5 Dicembre 2009 - Categoria: eventi culturali

Le fantasie di Spatuzza che Berlusconi rintuzza

Contro la criminalità

imagesIn un momento in cui l’Italia, con udienze da pagliettari, la mafia attacca il presidente del consiglio, con il solito: mi ha detto Graviano che avevamo in mano l’Italia perché il padrone di Canale 5  e un nostro compaesano erano al governo. La Repubblica più che riportare in sintesi il processo attacca Berlusconi, altri giornali mettono i punti interrogativi, altri se ne lavano le mani come Ponzio Pilato.Per fortuna Il Giornale, Libero e il Foglio espongono i fatti e aggiungono i commenti e dicono dell’insipienza e della stupidità del pentito che come Provenzano se la passa tra immaginette e Bibbia.

images-1Anch’io tanti anni fa ho sentito dire che un noto giornalista che aveva fondato un giornale scandalistico per seguire i politici democristiani anche in bagno aveva detto che i peti di Piccoli, al contrario di quelli di Andreotti, erano più odorosi. Me ne sono guardato dal riferire il tutto alle autorità sanitarie in quanto io, per mia fortuna, non avevo sentito né i peti dell’uno né i peti dell’altro. Non sarei stato un teste credibile e avrei fatto la figura di una lavandaia che dice dice ogni male possibile delle comari, per sentito dire. Alle lavandaie come ai barbieri non si dà credito. In certe sentine di piemme anche l’aver sentito parlare di un peto è prova provata del peto effettuato e del profumo raccolto. Poi ci meravigliamo se il mondo ci ride addosso. Ora, alla luce dei fatti, la bocca-ano di un omicida reo confesso del images-2delitto Borsellino, (di cui si era accusato anche un altro pentito),del ragazzo sciolto nell’acido, del colpo alla nuca di quel santuomo di don Puglisi, di altri  40 e più omicidi speteggia e narra di questo incontro da Quartiere Latino, di un suo capo, verso cui prova tanta riverenza, che gli avrebbe detto e via dicendo. Sembrano cose di questo mondo, ma non lo sono. Fantasie malate che contattano il surreale dove le orecchie scambiano il cerume per sinfonie, il naso profumi D&B per peti,  l’ano per  bocca,le lucciole per lanterne. Il palcoscenico dei tribunali italiani per avanspettacolo. Nei nostri 70 anni di vita dovevamo vedere tutto questo.

images-3Italia Italia quanto voli basso

cercando la giustizia con gli spettri

del mondo sei il paese più bagasso

e sotto terra più di mille metri.

Scambi tu l’ano per la bocca chiara

un mostro con un santo lindo e puro

i peti suoi per  un’ essenza rara

un casto monte per il bieco muro

images-4O pagliettari neri come i corvi

vi trastullate ancor come dementi

con pigli insulsi e con gli sguardi torvi

la mafia vi propina i suoi fomenti.

Aprite ben le orecchie pien di cera

l’usar codesti falsi criminali

d’inferno vi propina sorte nera

images-5usateli soltanto da orinali.

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2 Dicembre 2009 - Categoria: eventi culturali

Il regalo di Natale di Fini a Berlusconi

images-4Primo. Non bastava la richiesta, a quanto pare più presunta che verace, della non ancora separata consorte bolognese, checché ne abbiano scritto quotidiani e settimanali che pare ignorino la legge sulla separazione legale prima, (gestibile giudizialmente, con le mene, fino a dieci anni) e il divorzio, ugualmente gestibile giudizialmente per altri dieci anni, entrambi con due udienze l’anno. Solo entro quattro mesi la signora avrà diritto alla separazione personale e al modesto (tanto per dire) assegno per campare, non si sa mai che da Bologna non le portino i tortellini.

images-5Secondo. Non era sufficiente la richiesta immediata da parte di quel poveraccio di De Benedetti, (che nel frattempo, a Dogliani, sta ingravidandosi la villa) di 750 milioni di euro.

images-6Terzo. Non bastava il regalo dato generosamente dalla Consulta, sinistrorsa di timbratura, con la bocciatura del Lodo Alfano.

images-7Quarto. (Quattro bara!) ci voleva prima di Natale, sempre con la bivoce di Scalfari-De Benedetti, a mezzo del megafono di Repubblica, anche il bel regalino di Fini a Berlusconi.

Gli ammonimenti di Napolitano ai  queruli e boriosi piemme non bastano. Un buon lavoro sui condannati al 416 bis , una via di liberazione redentiva, qual è la collaborazione di giustizia, e si apre la fontanella delle luride tubature (leggi gola), dell’ assassino del parroco don Puglisi, finito con un colpo alla nuca, ed eccoti chiocchiolare dal rubinetto (leggi bocca) la verità sacrosanta su tutte le nefandezze mafiose: ieri di Andreotti, domani di Berlusconi, entrambi attori affezionati di mafia e politica.

images-8Accanto al presepio mettiamo il pentito Spatuzza, l’immondo assassino, convertito alla parola, al verbo, alla verità e presto, con un processo a catena durante il quale scopriremo che l’uomo al quale abbiamo dato il consenso è autore delle trattative tra mafia e stato, il riciclatore del denaro sporco, anzi l’amministratore delegato di tutte le mafie, l’organizzatore dell’assassinio di Falcone.

Il profeta Trumballo, amante della poesia romantica e delle teorie astronomiche dei piemme, che gli hanno procurato qualche spicciolo,  aveva visto chiaro! E non era creduto! Cassandraccia!!!

Ed io, detentore di un solo voto, il mio, l’ho pure sprecato per un uomo oggi in odore d’essere l’ad  della mafia.

Miei cinque lettori amici, questo Natale non nascerà Gesù Bambino, ma Spatuzza. La bocca della verità, ben intonata dai grandi orecchi dei limpidi nostri piemme.

Arrivati a questo punto, per i 21 milioni  e mezzo di fan di Berlusconi si apre solo il mare e una macina al collo.

