebre è ornato da bassorilievi con scene delle Guerre d’Indipendenza. Un suo bellissimo ritratto giganteggia nella sala conferenze della Camera di Commercio di Cagliari.

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7 Settembre 2009 - Categoria: storia

Regie Provisioni a cura di Paolo Amat di San Filippo

image001Regie Provvisioni

ASCa, Vol. 28 (1/4-12/10/1806)

17/7/1806 – carte 62 bis e 63 – Regolamento per gli armatori in Corsa contro i Barbareschi.

I – Il primo oggetto del Corsale sarà di non impegnare la bandiera per non rendersi meritevole di un rigoroso castigo, e quindi di non attaccare il nemico che colla possibilità di vincere.

II – Riuscendo di predare qualche legno nemico deve tanto il capitano, quanto il rimanente dell’equipaggio del Corsale comportarsi verso i prigionieri di guerra con tutta la dovuta umanità, somministrar loro il cibo, e tutto il necessario in sufficiente quantità, non toglier loro i vestimenti, e non usar coi medesimi superfluo rigore, ma solamente quanto basti per non mettere in pericolo il bastimento: se fra tali prigionieri di Guerra si trovassero feriti, in tal caso per dovere d’umanità si userà la cura possible per la loro guarigione, e non potranno in verun modo cedere tali prigionieri pria di riportar la declaratoria della legittimità della preda.

III – Seguita la resa del nemico, lo scrivano con due altri del bordo del predatore si porterà a bordo del bastimento predato, e chiamato il Padrone, e lo scrivano si farà consegnare le chiavi tutte, e le scritture, che avrà a bordo, le sigillerà in un sacco, o cassetta, ed in seguito passerà a raccogliere quanto esista a bordo, con fare un inventaro sottoscritto non meno dallo scrivano del bastimento predatore, che dall’altro, prendendo le opportune misure, affinchè il carico sia gelosamente custodito.

IV – Il capitano predatore dovrà lasciar a bordo del bastimento predato le carte sigillate, e due almeno degli altri marinai ufficiali di bordo, compreso il capitano, sotto pena della privazione della metà della preda applicabile a sovvenire le famiglie degli armatori, e principalmente di quelli, che fossero stati uccisi, feriti, o fatti prigionieri nella forma che crederà più propria.

V – Sarà proibito al capitano, ed a tutte le persone dell’equipaggio dell’armatore di prendere cosa alcuna di quanto si troverà nel bastimento predato, sotto pena d’essere puniti come rei di furto, e di perdere la porzione che potrebbe pertornar loro nella preda, la quale cederà agli altri, e si dividerà tra essi ugualmente, coll’avvertenza, che se ne assegnerà unaa duplice porzione al denunziatore.

VI – Non potranno gli armatori condurre le prede in porti di potenze straniere, né in altri porti del Regno che in questo di Cagliari, se non che vi fossero costretti dal cattivo tempo, o da altre circostasnze, ed in tal caso non potranno esservi ammessi in pratica, e dovranno proseguire il loro viaggio per questo porto subito che potranno così eseguire.

VII – Qualore deliberassero di proseguire il Corso dovranno mandare la preda al più presto in questo porto coll’inventaro, ed altri recapiti necessari.

VIII – Condotta la preda in detto porto, ed osservate le solite regole di sanità, si dovrà presentare immediatamente colle suddette carte alla Capitania Generale, da cui si destineranno le guardie, si formerà il processo verbale, si riconosceranno gli effetti predati dall’inventaro, si descriveranno quelli che potrebbero esservi omessi, e si certificherà il tutto al piede di detto inventaro, e dovrà quell’atto esser sottoscritto da due scrivani, e da chi vi procederà, indi si deverrà alle interrogazioni da farsi al capitano, e persone dell’equipaggio, e si sentiranno in contradditorio sulla legittimità della preda I due capitani, ed altri interessati, che potessero presentarsi, riducendo le loro allegazioni sommariamente in scritto.

IX – Le sentenze sulla legittimità della preda verranno proferte dalla Capitania Generale, e sintantoché sia proferta la sentenza non potranno i Corsali disporre in verun modo delle cose predate, se non che vi fosse pericolo, che potessero guastarsi, in qual caso fattone l’estimo se ne potrà ordinare la vendita, con che se ne depositi il prezzo.

