23 Novembre 2012 - Categoria: Il marchio dalla protòme taurina

XIV Amore e morte a Miramonti all’ombra del Mulino a vento e della Torre dei Doria di Ange de Clermont

La tragica fine di Giuanne Malta incombeva su Miramonti. Anche il Mulino a vento si mise in movimento con quelle pale poderose che assordavano il rione de sa Niéra e la torre dei Doria s’immalinconiva stufa di stare a guardare da lassù da cinque secoli il borgo tormentato da omicidi, suicidi, bardane e arresti a volte azzeccati, a volte indiscriminati. Ogni individuo dotato dell’uso della ragione aveva da dire la sua. Gli stessi antichi patroni del villaggio, San Matteo, Santa Giusta, Santa Maria Maddalena, Santa Lucia, Santa Caterina d’Alessandria, Santa Cecilia, Santu Miale, che da lassù vedevano tutto, pregarono il buon Dio di mandare qualche benedizione per rasserenare gli animi, ma questi non si rasserenavano a cominciare dalle autorità che indissero una riunione in Comune, nella sala delle assemblee civiche, presieduta dal sindaco  che sembrava il più agitato di tutti.

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21 Novembre 2012 - Categoria: recensioni

“Tramas de filu” di Laura Ruiu, recensione di Domitilla Mannu

Laura Ruiu,Tramas de filu. Il vestiario popolare di Osilo,  Domus de Janas,  Selargius, 2010 pp, 224.

   A pustis de un’istùdiu aprufundidu de sos documentos antigos, comintzende dae sos tzinnos de befe pro sos sardos, fatos in antigòriu dae Cicerone “ mastrucati latrunculi ” e dae Varrone e Tito Livio “ mastrucati e pelliti “ e cun sos primos istòricos sardos, Sigismondo Arquer e Giovanni Francesco Fara in su sèculu su de XVI, s’anàlisi de sos documentos sighit cun sas testimonias pius de importu, de sos “ viagiadores ” italianos e europeos chi pro motivos divessos visiteint sa Sardigna in sos sèculos dae su XVII a su XIX e cun sos atos de sos notàrios e sas fontes iconograficas, chene ismentigare sas testimonias, de fèminas e òmines de Osile. Sa chirca de totu su chi pertocat s’argumentu Laura Ruju, osilesa issa etotu, l’at fata a primore, lu narat Paulu Pillonca in s’istèrrida, cun peràulas de sentidu profundu e de ammiru.

Sas descritziones de totu sas bestimentas sunt giaras e pretzisas e sunt abberu de importu sas notiscias de sas mastras recramadoras e cosidoras chi in Osile ant trabagliadu e fatu iscola in su tempus e de sas cales si nde mantenet alu s’ammentu . Su lìberu est irrichidu dae un’aparatu de unas otanta fotografias de imagines chi s’agatant in lìberos, regoltas, cartulinas, pinturas e medas àteras de zente osilesa dae sos primos de su noighentos fintzas a sos annos chimbanta. Non mancant sas fotografias de bestimentas de unos cantos logos de Ispagna, dae s’ Andalusia a sa Navarra e a sa Catalunia a testimonia de cantos assimizos e currispundèntzias bi sient intre sas duas maneras de bestire e de sos cales s’autora nde faghet s’anàlisi.

Su lìberu est istadu bortadu in sardu dae Immacolata Manca, ghiada dae s’Istitutu Bellieni de Tàtari.

Su sindigu Nanni Manca in sa presentada de su lìberu, espressat totu su reconnoschimentu  chi s’autora, de seguru, si meressit e si nde piaghet e tenet mannu comente est giustu e deghet.

Est unu lìberu de lègere e de signalare a chie nde cheret ischire de pius subra de custu argumentu.

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19 Novembre 2012 - Categoria: pedagogia

Limiti della comunità-villaggio della Casa Divina Provvidenza (1910-1967) di Baingia Bellu

E indubbio che nella provvidenziale Comunità Villaggio, di cui si è parlato  in questa ricerca, per quanto per tanti versi possa essere apprezzata, tuttavia emergano dei limiti.

Gli studiosi  dell’identità delle persone, generalmente  psicologi e psichiatri  sostengono che essa si rafforza notevolmente quando si vive nei luoghi della propria origine familiare e si intessono quelle relazioni per cui ognuno sa di essere un punto di riferimento attivo e passivo. Essi  parlano sia dell’ambiente naturale sia di  quello storico in cui si vive[1].

