20 Settembre 2012 - Categoria: Chiaramonti e dintorni, versos in limba

Gosos pro Santu Mateu a contivizu di Domitilla Mannu

 

Foto di Carlo Moretti

Sa peràula “ gosos” e sas variantes: goccius, grobbes, gozos, gosi , nde sunt bennidas dae su castiglianu “ gosos “ e dae su cadalanu “goigs”, in sa limba sarda inditant unu tipu de càntigu religiosu dedicadu a sos santos o a Nostra Segnora. Est un’usàntzia chi nd’est bènnida dae Ispagna, e s’est isparta in Sardigna in su sèculu, su de XVI. In sos sèculos s’est sempre sighidu a los iscrìere, e pro su pius, sos autores sunt istados sos religiosos, massimu a totu sos preìderos. In àteros tempos fint cantados dae totu, in sas noinas e in sas protzessiones. Custos sunt sos gosos de Santu Mateu, chi si cantaiant in Tzaramonte.

Mateu Santu amorosu

evangelista sagradu:

Siedas nostru avocadu

Apostolu gloriosu.

 

Fizis unu pubblicanu,

unu grande pecadore,

un’avidadu esatore

de interessu mundanu.

Ma de unu mundu vanu

Istezis vitoriosu.

Siedas nostru avocadu

Apostolu gloriosu.

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19 Settembre 2012 - Categoria: filologia

Lessico italiano di origine etrusca, un nuovo studio di Massimo Pittau


Massimo Pittau

Professore Emerito dell’Università di Sassari

LESSICO ITALIANO

DI ORIGINE ETRUSCA

407 appellativi 207 toponimi

Società Editrice Romana

Quaderni Italiani di RIOn 4

 INDICE

Introduzione

Avvertenze – Norme di corrispondenza fonetica

Abbreviazioni

Sigle e Bibliografia

Gli Appellativi

I Toponimi

Indice dei lemmi etruschi

 INTRODUZIONE

 Nel noto commentatore di Virgilio, il grammatico Servio (ad Aen., xi 567), troviamo citata una frase di Catone: «L’Italia era stata quasi tutta sotto il dominio degli Etruschi» (In Tuscorum iure paene omnis Italia fuerat). Inoltre Livio (i 2; v 33) parla della potenza, della ricchezza e della fama degli Etruschi, in terra e in mare, dalle Alpi allo stretto di Messina.

In linea di fatto, al di là del territorio dell’antica Etruria, che si estendeva dalla costa del Mar Tirreno settentrionale ai confini dei due fiumi Arno e Tevere, numerosi dati documentari, archeologici, epigrafici e storici assicurano l’espansione del loro dominio a sud fino al Latium vetus(Roma, Terracina) e alla Campania (Capua), a nord fino all’Emilia (Felsina/BolognaModena), al Veneto (Adria, Spina), fino a Mantova e all’Alto Adige (VarnaVelturno, Vipiteno). Essi inoltre dimostrano l’ampia penetrazione che gli Etruschi fecero anche al di là del fiume Po, fin nel cuore delle Alpi, di certo alla ricerca di giacimenti di minerali.

La documentazione epigrafica poi va molto al di là di questi già vasti confini di espansione politica, dato che iscrizioni etrusche sono state rinvenute nel sud anche a Pontecagnano al confine estremo della Campania e nel nord a Piacenza e in Liguria. E poi ulteriormente fuori dell’Italia, a Marsiglia, in Corsica e perfino in Sardegna (quattro; uns 97-108; tioe 101-9).

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16 Settembre 2012 - Categoria: versos in limba

Sa Mesa de su Segnore di Domitilla Mannu

Como trint’annos, umpare a àteras pessones, faghio parte de sa tropa de su “Manzanile dominigale”, una trasmissione de radio in limba sarda, chi fit istada ammanizada, dae sa finitia de sos annos setanta, dae Zuanne Pedru Marras, mezus connotu comente “Zampa”. Apo comintzadu tando a acabidare cantones e pregadorias de sa tradissione nostra. M’ammento chi calchi iscultadore m’imbieit calchi cantone, nde cherzo ammentare nessi unu de custos; Biglianu Branca de Sennaru, unu poete de vaglia, chi nos at lassadu degh’annos como. In s’andare de su tempus apo coglidu, a boltas rezistrende, àteras boltas iscriende una cantidade bona de custas testimonias de sa cultura populare sarda, massimu a totu de su cabu de susu. In Tzaramonte ap’àpidu sa fortuna de connòschere a tia Nenarda Porcheddu, chi mancari esseret gia betza, aiat una bona retentiva e m’at contadu contos meda e resadu unas cantas pregadorias. In su tempus, las amus a publicare totu.