Pensate, abbiamo mandato al potere il mafioso dei mafiosi: Silvio Berlusconi, il siur Brambilla milanese, che ha battuto in breccia la mafia campano-puglio-calabro-sicula.

images-9Il sacrestano che porterà il regalo nelle nostre case, sapete chi è? L’ex missino bolognese, il convertito alla democrazia: Gianfranco Fini, la terza carica dello Stato itagliano, camerati!

Non c’è che da premiarlo, eleggendolo subito a Presidente del Consiglio!

Ora capisco perché il mio concittadino Francesco Cossiga aveva suggerito a Berlusconi di andare al voto!

images-10De Benedetti, che va ingrassando la villona di Dogliani, che presto incasserà 750 milioni di euro per la sua esausta CIR, farà un gioioso e santo Natale.

Din din din/din din din/sono io il Natale!

A. T.

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29 Novembre 2009 - Categoria: versi in italiano

Il cielo autunnale di Ange de Clermont


Il cielo autunnale

images-105si copre

di plumbei nuvoloni

su cui

tuoni scorrazzano

saette e tuoni.

Il mare

images-106gelido lago

occhio immane

fra la nebbia

piange.

Col pianto

images-107sulla mobile pupilla

trascorrere

vediamo

il fantasma autunnale.

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29 Novembre 2009 - Categoria: cultura

Vanità delle vanità, tutto è vanità di Qoelet (Salomone)

Qoèlet – Capitolo 1

images-104[1]Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.

PRIMA PARTE

Prologo

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

vanità delle vanità, tutto è vanità.

[3]Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno

per cui fatica sotto il sole?

[4]Una generazione va, una generazione viene

ma la terra resta sempre la stessa.

[5]Il sole sorge e il sole tramonta,

si affretta verso il luogo da dove risorgerà.

[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;

gira e rigira

e sopra i suoi giri il vento ritorna.

[7]Tutti i fiumi vanno al mare,

eppure il mare non è mai pieno:

raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.

[8]Tutte le cose sono in travaglio

e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.

Non si sazia l’occhio di guardare

né mai l’orecchio è sazio di udire.

[9]Ciò che è stato sarà

e ciò che si è fatto si rifarà;

non c’è niente di nuovo sotto il sole.

[10]C’è forse qualcosa di cui si possa dire:

«Guarda, questa è una novità»?

Proprio questa è gia stata nei secoli

che ci hanno preceduto.

[11]Non resta più ricordo degli antichi,

ma neppure di coloro che saranno

si conserverà memoria

presso coloro che verranno in seguito.

Vita di Salomone

[12]Io, Qoèlet, sono stato re d’Israele in Gerusalemme. [13]Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. E’ questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino. [14]Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento.

[15]Ciò che è storto non si può raddrizzare

e quel che manca non si può contare.

[16]Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io ho avuto una sapienza superiore e più vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». [17]Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, [18]perchè

molta sapienza, molto affanno;

chi accresce il sapere, aumenta il dolore.

Qoèlet – Capitolo 2

[1]Io ho detto in cuor mio: «Vieni, dunque, ti voglio mettere alla prova con la gioia: Gusta il piacere!». Ma ecco anche questo è vanità.

[2]Del riso ho detto: «Follia!»

e della gioia: «A che giova?».

[3]Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita. [4]Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. [5]Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d’ogni specie; [6]mi sono fatto vasche, per irrigare con l’acqua le piantagioni. [7]Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. [8]Ho accumulato anche argento e oro, ricchezze di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell’uomo. [9]Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza. [10]Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d’ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche. [11]Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole.

[12]Ho considerato poi la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che farà il successore del re? Ciò che è gia stato fatto». [13]Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre:

[14]Il saggio ha gli occhi in fronte,

ma lo stolto cammina nel buio.

Ma so anche che un’unica sorte

è riservata a tutt’e due.

[15]Allora ho pensato: «Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d’esser saggio? Dov’è il vantaggio?». E ho concluso: «Anche questo è vanità». [16]Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.

[17]Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento. [18]Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. [19]E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! [20]Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo durato sotto il sole, [21]perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.

[22]Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? [23]Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! [24]Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. [25]Difatti, chi può mangiare e godere senza di lui? [26]Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d’ammassare per colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento!

Qoèlet – Capitolo 3

La morte

[1]Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

[2]C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

[3]Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

[4]Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

un tempo per gemere e un tempo per ballare.

[5]Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

[6]Un tempo per cercare e un tempo per perdere,

un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

[7]Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,

un tempo per tacere e un tempo per parlare.

[8]Un tempo per amare e un tempo per odiare,

un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

[9]Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

[10]Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. [11]Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine. [12]Ho concluso che non c’è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; [13]ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. [14]Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. [15]Ciò che è, gia è stato; ciò che sarà, gia è; Dio ricerca ciò che è gia passato.

[16]Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà. [17]Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. [18]Poi riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. [19]Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. [20]Tutti sono diretti verso la medesima dimora:

tutto è venuto dalla polvere

e tutto ritorna nella polvere.

[21]Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra? [22]Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

Qoèlet – Capitolo 4

La società

[1]Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole. Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c’è chi li consoli. [2]Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; [3]ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto le azioni malvage che si commettono sotto il sole.

[4]Ho osservato anche che ogni fatica e tutta l’abilità messe in un lavoro non sono che invidia dell’uno con l’altro. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.

[5]Lo stolto incrocia le braccia

e divora la sua carne.

[6]Meglio una manciata con riposo

che due manciate con fatica.

[7]Inoltre ho considerato un’altra vanità sotto il sole: [8]uno è solo, senza eredi, non ha un figlio, non un fratello. Eppure non smette mai di faticare, né il suo occhio è sazio di ricchezza: «Per chi mi affatico e mi privo dei beni?». Anche questo è vanità e un cattivo affannarsi.

[9]Meglio essere in due che uno solo, perché due hanno un miglior compenso nella fatica. [10]Infatti, se vengono a cadere, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. [11]Inoltre, se due dormono insieme, si possono riscaldare; ma uno solo come fa a riscaldarsi? [12]Se uno aggredisce, in due gli possono resistere e una corda a tre capi non si rompe tanto presto.

[13]Meglio un ragazzo povero ma accorto,

che un re vecchio e stolto

che non sa ascoltare i consigli.

