18 Dicembre 2009 - Categoria: eventi culturali

Festeggeremo ancora il Natale del Signore Gesù a 2009 anni dalla sua nascita!

UnknownSono passati 2009 anni dalla nascita di Gesù, secondo alcuni, 2002, ma non stiamo a giudicare gli errori dei dotti del passato, che tutto sommato, scoprirono tante verità, se messi a confronto con i dotti del presente che un giorno si e un giorno no vorrebbero riscrivere tutto lo scibile dell’umana pochezza e svanitezza.

images Rallegriamoci anche questo Natale, perché i giudici di Strasburgo, da laici re magi, non hanno sentenziato ancora d’imporre, all’areligiosa  Europa, che, per non offendere la suscettibilità dei laici e di tutti gli aderenti  ad altre religioni, il calcolo del tempo  dalla fuga di Maometto da Medina oppure dall’inizio del Terrore della Rivoluzione francese, e perché no, dalla Rivoluzione d’ottobre o anche dalla stessa nascita di Maometto, di Robespierre, Hitler, Lenin o Stalin: preclari esempi tutti di uomini che hanno massacrato o continuano a massacrare i cristiani. Gli stoccafissi d’Europa, nella loro funerea supponenza, potrebbero decidere, prima o poi, cose amene come quello di togliere i crocifissi dai luoghi pubblici perché Dio è morto. Meglio il ritratto di qualche uomo illustre, magari di un giudice , di quelli con la faccia truce però, non bonario, da spaventare grandi e piccoli, magari che somigli ad uno spaventapasseri.

Noi, in attesa del Natale del Signore Gesù, ci accontentiamo di preparare il presepio, ascoltando le nenie natalizie, di cantare in parrocchia la novena e di acquistare l’agnello.

AUGURI_Cisui_per_il_2003Il Santo giorno di Natale,dopo la partecipazione alla Santa Messa in parrocchia e lo scambio di auguri con i correligionari, torneremo a casa e, col caminetto acceso, imbandiremo un grande desco per i familiari più prossimi e meno prossimi, intoneremo prima del pranzo “Astro del ciel” e consumeremo in gioia intima e partecipata il pranzo che i nostri antenati pastori ci hanno tramandato. Per un giorno penseremo e ci augurireremo che tutto il mondo sia in pace e che a nessuno manchi il cibo con la gioia.

images-1A tutti i collaboratori e ai cinque lettori dell’accademia sarda (e italiana) facciamo i più fervidi auguri e mandiamo un abbraccio di pace. Alla nostra bella Isola e ai suoi abitanti, alla Penisola e all’Europa, al Mondo intero, auguriamo che il nato Signore, l’unico vero re della Pace, doni copiose grazie per il corpo e per lo spirito, ma soprattutto porti a tutti la Pace, anche a quelli che non la vogliono e che amano vivere in guerra perenne.

Angelino Tedde

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14 Dicembre 2009 - Categoria: eventi culturali

Lo coppia innominabile dei due iettatori

images-13Forse non erano passate manco 24 ore da che lo iettatore abruzzese aveva preannunciato violenza ed eccoti la violenza di un presunto psicolabile che dichiara di odiare il presidente del consiglio. Forse se quella statuetta di marmo se la fosse data in testa sarebbe anche rinsavito. Lo iettatore con le corna però non si da pause e continua imperterrito ad ignorare che la costituzione italiana garantisce l’inviolabilità della persona. Al nostro buddoolegghiavi non interessa nulla. Nella scelta di un cammino tortuoso come quello dello iettatore non si ferma. Egli continua imperterrito, corre finché non gli darà di volta il cervello  come a Tartaglia. L’uomo senzacongiuntivi non ha bisogno d’essere commentato. L’analfabeta pol-piem-dep è come un fiume puteolente in piena. Chi lo ferma più. Ora diventa pure iettatore perciò ce ne guarderemo bene dal images-14nominarlo come ce ne guarderemo bene dal nominare la pasionaria alla quale non è bastato vedere il suo maestro in una pozza di sangue, ucciso da assassini sedicenti rossi, ma che erano solo neri assassini. Un bel matrimonio fra iettatori non c’è male. Le regole costituzionali vengono infangate, i milioni di votanti vengono insultati, ma a questa carrozza funerea nuziale che porta la coppia dei due iettatori  presso un cimitero dissacrato, per celebrare le nozze alla luce dei satanassi non importa niente. Per costoro il premier è morituro. Questa coppia funesta, insuflata ormai da satana, va evitata anche in digitale e sulla carta stampata perché porta jella!

A. T.

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7 Dicembre 2009 - Categoria: eventi culturali

Premiati con “Lo stilo d’oro 2009” Fulvio De Giorgi e Fabio Pruneri

“IL PREMIO LO “STILO D’ORO” 2009

9788835023210gE’ stato assegnato allo storico dell’educazione   Fulvio De Giorgi  per il saggio Il medioevo dei modernisti, Editrice La Scuola, l’ambito Stilo d’oro al XX Premio Internazionale Raffaele La Porta 2009 per la sezione Pedagogia storica.

30226Il riconoscimento, ex aequo, con il saggio di Fabio Pruneri L’istruzione popolare dall’unità d’Italia all’età giolittiana, è stato votato all’unanimità dalla giuria composta dai professori Gaetano Bonetta (presidente), Franco Cambi, Rosella Frasca, Fulvio Luciani e Lucia Capozzi. La cerimonia di premiazione si è svolta sabato 5 dicembre a Pescara presso il Palazzo della Provincia, in piazza Italia 30, a partire alle  ore 10″.

ll volume di De Giorgi, che coniuga la storia dell’educazione e della pedagogia con quella della cultura italiana tra Ottocento e Novecento, focalizza l’attenzione sul periodo del modernismo. Partendo dallo studio di Fogazzaro, Gallarati Scotti, Semeria e Murri fino a Tocco e Prezzolini, la ricerca mette in luce come questi intellettuali abbiano recuperato figure-chiave dell’età medievale, fornendo modelli di comportamento fungibili sul piano dell’educazione e dell’autoeducazione. Da questo intervento nasce una pedagogia della libertà che vuole ripsondere alle sfide del nietzschianesimo: il Santo come alternativa al Superuomo.

Per cogliere i meccanismi evolutivi del sistema formativo italiano gli studiosi hanno impiegato paradigmi interpretativi di lungo periodo e i contributi offerti dallo studio di singole istituzioni educative. Questi due versanti storiografici si intrecciano nel lavoro di Fabio Pruneri che vuole essere, da un lato, uno studio sul processo di alfabetizzazione e formazione dei ceti popolari in Italia dopo l’Unità, dall’altro una verifica di quanto le istituzioni nazionali hanno prodotto in ambito scolastico in una porzione ristretta di territorio. Nel periodo preso in esame, dall’Unità d’Italia all’età giolittiana, la scuola primaria fu il luogo della trasmissione del leggere, scrivere e fare di conto, ma tra i banchi e nelle aule si giocò anche la partita della costruzione dell’identità nazionale, particolarmente avvertita dalla classe dirigente locale. La ricerca condotta in questo volume parte dallo studio delle pratiche didattiche nella scuola elementare tra Otto e Novecento e si estende fino ad assumere i tratti una storia sociale e della formazione nella città di Brescia (politiche assistenziali, forme di animazione giovanile, istituzioni educative per l’infanzia e i lavoratori). Attraverso l’impiego di documenti inediti, dà voce agli attori di questo processo: gli amministratori, gli educatori, i maestri, nella loro quotidiana lotta all’ignoranza.

