26 Dicembre 2011
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cultura
Di un grand’uomo si vorrebbe conoscere tutto. Il poeta professore appartiene alla storia letteraria e, come si impara nella mostra mirabile e arguta dell’Archiginnasio curata da Marco Bazzocchi celebrativa del centenario, anche alla storia del costume e della psicologia amorosa. La mostra ingentilisce gli amori carducciani con il mito della bellezza classica e romantica, mostra galante, amabile, però…Carducci fu proprio così amoroso? Forse era più dedito alle voluttà della fantasia che a quelle dell’amore. Perché poi i biografi omettono le goffaggini dell’umanissimo, cruccioso Giosue? Uno solo intanto, per Luigi Russo, fu amore vero e profondo, quello per Carolina Piva, “Lidia “ nelle poesie, gli altri rispecchiano vaghe idealità sentimentali e letterarie. Quello per Annie Vivanti, seppur propiziato da versi radiosi, fu commercio di favori interessati e “ il povero Carducci che in fatto di donne era un professore di provincia, ci si lasciò pigliare come un merlo, e l’astuta avventuriera ci ha vissuto sopra”. Di Annie e del burbero Giosue che non rideva mai, si conoscono buffi aneddoti: il fiero cavallo da sella donato all’amazzone Annie comprato a Milano e pagato con lo sconto duemila settecento lire della tremila! ricevute da Zanichelli per un libro di poesie; Carducci pimpante che esibisce la giovane amante alla regina in Val d’Aosta, agli amici della Spezia, a Napoli, altrove, allevando maliziosi pettegolezzi; ometto quelli, deliziosamente piccanti, non comprovati dalle scritture (ecco, purgato, il più innocente : Giosue viaggiava con i mutandoni di pizzo della Vivanti nella valigia?)
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Adeste fideles
Adeste fideles læti triunphantes
Venite venite in Bethlem.
Natum videte regem angelorum,
Venite adoremus, venite adoremus,
Venite adoremus Dominum.
En grege relicto, humiles ad cunas,
Vocati pastores adproperant:
Et nos ovanti gradu festinemus,
Æterni Parentis splendorem æternum,
Velatum sub carne videbimus:
Deum infantem, pannis involutum:
Pro nobis egenum et foeno cubantem,
Piis faveamus amplixibus:
Sic nos amanten, quis non redamaret?
Ergo qui natus die hodierna,
Jesu, tubi sit gloria,
Patris æterni, Verbum caro Factum est.
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Foto di Emma Linda Tedde
Secondo alcuni studiosi sembra che Gesù sia nato dai 4 ai 7 anni prima di quanto noi lo festeggiamo. Non è questo che conta però, ma piuttosto il significato che la ricorrenza assume per credenti e non credenti. Solo un ignorante crasso può ritenere ininfluente nella grande storia del mondo la nascita di Gesù. Molti potranno non accettare che sia figlio di Dio (peggio per loro!) secondo la fede dei cristiani di varie confessioni, ma nessuno potrà affermare che dalla sua nascita il mondo sia cambiato e continui a cambiare, almeno per il riconoscimento dei diritti umani che sono alla base del cristianesimo. Del resto le grandi organizzazioni mondiali, a cominciare dall’ONU, si ispirano a principi cristiani. Per i credenti però, pur essendo gli uomini liberi di agire secondo il libero arbitrio, è Dio che muove e dirige la storia. Non si tratta quindi di un Dio assente o di un Grande Archietetto del mondo, secondo la fede massonica, ma di un Dio che guida e dirige e ispira la vita degli uomini pur in mezzo al caos creato nella natura e negli esseri viventi dal peccato originale. Dio è padre tenerissimo di tutti gli esseri viventi e custode di quelli inanimati anche se ha delegato tante cose all’uomo che spesso abusa del suo potere sugli stessi esseri umani e sulle vicende del mondo animale, vegetale e minerale. Di questi abusi dovrà rendere conto. La legge suprema che Iddio ci ha dato è quello di amarlo e di amarci tra noi uomini. Ha mandato, per insegnarci queste cose, il suo figlio prediletto Gesù Cristo, che è nato e vissuto povero e che poi si è lasciato condurre al supplizio come un agnello innocente, risorgendo da morte e confermando così la sua divinità. Gli uomini però continuano nella via di quell’ingratitudine che ha condotto Cristo a morte e gli angeli ribelli a sprofondare negli abissi di una ribellione vana e in un inferno dove regna l’odio e il terribile fuoco della mancanza di amore. L’inferno qui sulla terra e nell’altro mondo è proprio assenza di amore, di amore di Dio, sommo Bene, verso il quale dovremmo essere attrati come il bimbo alla madre, come l’uomo alla vita e all’azione. Quando questo manca è solo infinito disamore e tedio dell’esistere.
