26 Maggio 2010
- Categoria:
storia
Pubblichiamo volentieri il profilo di un vescovo algherese del Settecento interessato all’alfabetizzazione dei fanciulli della diocesi. Autore del profilo è il prof. Giuseppe Zichi, professore, a contratto, di Storia del Risorgimento presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Sassari. Di nostro abbiamo aggiunto il suo episcopato a Saluzzo così come viene descritto nel sito storico della diocesi.
( A. T. )
Giovanni Battista Lomellini nasce a Carmagnola, in Piemonte, il 12 marzo 1670 da nobile famiglia. Frate domenicano dell’Ordine dei Predicatori e maestro in Sagra Teologia, fu parroco e poi priore nella Chiesa della Minerva a Roma; rivestì inoltre l’incarico di penitenziere nella chiesa di Santa Maria Maggiore della stessa città. Il 16 aprile 1726, secondo il sistema del Regio Patronato, Benedetto XIII su proposta del Re di Sardegna Vittorio Amedeo II, gli affidò la cura della diocesi di Alghero consacrandolo nella Cappella di S. Pio V in Vaticano. Appare opportuno ricordare che il pontefice, come scrive Damiano Filia ne La Sardegna Cristiana, avrebbe preferito innalzare alla sede vescovile un romagnolo, avuto come vicario generale in Benevento, ma il marchese d’Ormea fece pressione per destinarvi il domenicano Giovanni Battista Lomellini.
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Nel salone dell’Auditorium del Seminarietto, in Sassari, alla presenza dell’Arcivescovo mons. Paolo Atzei, del Rettore Magnifico dell’Università degli Studi di Sassari, Prof. Attilio Mastino, del famoso ottuagenario Prof. Manlio Brigaglia, della Prof. ssa Assunta Trova, di una piccola rappresentanza di Pie Sorelle Educatrici e di Suore del Getsemani e di un piccolo gruppo di signore e signorine, in tutto non più di 25 persone , oratori compresi, il direttore di Libertà don Michele Murgia ha dato inizio alle celebrazioni. I tre relatori Giuseppe Zichi, Angelino Tedde hanno rievocato le figure che nel 1910 diedero vita al settimanale in un clima di grossi scontri politici tra clericali, (così venivano chiamati i cattolici), e progressisti che in città controllavano tutte le istituzioni: Comune, Provincia, industrie piccole e medie, e la stampa per mezzo del quotidiano “La Nuova Sardegna”. Perfino il collegio ed educandato dell’Orfanotrofio delle Figlie di Maria.
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Sos pitzinnos de sa carrela intitulada a Garibaldi in sa bidda de Abbaidamonte fint una vintina, nàschidos dae su 1935 a su 1940, ma comente sunt nàschidos, sunt crèschidos, sunt diventados mannos e manu manu si che sunt andende a s’ateru mundu. Arrivit primu a ue Santu Pedru Ico Lumbau e dimandat a ue est destinadu: Santu Pedru chircat s’anàgrafe de sos tre istados de s’àteru mundu: Paradisu, Purgadoriu e Inferru e chirca chirca agatat su destinu de custu mortu a segundu sos pensamentos, sas peràulas, sas òberas e sas omissiones fatas. Giamat a Ico e li narat: “Tue fis emigradu in Frantza e custu ti salvat dae s’inferru ca gia nd’as passadu meda de dolores e de matanas, però fizu meu caru as passadu sa vida chen’andare a missa e custa est un’omissione chi ti che lampat in Purgadoriu nessi pro tantos annos cantas sunt sas missas chi no as iscultadu!