[14]Il ragazzo infatti può uscir di prigione ed esser proclamato re, anche se, mentre quegli regnava, è nato povero. [15]Ho visto tutti i viventi che si muovono sotto il sole, stare con quel ragazzo, il secondo, cioè l’usurpatore. [16]Era una folla immensa quella di cui egli era alla testa. Ma coloro che verranno dopo non avranno da rallegrarsi di lui. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.

[17]Bada ai tuoi passi, quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono neppure di far male.

Qoèlet – Capitolo 5

[1]Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferir parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò le tue parole siano parche, poichè

[2]Dalle molte preoccupazioni vengono i sogni

e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto.

[3]Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo, perché egli non ama gli stolti: adempi quello che hai promesso. [4]E’ meglio non far voti, che farli e poi non mantenerli. [5]Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e non dire davanti al messaggero che è stata una inavvertenza, perché Dio non abbia ad adirarsi per le tue parole e distrugga il lavoro delle tue mani. [6]Poiché dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole. Abbi dunque il timor di Dio.

[7]Se vedi nella provincia il povero oppresso e il diritto e la giustizia calpestati, non ti meravigliare di questo, poiché sopra un’autorità veglia un’altra superiore e sopra di loro un’altra ancora più alta: [8]l’interesse del paese in ogni cosa è un re che si occupa dei campi.

Il denaro

[9]Chi ama il denaro, mai si sazia di denaro e chi ama la ricchezza, non ne trae profitto. Anche questo è vanità. [10]Con il crescere dei beni i parassiti aumentano e qual vantaggio ne riceve il padrone, se non di vederli con gli occhi?

[11]Dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi;

ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire.

[12]Un altro brutto malanno ho visto sotto il sole: ricchezze custodite dal padrone a proprio danno. [13]Se ne vanno in fumo queste ricchezze per un cattivo affare e il figlio che gli è nato non ha nulla nelle mani. [14]Come è uscito nudo dal grembo di sua madre, così se ne andrà di nuovo come era venuto, e dalle sue fatiche non ricaverà nulla da portar con sé. [15]Anche questo è un brutto malanno: che se ne vada proprio come è venuto. Qual vantaggio ricava dall’aver gettato le sue fatiche al vento? [16]Inoltre avrà passato tutti i suoi giorni nell’oscurità e nel pianto fra molti guai, malanni e crucci.

[17]Ecco quello che ho concluso: è meglio mangiare e bere e godere dei beni in ogni fatica durata sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli dà: è questa la sua sorte. [18]Ogni uomo, a cui Dio concede ricchezze e beni, ha anche facoltà di goderli e prendersene la sua parte e di godere delle sue fatiche: anche questo è dono di Dio. [19]Egli non penserà infatti molto ai giorni della sua vita, poiché Dio lo tiene occupato con la gioia del suo cuore.

Qoèlet – Capitolo 6

[1]Un altro male ho visto sotto il sole, che pesa molto sopra gli uomini. [2]A uno Dio ha concesso beni, ricchezze, onori e non gli manca niente di quanto desidera; ma Dio non gli concede di poterne godere, perché è un estraneo che ne gode. Ciò è vanità e malanno grave!

[3]Se uno avesse cento figli e vivesse molti anni e molti fossero i suoi giorni, se egli non gode dei suoi beni e non ha neppure una tomba, allora io dico: meglio di lui l’aborto, [4]perché questi viene invano e se ne va nella tenebra e il suo nome è coperto dalla tenebra. [5]Non vide neppure il sole: non conobbe niente; eppure il suo riposo è maggiore di quello dell’altro. [6]Se quello vivesse anche due volte mille anni, senza godere dei suoi beni, forse non dovranno andare tutt’e due nel medesimo luogo?

[7]Tutta la fatica dell’uomo è per la bocca e la sua brama non è mai sazia. [8]Quale vantaggio ha il saggio sullo stolto? Quale il vantaggio del povero che sa comportarsi bene di fronte ai viventi?

[9]Meglio vedere con gli occhi, che vagare con il desiderio. Anche questo è vanità e un inseguire il vento. [10]Ciò che è, gia da tempo ha avuto un nome; e si sa che cos’è un uomo: egli non può competere con chi è più forte di lui. [11]Le molte parole aumentano la delusione e quale vantaggio v’è per l’uomo? [12]Chi sa quel che all’uomo convenga durante la vita, nei brevi giorni della sua vana esistenza che egli trascorre come un’ombra? Chi può indicare all’uomo cosa avverrà dopo di lui sotto il sole?

Qoèlet – Capitolo 7

SECONDA PARTE

Prologo

[1]Un buon nome è preferibile all’unguento profumato

e il giorno della morte al giorno della nascita.

[2]E’ meglio andare in una casa in pianto

che andare in una casa in festa;

perché quella è la fine d’ogni uomo

e chi vive ci rifletterà.

[3]E’ preferibile la mestizia al riso,

perché sotto un triste aspetto il cuore è felice.

[4]Il cuore dei saggi è in una casa in lutto

e il cuore degli stolti in una casa in festa.

[5]Meglio ascoltare il rimprovero del saggio

che ascoltare il canto degli stolti:

[6]perché com’è il crepitio dei pruni sotto la pentola,

tale è il riso degli stolti.

Ma anche questo è vanità.

[7]Il mal tolto rende sciocco il saggio

e i regali corrompono il cuore.

La sanzione

[8]Meglio la fine di una cosa che il suo principio;

è meglio la pazienza della superbia.

[9]Non esser facile a irritarti nel tuo spirito, perché l’ira alberga in seno agli stolti. [10]Non domandare: «Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?», poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza. [11]E’ buona la saggezza insieme con un patrimonio ed è utile per coloro che vedono il sole; [12]perché si sta all’ombra della saggezza come si sta all’ombra del denaro e il profitto della saggezza fa vivere chi la possiede.

[13]Osserva l’opera di Dio: chi può raddrizzare ciò che egli ha fatto curvo? [14]Nel giorno lieto stà allegro e nel giorno triste rifletti: «Dio ha fatto tanto l’uno quanto l’altro, perché l’uomo non trovi nulla da incolparlo».