(Recensioni degli editori La scuola e Vita e Pensiero)

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6 Dicembre 2009 - Categoria: eventi culturali

Benide a l’adorare di Nino Fois

Rappresentassione  sacra  de Nadale leada dae sa Sacra Iscrittura

PERSONAZOS

Boghe de Deus

Boghe de Adamu

Boghe de Eva

Zaccarìa

Lisabetta

Maria

Anna

Zuseppe

Unu pastore

Sos tres Res :

FORA DE CAMPU:

BOGHE DE DEUS, DE ADAMU E DE EVA

DEUS         Adam!… Adam!… Adam, e inue ses?!…

Adam, e inue ses?!…

ADAMU    Inoghe so, Deus Meu!…

Inoghe, intuppadu in su padente

ca apo frittu e m’impudo de esser nudu…

Apo s’astrau intro de sos ossos

e in sas venas

m’est currende sa traschìa…

DEUS       E comente custu frittu?!…

E comente t’impudas de esser

nudu?!

Ell’e comente t’apo fattu eo?

Non t’apo fattu nudu?

…Tue non m’as postu mente!…

Tue as mandigadu su fruttu

preubidu!

ADAMU    Issa mi l’at dadu!

Sa fémina chi m’as accostazadu!

E ite neghe nd’apo eo?!…

DEUS         Ell’e de chie est sa neghe? Sa mia est ?!… T’apo dadu sa libertade

pro seberare su bene dae su male

e tue as fattu su chi as chérfidu

sena rispettare sa voluntade mia!…

ADAMU Tue mi l’as accostazada

cussa malassortada…

DEUS        E tue ti ses ismentigadu

de su chi t’aia cumandadu eo!

Issa at sa neghe sua e tue sa tua!

Eva!

EVA          Tenzo frittu, Segnore!

Unu frittu chi non resesso a poderare!

Mi so affianzende cun sos pilos

ma non bi la faghent

a mi catzare s’astrau dae sos ossos

e-i sa traschia dae sas venas!

… E mi nd’impudo a mi resentare

ca non so bestida…

DEUS        Frittu e impudu…

Custas non sunt cosas chi connoschisti…

… E ite m’as cumbinadu!?…

Tue as leadu de su fruttu   preubidu, nd’as mandigadu

e nd’as dadu finas a Adamu…

EVA                   Deus Meu, sa neghe no est sa mia…

Una colora mi l’at nadu e deo, pro timória,

apo fattu su chi issa m’at nadu…

DEUS       Cussa colora

fit su dimóniu maleìttu

e tue l’as postu mente!

Tue e-i su cumpanzu tou Adam.

E dae oe ambos duos

azis a cattigare sa terra

chi, pro neghe bostra,

at a esser malaitta

e ant a brotare ispinas finas in sos fiores.

Tue, Adam, pro sustentare a tie

e-i sa zente tua, as a peleare sa vida arreminzende che-i sos pegos in pàsculu siccu e, die pro die t’as a suerare su pane.

Sa colora s’at a lassinare in terra

pro sempre e una Fémina l’at a ischitzare sa conca e bois andade pro totta vida peleende pro campare fin’a morte

ca a morte bos cundenno!

A bois, a fizos bostros

e s’erentzia bostra.

Tue, Eva , as a dare fizos

cun dólimas mannas

e gai los as a pesare

finas a cando no at a benner

su Servadore a bos abberrer custas giannas chi bos so serrende.

ZACCARIA

E  nde sunt colados bellos annos !

Barantamiza !

Barantamiza annos che sunt colados dae sa prommissa a sa bénnida de su Messia !

E deo ap’àpidu sa fortuna de leare parte a sa lómpida de su tempus finas si non b’apo crétidu sena proas…

In su témpiu fia sa die offerinde sa timanza a Deus Soberanu.

Deo, ùmile satzeldote, intradu in tempus e cojuadu cun duna fémina istóiga.

Sempre aia disizadu de aer unu fizu…

Deo e-i sa fémina mia, ma pro largos annos non b’at àpidu mediu perunu.

Sa die, propiamente cando fia fattende su dovere in su témpiu, si m’est appresentadu un’anghelu de su Segnore a un’ala de s’altare.

Timória manna m’at leadu ma s’ànghelu m’at nadu: “ Non timas, Zaccaria, su chi at disizadu totta vida, Deus Bonu ti l’at accansadu: muzere tua t’at a dare unu fizu chi as a giamare GIUANNE.

Nd’as a gosare tue e medas pro custu naschimentu ca custu piseddu at a esser mannu a cara a Deus. No at a buffare binu e ne àteros licores e at a esser pienu de Ispiridu Santu dae intro de sas intragnas de sa mama.

Isse ch’at a torrare sos fizos de Israle a su Deus insoro. Isse at a approntare su pobulu pro sa bénnida de su Messia.”

Eo non b’apo crétidu nèndeli chi fia betzu eo e finas sa fémina mia.

S’ànghelu, tando, m’at nadu chi isse fit Grabiele, imbiadu dae su Segnore pro custu nùntziu e chi pro no aer crétidu a sa peràula sua mi esseret mancadu su faeddu fin’a sa die de sa nàschida de su piseddu.

Àteru sinnu amus àpidu, deo e-i sa fémina mia, cando est bénnida a visitare a Lisabetta sa sorrastra Maria, fiza de Anna e de Giuachinu.

Elisabetta fit in ses meses e-i su piseddu, comente est arrivida sa tia at brincadu in sas intragnas de sa mama.

Sa fémina mia tando at connotu in sa sorrastra sa mama de su messia e l’at nadu:

LISABETTA

“Beneitta ses tue intro de tottu sas féminas e beneittu est su fruttu de sas intragnas tuas. E ite merìtu nd’apo eo chi sa mama de su Segnore benzat fin’a domo mia? Mi’, su piseddu, comente ses intrada, s’est siddidu intro de a mie.

E abbiada a tie chi as crétidu a sa peràula de Deus.”

ZACCARIA

, tando Maria, a boghe alta e giara, comente cantende, at isoltu a s’aera custas peràulas:

MARIA

“Magnificat s’anima mia su Segnore

e si nd’allegrat s’Ispiritu meu in Deus salude mia.

Ca at sebestadu s’umilidade de s’anchilla sua

allu chi pro custu a biada m’ant a narrer tottu sas zenerassiones.

Ca a mie m’at fattu cosa manna

su chi est potente e santu est nomen sou

E-i sa misecordia sua dae zenìa a zenìa

subr’e sos chi lu timent

Sa fortza at manizadu de su bratzu sou

ch’at isantiadu sos superbos in sos sentidos de su coro issoro

Nd’at faladu sos potentes dae sa sea

e alabadu at sos umìles

At acculumadu de benes sos famidos

e-i sos riccos ch’at dispacciadu a manos bóidas

At amparadu a Israele servidore sou

ammentendesi de sa misericordia sua

Comente aiat imprommissu a sos mannos nostros,

a Abramu e a su sèmene sou in sos sèculos”

ZACCARIA

Comente est nàschidu fizu meu, Giuanne, a mie m’est torrada sa peràula.