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13 Maggio 2010
- Categoria:
cultura
ERA SARDO, NON CARTAGINESE
È del tutto certo che su noi linguisti incombe in maniera permanente il grave pericolo di farci condizionare, nelle nostre scelte ermeneutiche ed etimologiche, dalle lingue che effettivamente conosciamo e soprattutto da quelle della nostra esatta specializzazione. Per la nostra Sardegna è un esempio paradigmatico quello del canonico Giovanni Spano che, all’apice della sua lunga carriera di benemerito studioso, pubblicò il suo Vocabolario Sardo geografico, patronimico ed etimologico (Cagliari 1875), nel quale si dette da fare per spiegare con la lingua fenicia – che egli del resto conosceva in maniera superficiale – moltissimi toponimi sardi, la massima parte dei quali sono invece di sicura ed anche evidente matrice od origine latina. Il grande linguista tedesco Max Leopold Wagner ha adoperato il vocabolo «feniciomania» per bollare alla radice il tentativo fallimentare messo in atto dallo Spano.
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«I vinti non lasciano archivi!»
Sarà perché la mia opera «Origine e parentela dei Sardi e degli Etruschi» è uscita nel 1995 ed è ormai esaurita e l’altra mia opera «Storia dei Sardi Nuragici» è recente, dato che è uscita appena nel 2007 (Selargius, edit. Domus de Janas), sta di fatto che nessuno di coloro che in questi ultimi mesi sono entrati nella vivace discussione sulla eventuale “scrittura nuragica” ha mostrato di conoscere queste mie opere, nelle quali risulta un ampio ed impegnato capitolo sul tema «I Nuragici e la scrittura». Ed allora, per ovviare a questo silenzio, casuale oppure voluto, con questo mio odierno intervento riassumo quanto ho scritto in quel capitolo.
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Quando nella notte i nostri occhi si alzano a guardare il cielo stellato, vedono un universo di sterminata bellezza che incanta e stupisce nella sua tacita obbedienza a una legge: legge di vita e di armonia che fin dall’inizio lo ha costituito e che in ogni attimo lo sostiene; legge che da sola testimonia il Creatore. E se così è degli astri del cielo, così è delle piante e dei fiori, che “sanno” quando sbocciare e fiorire, quando fruttificare e morire. Una profonda relazione lega tutti gli esseri viventi a Dio; relazione di profonda preghiera perché essi, con il loro esistere, inconsciamente lo riconoscono e lo seguono, “narrando la gloria”. Ma questa recondita preghiera trova espressione – e la più alta, perché cosciente e libera – anche nell’uomo. E’ la preghiera che nasce quando questi, ancor prima di entrare in colloquio con Dio, lo riconosce come Padre che lo ha creato e lo sostiene nell’essere al pari di tutto l’universo. Un rapporto con Dio quindi, che l’uomo è chiamato a stabilire quotidianamente con lui o a domandarglielo, cosi come ogni giorno gli chiediamo:
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30 Aprile 2010
- Categoria:
cultura
In questo brano di San Paolo ai Romani credo ce ne sia per tutti. Di fronte al relativismo e al soggettivismo etico oggi, e forse anche ieri, in voga il nostro apostolo non ha peli sulla lingua. (A. T. )
In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
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Gli antichi hanno tentato in modo molto vario e molto maldestro di spiegare l’etimologia del nome del fiume tosco-laziale Tevere (lat. Tiberis, Thybris, Thebris, greco Thybris); si veda la sintesi di questi tentativi presentata da Varrone (L.L. V 30). In epoca moderna, se non vado errato, è stato per primo Wilhelm Schulze, nella sua importantissima e geniale opera Zur Geschichte Lateinischer Eigennamen a prospettare l’origine etrusca del nome del fiume tosco-laziale (ediz. 1991, pgg. 247, 582). Egli lo ha fatto in base alla consonanza di questo idronimo con alcuni antroponimi etruschi. Questa spiegazione etrusca dello Schulze è stata in seguito accettata da Alfred Ernout, Les éléments étrusques du vocabulaire latin (Bull. de la Soc. de Ling., XXX, 1930, pg. 22) e dopo da Giuliano Bonfante, Etruscan Words in Latin (WORD, 36, 3, 1985, pg. 204).
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