L’identità viene avvertita soprattutto dall’insieme delle relazioni in particolare dalla rete parentale o genitoriale, da quella parentelare. A questo si va ad aggiungere la rete degli amici e conoscenti (compaesani, vicinato ambiente di lavoro, ambiente religioso) con queste relazioni ciascuno conserva e rafforza in modo adeguato la propria identità.

L’identità tende invece ad indebolirsi, quando si abbandona il paese o il quartiere cittadino in cui si è nati e vissuti, la propria casa con tutto il vicinato e i propri orizzonti naturali. In un certo senso ogni essere umano tolto dal suo ambiente dopo l’età della ragione e forse anche prima tende a disorientarsi finché non si adatta al nuovo ambiente.

Si sostiene che la Patria è quella in cui si vive bene, ma la storia e la cronaca rivelano spesso le grandi difficoltà di adattamento ai nuovi paesi  da parte dei migranti. Qualche autore sardo ha espresso in modo significativo la follia di un sardo emigrato in Germania[2]. Omettendo questi casi estremi c’è da dire in merito alla ricerca, che l’anziano che è costretto a lasciare  il suo paese, la sua casa, i suoi parenti va incontro ad un sicuro disagio esistenziale. Non si può lasciare impunemente né la propria casa né i propri parenti né i propri compaesani e tanto meno le proprie abitudini per omologarsi all’interno di nuove aggregazioni in modo così rapido.

Gli anziani che man mano furono accolti presso la Casa Divina Provvidenza vi trovarono certamente una comunità-alloggio che poté sopperire in parte al desiderio delle relazioni umane e sociali, ma indubbiamente provarono i disagi dell’allontanamento dal proprio ambiente di vita. Pertanto anche se la cosiddetta pedagogia attenuò la loro lontananza dalle relazioni familiari e amicali non poté surrogare di certo il loro ambiente di provenienza, tuttavia, in mancanza di assistenza e di mezzi per sopravvivere la Casa poté in un certo qual modo offrire dei supporti alla loro solitudine e impedire soprattutto l’abbandono, il disagio sociale, l’emarginazione e il rischio estremo come la cronaca quotidiana spesso denunciava.

Osservando la vita degli anziani del mio Paese (Osilo, circa 3000 ab.)[3] ho potuto constatare quale sia il ritmo quotidiano degli anziani  e anziane autosufficienti, di quelli con problemi di salute e della varietà di vita che in genere conducono.

Volendo descrivere la giornata di un anziano del mio paese in pensione, occorre distinguere, fra gli anziani autosufficienti ed ancora in buona salute, e gli anziani afflitti  da varie patologie; per quanto riguarda gli anziani in buona salute, osservando la loro giornata, posso affermare che è scandita da orari e da abitudini. Innanzitutto l’anziano si alza molto presto la mattina e per lo più si reca in campagna dove si occupa personalmente  sia del vigneto o del frutteto, a volte persino di animali a cui bada scrupolosamente. Alle dodici rientra a casa per il pranzo, guarda il telegiornale e nel primo pomeriggio in genere si riposa. Verso sera, durante i mesi invernali, si reca ai circoli ricreativi che il comune mette a disposizione dove si ritrovano a giocare a carte, a seguire insieme i programmi televisivi, discutono di politica,  e dei fatti importanti avvenuti nel paese. Nei mesi estivi li ritroviamo in piazza all’ombra degli alberi a chiacchierare animatamente.

Diversa invece la situazione per l’anziano con gravi  problemi di salute. Ci sono casi in cui è la famiglia ad occuparsene (e questa è ritenuta una grossa fortuna). In questo caso il vecchio ammalato può rimanere nella propria abitazione, assistito dai propri familiari, che gli consentono le relazioni con i parenti , gli amici e il vicinato, fondamentali per non sentirsi  isolato.  Oggi in quasi  tutti i centri esistono delle cooperative di servizi che si occupano principalmente di anziani, per cui attraverso il contributo del Comune, le operatrici sociali si recano al domicilio dell’anziano ammalato per svolgere quelle funzioni che lo stesso non può più fare come una volta, tipo  la pulizia della casa, la preparazione del pranzo, la pulizia della persona, la spesa. Questi servizi sono molto importanti, in quanto aiutano l’anziano ad affrontare in modo più sereno questo periodo della sua esistenza ed inoltre sono  di supporto ai parenti, che non possono occuparsene in modo continuativo per tutta la giornata.