X – Resta vietato ai Corsali di offrire danari, né altri effetti a veruno di quelli che fossero a bordo del bastimento arrestato perché dichiarino esser le mercanzie degli inimici, o per qualsivoglia altro fine, e venendo a scoprire in ciò trasgressione, se l’attestazione risultasse falsa, saranno castigati corporalmente, oltre la rifazione dei danni, e se fosse vera, perderà la robba predata che verrà applicata come sovra al § 4.

XI – Resta vietato al predatore di concertarsi col Padrone o Sopracarico del bastimento predato per lasciarlo continuare il viaggio liberamente, come pure di sbarcare passaggieri ancorché sudditi di potenza neutrale, od alleata, sotto pena di pagare il doppio di quanto avranno ricevuto, applicabile come nel § 4, e sotto una pena corporale a S.M.tà arbitraria.

XII – Osservando un armatore, che qualche legno con sardo paviglione fosse inseguito da Corsali nemici, dovrà accorrere per liberarlo, e se mai fosse stato già predato, e loro riuscisse di riprenderlo se fossero passate le 24 ore dal tempo in cui fu predato, apparterrà al ripredatore; se però non fossero scores le 24 ore, in tal caso non gli apparterrà che il terzo della cosa ripredata.

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30 Agosto 2009 - Categoria: cultura

Antonino Pilo, artista in rame di Chiaramonti (Italian and English)


100_1612Antonino Pilo (Sassari 1958) già milite della Benemerita per tanti anni, da questa sua esperienza ha saputo trarre il rigore necessario per la lavorazione del rame che l’attività presso una ditta apposita gli ha permesso di conoscere.

L’artista vive e pratica l’arte  in Chiaramonti, sua patria di elezione da quasi un trentennio.

La sua passione per questo materiale da plasmare lo ha indotto a partire indifferentemente da soggetti complessi come il volto di padre Pio o da scene di una Via Crucis  a quelli più semplici come può essere un braccialetto ornamentale da polso, oppure un  anellino simbolico di benedizione o un altro oggetto simbolico beneaugurante sulla scia della tradizione delle donne presso tutte le civiltà non solo del Mediterraneo.

Altri oggetti lavorati in rame sono costituiti da temi floreali (rose, lilium) e faunistici (farfalle) e da utensili come le bugie portacandela e lampoade a muro, esterne e interne.

fregio-arma-carabinieri-nr-14Particolare abilità ha saputo porre nella scultura in rame dello stemma dell’Arma dei Carabinieri alla cui figurazione ha saputo imprimere un gradevole dinamismo. Da menzionare la Sardegna con la bandiera dei quattro mori, una caravella colombiana,  il volto di Cristo, svariati orologi, guerriero shardana, la dea madre, targhe di case e ville, rose con portancandela.

La diffusione dei suoi lavori avviene in occasione di sagre civili e religiose in tutta l’Isola a cui partecipa senza interrompere la sua attività.

Nel corso di queste manifestazioni egli continua con pazienza e maestria a lavorare di bulino sul rame, offrendo così ai visitatori l’osservazione delle lavorazioni e, per chi lo desidera, opportunità didattiche. Una delle sue ambizioni è infatti quella di poter portare il laboratorio nelle scuole  non solo per i normodotati, ma anche in quelle riservae a sviluppare la manualità dei soggetti diversamente abili noti per lo sviluppo della abilità manuali. lampada-a-parete-nr-16Al momento l’artista sta progettando formelle e riquadri di ispirazione religiosa da collocare su monumentali tombe cimiteriali.

Con la sua opera il rame acquisterà di sicuro nuovo lustro  dal momento che l’artista è particolarmente affascinato dalle opere del Mantegna forse il più grande artista di incisioni fatte con lastre di rame.

L’artista vive e lavora a tempo pieno a Chiaramonti nel suo attrezzato laboratorio di via Fratelli Cervi,10. Posta elettronica: pilo.antonino@tiscali.it

Gli artisti di varia arte si sono costituiti in associazione onlus dal nome ARTINPA che indica ARTE- INGEGNO E PASSATEMPO.

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 “This is a machine translation with google”

La cernia di rame Ch. 2011Pilo Antonino (Sassari 1958) already Soldier of Praise for many years, from this experience has been able to get the necessary rigor for copper processing capacity at a company that has the appropriate allowed to know.