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Turris Libisonis (odierno Porto Torres) – Il primo componente del toponimo è chiaramente l’appellativo lat. turris «torre», ma molto probabilmente costituisce la traduzione di un precedente vocabolo nurache, nuraghe. Col che intendo sostenere che è molto probabile che il centro abitato derivasse la sua denominazione da un nuraghe che costituiva l’«edificio cerimoniale, religioso-comunitario» della sua popolazione.
È del tutto irrilevante il fatto che di questo nuraghe sembra che attualmente non esista alcuna traccia, dato che purtroppo per lungo tempo in tutta l’Isola molti nuraghi sono stati distrutti da privati cittadini per usarne il materiale litico per la costruzione delle loro abitazioni (vedi Torralba). D’altronde in quest’ordine di cose non è privo di significato il fatto che l’odierno Porto Torres è tutto circondato di nuraghi e di tombe nuragiche.- Si deve dunque con buona verosimiglianza pensare ad una fondazione del centro abitato da parte degli antichi Protosardi o Nuragici. Non si può infatti accettare l’idea che essi non potessero avere interesse al sito. Questo era caratterizzato dall’estuario del riu Mannu, che ne costituiva il sicuro porto naturale, situato di fronte ad un golfo pescoso ed inoltre aperto ai contatti con le terre della Corsica, dell’Iberia, della Gallia e della Liguria e soprattutto situato di fronte alla “rotta fluviale dello stagno e dell’ambra”, che portava questi minerali nel Mediterraneo dalle regioni del Mare del Nord e del Baltico attraverso i fiumi Senna e Rodano (StSN § 58).
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(foto: SassariNotizie.com)
SASSARI. A piccoli passi con risultati importanti. L’annuale riunione dell’Associazione nazionale archeologi-Sardegna (Ana-Sardegna), in Università centrale, ha messo stamattina sul tavolo quelli che si possono definire i primi punti di svolta sulla tutela della figura dell’archeologo. Il riconoscimento professionale ora è diventato campo di battaglia condiviso da tutti gli attori in causa, inclusi finalmente Università e Soprintendenze. Dopo anni di definizione su chi “sia l’archeologo” e cosa comporti da un punto di vista lavorativo, si è passati ora al “come” fare in modo che questa professione sia finalmente inserita all’interno delle norme che tutelano i Beni Culturali. Perché, ironia della sorte, nel cosiddetto “Codice Urbani”, cioè il codice di leggi che regola il patrimonio culturale non compare da nessuna parte la parola di archeologo. Sul piano pratico questo ha comportato, e comporta tutt’ora, un vero e proprio “Far west” in cui i primi a perderci sono gli archeologi stessi che si ritrovano in una situazione di precariato diffuso e poche garanzie previdenziali e sociali. L’Ana è nata proprio per porre fine a tutta questa situazione e dare finalmente dei paletti che tutelino questa professione una volta per tutte.