Per quanto riguarda le anziane la giornata si differenzia notevolmente da quelle dei loro coetanei maschi.

Le anziane autosufficienti si occupano principalmente della cura della casa, del cibo, della spesa sia della propria  e spesso e volentieri anche della casa dei figli grandi ormai sposati e fuori per lavoro, badando anche ai nipoti, offrendo un enorme supporto ai figli permettendogli di star fuori per lavoro tranquillamente e senza ulteriori spese di eventuali domestiche e baby sitter, a volte persino per tutta la giornata, sostituendosi pressoché in tutto.

Altre anziane, una volta sbrigati i vari lavori di casa si recano in chiesa, per seguire la messa o le varie funzioni liturgiche che si svolgono durante l’anno: esempio durante il mese mariano ogni gruppo si occupa di recitare il Rosario presso varie chiese anche campestri sovente dopo le funzioni si vedono rientrare a casa in piccoli gruppi chiacchierando animatamente dandosi l’appuntamento per l’indomani.

Diversa è la situazione per coloro che non avendo familiari vicini e non potendo più vivere nella propria casa, sono costretti loro malgrado a trasferirsi  presso le comunità per anziani, spesso nei centri vicini, questo per alcuni di loro può diventare un grave disagio, in quanto ad una certa età sono costretti ad adattarsi ad un altro ambiente, a non avere più i soliti legami  con il luogo di appartenenza e soprattutto a non avere vicino i propri oggetti, viene così a mancare anche quella rete parentale  e amicale che è fondamentale per la propria identità.

La Regione Autonoma della Sardegna[4] sta favorendo l’assistenza domiciliare con apposito contributo in denaro e in figure professionali come l’assistente geriatria, l’operatrice igienica, l’operatrice alle faccende domestiche, a seconda dell’esigenze dell’ammalato. Da alcuni anni, poi, chiusi i ricoveri per anziani, si è diffusa l’attività delle cosiddette collaboratrici familiari ad orario oppure delle cosiddette badanti che vivono 24 ore su 24 con gli anziani o con i disabili. In genere queste badanti provengono dall’est europeo, dall’Africa, dal Suddamerica o da altri paesi dell’Unione Europea.

A queste esperienze sono da aggiungere i finanziamenti ai comuni che intendono predisporre strutture protette o no per istituire delle comunità per anziani a secondo della dimensione abitativa dei centri rurali o urbani.  In queste sono accolti in primo luogo ospiti dello stesso centro e , solo in mancanza di anziani o disabili dello stesso paese  vengono accolti anche anziani o disabili dei centri viciniori.

In tal modo gli ospiti dello stesso centro non si sentono emarginati dall’ambiente in cui sono vissuti, spesso sono visitati dai concittadini e talvolta accompagnati nei vicini luoghi di aggregazione.

Da quanto si è detto emerge che l’orientamento degli studiosi di questi problemi, che l’orientamento delle leggi internazionali e nazionali va verso l’attuazione sia della formazione permanente anche nell’anziano sia nel cercare di non allontanarli dalla famiglia e comunque dagli ambienti in cui essi sono vissuti.

 [1]  C. PONTALTI, F. FASOLO, Dimensioni familiari e comunitarie del disagio psichico quale cultura dei servizi per qiale benessere? In   P. DONATI, (a cura di) Famiglia e società del benessere, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1999, pp. 147-182.

[2] L. SOLE, Pedru Zara, Litotipografia Poddighe, 1978.

[3] G. IDINI, Documentario su Osilo, IDIMALTA film, 1998

[4] Regione Autonoma della Sardegna, La normativa regionale in materia socio-assistenziale. Raccolta di testi notevoli con relativo coordinamento aggiornato al 2002, Cagliari, 2009.

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19 Novembre 2012 - Categoria: filologia

DISCREDITO E DERISIONE dalla cosiddetta “scrittura nuragica” di Massimo Pittau

Egregio maestro Pilloni, premetto che sono almeno stupito nel constatare che, venendo io incontro al suo duplice invito a prendere di petto la questione della supposta “scrittura nuragica”, Lei mi ha risposto con una evidente ironia e con una non larvata sufficienza.