 The artist lives and practices the art in Chiaramonte, his country of election almost thirty years.

 His passion for this material to be molded has led him from subject no matter how complex the face of Padre Pio or scenes of the Via Crucis to simple as can be Ornamental wrist bracelet, ring, or a symbolic Another blessing or a symbolic object in the wake of good wishes tradition of women in all civilizations, not only in the Mediterranean.

 Other objects are made of machined copper floral (roses, lilies) and fauna (butterflies) and tools like the lies Candle and lampoade wall, external and internal.

 Particular skill has been able to put in the copper sculpture of the coat of arms Carabinieri whose representation has been able to give a pleasing dynamism. To be mentioned with the flag of the Sardinia four died, a caravel of Colombia, the face of Christ, several watches, Shardana warrior, the mother goddess, plates of houses and villas, roses with candle holder.  The dissemination of his works was made at festivals, and civil religious throughout the island in which it participates without interrupting its activities. During these events, he continues with patience and skill to work on the copper engraving, giving visitors the observation of working and, for those who want them educational opportunities. A its ambition is indeed to be able to bring the laboratory in schools not only for the able-bodied, but also those in riservae develop skills of disabled persons known to the development of manual skills. When the artist is planning panels and panels of religious monuments to be placed on Cemetery graves.

 With his work the copper will acquire a new luster as safe The artist is fascinated by the works of Mantegna perhaps the greatest artist of recordings made with copper plates. The artist lives and works full time in Chiaramonti (Sassari), Sardinia, Italy, in his fully equipped workshop in Via Fratelli Cervi, 10. Mail mail: pilo.antonino @ tiscali.it

 The artists of various arts formed a non-profit association by name that indicates ARTINPA ART AND HOBBY-engineer.

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29 Agosto 2009 - Categoria: eventi culturali

Inaugurazione della Mostra ad Alghero a cura di Marco Milanese

6774_1151773565355_1558129751_372208_6179945_sVerrà inaugurata Lunedì 31 Agosto 2009 alle ore 11 ad Alghero in via Carlo Alberto (Sala R.Sari) , alla presenza del Sindaco di Alghero avv. Marco Tedde, dell’Assessore Regionale ai Beni Culturali Dott.ssa Maria Lucia Baire e del Rettore Eletto dell’Università di Sassari Prof. Attilio Mastino, la Mostra Antica Gente di Alghero, che illustra il ritrovamento, avvenuto durante i lavori in corso nell’ex complesso gesuitico di Alghero, dei resti del grande cimitero medievale di San Michele. In particolare la mostra propone un allestimento fotografico di alcune delle 14 sepolture collettive finora ritrovate e riferibili ad una devastante epidemia di peste che ha colpito la città nel Cinquecento, probabilmente quella del 1582/83.6774_1151773525354_1558129751_372207_523715_s
La mostra, ideata e progettata dal Prof. Marco Milanese, Ordinario di Archeologia nell’Università di Sassari, direttore scientifico degli scavi nel centro storico di Alghero, ha un taglio didattico e parla un linguaggio semplice, per consentire ai visitatori una comprensione immediata dei contenuti, illustrati in circa 30 pannelli, ricchi di immagini e brevi didascalie. La suggestione proposta dalla Mostra è quella della passeggiata virtuale nello scavo del cimitero: le immagini delle sepolture collettive, stampate su un supporto fotografico continuo, della lunghezza di 6 metri, sono posizionate a terra, in modo da permettere ai visitatori di camminare attorno a questo particolare allestimento.
6054_1178590475761_1558129751_456627_1433938_sLa Mostra illustra in modo chiaro e comprensibile un complesso lavoro scientifico in corso sul terreno, quale lo scavo del vasto cimitero medievale e di prima età moderna di Alghero. Si tratta di uno scavo preventivo, tuttora in corso, determinato dal cantiere di riqualificazione del complesso architettonico del Quarter di Alghero. La Mostra esprime dunque il modello concettuale di “scavo aperto”: non essendo infatti possibile per motivi di sicurezza, consentire al pubblico la visita dei lavori in corso, l’esposizione permette una visita in differita a quanto – quasi in tempo reale- gli archeologi stanno portando in luce nel limitrofo scavo.