[15]Tutto ho visto nei giorni della mia vanità: perire il giusto nonostante la sua giustizia, vivere a lungo l’empio nonostante la sua iniquità.

[16]Non esser troppo scrupoloso

né saggio oltre misura.

Perché vuoi rovinarti?

[17]Non esser troppo malvagio

e non essere stolto.

Perché vuoi morire innanzi tempo?

[18]E’ bene che tu ti attenga a questo e che non stacchi la mano da quello, perché chi teme Dio riesce in tutte queste cose.

[19]La sapienza rende il saggio più forte di dieci potenti che governano la città. [20]Non c’è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi. [21]Ancora: non fare attenzione a tutte le dicerie che si fanno, per non sentir che il tuo servo ha detto male di te, [22]perché il tuo cuore sa che anche tu hai detto tante volte male degli altri.

[23]Tutto questo io ho esaminato con sapienza e ho detto: «Voglio essere saggio!», ma la sapienza è lontana da me! [24]Ciò che è stato è lontano e profondo, profondo: chi lo può raggiungere?

[25]Mi son applicato di nuovo a conoscere e indagare e cercare la sapienza e il perché delle cose e a conoscere che la malvagità è follia e la stoltezza pazzia. [26]Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso.

[27]Vedi, io ho scoperto questo, dice Qoèlet, confrontando una ad una le cose, per trovarne la ragione. [28]Quello che io cerco ancora e non ho trovato è questo:

Un uomo su mille l’ho trovato:

ma una donna fra tutte non l’ho trovata.

[29]Vedi, solo questo ho trovato:

Dio ha fatto l’uomo retto,

ma essi cercano tanti fallaci ragionamenti.

Qoèlet – Capitolo 8

[1]Chi è come il saggio?

Chi conosce la spiegazione delle cose?

La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto,

ne cambia la durezza del viso.

[2]Osserva gli ordini del re e, a causa del giuramento fatto a Dio, [3]non allontanarti in fretta da lui e non persistere nel male; perché egli può fare ciò che vuole. [4]Infatti, la parola del re è sovrana; chi può dirgli: «Che fai?». [5]Chi osserva il comando non prova alcun male; la mente del saggio conosce il tempo e il giudizio.

[6]Infatti, per ogni cosa vi è tempo e giudizio e il male dell’uomo ricade gravemente su chi lo fa. [7]Questi ignora che cosa accadrà; chi mai può indicargli come avverrà? [8]Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della sua morte, né c’è scampo dalla lotta; l’iniquità non salva colui che la compie.

[9]Tutto questo ho visto riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, quando l’uomo domina sull’altro uomo, a proprio danno. [10]Frattanto ho visto empi venir condotti alla sepoltura; invece, partirsene dal luogo santo ed essere dimenticati nella città coloro che avevano operato rettamente. Anche questo è vanità. [11]Poiché non si dà una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore dei figli dell’uomo è pieno di voglia di fare il male; [12]poiché il peccatore, anche se commette il male cento volte, ha lunga vita. Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio, appunto perché provano timore davanti a lui, [13]e non sarà felice l’empio e non allungherà come un’ombra i suoi giorni, perché egli non teme Dio. [14]Sulla terra si ha questa delusione: vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dagli empi con le loro opere, e vi sono empi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità.

[15]Perciò approvo l’allegria, perché l’uomo non ha altra felicità, sotto il sole, che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole.

[16]Quando mi sono applicato a conoscere la sapienza e a considerare l’affannarsi che si fa sulla terra – poiché l’uomo non conosce riposo né giorno né notte – [17]allora ho osservato tutta l’opera di Dio, e che l’uomo non può scoprire la ragione di quanto si compie sotto il sole; per quanto si affatichi a cercare, non può scoprirla. Anche se un saggio dicesse di conoscerla, nessuno potrebbe trovarla.

Qoèlet – Capitolo 9

La sorte

[1]Infatti ho riflettuto su tutto questo e ho compreso che i giusti e i saggi e le loro azioni sono nelle mani di Dio.

L’uomo non conosce né l’amore né l’odio; davanti a lui tutto è vanità.

[2]Vi è una sorte unica per tutti,

per il giusto e l’empio,

per il puro e l’impuro,

per chi offre sacrifici e per chi non li offre,

per il buono e per il malvagio,

per chi giura e per chi teme di giurare.

[3]Questo è il male in tutto ciò che avviene sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti e anche il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita, poi se ne vanno fra i morti. [4]Certo, finché si resta uniti alla società dei viventi c’è speranza: meglio un cane vivo che un leone morto. [5]I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. [6]Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.

[7]Và, mangia con gioia il tuo pane,

bevi il tuo vino con cuore lieto,

perché Dio ha gia gradito le tue opere.

[8]In ogni tempo le tue vesti siano bianche

e il profumo non manchi sul tuo capo.

[9]Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole. [10]Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare.

[11]Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza e nemmeno degli intelligenti il favore, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. [12]Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui.

Saggezza e follia

[13]Anche questo fatto ho visto sotto il sole e mi parve assai grave: [14]c’era una piccola città con pochi abitanti. Un gran re si mosse contro di essa, l’assediò e vi costruì contro grandi bastioni. [15]Si trovava però in essa un uomo povero ma saggio, il quale con la sua sapienza salvò la città; eppure nessuno si ricordò di quest’uomo povero. [16]E io dico:

E’ meglio la sapienza della forza,

ma la sapienza del povero è disprezzata

e le sue parole non sono ascoltate.

[17]Le parole calme dei saggi si ascoltano

più delle grida di chi domina fra i pazzi.

[18]Meglio la sapienza che le armi da guerra,

ma uno sbaglio solo annienta un gran bene.

Qoèlet – Capitolo 10

[1]Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere:

un pò di follia può contare più della sapienza e dell’onore.

[2]La mente del sapiente si dirige a destra

e quella dello stolto a sinistra.