E accó chi Maria e Zuseppe, su maridu, tuccant a Bellem pro ponner mente a sa leze de Roma chi cheriat chi onzunu si esseret assentadu in su logu de nadìa.

Su Messia fit a proa a nascher.

Anna, sa mama de Maria, sa onnamanna de su piseddu, at imbaradu in domo sua, in Nazaret, oriolada pro sa fiza chi si deviat illierare.

ANNA

Deus Soberanu Onnipotente,

Deus de sos Mannos Nostros,

Deus de Abramu, de Isaccu, de Giacobbe,

Deus Liberadore e Amparadore de su póbulu tou,

Deus Mere de sa Terra e de sos chelos,

de su mare e de sos bentos,

de sos montes e de sos rios,

de donzi vida chi est in terra, in abba, in aèra,

Deus de paghe e de amistade,

de miserigórdia e de  zustìssia,

Deus de sa lughe, de su sole,

de sa luna e de sos isteddos

sena numeru,

Deus Meu, umìle anchilla

che pedra liddìa

in s’abba curridina

de sa Grascia Tua,

pro giompare su riu a s’àter’ala

m’as seberadu…E pro cuss’est chi no apo patidu

sas penas de su partu.

Accomi inoghe, torra,

Deus Meu,

a ti dare su chi emmo

pro chi sa voluntade tua siet fatta.

Custa fiza mia

dae s’Amore Tou seberada,

intrego a Tie

che anzonedda pretziada,

innossente e pura

pro chi su Fruttu siet Su chi cheres Tue in sa sabidorìa Tua Soberana.

Pro more de sa leze de sos ómines

cun Zuseppe s’est tuccada,

ràida manna, a Bellem,

Terra de sos mannos.

E deo so inoghe

oriolada ca so mama,

cun s’afficu de s’amparu Tou.

Gai at Chérfidu

su Segnore Soberanu.

E gai siet.

Sa manu sua est segura

e sena fine est sa bonidade

e sena làcanas sa miserigórdia.

“At a nascher unu fizu…”

Gai at nadu s’Ànghelu a fiza mia

“ e l’azis a ponner Gesus,

chi tiat cherrer narrer : Deus cun nois “

Coro de mama, fiza mia!…

Tott’issa at fattu,

incoraggida dae s’Ànghelu de su Segnore,

at ingrusciadu sa conca e at nadu chi “emmo”

cunfromma a sa voluntade de Deus.

… E Zuseppe!…

Omine santu, Zuseppe!…

Isse puru

a sa muda at ingrusciadu sa conca

a su chi Deus at chérfidu.

Como sun ambos duos fora de domo

pro ponner mente a sa leze

e pro fagher sa voluntade de Deus.

Su Segnore at a abberrer sas alas suas subra de issos

ca lu sérvinint cun fide.

ZACCARIA

E naschidu est finas su Messia, in Bellem, in duna corona de pastores e Maria, sa mama, l’at accollocadu intro de una mandigadorza ca no aiat bàntzigu.

MARIA CANTAT SU NINNIDU

Anninnia anninnare

ti cherìa pasare

anninna anninna

Pasare ti cheria

drommi sienda mia

anninna anninna

Sienda mia de oro

m’as alluttu su coro

anninna anninna

M’as alluttu de fiama

drommi fizu de mama

anninna anninna

Drommi de mama fizu

geniosu che lizu

anninna anninna

Che lizu geniosu

ti siat sa vida gosu

anninna anninna

Gosu sa vida siat

sa fortuna ti riat

anninna anninna

Ti riat sa fortuna

pàsadi cun sa luna

anninna anninna

Cun sa luna ti pasa

drómmidi fin’a crasa

anninna anninna

Drómmidi fiore meu

Gesus Fizu de Deu

anninna anninna

(BOGHE FORA DE CAMPU)

Accò in chelu un’istella lughìda

e pius de sas sorres est riende:

a tottu s’Univressu paret nende:

“In sa terra torrada est sa vida”!

In s’istella una lughe bianca nida

da’ sa mandigadolza risplendende

allùghet sos ànghelos cantende:

“Gloria a Deus e paghe infinida”

Tuccan sos pastores, poverittos:

giughent in manos sas penas insoro.

A su Pitzìnnu dae chelu faladu

àteru non li podent aer dadu…

Isse ch’ischit lègger in su coro,

sos pastores iscaldit, chi fint frittos.

SU CONTU DE SOS PASTORES

(intrant sos patores)

S’ama fit chenadorzende.

Innida fit s’aera e-i sos isteddos

fint pioende prata mìscia a lentore.

Sos piccarolos fin tinniende

a tinnu continu che-i sas arveghes,

conchibàscias,

fint paschende pàsidas e sulènas.

A cando, tott’in duna,

si paret dae s’ala de Bellem,

unu bulione de ambaghe bianca

giutta dae sa frinighedda

de su notte.

Non bi ponet meda

a s’accurtziare a nois.

Si frimmant sos piccarolos de tinnire

e-i sos canes restant inconados.

Sa nue de ambaghe leat a si partire

in nuittas chi manu manu leant fromma: ànghelos sunt!

Ànghelos falados de su chelu.

Nos inghiriant cantende

cun boghe melodiosa:

“Glória a Deus

in su pius altu de sos chelos

e paghe in terra a sos ómines

de bona voluntade.

Ponìde fattu:

In duna corona azis a bider,

una criaduredda in sa mandigadorza,

sa mama a un’ala

e-i su babbu a s’àtera:

est su Messia !

su Salvadore

promissu dae Deus

e chi bois

sezis isettende dae semper!…

… E tuccadu amus,

cun sas féminas e cun sos parabenes.

E, propiamente

comente aiant nadu sos ànghelos,

amus agattadu sa criaduredda

in sa mandigadorza,

inter sos pegos

chi teniant caldu su logu.

A un’ala e a s’àtera,

sa mama e-i su babbu

chi nos ant retzìdu

cun bonas maneras

e atterettantu ant atzettadu

sos parabenes chi che l’amus giuttu.

Cando sas féminas

si basaiant sa mama de sa criadura

e li daiant su “MAMA DICCIOSA”,

issa torraiat gràtzias

piùs cun sos ojos

chi non cun sas laras.

In cussa grutta

tottu nois

amus leadu sentore de chelu.

ZACCARIA

E no ebbia sos de sa cussorza sunt andados a sa grutta a adorare su Messia, ma dae tottu su mundu nd’est bénnida de zente.

Finas sos res de sa terra si sun móvidos a visitare e a adorare su Segnore

SOS TRES RES

1° – S’istella sua amus bidu in oriente e bennidos semus a l’adorare

A su re Erode nos semus presentados pro nos inzitare su logu inue deviat nascher su Messia ma isse de mala carena e malamente inchizadu nos at nadu de torrare a sa regia sua torrendennòche a sas terras nostras

pro li narrer de pretzisu su logu

chi fimis chirchende ca finas isse

esseret andadu a adorare su re pitzinnu.

2°  –  Un’ànghelu, ma però, amus bidu tottos tres in su sonnu chi nos at avvértidu de non passare a inue Erode ca fit chirchende su Piseddu pro lu bocchire.