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24 Agosto 2009 - Categoria: archeologia

Appello agli studenti di Marco Milanese

s1558129751_80612Si avvisano gli interessati che la campagna di scavo in corso nel sito di LoQuarter ad Alghero (Ex Collegio Gesuitico – cimitero medievale di San Michele)proseguirà fino al 31 Ottobre 2009.La partecipazione è libera e gratuita, ma i partecipanti devono provvedere in proprio al vitto ed all’eventuale necessità di alloggio, nonchè ad un’assicurazione sugli infortuni. Le domande di partecipazione possono essere inoltratetramite email all’indirizzo archeomedievale@uniss.it , specificando nome ecognome, numero di matricola (nel caso degli studenti universitari) , telefono, datainizio partecipazione ed allegando un breve curriculum vitae et studiorum in cuisiano citati gli esami sostenuti (del settore archeologico) e le eventuali precedenti esperienze di scavo.Per informazioni: Prof. Marco Milanese (333-7965091)
Chiusura cantiere: 8-16 agosto 2009

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22 Agosto 2009 - Categoria: storia

Le armi delle torri di Paolo Amat di San Filippo

fotopaolocolore1All’arrivo del primo viceré sabaudo, il barone Filippo Guglielmo Pallavicino di Saint Remy, in Sardegna esistevano, nella Piazzaforte di Cagliari 88 cannoni, in quella di Alghero 45, e in quella di Castellaragonese (Castelsardo) 15. In ottemperanza alle clausole previste dei trattati di Utrecht del 1713 e di Londra del 1718 ne erano stati imbarcati per Barcellona ben 141, e non certo i peggiori.

A Cagliari c’erano: 2 Colubrine in bronzo da 13-14 libbre; 2 mezze Colubrine in bronzo da 10-12 libbre; 4 cannoni in bronzo, del primo tipo, da 36 libbre, 23 mezzi cannoni in bronzo da 13-19 libbre, 10 terzi cannoni in bronzo da 10-12 libbre, 11 quarti cannoni in bronzo da 9-10 libbre; 5 quarti Pedrieri in bronzo da 5-6 libbre; 15 Sagri, o quarti di Colubrina in bronzo da 4-6 libbre; 6 Falconetti, o ottavi di Colubrina in bronzo da 2 libbre; 4 Mortai da bomba (Posse) e 6 cannoni in ferro da 6 libbre. L'”anima” dei cannoni di bronzo era spesso molto consumata dall’azione abrasiva delle palle di ferro, per cui, quando era possibile, i cannoni vecchi di bronzo venivano rifusi per ottenerne nuovi, oppure venduti a rottame, e sostituiti con quelli di ferro.

Ai fini di questa chiacchierata, e in linea con la mostra ospitata in questo complesso edilizio, mi limiterò a dire qualcosa sull’armamento delle torri costiere che, ad eccezione di un breve periodo, non dipese per amministrazione, uomini, e mezzi, dal Corpo Reale dell’Artiglieria.

La Reale Amministrazione delle Torri, finanziata col “dret del real”(tassa di un reale sull’esportazione di formaggio, animali da carne e pelli), dotò le torri appena costruite, probabilmente con le bocche da fuoco tra le più disparate. Nei documenti relativi, infatti, sono menzionati “Trabucos a pedernal”, “Pedreñals”, “Sacres”, “Esmerils”, “Falconetes”, “Culebrinas” e “Vizcaynos”.

Il tipo e le caratteristiche delle armi in dotazione alle Torri, possono desumersi, particolarmente per il periodo sabaudo, dalle relazioni effettuate periodicamente, su precise disposizioni della Reale Amministrazione delle Torri, dai Capitani, Tenenti e Luogotenenti della stessa, relazioni che si trovano presso l’Archivio di Stato di Cagliari e di Torino.

Originariamente, come si è visto, i differenti tipi di cannoni erano contraddistinti da nomi di animali, così c’era il Falconetto, il Falcone, lo Smeriglio, la mezza Colubrina o Girifalco, la Colubrina, il Sagro, il Basilisco, il Passavolante; successivamente si usarono, come si è visto i termini di: cannone del primo genere, mezzo, terzo, e quarto cannone, mezza colubrina, quarto e ottavo di colubrina.