[3]Per qualunque via lo stolto cammini è privo di senno e di ognuno dice: «E’ un pazzo».

[4]Se l’ira d’un potente si accende contro di te, non lasciare il tuo posto, perché la calma placa le offese anche gravi.

[5]C’è un male che io ho osservato sotto il sole: l’errore commesso da parte di un sovrano: [6]la follia vien collocata in posti elevati e gli abili siedono in basso. [7]Ho visto schiavi a cavallo e prìncipi camminare a piedi come schiavi.

[8]Chi scava una fossa ci casca dentro

e chi disfà un muro è morso da una serpe.

[9]Chi spacca le pietre si fa male

e chi taglia legna corre pericolo.

[10]Se il ferro è ottuso e non se ne affila il taglio, bisogna raddoppiare gli sforzi; la riuscita sta nell’uso della saggezza. [11]Se il serpente morde prima d’essere incantato, non c’è niente da fare per l’incantatore.

[12]Le parole della bocca del saggio procurano benevolenza,

ma le labbra dello stolto lo mandano in rovina:

[13]il principio del suo parlare è sciocchezza,

la fine del suo discorso pazzia funesta.

[14]L’insensato moltiplica le parole: «Non sa l’uomo quel che avverrà: chi gli manifesterà ciò che sarà dopo di lui?».

[15]La fatica dello stolto lo stanca;

poiché non sa neppure andare in città.

[16]Guai a te, o paese, che per re hai un ragazzo

e i cui prìncipi banchettano fin dal mattino!

[17]Felice te, o paese, che per re hai un uomo libero

e i cui prìncipi mangiano al tempo dovuto

per rinfrancarsi e non per gozzovigliare.

[18]Per negligenza il soffitto crolla

e per l’inerzia delle mani piove in casa.

[19]Per stare lieti si fanno banchetti

e il vino allieta la vita;

il denaro risponde a ogni esigenza.

[20]Non dir male del re neppure con il pensiero

e nella tua stanza da letto non dir male del potente,

perché un uccello del cielo trasporta la voce

e un alato riferisce la parola.

Qoèlet – Capitolo 11

[1]Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai. [2]Fanne sette od otto parti, perché non sai quale sciagura potrà succedere sulla terra.

[3]Se le nubi sono piene di acqua,

la rovesciano sopra la terra;

se un albero cade a sud o a nord,

là dove cade rimane.

[4]Chi bada al vento non semina mai

e chi osserva le nuvole non miete.

[5]Come ignori per qual via lo spirito entra nelle ossa dentro il seno d’una donna incinta, così ignori l’opera di Dio che fa tutto.

[6]La mattina semina il tuo seme

e la sera non dar riposo alle tue mani,

perché non sai qual lavoro riuscirà,

se questo o quello

o se saranno buoni tutt’e due.

[7]Dolce è la luce

e agli occhi piace vedere il sole.

[8]Anche se vive l’uomo per molti anni

se li goda tutti,

e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti:

tutto ciò che accade è vanità.

[9]Stà lieto, o giovane, nella tua giovinezza,

e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù.

Segui pure le vie del tuo cuore

e i desideri dei tuoi occhi.

Sappi però che su tutto questo

Dio ti convocherà in giudizio.

[10]Caccia la malinconia dal tuo cuore,

allontana dal tuo corpo il dolore,

perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.

Qoèlet – Capitolo 12

[1]Ricòrdati del tuo creatore

nei giorni della tua giovinezza,

prima che vengano i giorni tristi

e giungano gli anni di cui dovrai dire:

«Non ci provo alcun gusto»,

[2]prima che si oscuri il sole,

la luce, la luna e le stelle

e ritornino le nubi dopo la pioggia;

[3]quando tremeranno i custodi della casa

e si curveranno i gagliardi

e cesseranno di lavorare le donne che macinano,

perché rimaste in poche,

e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

[4]e si chiuderanno le porte sulla strada;

quando si abbasserà il rumore della mola

e si attenuerà il cinguettio degli uccelli

e si affievoliranno tutti i toni del canto;

[5]quando si avrà paura delle alture

e degli spauracchi della strada;

quando fiorirà il mandorlo

e la locusta si trascinerà a stento

e il cappero non avrà più effetto,

poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna

e i piagnoni si aggirano per la strada;

[6]prima che si rompa il cordone d’argento

e la lucerna d’oro s’infranga

e si rompa l’anfora alla fonte

e la carrucola cada nel pozzo

[7]e ritorni la polvere alla terra, com’era prima,

e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.

[8]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

e tutto è vanità.

Epilogo

[9]Oltre a essere saggio, Qoèlet insegnò anche la scienza al popolo; ascoltò, indagò e compose un gran numero di massime.

[10]Qoèlet cercò di trovare pregevoli detti e scrisse con esattezza parole di verità. [11]Le parole dei saggi sono come pungoli; come chiodi piantati, le raccolte di autori: esse sono date da un solo pastore. [12]Quanto a ciò che è in più di questo, figlio mio, bada bene: i libri si moltiplicano senza fine ma il molto studio affatica il corpo.

[13]Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto.

[14]Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male.

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28 Novembre 2009 - Categoria: memoria e storia

Suor Luisa (Bergamo 1904-Cagliari 1976) al secolo Emma Stella Maria Brambilla di Angelino Tedde

Emma Stella Maria Brambilla (Bergamo 1904, Cagliari 1976)

Emma Stella Maria Brambilla nacque a Bergamo il 26. 2. 1904 da Michele , affermato grossista di tessuti e da Emilia Cividini, casalinga.

Emma, così venne sempre chimata in famiglia , fu la primogenita di cinque figli: Giuseppe (1905), Angela (1906) Paola (19O8) Alfredo (1912).

L’ambiente familiare era caratterizzato da una profonda fede religiosa, da un’agiatezza economica decorosa, da un forte senso degli affetti familiari.

La bambina di sana costituzione trascorse serenamente gli anni della fanciullezza. Frequentò le scuole elementari comunali di via Borfuro(1910-1915) e successivamente le scuole tecniche all’Amedeo di Savoia (1916-1920). La ragazza , pur nella sua vivacità , si prodigava generosamente per i fratelli e le sorelle venuti dopo di lei.