Sa mesa de su Segnore
Pro me est aparitzada,
De anghelos inghiriada
De anghelos pro servire.
Diciosa cudda die
Ch’ap’ a esser lìmpia e pura
E ap’ a andare segura,
Chena ingannu
No bi nd’at àteru pius mannu,
De alta nobilesa
De giòmpere ai custa mesa

De su re.

Ite grandesa est pro me

De m’ider cumbidada

Ai cudda mesa sagrada,

De su chelu…
Babbu  amorosu e beru
No mi bastat su coro,
Pro retzire su tesoro chi mi donas
E so segura chi perdonas
E so lìmpia in su totu.
E deo cun coro devotu
Naro mischina a mie
Chi apo ofesu a tie.
No tenzo meressimentu,
Siat laudadu su Santissimu Sacramentu.

 

Tia Nenalda Porcheddu fit una femina meda trabagliadora, da cando faghiat die finas a sero. Su maridu, tiu Peppeddu  Iddau, unu grande comunista de Tzaramonte, a ciarras, sonaiat in sos sotzios sa fisarmonica e calchi ‘olta cando nde  li ‘eniat gana andaiat a su campu de Othieri a piscare pische ambu. Sa muzere s’ìscura trabagliaiat che un ainu, su maridu  fit naschidu pro sa musica e pro atzantarare sa muzere cando issu e totu torraiat a domo imbreagu che supa. Sonade tiu Pepe’ e gagliadebos mudu!  (Anghelu)

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11 Settembre 2012 - Categoria: discipline scientifiche

Lo studioso sedotto dalla Figlia dell’Alpino perde il robotino Copernico e sposa la Stella alpina di Ange de Clermont


Avevamo lasciato lo studioso col robotino mangia-acari nella baita  a 1800 metri in un’amena località ai confini della Nazione.

La scoperta del museo etnografico gli aveva dato alla testa a tal punto che non si era quasi accorto che la Figlia dell’Alpino lo osservava attentamente e che in cuor suo, visto il semplice casto bacio ricevuto come ringraziamento, andava complottando una raffinata vendetta.

Discesi nel paese, dopo la  fruttuosa camminata, raggiunsero l’albergo e si salutarono all’ingresso dell’Hotel. Lei si ritirò nella sua camera e lui stette a guardare un programma televisivo nella sala e alle 22,oo staccò e raggiunse la sua camera per prendere sonno anche perché aveva voglia di stendere le gambe stanche dal ritmo di salita e discesa dalla montagna della Figlia dell’Alpina che chiameremo d ‘ora in poi con un nome d’invenzione Stella.

La donna, che ne sapeva una più del diavolo, mortificata dal mancato trasporto di lui, covò vendetta per l’indomani, visto che lo studioso che, con nome d’invenzione chiameremo Sereno, non si era sprecato in complimenti tutto preso dall’adrelanina della scoperta.

La donna aveva notato come Sereno annusava gli acari degli oggetti scoperti e l’uso che aveva fatto del robotino mangia-acari che convenzionalmente chiameremo Copernico e aveva notato che egli con tanta attenzione lo aveva riposto in una tasca chiusa con bottoncino fuori dello zaino. L’acuto studioso aveva detto alla donna che Copernico aveva bisogno d’aria altrimenti si sarebbe ingolfato e non avrebbe più misurato l’antichità degli oggetti.