Gli affusti, in legno ferrato, erano del tipo da marina a quattro ruote, due delle quali, le anteriori, potevano essere anche di diametro maggiore delle posteriori (Fig 1)

Figura 1 – Cannone montato su affusto da marina

Nei documenti l’affusto era denominato, a seconda del periodo, in catalano o castigliano “Caixa, o Caja navalesa o navarresa”, in savoiardo “Affus”. I calibri, espressi come il peso della palla in libbre, erano da 32, da 26, da 16, da 8, da 6, da 4, da 2, e da 1 libbra. I più diffusi, però nelle torri erano quelli da 8, da 6 da 4, e da 2 libbre.

Talvolta il cannone, a seguito dell’usura o della corrosione, era “sventato” (era definito “vento”, la differenza tra il diametro dell’anima della bocca da fuoco e quello della palla). Per riutilizzare un cannone “sventato”, si poteva alesarne l’anima, sempre che lo spessore restante del metallo ne garantisse la sicurezza, rettificandola al calibro superiore. I cannoni ricalibrati però erano considerati pericolosi per la maggior possibilità d’esplodere. La presenza dei calibri dispari (da 7, da 5, e da 3 libbre) potrebbe spiegarsi come conseguenza di una qualche ricalibratura.

Poiché negli anni 1717-1720 il prezzo del bronzo da cannoni spuntava, nella piazza di Genova, 110 lire la cantara (circa 40 kg.), e la rifusione di un cannone veniva a costare 150 lire la cantara, stante il fatto che il peso di un cannone medio si aggirava tra le 20 e le 40 cantara, la fusione di un cannone del peso di circa 9 quintali a partire da bronzo di recupero, sarebbe costata all’incirca 6.000 lire.

I cannoni di ferro costavano meno e duravano di più. Circa il peso dei cannoni di bronzo, uno del calibro di 6 libbre e mezza pesava circa 500 kg; uno da 11 libbre circa 900 kg; mentre uno da 3 libbre pesava circa 400 kg.

Nel periodo sabaudo, i cannoni erano quasi tutti in ferro. Essi erano stati acquisiti come preda bellica oppure erano acquistati dalle navi svedesi che approdavano a Cagliari per comprare salmarino, pagandoli con questa merce.

Le bocche da fuoco da acquistare erano sottoposte ad un’accurata verifica delle caratteristiche e dello stato di conservazione; nonostante che il ferro svedese, sempre d’ottima qualità, fosse rinomato e pertanto ricercato non solo per i cannoni, ma anche per barre e profilati d’ogni genere.

Le dimensioni, i calibri, e di conseguenza il peso, dei cannoni di ferro destinati alle torri erano, per vari motivi, alquanto ridotti, infatti oltre alla difficoltà di portare sulla piazza d’armi un cannone molto lungo e pesante, come si può rilevare dalle figure 2 e 3, non si poteva caricare molto la volta della torre, e le dimensioni del pezzo dovevano permettere la sua messa in postazione, da parte di poche persone e in uno spazio relativamente ristretto.

cannone

Figura 2 – Operazioni di sollevamento di un cannone su una torre

figura 3 – Operazioni di sollevamento di un cannone su una torre

Le palle, di solito piene, ma anche quelle incatenate e quelle chiamate “angeli” (figura 4), se non recuperate come preda bellica, erano acquistate a Milano e a Napoli.

Figura 4 – Angeli e palle incatenate di vario tipo

La polvere, del tipo denominato, dai rapporti ponderali tra i componenti: “Cinque-

Asso-Asso”, prima dell’istituzione della Regia Fabbrica delle Polveri di Cagliari, era acquistata a Genova o a Napoli, e da tutte le navi straniere che approdavano nei porti dell’Isola. La polvere da cannone aveva una granulometria maggiore di quella da spingarda e da fucile. La figura 5 riporta le fasi di caricamento di un cannone da marina, e gli attrezzi per il caricamento.