1) Comunque Lei è stato sfortunato a buttarsi nel campo della “filosofia del linguaggio”, ritenendo di darmi lezioni sull’argomento, dato che io ho pubblicato, parecchi decenni fa, anche due opere che avevano ottenuto la “segnalazione” in due differenti “Premi Nazionali per opere di filosofia”, Il linguaggio – i fondamenti filosofici, Brescia, La Scuola Editrice, 1957 e Filosofia e linguaggio, Pisa, Cursi Editore 1962. E anche una terza: Problemi di filosofia del linguaggio, Cagliari, Fossataro 1967 (tutti esauriti). In base a quegli studi ritengo di essere in grado di giudicare che sull’argomento Lei si è mosso con notevole difficoltà. Ma vengo ad argomenti molto più specifici ed appropriati.

2) Per la diretta esperienza della Sua professione di insegnante di lingua italiana (e probabilmente anche di quella sarda), Lei sa bene che, quando l’uomo parla, emette dal suo apparato fonatorio “brani di linguaggio”, cioè sequenze o nastri o strisce di suoni orali. Ebbene, nella placchetta di Tzricottu è in grado Lei di indicare quei brani o quelle sequenze, dove iniziano e dove finiscono e in quale direzione, dalla sinistra alla destra oppure dalla destra alla sinistra, dall’alto in basso o viceversa? Sa spiegare la ragione dei brani della seconda placchetta inseriti in quelli della prima e dei brani della terza e della quarta placchetta inseriti nei brani della prima e della seconda? È in grado Lei di presentare esempi simili presi da altre lingue e da altre scritture?

Più in generale, in virtù della sua esperienza in problemi di lingua, trovi un qualsiasi brano della cosiddetta “scrittura nuragica” e mostri di saperlo delucidare e spiegare nei suoi esatti valori linguistici: grafici, fonetici e semantici. Questo Le chiedo dato che nessuno ha finora mostrato di saper fare questa pure semplice delucidazione.

3) In base al principio di Giacomo Devoto – che Lei dice di accettare del tutto – sul valore imprescindibile del supporto materiale rispetto a una ipotetica iscrizione, non sono sicuramente “iscrizioni nuragiche” i segni che compaiono sui seguenti supporti:

a) La lastra di Barisardo è chiaramente un’antica ancora, nella quale pertanto una iscrizione non avrebbe alcuna ragione di essere. I segni che essa presenta saranno il semplice effetto del suo raschiamento effettuato sugli scogli.

b) Nella fusarola di Palmavera esposta nel Museo Archeologico di Sassari – che è molto rudimentale – non avrebbe alcuna ragione di essere una iscrizione. Per i segni di volute capricciose, appena leggermente graffiate ma non incise, occorre troppa buona volontà per scambiarli per segni di scrittura. Essi possono essere l’effetto di raschiamento con qualche oggetto appuntito infilato nel medesimo sacco (rinunzio pertanto a dichiararlo un “falso”).

c) Nel masso informe del nuraghe Losa non avrebbe ugualmente alcuna ragion d’essere una iscrizione. Esso presenta solamente informi corrugamenti della pietra, nella quale invece non c’è affatto alcuna incisione.

d) Nel manto di una sacerdotessa raffigurata da un bronzetto nuragico non ha alcuna ragione d’essere una iscrizione. Non si è infatti mai saputo che in una qualsiasi religione i paramenti di sacerdoti e di sacerdotesse presentassero segni di scrittura.

4) Se Lei accetta la tesi che quella supposta nuragica sia una “scrittura a rebus, di tipo iniziatico”, non si accorge di accettare la tesi che i Nuragici scrivessero esclusivamente per la riviste di “enigmistica” e inoltre solamente per i “messaggini criptati” dei fidanzatini di Iª media?