3°  –  Pro nos che torrare amus a leare un’àtera filada.

Sos parabenes nostros sunt:

s’oro pro sa dinnidade reale de Gesus;

sa timanza pro l’adorare ca est Deus;

sa mirra chi est s’indìcu de sa dinnidade satzerdotale e de sa sufferéntzia.

ZUSEPPE

Finas a mie est bénnidu un’anghelu in su sónniu e m’at nadu de leare a Maria e su Piseddu e fuire attesu in Egitto ca Erode cheret bocchire sa criadura.

E, diffattis semus prontos pro tuccare.

PREGADORIA DE ZUSEPPE

Deus Soberanu Onnipotente,

a mie, umìle mastruàscia

as seberadu

pro amparare a fizu tou

nàschidu dae sas  intragnas

de sa Fémina mia,

de custa criadura tua

chi as chérfidu preserbare

dae su primu peccadu de s’umanidade.

E deo, cun custas manos corriatas

dae su tribàgliu,

comente fatto a carignare

cust’angheleddu dae chelu faladu,

a lu leare a palas, Segnore…

Ma, si tue lu cheres e mi lu cumandas,

at a esser un’àteru “emmo”

a sa fide chi mi das

finas si de custu assuntu

no isco cantu nde so dignu.

Cun s’aggiudu Tou,

Deus Soberanu,

ap’a esser amparu  e ghia de ambos duos :

mama e fizu, pro more Tou

si custa est sa voluntade Tua Santa.

So intrende in tempus ma,

si cheres Tue,

eo so prontu

a mi fagher babbu in terra

de fizu Tou Divinu

finas a cando

no at a aer sas fortzas

de caminare dae perisse

in custu mundu iscameddosu e iscuru.

E Isse at a esser sa lughe de su mundu,

su sale de sa terra,

s’abba cristallina pro sa zente sidida.

Abba de vida nos at a dare

pro nos attonare

de s’Ispiridu Tou,

Babbu Onnipotente Soberanu.

B’apo a ponner tottu sas fortzas

de su corpus meu e de s’anima mia

ca a fagher su chi cheres Tue

est unu giuale dulche

finas si pesosu.

Su piseddu at a imparare su chi isco deo

pro chi iscat ite est tribàgliu e pelea.

E deo, imparende a Isse,

cantas cosas apo a imparare!

Deus Soberanu Onnipotente,

fatta siet sa voluntade tua

dae como fin’a sa morte.

INTREGU

(Nostra Segnora intregat su Fizu a su mundu)

Allu in bratzos mios su Messia:

che a nois est criadura su Criadore.

Nàschidu est in su frittu, in sa traschìa

pro dare a sos òmines s’amore.

At a passare vida in tribulìa,

at a patire penas e dolore,

at a suffrire cust’Anima mia,

at a morrer in rughe cun rigore.

At a lassare a nois un’eréu

pérdidu pro sa neghe de su peccadu,

pecchende cun superbia contr’a Deu.

Ammentemunnos su chi nos at nadu:

“Donzunu in custu mundu est frade meu”

… Cun sa morte sa vida nos at dadu.

(BOGHE FORA DE CAMPU)

Notte iscura, muda,

no ischimuzu de feras,

non boghes in s’istérrida alva.

Sos isteddos sunt pianghende

làgrimas de astràu.

S’aèra in mudèsa

càntigu est cantende

soberanu,

in s’àmina l’intendo.

Torrat Nadale.

Falat dae chelu

in chéjas lughìdas,

in piàttas e carrelas

a festa tramunadas,

in domo de su riccu

dae saràu incoronada,

inoghe, igùe…

inue bi ses tue

cun sa bértula piena…

Eàllu,

trazende pes,

che pedidòre

cun s’umbra sua

est avantzende…

Non b’at in ziru un’animale:

nottèsta est Nadale.

Isse est torrende

sena saccu,

sena pane,

frunidu ‘e penas:

su dolore

si l’idet in su chizu.

Est Nadale,

sa festa tua, Fizu…

Sa festa de su perdonu e de s’amore,

sa festa de su dolore,

sa festa de su tribagliu

sueradu santamente,

sa festa de sa zente

sidida de paghe,

festa de òmines

de bona voluntade.

(BOGHE FORA DE CAMPU)

Si esseres naschidu in terra mia

finas inoghe in sa mandigadorza

t’aìmis postu sos de sa cussorza

chi passan sa vida in tribulia.

Si esseres naschìdu in terra mia

ch’aimus dismittidu sa resorza

in manu pro leare messadorza

a messare laores a porfìa

Si esseres in terra mia naschidu

a pes tuos sas malas bideas

aimis postu pro nos mezorare.

Sos Sardos tando aèren vividu

sana sa vida e sena pelèas

pares cun pares pro nos rispettare.

F  I  N  E

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5 Dicembre 2009 - Categoria: eventi culturali

Le fantasie di Spatuzza che Berlusconi rintuzza

Contro la criminalità

imagesIn un momento in cui l’Italia, con udienze da pagliettari, la mafia attacca il presidente del consiglio, con il solito: mi ha detto Graviano che avevamo in mano l’Italia perché il padrone di Canale 5  e un nostro compaesano erano al governo. La Repubblica più che riportare in sintesi il processo attacca Berlusconi, altri giornali mettono i punti interrogativi, altri se ne lavano le mani come Ponzio Pilato.Per fortuna Il Giornale, Libero e il Foglio espongono i fatti e aggiungono i commenti e dicono dell’insipienza e della stupidità del pentito che come Provenzano se la passa tra immaginette e Bibbia.

images-1Anch’io tanti anni fa ho sentito dire che un noto giornalista che aveva fondato un giornale scandalistico per seguire i politici democristiani anche in bagno aveva detto che i peti di Piccoli, al contrario di quelli di Andreotti, erano più odorosi. Me ne sono guardato dal riferire il tutto alle autorità sanitarie in quanto io, per mia fortuna, non avevo sentito né i peti dell’uno né i peti dell’altro. Non sarei stato un teste credibile e avrei fatto la figura di una lavandaia che dice dice ogni male possibile delle comari, per sentito dire. Alle lavandaie come ai barbieri non si dà credito. In certe sentine di piemme anche l’aver sentito parlare di un peto è prova provata del peto effettuato e del profumo raccolto. Poi ci meravigliamo se il mondo ci ride addosso. Ora, alla luce dei fatti, la bocca-ano di un omicida reo confesso del images-2delitto Borsellino, (di cui si era accusato anche un altro pentito),del ragazzo sciolto nell’acido, del colpo alla nuca di quel santuomo di don Puglisi, di altri  40 e più omicidi speteggia e narra di questo incontro da Quartiere Latino, di un suo capo, verso cui prova tanta riverenza, che gli avrebbe detto e via dicendo. Sembrano cose di questo mondo, ma non lo sono. Fantasie malate che contattano il surreale dove le orecchie scambiano il cerume per sinfonie, il naso profumi D&B per peti,  l’ano per  bocca,le lucciole per lanterne. Il palcoscenico dei tribunali italiani per avanspettacolo. Nei nostri 70 anni di vita dovevamo vedere tutto questo.

images-3Italia Italia quanto voli basso

cercando la giustizia con gli spettri

del mondo sei il paese più bagasso

e sotto terra più di mille metri.