Progettò il piano mentre beatamente si faceva un bagno con schampo Samoah. Il giorno dopo avrebbe accompagnato Sereno a vedere una cascata mozzafiato, circondata da alberi ricchi di essenze odorose, compresa una felce afrodisiaca. Una volta ammirata la cascata gli avrebbe offerte verso mezzogiorno, in una delle cime di osservazione panoramica, un pane locale composto di ciccioli suini e di uva passa di cui l’uomo altre volte si era spudoratamente  rivelato ghiotto, tanto che finiva per mangiarselo tutto senza lasciargliene una fetta se non proprio la metà. Mentre egli avrebbe degustato il pane, poggiando lo zaino accanto ad un masso, ella avrebbe aperto il taschino e gli avrebbe sottratto Copernico. Aveva studiato mentalmente i luoghi, le mosse da compiere e il furto. La donna riteneva che per un verso la felce afrodisiaca per l’altro verso la focaccia di ciccioli e uva passa avrebbe imbambolato l’uomo. Nel momento in cui lui da personcina a modo  l’avrebbe ringraziata, con un movimento di perdita dell’equilibrio sarebbe rotolata qualche metro più del bivacco spingendo lui ad alzarsi e a darle una mano col sistema mano schiena così da aiutarla a sollevarsi, lei avrebbe inavvertitamente accostato il suo petto al viso dell’uomo e si sarebbe stretta a lui per risollevarsi fintamente, ma abbracciatolo per una ricaduta avrebbero ruzzolato entrambi per qualche metro, dopo di che l’uomo sarebbe stato travolto dal morbido fascino della donna e sicuramente l’avrebbe finalmente baciata con una certa passione.

La mattina, alle 8, scesero in sala colazione, si salutarono con un semplice ciao e dopo aver preso il caffè espresso di cui l’uomo andava matto e altri ingredienti locali, presero gli zaini e partirono verso la cascata. Stella come di consueto precedeva Sereno nelle camminate e lui seguiva cercando invano di darsi un contegno per non perdere la faccia.

Non si scambiarono molte parole all’infuori di quelle dell’uomo che disse: -Pensa se riuscissimo a trovare qualche altra baita museo, Copernico mi sembra un pò nervosetto, il che è segno di presenze.-

– Miocaro- ripose la donna- troppa grazia Sant’Antonio, non penso che accanto alla cascata troveremo un’ altra baita.-

Intanto il rumore delle acque della cascata si avvicinava e i due giunsero finalmente in un lembo di paradiso terrestre. L’uomo scattò subito una serie di flash e osservò con meraviglia il luogo incantevole e incantato,tanto che divenne euforico contrariamente al solito. La felce afrodisiaca cominciava a farsi sentire e con essa un certo appetito. Egli posò lo zaino, la donna gli posò vicino il suo, e attese che lui desse uno sguardo ad una guida che illustrava l’amenità del luogo per aprire lo zaino e sottrargli garbatamente Copernico, riponendolo in un piccolocavo di roccia.

Ad un certo punto gli alberi intorno alla cascata nascosero l’ombra e i due si resero conto che era mezzogiorno. La donna mise in opera il suo raffinato piano. Gli diede la focaccia coi ciccioli e l’uva passa che egli cominciò  divorare ghiottamente, quando fu quasi alla fine, la donna che lo osservava rotolò per terra, l’uomo si gettò quasi su di lei per aiutarla a rialzarsi, lei, inavvertitamente le pose la mano sulle spalle e i due ruzzolarono appassionatamente l’uno sulle braccia dell’altra.

L’uomo lontano dal suo Copernico fu abbandonato dagli acari e scoprì finalmente il fascino primordiale della passione amorosa. Baciò più volete la donna che fintamente cercò di sfuggirgli, ma di fatto corrispose al suo bacio e con noncuranza lo strinse al suo morbido e profumato petto. Sereno non riconobbe se stesso e gli disse finalmente:- Stella io ti sposo, qui, in questo paese di sogno e domani dormiremo insieme.-

Si alzarono arrossati dalla passione e lui apparve affascinante a lei e lei divenne davvero una Stella per lui.

La sera raggiunsero l’hotel e l’uomo avrebbe voluto lasciarsi trascinare nella camera di lei, ma lei gli disse: Sereno non c’è fretta, la notte porta consiglio.-

L’uomo, finalmente colpito da eros, passò la notte sognando l’indomani. avrebbero trovato una chiesa e con unmetodo spiccio l’avvrebbe sposata.

– La porto dal parroco, gli dico, alla Renzo Tramaglino, sig, parroco questa è mia mogi e lui avrebbe detto questo è mio marito!-


Dormì beatamente e la mattina appena suonarono le campane della chiesa, bussò alla sua portà, la prese per mano e la condusse in chiesa, ascoltarono la messa, più in tedesco che in italiano. Quando videro a conclusione della cerimonia che il prete era entrato in sacrestia e tutti i fedeli erano sgusciati via, prese per mano la donna ed entrato nella sacrestia:- Disse, sig, parroco questa è mia moglie- Lei timidamente esclamò:- Sig. parroco questo è mio marito, ci unisca in matrimonio.- Il prete non si scompose in quelle montagne aveva assistito a episodi del genere, si fece seguire ai piedi dell’altare e solennemente disse- Io vi unisco in matrimonio nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.-

Questa storia va tenuta segreta almeno fino al ritrovamento del robotino  Copernico.