5) Io ho già scritto che quella della scrittura è stata una delle più difficili “invenzioni” dell’uomo, alla quale hanno partecipato, col passare dei secoli, molte generazioni di uomini e molti popoli. Tanto è vero che nessun popolo si è mai vantato di averla inventata per primo e in maniera esclusiva. Io ho già scritto di ritenere che i Protosardi non si siano mai inventati una loro “scrittura nuragica nazionale” per la medesima ragione per la quale una “scrittura nazionale” non se la sono inventati neppure quei popoli di avanzatissima civiltà, che sono stati i Greci, gli Etruschi e i Romani. È cosa accertata infatti che i Greci hanno preso la scrittura o alfabeto dai Fenici, gli Etruschi l’hanno presa dai Greci e i Romani dagli Etruschi. Quale mai ragione di fondo potevano avere i Nuragici a crearsi una loro “scrittura nazionale”, quando in effetti essi avevano a disposizione la scrittura fenicia, quella greca, quella etrusca e quella latina?

Ebbene, coloro che, maestri o professori sardi, giornalisti o medici, insistono nell’affermare che invece i Nuragici si sono inventati la loro “scrittura nazionale” non lo fanno di certo con prove reali, ma lo fanno perché spinti, anche in forma inconsapevole, da un “malinteso spirito nazionalistico sardo”. E non si accorgono di fare correre con ciò il rischio reale di discreditare il grado di cultura dei Sardi e di far ridere i forestieri alle nostre spalle.

Massimo Pittau

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17 Novembre 2012 - Categoria: versos in limba

“Carignos” de Giuseppina Schirru

Carignos faghet su ‘entu

chi passende asciuttat su piantu
e fruscende furat disizos
pro los giughere in chelu.
Carignos
faghet su sole
cando diligu abbellit sa die
cun lughe e colores de ispantu
ischidende sa terra drommida.
Carignos
faghen sas nues
chi fuidittas inghirian su sole
gioghittende e cambiende s’umore
cando furan segretos antigos.
Carignos
faghet su mare
iridadu manteddu ispumosu,
misteriosu ispiju fittianu
chi ojittende rilughet.
Carignos
cantende nos faghet
s’aera nuscosa de bonu
e d’onzunu chi retzit su donu
est cuntentu.
Carignos
faghen sos fiores
dilicados friscos e bellos,
de sa terra raros gioiellos,
la trapuntan de milli colores.
Carignos
chelu e terra cun su mare
regalan generosos dende vida
e rinnovende isperas,
che mamas amorosas nos abbratzan.
Carignos raros
pro su ‘etzu solu
chi cun oju lughidu de rimpiantu
in perra de janna imbarat suspirende
e ringrasciende a Deus donzi mamentu,
ammirat ammajadu su criadu.

 

2 ^ Prèmiu Literàriu  Osile  2012

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15 Novembre 2012 - Categoria: lingua/limba, memoria e storia