Scambi tu l’ano per la bocca chiara

un mostro con un santo lindo e puro

i peti suoi per  un’ essenza rara

un casto monte per il bieco muro

images-4O pagliettari neri come i corvi

vi trastullate ancor come dementi

con pigli insulsi e con gli sguardi torvi

la mafia vi propina i suoi fomenti.

Aprite ben le orecchie pien di cera

l’usar codesti falsi criminali

d’inferno vi propina sorte nera

images-5usateli soltanto da orinali.

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2 Dicembre 2009 - Categoria: eventi culturali

Il regalo di Natale di Fini a Berlusconi

images-4Primo. Non bastava la richiesta, a quanto pare più presunta che verace, della non ancora separata consorte bolognese, checché ne abbiano scritto quotidiani e settimanali che pare ignorino la legge sulla separazione legale prima, (gestibile giudizialmente, con le mene, fino a dieci anni) e il divorzio, ugualmente gestibile giudizialmente per altri dieci anni, entrambi con due udienze l’anno. Solo entro quattro mesi la signora avrà diritto alla separazione personale e al modesto (tanto per dire) assegno per campare, non si sa mai che da Bologna non le portino i tortellini.

images-5Secondo. Non era sufficiente la richiesta immediata da parte di quel poveraccio di De Benedetti, (che nel frattempo, a Dogliani, sta ingravidandosi la villa) di 750 milioni di euro.

images-6Terzo. Non bastava il regalo dato generosamente dalla Consulta, sinistrorsa di timbratura, con la bocciatura del Lodo Alfano.

images-7Quarto. (Quattro bara!) ci voleva prima di Natale, sempre con la bivoce di Scalfari-De Benedetti, a mezzo del megafono di Repubblica, anche il bel regalino di Fini a Berlusconi.

Gli ammonimenti di Napolitano ai  queruli e boriosi piemme non bastano. Un buon lavoro sui condannati al 416 bis , una via di liberazione redentiva, qual è la collaborazione di giustizia, e si apre la fontanella delle luride tubature (leggi gola), dell’ assassino del parroco don Puglisi, finito con un colpo alla nuca, ed eccoti chiocchiolare dal rubinetto (leggi bocca) la verità sacrosanta su tutte le nefandezze mafiose: ieri di Andreotti, domani di Berlusconi, entrambi attori affezionati di mafia e politica.

images-8Accanto al presepio mettiamo il pentito Spatuzza, l’immondo assassino, convertito alla parola, al verbo, alla verità e presto, con un processo a catena durante il quale scopriremo che l’uomo al quale abbiamo dato il consenso è autore delle trattative tra mafia e stato, il riciclatore del denaro sporco, anzi l’amministratore delegato di tutte le mafie, l’organizzatore dell’assassinio di Falcone.

Il profeta Trumballo, amante della poesia romantica e delle teorie astronomiche dei piemme, che gli hanno procurato qualche spicciolo,  aveva visto chiaro! E non era creduto! Cassandraccia!!!

Ed io, detentore di un solo voto, il mio, l’ho pure sprecato per un uomo oggi in odore d’essere l’ad  della mafia.

Miei cinque lettori amici, questo Natale non nascerà Gesù Bambino, ma Spatuzza. La bocca della verità, ben intonata dai grandi orecchi dei limpidi nostri piemme.

Arrivati a questo punto, per i 21 milioni  e mezzo di fan di Berlusconi si apre solo il mare e una macina al collo.

Pensate, abbiamo mandato al potere il mafioso dei mafiosi: Silvio Berlusconi, il siur Brambilla milanese, che ha battuto in breccia la mafia campano-puglio-calabro-sicula.

images-9Il sacrestano che porterà il regalo nelle nostre case, sapete chi è? L’ex missino bolognese, il convertito alla democrazia: Gianfranco Fini, la terza carica dello Stato itagliano, camerati!

Non c’è che da premiarlo, eleggendolo subito a Presidente del Consiglio!

Ora capisco perché il mio concittadino Francesco Cossiga aveva suggerito a Berlusconi di andare al voto!

images-10De Benedetti, che va ingrassando la villona di Dogliani, che presto incasserà 750 milioni di euro per la sua esausta CIR, farà un gioioso e santo Natale.

Din din din/din din din/sono io il Natale!

A. T.

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29 Novembre 2009 - Categoria: versi in italiano

Il cielo autunnale di Ange de Clermont


Il cielo autunnale

images-105si copre

di plumbei nuvoloni

su cui

tuoni scorrazzano

saette e tuoni.

Il mare

images-106gelido lago

occhio immane

fra la nebbia

piange.

Col pianto

images-107sulla mobile pupilla

trascorrere

vediamo

il fantasma autunnale.

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29 Novembre 2009 - Categoria: cultura

Vanità delle vanità, tutto è vanità di Qoelet (Salomone)

Qoèlet – Capitolo 1

images-104[1]Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.

PRIMA PARTE

Prologo

[2]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

vanità delle vanità, tutto è vanità.

[3]Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno

per cui fatica sotto il sole?

[4]Una generazione va, una generazione viene

ma la terra resta sempre la stessa.

[5]Il sole sorge e il sole tramonta,

si affretta verso il luogo da dove risorgerà.

[6]Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;

gira e rigira

e sopra i suoi giri il vento ritorna.

[7]Tutti i fiumi vanno al mare,

eppure il mare non è mai pieno:

raggiunta la loro mèta,

i fiumi riprendono la loro marcia.

[8]Tutte le cose sono in travaglio

e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.

Non si sazia l’occhio di guardare

né mai l’orecchio è sazio di udire.

[9]Ciò che è stato sarà

e ciò che si è fatto si rifarà;

non c’è niente di nuovo sotto il sole.

[10]C’è forse qualcosa di cui si possa dire:

«Guarda, questa è una novità»?

Proprio questa è gia stata nei secoli

che ci hanno preceduto.

[11]Non resta più ricordo degli antichi,

ma neppure di coloro che saranno

si conserverà memoria

presso coloro che verranno in seguito.

Vita di Salomone

[12]Io, Qoèlet, sono stato re d’Israele in Gerusalemme. [13]Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. E’ questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino. [14]Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento.

[15]Ciò che è storto non si può raddrizzare

e quel che manca non si può contare.

[16]Pensavo e dicevo fra me: «Ecco, io ho avuto una sapienza superiore e più vasta di quella che ebbero quanti regnarono prima di me in Gerusalemme. La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». [17]Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, [18]perchè

molta sapienza, molto affanno;

chi accresce il sapere, aumenta il dolore.

Qoèlet – Capitolo 2

[1]Io ho detto in cuor mio: «Vieni, dunque, ti voglio mettere alla prova con la gioia: Gusta il piacere!». Ma ecco anche questo è vanità.

[2]Del riso ho detto: «Follia!»

e della gioia: «A che giova?».