Figura 5 – Fasi dell’operazione di caricamento di un cannone da marina

Con il cannone da 32 libbre, una carica di 10 libbre e 8 once di polvere, più 3 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 180 trabucchi (pari a circa 567 metri, corrispondendo il trabucco a 3,148 metri), ed una massima di 1200 (circa 3778 metri). Con uno da 26 libbre, una carica di 8 libbre e 8 once più 3 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1100 (circa 3463 metri). Con uno da 16 libbre, una carica di 5 libbre e 4 once di polvere più 2 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1050 trabucchi (circa 3305 metri). Con un cannone da 8 libbre, una carica di 4 libbre assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1000 (circa 3148 metri). Con uno da 6 libbre, una carica di 3 libbre di polvere assicurava una gittata media di 130 trabucchi (circa 409 metri), ed una massima di 900 (circa 2833 metri). Con uno da 4 libbre, una carica di 2 libbre di polvere assicurava una gittata media di 130 trabucchi (circa 504 metri) ed una massima di 900 (2833 metri). Pari gittata aveva un cannone da una libbra caricato con una libbra di polvere, mentre con un Falconetto da 6 once, caricato con 3 once di polvere, si otteneva una gittata media di circa 500 metri, ed una massima di circa 2204 metri. Pari gittata aveva anche la spingarda da 2 once, di solito montata su cavalletto, caricata con un’oncia di polvere “fina”.

Queste gittate erano date da una polvere buona; quella in dotazione delle torri, di solito alquanto scadente, forniva gittate ben inferiori.

La ragione principale era che questa, stoccata nella rispettiva santabarbara, spesso non adeguata, a contatto con l’umidità marina, e talvolta persino esposta ad infiltrazioni d’acqua piovana, specie se formulata con salnitro di bassa raffinazione (di seconda cotta), contenente ancora una certa quantità di nitrato sodico deliquescente, perdeva in breve tempo le sue caratteristiche piriche.

Altra riduzione della gittata si aveva quando, per effetto della corrosione sia termica che chimica del ferro, il focone del cannone si era allargato eccessivamente, per cui il pezzo veniva definito “sfoconato”. In queste condizioni, durante lo sparo, attraverso il focone, si verificava una violenta fuoriuscita di parte dei gas di sparo con conseguente riduzione della energia impressa alla palla.

Allo “sfoconamento” di una bocca da fuoco si poteva porre rimedio alesando e filettando, con opportuni strumenti, il foro e riinserendovi un cilindretto o un tronco di cono, di ferro o di bronzo, filettato e forato, denominato “grano” che ripristinava così il focone originario.

Meno rimediabile era il caso di un cannone “camerato”. Per effetto dell’abrasione meccanica della palla o della corrosione chimica del ferro da parte dei composti formatisi nella combustione della polvere, nell’anima si formavano cavità irregolari, attraverso le quali poteva sfiatare parte dei gas di sparo, con risultato peggiore della “sfoconatura”.

Un pezzo “camerato”, quando la “cameratura” era estesa a buona parte dell’anima, era definito “sventato”. La verifica della “cameratura” veniva fatta con uno speciale specchietto (gatto) collegato in cima a un’asta che, infilato nell’anima del pezzo, con una opportuna illuminazione, permetteva di verificare le irregolarità dell’anima. La verifica del “vento”, invece, era fatta con una specie di calibro a croce che, ruotato dentro il cannone indicava i punti dell’anima dove il diametro nominale era variato.

Spesso capitava che in una torre vi fossero palle di calibro inferiore a quello dei cannoni in dotazione, per cui, si doveva ovviare a questo inconveniente avviluppando la palla in stracci, mentre nelle fortificazioni di Cagliari, particolarmente con i mortai di grosso calibro che sparavano palle di pietra, queste venivano ricoperte con strati di lastra di piombo fino ad raggiungere il calibro richiesto.

I cannoni e le spingarde venivano sparati, sia direttamente con una miccia tenuta dal “buttafuoco” (figura 6), oppure con un acciarino a pietra focaia come nei fucili (figura 7).

Figura 6 – Differenti tipi di buttafuoco

Figura 7 – Acciarino a pietra, per lo sparo dei cannoni

L’alzo dei cannoni delle torri, come sulle navi, era realizzato inserendo, sotto la culatta, dei cunei di legno (cugni o cunei di mira) con diverso angolo; questo sistema era empirico ed approssimato, e la precisione del tiro era affidata solo all’occhio e all’esperienza dell’artigliere. La figura 8 mostra appunto un cuneo di mira posizionato sotto la culatta.