Pessamentos in su Campusantu de Tzaramonte de Angehlu de sa Niéra

So pigadu a Campusantu cun muzere mia Dometilla, issa s’est lassada leare dae abbare sos fiores chi aiat collocatu a sos santos subra sa tumba de familia, deo, onzi orta chi pigo, mi fato leare dae su piaghere de caminare, de lu girare totu, de abbaidare sas familias. Parizas si che sunt mortas chena lassare fizos che.i. sos Rottignis: una bella istoria de amore cussa de Caterinaghela chi at zenneradu Carlo, Sergio, Mario; Tore, Pina e poi totu est finidu. S’istoria de su vice brigaderi Rottigni, bennidu dae continente, isposadu a Tzaramonte, mortu daeboi aer fatu chimbe fizos de sos cales duos laureados, Carlo e Sergio (custu est istadu unu brillante avvocadu de Tatari), Tore e Mario cun ateru sotziu ant batidu sa lughe a Tzaramonte in su 1927, ant fatu funzionare duos mulinos (trigu e ozu) e poi chena fizos si che sunt mortos. Fine de s’istoria, Ogni olta los cumpiango, peccadu creo chi puru sos fizos ant a esser istados bonos industriales che. i. sos babbos mancados.
S’atera istoria prinzipiada brillantemente est cudda de sos Grixones, duos meigos, unu generale meigu, s’ateru meigu a Tzaramonte, unu fizu dermatologo, cun duos mascios e una femina, de sos cales unu est mortu (masciu) sa femina no s’est cojuada, funtzionaria de Banca, ed est bajana e betza, S’unicu fizu, sa veridade, isco chi istat in Tatari, ma no isco s’epat fizos. Su generale at apidu duas fizas restadas semper bajanas, professoressas, damas de  Caridade, una est morta s’atera est pintzionada.
Puru pro custa familia mi timo chi si ponzat sa peraula fine. Fint son nobiles de Tzaramonte chi s’ant fatu onore daeboi de s’Unidade de Italia. S’atera familia fentomada de Tzaramonte est cudda de sos Falches: custa grascias a Deu at produidu fizos, professores fentomados e avocados. A parte Giosi compiladore de sos annales, pubbricados cun dinari soi dae Carolu Patatu,come notabile de Idda, totu si sunt fatos onore a iscominzare dae Battista chi cojuadu cun sa sorre de Caterinaghela Migaleddu at fatu manno e at fatu istudiare sos nebodes Rottignis bidu chi iso  no at apidu, intamen Franziscu, oculista connotu a livellu internatzionale at dadu onore a s’Italia e a sa idda sende Preside de meighina a Pavia ue ant postu finza una lapide de commemoru e su fizu Battista est istadu in s’assemblea costituente e primma ancora fundadore de sa Federatzione Catolica Univeristaria Italiana (FUCI) a Pavia cun su bennidore Paba Montini, amigu istimadu de totu sos esponentes de su Movimentu Cattoligu Italianu. A Tzaramonte no connoschent custos fatos e tando calicunu chi si cretet si permitit  de narrer i su bar chi non at fatu nudda. Su fizu Franziscu at fatu onore a su Babbu e a su giaju sende professore de diritu calonigu e de diritu cresiasticu a s’Universitade de Tatari e at ateros fizos  votados a s’avvocadura.
Iscujademi, ma a mie su Campusantu, fraigadu in su 1879, cun custas tumbas monumentales mi che faghet imbrocare in s’istoria, dallu chi deo puru in s’Universidade de Tatari mi so dadu a s’istoria. Naro unu requiem eterna a totu, bidu chi apo giradu in Campusantu cun custos pessamentos. Nostru Segnore mi perdonet! A faeddare de sas ateras tumbas e de sos ateros mortos de fama, a s’atera borta.
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13 Novembre 2012 - Categoria: versi in italiano

Potenza del nome di Dio, salmo di Davide, re d’Israele (sec. X a.C.) a cura di Ange de Clermont

Potenza del nome divino

[1]Al maestro di coro. Sul canto: «I Torchi…».
Salmo. Di Davide.

[2]O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.
[3]Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

[4]Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,
[5]che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

[6]Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:
[7]gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi;
[8]tutti i greggi e gli armenti,
tutte le bestie della campagna;
[9]Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
che percorrono le vie del mare.

[10]O Signore, nostro Dio,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

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10 Novembre 2012 - Categoria: archeologia, filologia

I SARDI NURAGICI E LA SCRITTURA DI MASSIMO PITTAU

Mi sento in dovere di rispondere positivamente al pressante ma cordiale invito che l’egregio Maestro Franco Pilloni mi ha fatto a intervenire ancora sulla nota questione dei Sardi Nuragici o Protosardi rispetto alla “scrittura”. Una decina di giorni fa io ho ricordato che della questione in effetti mi sono interessato a fondo in due mie opere recenti, nelle quali ho presentato i risultati che ritengo di aver raggiunto in 60 anni di mio interesse alla questione: Storia dei Sardi Nuragici (Selargius CA 2007, Domus de Janas edit.) e Il Sardus Pater e i Guerrieri di Monte Prama (Sassari I ediz. 2008, II ediz. 2009, EDES).

Siccome è fastidioso e pesante per un Autore ritornare su una questione che egli ha trattato in precedenza, oggi mi limito a presentare le linee essenziali della mia ricerca e conclusione.

A) I Sardi Nuragici o Protosardi non hanno mai avuto una loro “scrittura nuragica nazionale”, del tutto differente dalle scritture allora in uso. Io ritengo che i Protosardi non si siano mai inventati una loro “scrittura nuragica nazionale” per la medesima ragione per la quale una “scrittura nazionale” non se la sono inventati neppure quei popoli di avanzatissima civiltà, che sono stati i Greci, gli Etruschi e i Romani. È cosa accertata infatti che i Greci hanno preso la scrittura o alfabeto dai Fenici, gli Etruschi l’hanno presa dai Greci e i Romani dagli Etruschi.

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