[3]Ho voluto soddisfare il mio corpo con il vino, con la pretesa di dedicarmi con la mente alla sapienza e di darmi alla follia, finché non scoprissi che cosa convenga agli uomini compiere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita. [4]Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. [5]Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d’ogni specie; [6]mi sono fatto vasche, per irrigare con l’acqua le piantagioni. [7]Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa e ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero più di tutti i miei predecessori in Gerusalemme. [8]Ho accumulato anche argento e oro, ricchezze di re e di province; mi sono procurato cantori e cantatrici, insieme con le delizie dei figli dell’uomo. [9]Sono divenuto grande, più potente di tutti i miei predecessori in Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza. [10]Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d’ogni mia fatica; questa è stata la ricompensa di tutte le mie fatiche. [11]Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole.

[12]Ho considerato poi la sapienza, la follia e la stoltezza. «Che farà il successore del re? Ciò che è gia stato fatto». [13]Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre:

[14]Il saggio ha gli occhi in fronte,

ma lo stolto cammina nel buio.

Ma so anche che un’unica sorte

è riservata a tutt’e due.

[15]Allora ho pensato: «Anche a me toccherà la sorte dello stolto! Allora perché ho cercato d’esser saggio? Dov’è il vantaggio?». E ho concluso: «Anche questo è vanità». [16]Infatti, né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato. Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.

[17]Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa infatti è vanità e un inseguire il vento. [18]Ho preso in odio ogni lavoro da me fatto sotto il sole, perché dovrò lasciarlo al mio successore. [19]E chi sa se questi sarà saggio o stolto? Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! [20]Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo durato sotto il sole, [21]perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.

[22]Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? [23]Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! [24]Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. [25]Difatti, chi può mangiare e godere senza di lui? [26]Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d’ammassare per colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un inseguire il vento!

Qoèlet – Capitolo 3

La morte

[1]Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

[2]C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,

un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.

[3]Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,

un tempo per demolire e un tempo per costruire.

[4]Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

un tempo per gemere e un tempo per ballare.

[5]Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.

[6]Un tempo per cercare e un tempo per perdere,

un tempo per serbare e un tempo per buttar via.

[7]Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,

un tempo per tacere e un tempo per parlare.

[8]Un tempo per amare e un tempo per odiare,

un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

[9]Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?

[10]Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. [11]Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine. [12]Ho concluso che non c’è nulla di meglio per essi, che godere e agire bene nella loro vita; [13]ma che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro è un dono di Dio. [14]Riconosco che qualunque cosa Dio fa è immutabile; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere. Dio agisce così perché si abbia timore di lui. [15]Ciò che è, gia è stato; ciò che sarà, gia è; Dio ricerca ciò che è gia passato.

[16]Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà. [17]Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. [18]Poi riguardo ai figli dell’uomo mi son detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono come bestie. [19]Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. [20]Tutti sono diretti verso la medesima dimora:

tutto è venuto dalla polvere

e tutto ritorna nella polvere.

[21]Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra? [22]Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, perché questa è la sua sorte. Chi potrà infatti condurlo a vedere ciò che avverrà dopo di lui?

Qoèlet – Capitolo 4

La società

[1]Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole. Ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c’è chi li consoli. [2]Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; [3]ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto le azioni malvage che si commettono sotto il sole.

[4]Ho osservato anche che ogni fatica e tutta l’abilità messe in un lavoro non sono che invidia dell’uno con l’altro. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.

[5]Lo stolto incrocia le braccia

e divora la sua carne.

[6]Meglio una manciata con riposo

che due manciate con fatica.

[7]Inoltre ho considerato un’altra vanità sotto il sole: [8]uno è solo, senza eredi, non ha un figlio, non un fratello. Eppure non smette mai di faticare, né il suo occhio è sazio di ricchezza: «Per chi mi affatico e mi privo dei beni?». Anche questo è vanità e un cattivo affannarsi.

[9]Meglio essere in due che uno solo, perché due hanno un miglior compenso nella fatica. [10]Infatti, se vengono a cadere, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. [11]Inoltre, se due dormono insieme, si possono riscaldare; ma uno solo come fa a riscaldarsi? [12]Se uno aggredisce, in due gli possono resistere e una corda a tre capi non si rompe tanto presto.

[13]Meglio un ragazzo povero ma accorto,

che un re vecchio e stolto

che non sa ascoltare i consigli.

[14]Il ragazzo infatti può uscir di prigione ed esser proclamato re, anche se, mentre quegli regnava, è nato povero. [15]Ho visto tutti i viventi che si muovono sotto il sole, stare con quel ragazzo, il secondo, cioè l’usurpatore. [16]Era una folla immensa quella di cui egli era alla testa. Ma coloro che verranno dopo non avranno da rallegrarsi di lui. Anche questo è vanità e un inseguire il vento.

[17]Bada ai tuoi passi, quando ti rechi alla casa di Dio. Avvicinarsi per ascoltare vale più del sacrificio offerto dagli stolti che non comprendono neppure di far male.

Qoèlet – Capitolo 5

[1]Non essere precipitoso con la bocca e il tuo cuore non si affretti a proferir parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò le tue parole siano parche, poichè

[2]Dalle molte preoccupazioni vengono i sogni

e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto.

[3]Quando hai fatto un voto a Dio, non indugiare a soddisfarlo, perché egli non ama gli stolti: adempi quello che hai promesso. [4]E’ meglio non far voti, che farli e poi non mantenerli. [5]Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e non dire davanti al messaggero che è stata una inavvertenza, perché Dio non abbia ad adirarsi per le tue parole e distrugga il lavoro delle tue mani. [6]Poiché dai molti sogni provengono molte delusioni e molte parole. Abbi dunque il timor di Dio.

[7]Se vedi nella provincia il povero oppresso e il diritto e la giustizia calpestati, non ti meravigliare di questo, poiché sopra un’autorità veglia un’altra superiore e sopra di loro un’altra ancora più alta: [8]l’interesse del paese in ogni cosa è un re che si occupa dei campi.

Il denaro

[9]Chi ama il denaro, mai si sazia di denaro e chi ama la ricchezza, non ne trae profitto. Anche questo è vanità. [10]Con il crescere dei beni i parassiti aumentano e qual vantaggio ne riceve il padrone, se non di vederli con gli occhi?

[11]Dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi;

ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire.

[12]Un altro brutto malanno ho visto sotto il sole: ricchezze custodite dal padrone a proprio danno. [13]Se ne vanno in fumo queste ricchezze per un cattivo affare e il figlio che gli è nato non ha nulla nelle mani. [14]Come è uscito nudo dal grembo di sua madre, così se ne andrà di nuovo come era venuto, e dalle sue fatiche non ricaverà nulla da portar con sé. [15]Anche questo è un brutto malanno: che se ne vada proprio come è venuto. Qual vantaggio ricava dall’aver gettato le sue fatiche al vento? [16]Inoltre avrà passato tutti i suoi giorni nell’oscurità e nel pianto fra molti guai, malanni e crucci.

[17]Ecco quello che ho concluso: è meglio mangiare e bere e godere dei beni in ogni fatica durata sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli dà: è questa la sua sorte. [18]Ogni uomo, a cui Dio concede ricchezze e beni, ha anche facoltà di goderli e prendersene la sua parte e di godere delle sue fatiche: anche questo è dono di Dio. [19]Egli non penserà infatti molto ai giorni della sua vita, poiché Dio lo tiene occupato con la gioia del suo cuore.

Qoèlet – Capitolo 6

[1]Un altro male ho visto sotto il sole, che pesa molto sopra gli uomini. [2]A uno Dio ha concesso beni, ricchezze, onori e non gli manca niente di quanto desidera; ma Dio non gli concede di poterne godere, perché è un estraneo che ne gode. Ciò è vanità e malanno grave!