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26 Novembre 2009 - Categoria: versi in italiano

Il morir delle foglie di Ange de Clermont

images-100Vado calcando d’ippocastani il viale

evitando di calpestar le foglie

zufolando arriva il maestrale

e lungo il marciapiede le raccoglie.

images-99Estinte foglie io vi guardo triste

m’avete rallegrato in primavera

le gioie del mio cuor avete viste

ed or vi piango ché venite a sera.

images-101Il vento vi mulina impertinente

e voi lo rimbeccate mormorando

indifferente tanta gente passa

ma io vi guardo con amore ardente

l’anima mia per voi sta singhiozzando

volate alto, ché il morir vi passa.

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26 Novembre 2009 - Categoria: versos in limba

Poesias de sos minores a cura di Domitilla Mannu

images-97Sa batulina mia

Cando cherides barigare

un’iscuta de ora in allegria,

giamade sa batulina mia.

Si narat che una printzipessa;

su pilu est nieddu, longu e calcu,

sos ojos paret de oro;

cando si nche drommit

paret una reina

e cando est famida

si girat che una sùrvile.

Ischit murrunzare.

Est curiosedda meda.

images-98Ma no est una printzipessa,

est Sissi sa batulina mia.

Lucia Merella de s’Iscola Media de Fiolinas

S’elighe
Bos faeddo,  cun dolu mannu
images-3e cun su coro pienu de afannu,
de s’elighe de Sa Serra,
chi dae tempus a su bentu li fit fatende gherra.
Mi frimmaia a l’ammirare
cuss’arvure seculare, sempre birde e fozida,
chi faghiat umbra dae una vida.
Como totu est giambadu
ca su male non l’at rispetadu:
pianu pianu s’est sicadu
e, a dolu mannu nde l’ant segadu.

Tania Piga de s’Iscola Media de Fiolinas

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26 Novembre 2009 - Categoria: narrativa

Elène di Nino Fois


images-89Sa die su Professor Andria, primàriu de clinica universitària e dotzente de ostetrìcia e ginecologìa, ómine de seru e bell’ómine, altu, istrìzile, pilimùrtinu e ojos de battu, fit istadu tottu su manzanu operende. Sas féminas malàidas o ràidas bi curriant ca, nachi che a isse non bi nd’aiat e-i sas sanas li poniant fattu ca si nde ondraiant . Naraiat chi fit restadu bagadìu pro esser pius lìberu pro sa facultade de primàriu de clinica. Cun sos impignos chi aìat aeret sacrificadu sa familia…

Como, a part’e sero, in s’istudiu brivadu, finas si li toccaiat de visitare una fémina fatt’a s’àtera, si tiat poder bene narrer chi si fit pasende.

Sas ses e mesa fint e bi cheriat ancora un’ora a cumprire s’oràriu.

“Galu tres féminas e, bell’e gai, a sas otto, intantu in su mese de maju comente semus est a de die, poto setzer a caddu a mi fagher pagos brincos. Allu chi so tres dies sena la setzer cuss’ebba e, gai si tiat poder leare vìsciu malu”

images-90A ora de sas sett’e cuartu accó s’ùltima de sas féminas chi aiant leadu s’abboju.

Comente si bident, s’assimizant: una connoschéntzia de pitzinnia!…

“ Ma, tue ses Elène!… » faghet su professore allonghendeli sa manu.

“ Ell’e tue non ses Andrìa » rispondet issa riende.

E, gai, a manudenta istant pro una bell’iscutta, abbaidendesi in ojos e a sa muda.

“Sétzi – narat Andria lassendela – già nd’est passadu de tempus, Ele’! E cantos annos che sun barigados?”

“Bìndighi,Andri’; eo aia seigh’annos”

“ E deo vinti, Ele’, ma paret deris…

In cuss’affidu inue nos semus connotos, amus balladu tottu su manzanu sena nde la sensare mai. Ma però sa galanìa chi aisti t’est restada, antzis, como chi ses pius manna e fémina fatta , si permittis, ses galu pius piagherosa”

“Mah! – faghet issa sena ponner perun’afficcu a su chi su professore l’aiat nadu – tue non fisti unu mastru de iscola?…”

“E mastru de iscola so. A tie ite ti servit? Su mastru de iscola o su duttore?”

Elène si l’abbàidat e, riende, li faghet:” A narrer sa veridade, isco legger, iscrier e contare…”

“ E, tando, namus chi ti servit su duttore”

“Eo de agattare a tie comente professore non bi fia pensende nemmancu in mill’annos… Ma, e comente, nàrami”

Andria s’accontzat in su cadreone e faghet, comente contende una contàscia:” Duos annos nd’apo fattu de mastru de iscola ca apo bìnchidu su cuncursu su matess’annu de su diploma ma s’idea mia fit de mi fagher duttore e bi so reséssidu a vinti ses annos. In battor annos apo fattu s’ispecializatzione e-i su cuncursu a primàriu chi apo bìnchidu a trint’annos.”

“E comente t’est bénnidu a conca de ti ispecializare propiamente in ostetrìcia e ginecologia” faghet Elène cun sos ojos pienos de curiosidade e-i su risittu in laras.

“Dae sende criadura no apo pótidu baliare chi medas féminas moriant illierèndesi; o moriat sa mama o moriat su fizu.

Una bolta est morta sa mama de unu fedale meu e deo apo proadu unu dispiaghere gai mannu chi si podiat narrer finas dolore. Dae sa bolta m’apo leadu s’assuntu de mi fagher duttore de féminas e, bell’e gai in manos mias non mi nd’est andada male una che una, grasias a Deus.

E tue, cojuada ti ses? Fizos as? Tribagliende o in domo ses?”

images-91Elène si ponet una manu subr’e s’àtera e tottas duas in coa e, a bell’a bellu, faghet: “Eo so in domo e so finas cojuada ma fizos non nd’apo… E pro cuss’est, Andri’ chi so bénnida a inoghe a bider si si nde podet bogare atzola de custa disgràscia, de no esser reséssida a aer unu fizu in battor annos de cóju. E maridu meu est un’ómine sanu in manu e in pes, biu e « de bona voluntade » l’attoppat Andria.