Figura 8 – Cuneo di mira posto sotto la culatta di un cannone

Sotto le ruote del cannone, a protezione del pavimento della “Piazza d’Armi”, venivano poste delle robuste tavole (madrieri), e dopo lo sparo i cannoni venivano rimessi in batteria con l’uso di leve (manuelle o manovelle). La polvere era inserita nella canna con una cucchiaia di rame, del diametro corrispondente al calibro, collegata ad un lungo manico, oppure veniva inserita confezionata in cartocci, (cartuchos o cartatocci) preparati con fogli di carta “Reale”, modellati su cilindri di legno del diametro corrispondente al calibro (cilindri per cartatochi), e incollati con pastella di farina di frumento. Il cartoccio della polvere e la palla, eventualmente separati da stoppacci (foraggi), con funzione di borra, venivano calcati nella camera di scoppio con un apposito calcatoio a testa piatta dotato di un lungo manico (atacador, battipalla, bottone).

Una volta caricato il cannone, con un lungo ago di ferro o di bronzo (aguglie, agucce, per ammorzare), attraverso il focone si perforava il cartoccio della polvere, e con una fiaschetta da polvere (polverino) si riempiva, di polvere da sparo fine, la cavità del focone. Si dava fuoco alla polvere del focone con una miccia (mecha) inserita nel “botafogo, buttafuoco” astato (figura 7), oppure con un acciarino del tipo di quello riportato nella figura 5. Dopo lo sparo la camera di scoppio veniva ripulita, dai residui della combustione, con uno spazzolone ottenuto con una pelle di pecora arrotolata (lanata). Per scaricare il cannone si faceva uso di una specie di cavatappi astato (sacatrapo, cavaburra, cavaborra, tiraforaggi): Nelle migliori situazioni in ciascuna torre ogni bocca da fuoco aveva la cucchiaia, il “battipalla”, il “cavaborra”, e gli eventuali cilindri per confezionare i cartocci della polvere, del rispettivo calibro, mentre per i fucili “d’ordinanza” l’elemento “cavaborra” veniva, all’occorrenza, avvitato sulla stecca del fucile.

Figura 9 – Fucili d’ordinanza a pietra

Ciascun torriere era dotato di picca (esponton, chuso), di fucile “d’ordinanza” (figura 9) con relativa baionetta, e della rispettiva dotazione di palle di piombo. In qualche caso le cartucce da fucile erano fornite già confezionate. Se nella torre vi fosse stato qualche archibugio alla sarda (Cannetta, Cannettedda) (figura 10), cosa piuttosto rara, il relativo munizionamento veniva fornito espressamente.

Figura 10 – Cannette

Per smontare e rimontare i cannoni sugli affusti veniva utilizzato un paranco, (ghindazzo).

Oltre alle palle di cannone dei rispettivi calibri, talune torri erano ancora dotate di “angeli”, di palle incatenate, di “lanterne” (contenitori cilindrici in lamiera contenenti “metraglia”), e di alcune dozzine di ordigni incendiari, le cosidette “buocie, boccie, fiaschi di fuoco”.

Nella torre, oltre alla dotazione di polvere e palle per i cannoni e per i fucili e le spingarde, vi era anche tutto ciò che sarebbe potuto servire all’occorrenza: una scure, una trivella, un’ascia da carpentiere, una roncola, una zappa, corda catramata e non, uno spiedo, una caldaia di rame con relativo treppiede, una bilancia a stadera, un paio di ceppi con relativo lucchetto, alcune giare di terracotta e botticelle per l’acqua, un megafono, una tromba marina, alcuni grossi murici adattati a tromba e, anche se raramente, un cannocchiale con il tubo di cartone.

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21 Agosto 2009 - Categoria: versos in limba

Affannos de Anghelu de sa Niera

images-213Su sole subra a Nulvi
est tramontadu
e subra Tzaramonte
b’est sa luna
aih cantos ammentos
in su coro
pro fizos mios
chi suni
in disfortuna.

images-36Como enit sa notte
e solu drommo
gittendemi in su coro
sos affannos
de custa vida
mia chen’ arresetu.

Cando ap’a drommire
in cuss’ eretu
de su mare de Sardigna
ch’apo miradu
affannos
gitendemi
e apentos.

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