[3]Se uno avesse cento figli e vivesse molti anni e molti fossero i suoi giorni, se egli non gode dei suoi beni e non ha neppure una tomba, allora io dico: meglio di lui l’aborto, [4]perché questi viene invano e se ne va nella tenebra e il suo nome è coperto dalla tenebra. [5]Non vide neppure il sole: non conobbe niente; eppure il suo riposo è maggiore di quello dell’altro. [6]Se quello vivesse anche due volte mille anni, senza godere dei suoi beni, forse non dovranno andare tutt’e due nel medesimo luogo?

[7]Tutta la fatica dell’uomo è per la bocca e la sua brama non è mai sazia. [8]Quale vantaggio ha il saggio sullo stolto? Quale il vantaggio del povero che sa comportarsi bene di fronte ai viventi?

[9]Meglio vedere con gli occhi, che vagare con il desiderio. Anche questo è vanità e un inseguire il vento. [10]Ciò che è, gia da tempo ha avuto un nome; e si sa che cos’è un uomo: egli non può competere con chi è più forte di lui. [11]Le molte parole aumentano la delusione e quale vantaggio v’è per l’uomo? [12]Chi sa quel che all’uomo convenga durante la vita, nei brevi giorni della sua vana esistenza che egli trascorre come un’ombra? Chi può indicare all’uomo cosa avverrà dopo di lui sotto il sole?

Qoèlet – Capitolo 7

SECONDA PARTE

Prologo

[1]Un buon nome è preferibile all’unguento profumato

e il giorno della morte al giorno della nascita.

[2]E’ meglio andare in una casa in pianto

che andare in una casa in festa;

perché quella è la fine d’ogni uomo

e chi vive ci rifletterà.

[3]E’ preferibile la mestizia al riso,

perché sotto un triste aspetto il cuore è felice.

[4]Il cuore dei saggi è in una casa in lutto

e il cuore degli stolti in una casa in festa.

[5]Meglio ascoltare il rimprovero del saggio

che ascoltare il canto degli stolti:

[6]perché com’è il crepitio dei pruni sotto la pentola,

tale è il riso degli stolti.

Ma anche questo è vanità.

[7]Il mal tolto rende sciocco il saggio

e i regali corrompono il cuore.

La sanzione

[8]Meglio la fine di una cosa che il suo principio;

è meglio la pazienza della superbia.

[9]Non esser facile a irritarti nel tuo spirito, perché l’ira alberga in seno agli stolti. [10]Non domandare: «Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?», poiché una tale domanda non è ispirata da saggezza. [11]E’ buona la saggezza insieme con un patrimonio ed è utile per coloro che vedono il sole; [12]perché si sta all’ombra della saggezza come si sta all’ombra del denaro e il profitto della saggezza fa vivere chi la possiede.

[13]Osserva l’opera di Dio: chi può raddrizzare ciò che egli ha fatto curvo? [14]Nel giorno lieto stà allegro e nel giorno triste rifletti: «Dio ha fatto tanto l’uno quanto l’altro, perché l’uomo non trovi nulla da incolparlo».

[15]Tutto ho visto nei giorni della mia vanità: perire il giusto nonostante la sua giustizia, vivere a lungo l’empio nonostante la sua iniquità.

[16]Non esser troppo scrupoloso

né saggio oltre misura.

Perché vuoi rovinarti?

[17]Non esser troppo malvagio

e non essere stolto.

Perché vuoi morire innanzi tempo?

[18]E’ bene che tu ti attenga a questo e che non stacchi la mano da quello, perché chi teme Dio riesce in tutte queste cose.

[19]La sapienza rende il saggio più forte di dieci potenti che governano la città. [20]Non c’è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non pecchi. [21]Ancora: non fare attenzione a tutte le dicerie che si fanno, per non sentir che il tuo servo ha detto male di te, [22]perché il tuo cuore sa che anche tu hai detto tante volte male degli altri.

[23]Tutto questo io ho esaminato con sapienza e ho detto: «Voglio essere saggio!», ma la sapienza è lontana da me! [24]Ciò che è stato è lontano e profondo, profondo: chi lo può raggiungere?

[25]Mi son applicato di nuovo a conoscere e indagare e cercare la sapienza e il perché delle cose e a conoscere che la malvagità è follia e la stoltezza pazzia. [26]Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso.

[27]Vedi, io ho scoperto questo, dice Qoèlet, confrontando una ad una le cose, per trovarne la ragione. [28]Quello che io cerco ancora e non ho trovato è questo:

Un uomo su mille l’ho trovato:

ma una donna fra tutte non l’ho trovata.

[29]Vedi, solo questo ho trovato:

Dio ha fatto l’uomo retto,

ma essi cercano tanti fallaci ragionamenti.

Qoèlet – Capitolo 8

[1]Chi è come il saggio?

Chi conosce la spiegazione delle cose?

La sapienza dell’uomo ne rischiara il volto,

ne cambia la durezza del viso.

[2]Osserva gli ordini del re e, a causa del giuramento fatto a Dio, [3]non allontanarti in fretta da lui e non persistere nel male; perché egli può fare ciò che vuole. [4]Infatti, la parola del re è sovrana; chi può dirgli: «Che fai?». [5]Chi osserva il comando non prova alcun male; la mente del saggio conosce il tempo e il giudizio.

[6]Infatti, per ogni cosa vi è tempo e giudizio e il male dell’uomo ricade gravemente su chi lo fa. [7]Questi ignora che cosa accadrà; chi mai può indicargli come avverrà? [8]Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della sua morte, né c’è scampo dalla lotta; l’iniquità non salva colui che la compie.

[9]Tutto questo ho visto riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, quando l’uomo domina sull’altro uomo, a proprio danno. [10]Frattanto ho visto empi venir condotti alla sepoltura; invece, partirsene dal luogo santo ed essere dimenticati nella città coloro che avevano operato rettamente. Anche questo è vanità. [11]Poiché non si dà una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore dei figli dell’uomo è pieno di voglia di fare il male; [12]poiché il peccatore, anche se commette il male cento volte, ha lunga vita. Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio, appunto perché provano timore davanti a lui, [13]e non sarà felice l’empio e non allungherà come un’ombra i suoi giorni, perché egli non teme Dio. [14]Sulla terra si ha questa delusione: vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dagli empi con le loro opere, e vi sono empi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere. Io dico che anche questo è vanità.

[15]Perciò approvo l’allegria, perché l’uomo non ha altra felicità, sotto il sole, che mangiare e bere e stare allegro. Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole.

[16]Quando mi sono applicato a conoscere la sapienza e a considerare l’affannarsi che si fa sulla terra – poiché l’uomo non conosce riposo né giorno né notte – [17]allora ho osservato tutta l’opera di Dio, e che l’uomo non può scoprire la ragione di quanto si compie sotto il sole; per quanto si affatichi a cercare, non può scoprirla. Anche se un saggio dicesse di conoscerla, nessuno potrebbe trovarla.

Qoèlet – Capitolo 9

La sorte

[1]Infatti ho riflettuto su tutto questo e ho compreso che i giusti e i saggi e le loro azioni sono nelle mani di Dio.