“De bona voluntade isse e de bona voluntade eo, Andri’ – faghet issa cun su risittu in laras – che una sorre ti lu so nende… Una sorre a unu frade…”

Su professore giunghet sas manos cun sos póddighes in rughe , arrimat sos cùidos a s’iscrivania, su baeddu a su punzu, astringhet sas palas e faghet a boghe bàscia comente pro non si fagher intender; “E si ses istóiga, eo non bi poto fagher nudda… S’isciéntzia, como che-i como, non b’est arrivida a crobare su médiu pro custa malasorte; ca de malasorte si trattat. Custu punnare de s’ómine a sa fémina e de sa fémina a s’ómine nos l’at postu Nostru Segnore in sa natura nostra e nos l’at postu pro chi nois. finas a malaoza, ponzemus mente a su cumandu sou: creschide e criade.

Si no aimis àpidu custa punna : unu pro s’àtera, a Deus non l’aimis postu mente comente non l’amus postu mente sa bolta de su fruttu preubidu.

Si ses istóiga , Elène mia cara, su proite l’ischit Deus. Eo ti poto narrer ebbia cale est sa causante. Médiu méigu pro sanare ancora s’isciéntzia non nd’at imbénnidu . Como, si cheres ti visìto e, si su médiu b’est, nos amus a cumportare cunfromma a su chi b’at de fagher; e ite naras?”

“Eo naro chi andat bene” faghet issa a conca bàscia e sena l’abbaidare in cara. “ E visìtami tando, Andri’, intantu so bénnida segura chi m’aères visitadu.”

“A sa sola ses bénnida Elè’ ” la preguntat Andria.

“Cun maridu meu, ma, cando mi visìtas non lu cherzo addenantis ca mi nd’impudo .”

“Posca de sa visìta, Ele’, posca de sa visìta, lu faghimus intrare, ista tranchilla” faghet isse abbattighende su buttone de su campanellu.

A sa prima ischigliada accò s’infermiera in càmice biancu pronta a leare a Elène pro che la giugher a s’ambulatóriu inue la faghet ispozare e corcare in su lettinu ostétricu e la covacat cun dunu lentolu biaittu.

images-92Dae igue a un’iscutta intrat su professore; allongat sas manos e-i s’infermiera li ponet sos guantes. Elèna est totta covacada dae su lentolu, finas sa cara. In s’ambulatóriu b’at una mudesa de losa. S’idet ebbia su piga e fala de su lentolu de Elène a s’altària de sa pettorra. Sa fémina est a bémidas. Su professore tzoccat sas manos e faghet : “Si non ti calmas, ti torras a bestire e amus fattu. Ista chieta como e non t’ispores chi già non ti fatto nudda.”

A s’appàlpidu , la visìtat. Comente cùmprit, si nde bogat sos guantes e narat a s’infermiera de approntare pro s’ecografìa. S’infermiera accurtziat a su lettinu s’ecògrafu, ponet una paja de guantes noos a su professore, una paja si la ponet issa etottu e iscovacat a Elène chi si siddit comente punta.

“Como deves istare frimma che un’istàtua ; pagos minutos e amus fattu. S’infermiera untat una pomada in sa matta de sa fémina dae s’imbìligu a ingiosso e isse, su professore, cun manu delecada e ischida, bi passat sa macchinetta de s’ecografia. A daghì at cumpridu, dat s’órdine a s’infermiera de frobbire sa matta de sa fémina e a issa li narat chi si podet bestire.

Isse si nde bogat sos guantes, che los bettat in su cestinu, leat sos fozos de s’ecografia e si ch’andat a s’istùdiu. Dae igue a un’iscutta intrat Elène seria che-i sa morte. Andria li faghet unu risittu e li narat de si setzer.

“Si fora b’est maridu tou, podet intrare” e lu faghet giamere dae sa segretaria.

Comente intrat, su professore si nde pesat dae su cadreone e l’allongat sa manu presentendesi e li narat de si setzer accurtzu a sa muzere.

“Elène istimada – faghet Andria a sa fémina – comente t’apo nadu issara, sa meighina non bi podet fagher nudda, ma tue ses sana.

Sos sardos antigos ebbia resessiant a crobare su médiu pro sas féminas istóigas. Ma non fit una meighina; fit una costumàntzia chi, nachi, daìat fruttu. A lu narrer oeindie non si bi creet.

“ E nàrami it’est, Andri’ – faghet sa fémina e, a ojos a su maridu: cun su professore nos connoschimus dae ora; fimis piseddos”

“In antigóriu – sighit a narrer Andria – in sa Sardigna nostra, sa fémina istóiga battizaiat unu burdu e gai, in pagu tempus, podiat benner ràida.”

Iscultende su professore a Elène nde li fint falende sas làgrimas fin’a terra e-i su maridu fit a bucca abberta e a orijas paradas cun sos òjos maduros che-i su punzu.

images-93“Como est a agattare unu burdu” faghet Elène e Andria li narat: “Elène istimada, a tempos de oe, tue non podes immaginare cantos burdos nàschent in sa clìnica donzi die. Pro cussu e tantu no as de ti leare pensamentu perunu. Mi’, dae inoghe a una pàja de chidas at a nascher unu mascitteddu a una pisedda de vint’annos ingannada dae unu furisteri chi non s’ischit a inue ch’est dadu dae cando at ischidu de s’amorada. Issa si cheriat istrumare ma, cun sa mama semus reséssidos a la cuncordiare a si tenner sa criadura. Si no est impignada cun àtere, tue ses a caddu.

Si cheres, bi penso eo a la preguntare e chi Nostra Segnora ti leet a manudenta e gai bidimus si sa de sos sardos antigos fit costumàntzia o sabidoria .”

A su maridu, aiscultende su professore, nde li fit falende sa bae.