Da questo punto di vista, Giuseppina Manca di Mores, presidente dell’Ana Sardegna, ha sottolineato come l’inserimento dell’archeologo all’interno del contratto collettivo nazionale per gli studi professionali sia un punto di non ritorno fondamentale. Per la prima volta, infatti, agli archeologi viene applicato un contratto di tipo professionale simile a categorie come architetti o notai, all’interno dei vari livelli retributivi e con un compenso minimo di base per chi è libero professionista. Questo va ad aggiungersi alla legge sulla archeologia preventiva che era, sino ad ora, l’unica norma che dava garanzie dal punto di vista lavorativo e previdenziale. L’approvazione di un tariffario nazionale, presentato all’ultima Borsa del turismo di Paestum alla presenza di tutti gli attori in causa (Ministero dei Beni Culturali e le varie associazioni di categoria) ha finalmente colmato anche gli aspetti più delicati e dibattuti. Perché fare archeologia non significa solo scavare, ma fare anche progettazione, interventi di tutela, affiancare i Comuni nella realizzazione di un Puc, fare ricerca in biblioteca, lavorare a tutta la documentazione di uno scavo in vista di una pubblicazione, scrivere una relazione preliminare. Insomma c’è dietro un lavoro talmente complesso che aveva necessità di avere dei punti fermi anche dal punto di vista remunerativo. Quanto costa il lavoro dell’archeologo? Ecco il tariffario nazionale, suddiviso per tipologie e mansioni ora dà finalmente una risposta pratica a questa domanda.
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Caro Coordinatore del sito Accademia sarda

Prof. Massimo Pittau
tu sicuramente sei al corrente del fatto che esiste un blog tenuto da un giornalista sardo, nel quale c’è anche una sezione dedicata prevalentemente a una cosiddetta “scrittura nuragica”, sezione mandata avanti da 5 o 6 anni da un ex-professore di Liceo e da una ricercatrice di Foto-biologia dell’Università di Parma – come in un lungo duetto musicale – e con alcuni fan che intervengono a bacchetta per applaudire e per offendere. La storia è cominciata con una placchetta di metallo che il professore aveva detto essere scritta in “lingua nuragica”, mentre alcuni archeologi erano intervenuti subito ad affermare che la placchetta era una rifinitura di armatura bizantina, fornita di semplici segni ornamentali. Poi nel discorso mandato avanti per anni e con interventi numerosissimi, ora brevi ed ora lunghi, i due dialoganti hanno allargato la questione a macchia d’olio, toccando tutti, dico “tutti” gli alfabeti antichi: sumerico, aramaico, elamitico, paleocananeo, ugaritico, minoico, fenicio, greco, etrusco e latino e inoltre presentando una lunga serie di disegni e di simboli di ogni genere, presi dalla Sardegna antica e pure da tutto il vicino Oriente, perfino dallo Yemen. L’”alfabeto nuragico” però non è stato mai mostrato e tanto meno è stata mostrata e tradotta una sola frase di «lingua nuragica» scritta in “alfabeto nuragico”.
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Archivio Mario Unali
Brigadiere e carabiniere discesero i numerosi gradini dell’ingresso della caserma, svoltarono in via Pala de Carru, passarono per lo Stradone, risalendo la piazzetta della parrocchiale, e svoltarono nella Piazza principale del paese, detta appunto Piatta.
Le bottegaie avevano aperto i loro negozi, mentre tanto il fabbro col suo martellare sull’incudine quanto il falegname con la sega avevano dato inizio al concerto della giornata. I militari se la presero con calma come di consueto risalendo sa Piatta ed ecco che, sorpassata la bottega del fabbro, si affacciò alla porta Anghela Nigoleddu. Il brigadiere la squadrò rapidamente e, visto che la ragazza lo fissava, ebbe l’ardire di farle l’occhiolino. Anghela arrossì e rientrò dentro casa, riflettendo sulla sfacciataggine del brigadiere e da quel momento cominciò a chiedersi che cosa frullasse per la testa al capo della stazione di Miramonti.
I due militari risalendo per s’Ulumu, svoltarono a destra, discesero i gradini de s’Arcu, rivedendo affaccendata l’anziana zitella che qualche giorno prima avevano visitato, la salutarono, discesero i gradini della stradetta che declinava verso la piazzetta della parrocchiale e senza ripassare nella Piatta rientrarono in caserma.
Il brigadiere Carrigni, sfregandosi le mani per il messaggio inviato alla bella ragazza entrò nel suo ufficio, si sedette e poco dopo si presentò in caserma Bustianu Pittarru, noto Fizedomus. L’uomo, tutto nervi e ossa, salutò e si sedette davanti all’ufficiale dell’Arma col viso imbronciato.
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