L’uomo non conosce né l’amore né l’odio; davanti a lui tutto è vanità.

[2]Vi è una sorte unica per tutti,

per il giusto e l’empio,

per il puro e l’impuro,

per chi offre sacrifici e per chi non li offre,

per il buono e per il malvagio,

per chi giura e per chi teme di giurare.

[3]Questo è il male in tutto ciò che avviene sotto il sole: una medesima sorte tocca a tutti e anche il cuore degli uomini è pieno di male e la stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita, poi se ne vanno fra i morti. [4]Certo, finché si resta uniti alla società dei viventi c’è speranza: meglio un cane vivo che un leone morto. [5]I vivi sanno che moriranno, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, perché il loro ricordo svanisce. [6]Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.

[7]Và, mangia con gioia il tuo pane,

bevi il tuo vino con cuore lieto,

perché Dio ha gia gradito le tue opere.

[8]In ogni tempo le tue vesti siano bianche

e il profumo non manchi sul tuo capo.

[9]Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole. [10]Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare.

[11]Ho visto anche sotto il sole che non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza e nemmeno degli intelligenti il favore, perché il tempo e il caso raggiungono tutti. [12]Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui.

Saggezza e follia

[13]Anche questo fatto ho visto sotto il sole e mi parve assai grave: [14]c’era una piccola città con pochi abitanti. Un gran re si mosse contro di essa, l’assediò e vi costruì contro grandi bastioni. [15]Si trovava però in essa un uomo povero ma saggio, il quale con la sua sapienza salvò la città; eppure nessuno si ricordò di quest’uomo povero. [16]E io dico:

E’ meglio la sapienza della forza,

ma la sapienza del povero è disprezzata

e le sue parole non sono ascoltate.

[17]Le parole calme dei saggi si ascoltano

più delle grida di chi domina fra i pazzi.

[18]Meglio la sapienza che le armi da guerra,

ma uno sbaglio solo annienta un gran bene.

Qoèlet – Capitolo 10

[1]Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere:

un pò di follia può contare più della sapienza e dell’onore.

[2]La mente del sapiente si dirige a destra

e quella dello stolto a sinistra.

[3]Per qualunque via lo stolto cammini è privo di senno e di ognuno dice: «E’ un pazzo».

[4]Se l’ira d’un potente si accende contro di te, non lasciare il tuo posto, perché la calma placa le offese anche gravi.

[5]C’è un male che io ho osservato sotto il sole: l’errore commesso da parte di un sovrano: [6]la follia vien collocata in posti elevati e gli abili siedono in basso. [7]Ho visto schiavi a cavallo e prìncipi camminare a piedi come schiavi.

[8]Chi scava una fossa ci casca dentro

e chi disfà un muro è morso da una serpe.

[9]Chi spacca le pietre si fa male

e chi taglia legna corre pericolo.

[10]Se il ferro è ottuso e non se ne affila il taglio, bisogna raddoppiare gli sforzi; la riuscita sta nell’uso della saggezza. [11]Se il serpente morde prima d’essere incantato, non c’è niente da fare per l’incantatore.

[12]Le parole della bocca del saggio procurano benevolenza,

ma le labbra dello stolto lo mandano in rovina:

[13]il principio del suo parlare è sciocchezza,

la fine del suo discorso pazzia funesta.

[14]L’insensato moltiplica le parole: «Non sa l’uomo quel che avverrà: chi gli manifesterà ciò che sarà dopo di lui?».

[15]La fatica dello stolto lo stanca;

poiché non sa neppure andare in città.

[16]Guai a te, o paese, che per re hai un ragazzo

e i cui prìncipi banchettano fin dal mattino!

[17]Felice te, o paese, che per re hai un uomo libero

e i cui prìncipi mangiano al tempo dovuto

per rinfrancarsi e non per gozzovigliare.

[18]Per negligenza il soffitto crolla

e per l’inerzia delle mani piove in casa.

[19]Per stare lieti si fanno banchetti

e il vino allieta la vita;

il denaro risponde a ogni esigenza.

[20]Non dir male del re neppure con il pensiero

e nella tua stanza da letto non dir male del potente,

perché un uccello del cielo trasporta la voce

e un alato riferisce la parola.

Qoèlet – Capitolo 11

[1]Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai. [2]Fanne sette od otto parti, perché non sai quale sciagura potrà succedere sulla terra.

[3]Se le nubi sono piene di acqua,

la rovesciano sopra la terra;

se un albero cade a sud o a nord,

là dove cade rimane.

[4]Chi bada al vento non semina mai

e chi osserva le nuvole non miete.

[5]Come ignori per qual via lo spirito entra nelle ossa dentro il seno d’una donna incinta, così ignori l’opera di Dio che fa tutto.

[6]La mattina semina il tuo seme

e la sera non dar riposo alle tue mani,

perché non sai qual lavoro riuscirà,

se questo o quello

o se saranno buoni tutt’e due.

[7]Dolce è la luce

e agli occhi piace vedere il sole.

[8]Anche se vive l’uomo per molti anni

se li goda tutti,

e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti:

tutto ciò che accade è vanità.

[9]Stà lieto, o giovane, nella tua giovinezza,

e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù.

Segui pure le vie del tuo cuore

e i desideri dei tuoi occhi.

Sappi però che su tutto questo

Dio ti convocherà in giudizio.

[10]Caccia la malinconia dal tuo cuore,

allontana dal tuo corpo il dolore,

perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio.

Qoèlet – Capitolo 12

[1]Ricòrdati del tuo creatore

nei giorni della tua giovinezza,

prima che vengano i giorni tristi

e giungano gli anni di cui dovrai dire:

«Non ci provo alcun gusto»,

[2]prima che si oscuri il sole,

la luce, la luna e le stelle

e ritornino le nubi dopo la pioggia;

[3]quando tremeranno i custodi della casa

e si curveranno i gagliardi

e cesseranno di lavorare le donne che macinano,

perché rimaste in poche,

e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

[4]e si chiuderanno le porte sulla strada;

quando si abbasserà il rumore della mola

e si attenuerà il cinguettio degli uccelli

e si affievoliranno tutti i toni del canto;

[5]quando si avrà paura delle alture

e degli spauracchi della strada;

quando fiorirà il mandorlo

e la locusta si trascinerà a stento

e il cappero non avrà più effetto,

poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna

e i piagnoni si aggirano per la strada;

[6]prima che si rompa il cordone d’argento

e la lucerna d’oro s’infranga

e si rompa l’anfora alla fonte

e la carrucola cada nel pozzo

[7]e ritorni la polvere alla terra, com’era prima,

e lo spirito torni a Dio che lo ha dato.

[8]Vanità delle vanità, dice Qoèlet,

e tutto è vanità.

Epilogo

[9]Oltre a essere saggio, Qoèlet insegnò anche la scienza al popolo; ascoltò, indagò e compose un gran numero di massime.

[10]Qoèlet cercò di trovare pregevoli detti e scrisse con esattezza parole di verità. [11]Le parole dei saggi sono come pungoli; come chiodi piantati, le raccolte di autori: esse sono date da un solo pastore. [12]Quanto a ciò che è in più di questo, figlio mio, bada bene: i libri si moltiplicano senza fine ma il molto studio affatica il corpo.

[13]Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto.

[14]Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male.

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