E gai, Elène, cuntenta che Pasca, si ch’est andada nende a Andria de fagher in presse ca non bidiat s’ora de fagher custu battizu beneittu.

Appuntu a sos bìndighi dies, accò a Elène e-i su maridu, nonna e nonnu de unu bellu mascitteddu.

Pro Elène sas dies che barigaìant in dilliriu , in oriolu e in ispera. Die pro die s’invocaiat a Nostra Segnora de su Latte Dulche , a su Coro de Gesus e a Sant’Anna. In sas pregadorìas suas cheriat unu fizu che una gràscia de Deus e a Deus l’imprommittiat che sienda manna.

Donzi die andaiat a domo de sa comare e, leende su fizolu a bratzu, in mudesa e cun sos ojos pienos de làgrimas, l’invocaiat nèndeli: “ Giàmalu tue a fizu meu; giàmalu a giogare ca si bi lu naras tue già benit. E calchi bolta iscoppiaiat in piantu. Sa comare cumprendiat bene chi non fit imbìdia ma dillìriu, ispera, e timória, timória manna de s’agattare cun dunu punzu de bentu in manos.

images-94“S’ispera est s’ùltima a morrer, coma’ – li faghiat sa mama de su piseddu – e-i sa prima chi su cristianu dever ponner addenantis si at fide in Deus. Isse no at fizos ismentigados. Non bos annichedas ca tantu, de custa manera non si nde bogat nudda. Tottu pro more de Deus siat. Sensadendela, coma’ de bos chimentare . Che-i sas àrvures, isettade su fruttu a tempus sou. Isettade cun pascénscia chi già at a benner. E-i su professore pius l’azis bidu? “

“A sos primos de su mese. L’apo telefonadu e isse m’at nadu de andare a s’istudiu ca aiat unu pagu de tempus pro mi retzire. Mi so trattesa un’iscutta bona e isse puru m’at nadu de isettare cun pascénscia”.

Fimis a mesanìa de su mese de trìulas. Su fizolu de Elène fit a proa a lòmpere su de tres meses ca fit nàschidu sa die de santu Marcu e già ficchiat bene, faghiat calchi risittu e, calchi bolta, bettaiat finas calchi ticchìrriu… Elène li cheriat bene che a unu fizu ma sa prenetta sua fit sempre sa matessi: de aer unu fizu sou. Dae sa die de su battizu onzi mese aiat isettadu sas ùltimas dies e-i como li toccaiat de pretzisu sa die vintises, sa die de Sant’Anna.

“Sant’Anna mia – pregaiat – chi sa die de sa festa bostra non bida una istiza de sàmben in su corpus meu. Si mi faghides cussa gràscia , si est fémina l’apo a ponner Anna e si est màsciu s’at a giamare Giuacchinu. Eo su dovere l’apo fattu, como toccat a bois a m’accansare sa gràscia dae Deus”

E, a sa sola, intuppada in s’apposent, a s’iscuru, s’isolviat in làgrimas preghende sempre de sa matessi istitiga .

Sas dies non che barigaiant mai: su maridu a tribàgliu e issa a sa sola isettende su notte pro chircare in s’intimidade de su cóju su médiu pro accansare su chi cheriat. In s’isettu de sa die de Sant’Anna sa pelea annanghiat dae ora in ora e in sas ùltimas dies dae iscutta in iscutta.

E accò sa die isettada… Si sebestat e no agattat sinnu perunu de purga de mese . Totta die est istada in pelèa, averiguendesi sena narrer nudda a su maridu.

Arrivida sa notte no aiat boza de si corcare e-i su maridu, comente at arrambadu sa conca a su cabidale, at leadu sonnu finas a s’incras a manzanu.

A bi lu narrer a Elène li pariat troppu primadiu e at chérfidu cumproare sa die infattu: nudda de su tottu. Dae sa die innantis, sa die de Sant’Anna aiat attaccadu a rosariare sena nde la sensare mai. Cun cuddos ranos pariat ispurghende trigu. A sa de chimbe dies, oramai segura comente fit, pianghende pro sa cuntentesa, l’at nadu a su maridu : “O Giua’, eo so ràida”.

Cuddu l’agantzat a chintu e che l’altziat in altu a cantu podet; si nde la falat in bratzos e, in làgrimas tottos duos, attaccant a si carignare, a si basare fin’a congruire in sa manera pius naturale possibile. E gai, drommidos si che sunt pro una bell’iscutta.

A s’ischidada Giuanne, s’aggiuat un’ampulla de vermentina e faghet: “Custa cheret buffada” e che nde tragat su mesu.

“Non bi lu das a ischire a comare tua Elè’?” faghet a sa muzere e issa: “ E no! A innantis toccat de lu dare a ischire a su professore chi est isse chi at cumbinadu tottu”

E gai at fattu Elène, at telefonadu a su professore chi sena maraviza peruna ma cuntentu l’at nadu de andare a si fagher visitare a sos de duos meses lómpidos .

Sa fémina at passadu una prinzadura bona, de continu averiguada dae su professore ma a sa de trinta chidas in s’ecografia si bidiat una positura podàlica de su fedu.

images-95Cun sa ginnàstiga chi a sa mama l’at indittadu su professore, ma però, sa criadura at leadu sa positura giusta pro nascher e a su de noe meses, Elène s’est illierada de una pisedda maravizosa chi at leadu su nùmen de Anna.

Torrende gràtzias a su professore, chi l’aiat assistida, Elène l’at nadu: “Andri’, tue as sas manos santas”

« Tottu est in sas manos de Deus – l’at torradu peràula su professore – finas sas manos mias. Amus a narrer puru chi sa de sos sardos antigos, no est ebbìa una costumàntzia ma, a pius de tottu, est sabidorìa. Nos devimus semper ammentare chi su póbulu est che un’àrvure bene arraighinada. Si a sas raighinas non li damus s’alimentu e-i s’abba chi bi cheret, morint e cun issas morit s’àrvure.

images-96Ammentamunnóllu Elè’: sas raighinas nostras sunt in su tempus barigadu de su póbulu nostru, su póbulu de Sardigna.”

30/07/2008 Nino Fois

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