Ah, dimenticavo, i due sposi, scelsero di vivere in montagna  dal momento che Sereno senza il Robotino Capernico non sentiva più il desiderio di rinchiudersi in archivi polverosi. Soltanto a voi posso dire dove sclesero di vivere, ma non ditelo a nessuno.

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9 Settembre 2012 - Categoria: lingua/limba, narrativa

Filippa sa Majalza di Franco Piga

Oramai est mesanote passada e Filippa comintzat a ischichinare sos mutzigones pro nde fagher falare sa braja chi franghet a un’ala, poi nd’istudat su fogu cun un’apena ’e abba e che torrat sa trotza a un’ala de sa tziminea. Acultziat ambas manos a su calore chi ancora cussas pegas brajas mandana, umnpare a su lugore chi dat fromma a umbras, como frimmas, istracas de ballare cun sas fiamas de su fogu chi finas a pag’ora fin bias e giogajolas, allegrende sa coghina afummentada. Fora su ’entu sighit a sulare chentza fortza, e sa piòa, ch’in tota die no at sensadu unu mamentu, tocat pianu sa janna de carrela ch’est frisciada e cun su gantzu postu.

Filippa ’etat sa manu pro leare sa bugia e cun unu lominu atzendet una istearica mesu consumida chi ogni note si giughet a s’aposentu inue drommit. Pesada dae sa banchita de ferula, s’acultziat a sa mesa e da un’ampulla si etat una cichera de cosa ’ilde mera, fata cun elvas chi solu issa connoschet e a ue at aggiuntu unu bellu pagu de abbaldente. Finidu de bufare, li cumparit in laras unu sorrisu chentza dentes chi luego iscumparit in sas pijas de sa cara chi mustrat una femina ’etza de annos e de tantu ischire. Su mucaloru, como faladu in coddos, non tratenet sos pilos canos, longos e isoltos e chi remunin solu in parte su tuju, ue s’iden signales de istropios chi su tempus at sanadu dae meda. In bidda la connoschen comente Filippa sa Majalza, e totu la timene. Si calicunu l’intopat in caminu si sinnat comente chi eperat bidu su dimoniu allutu.

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7 Settembre 2012 - Categoria: versos in limba

Prenda lontana di Franco Piga a contivizu di Domitilla Mannu

Prenda mia chi ses sola
solu a tie so pensende,
ca su tempus m’est lassende
e mi paret bola-’ola.
Che fùsida furriola
custu coro mi l’intendo,
prenda mia non cumprendo
custa sorte it’est fatende.

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2 Settembre 2012 - Categoria: eventi straordinari, memoria e storia

Andata e ritorno dall’aldilà di Gloria Polo di Bogotà, dentista e docente universitaria. Un’esperienza meravigliosa e tragica ad un tempo.

Gloria Polo

La signora Gloria Polo, dentista a Bogotà (Colombia), era a Lisbona e Fatima, l’ultima settimana di Febbraio 2007, per dare la sua testimonianza che figura nel suo sito gloriapolo.com, la riportiamo per i nostri lettori.

-Fratelli e sorelle, è meraviglioso per me condividere con voi in questo istante, l’ineffabile grazia che mi ha dato Nostro Signore, ormai più di dieci anni fa.

Mi trovavo all’Università Nazionale della Colombia a Bogotà (nel maggio 1995). Con mio nipote, dentista come me, noi preparavamo una lezione.

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1 Settembre 2012 - Categoria: versos in limba

Che unu durche ‘asu di Giangavino Vasco a contivizu de Domitilla Mannu

Cando,vida, cuadu
mi ch’as in cussa die
de su menzus fiore sos colores;
cando m’as istudadu
cun astraos e nie,
su sole de sos annos benidores,

amargura e dolores
sa gianna m’an abbertu
de logos mai ‘idos,
ch’in pettus ismarridos,
m’an postu sos sentidos in cussertu,
fortzas noas mustràndemi,
cando onz’ispera in bruncu  fit lassàndemi.

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