9 Gennaio 2013 - Categoria: cultura

La formazione del clero: i seminari sardi e il seminario turritano di Annarita Deroma


INTRODUZIONE

L’istituzione dei Seminari rappresenta uno dei frutti più significativi del Concilio di Trento (1545 / 1563).

Il Concilio aveva suggerito la fondazione dei Seminari, ma non aveva imposto a tutti i futuri preti di farvi i propri studi, per cui la maggior parte di questi continuò ad arrivare al Sacerdozio attraverso le diverse vie previste prima del Concilio.

Bisognava arrivare al papato di Pio X, nei primi anni del Novecento, perché il Seminario diventasse veramente il luogo unico per la formazione del futuro clero1.

Due sono gli elementi che hanno segnato il cammino dei Seminari fino alla metà del secolo XX:

a)l’applicazione del Concilio di Trento da parte di Carlo Borromeo;

 b) la spiritualità della scuola francese del secolo XVII.

 Il regolamento di Carlo Borromeo, base di quasi tutti i successivi regolamenti dei Seminari italiani, rimase in vigore fino agli anni cinquanta, alla vigilia del Concilio Vaticano II. I testi della scuola francese diventarono la base più significativa su cui fondare la spiritualità sacerdotale anche per i seminaristi italiani.

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6 Gennaio 2013 - Categoria: c'est la vie

L’anno bisestile 2012 e quello iniziato 2013 di Ange de Clermont

Cerco di non essere superstizioso anche perché la mia fede me lo vieta, ciononostante, avendo avuto qualche antenato che è vissuto tra maghe e maghi, cartomanti, e megere, fattucchiere di magia bianca e nera, a tratti senza accorgermi ho la tendenza a considerare certi lati superstiziosi degli avvenimenti degli anni e della numerosa cabala affidata ai numeri. Certo l’anno passato non è stato un anno fausto, essendomi morta una persona cara e trattandosi di un anno bisestile, ma anche quattro anni fa c’erano state burrasche e quindi da tempo considero questi anni un pò malaugurati. Il fatto è che più ci bado e più osservo cose che non vanno. L’anno appena iniziato non dovrebbe essere infausto, ma il guaio è che finisce col 13 e il detto dice 13 morto che parla. Infauste sono le camere 13 degli alberghi tanto che a volte questo numero sfortunato non esiste, ma contemporaneamnete questo numero è considerato fausto: ha fatto 13. Altri parlano del 47 0 48, insomma chi più ne ha più ne mette. Non voglio approfondire un argomento su cui sono più che analfabeta.

L’anno appena terminato mi ha permesso di vivere i 76 anni, vale a dire 7+6 fanno tredici, aggiungi che era pure bisestile. Insomma da quest’intrico di numeri e di anni fausti e infausti non riesco a cavarne piedi. Certo se penso all’IMU di Monti che non so se sia nato in un anno bisestile c’è da credere che per le nostre pensioni e stipendi l’anno è stato massimamente infausto: 1200 euro, rubati a mano franca, dal portafoglio non è poca cosa. Rovesciamo la prospettiva: sono gli avvenimenti personali, nazionali o internazionali che fanno fausto e o infausto l’anno e non i numeri. Se in un anno tutto ci va bene, l’anno è fausto, ma se è il contrario l’anno è infausto e non è affatto il numero che fa che l’anno sia fausto o infausto.  Ora non ci resta che augurarci un buon anno e una graduale ripresa dell’economia e  di tutto il resto. Per un credente  poi ciò che conta è vivere in grazia di Dio, amandolo e amando il prossimo, compiendo azioni positive e vedendo questo mondo come un luogo di rapido passaggio perché poi speriamo ci aspetti un’eternità felice. Per ciascuno il tempo passa e il mondo finisce tutti i giorni al tocco di campana, per chi muore. Nelle città questo non si nota tanto, ma in un piccolo paese come Chiaramonti questi avvenimenti toccano la gente che accorre numerosa ad accompagnare il defunto di turno all’ultima dimora. Ieri è morto un montangino. sposato ad una delle numerose figlie di una famiglia numerosa, e il Cammino del Convento era gremito di folla. Il nuovo prete con berratta tripartita e con l’incenso ha percorso tutto il ripido tragitto offrendo uno spettacolo da anni 1950. Io spero che i miei amici fotografi abbiano colto l’occasione per riprendere questo corteo d’altri tempi. La gente era soddisfatta di questa cerimonia e finisce che al pretino tradizionalista per effetto di queste innovazioni vengano perdonate le stufe spente e il freddo che si respira tutti i giorni e la domenica nella chiesa parrocchiale di San Matteo. Io anche oggi sono corso a Martis in una chiesetta riscaldata e con un prete anziano, ma saggio e con delle cantanti che mi hanno fatto gustare le canzoni di Natale.

Le secche di gennaio hanno avuto inizio tanto che qualche ottuagenario ha lasciato la casa e ha potuto fare quattro chiacchiere con me che, richiamato dal sole, ho fatto almeno mille passi. Era angustiato il poveretto e non sapeva come spiegare che al figlio divorziato stessero portando via mezzo patrimonio, pur essendo incolpevole di questa rottura. Gli ho spiegato che dal 1970 al 1975 il diritto di famiglia è molto mutato e che l’adulterio non è più un reato per cui anche una moglie fedifraga può ridurre l’incolpevole marito in braghe di tela portandogli via anche metà del patrimonio. Ha parlato di pistole e di ammazzamenti e credeva ancora che l’uxoricidio fosse un reato colposo e non punibile con la galera, gli ho spiegato che quei tempi brabarici sono finiti e che ora le cose sono cambiate anche se le donne continuano a subire insulti di ogni genere e vengono eliminate con troppa frequenza. Ha guardato il cielo con un atto di rassegnazione, mentre si prepara a vedere il figlio depredato di mezza casa e di una parte dello stipendio per una moglie che, nelle campagne di gallura, convive con altro altro uomo nullafacente, a suo dire, e che utilizzerà mezzo patrimonio prodotto dall’attivismo del figlio che non conosce sosta nel lavoro. La vita è così, tu lavori, poi con un colpo di sfortuna il,tuo patrimonio passa ad un altro. Chi può sentirsi sicuro dei propri averi? Meglio essere poveri e sereni che ricchi e preoccupati.

La ruota degli anni gira, girano le opere e i giorni, a generazioni succedono generazioni: il ciclo del tempo e della vita procede e chi è giovane oggi sarà vecchio domani. La terra è un albergo, si passano 70 o 80 anni, fossero anche cento e più, signori in carrozza, leggi carro funebre, e si parte. L’importante è lasciare dietro di sé il ricordo di opere buone, non perché il defunto ne abbia beneficio, ma per la vanagloria dei discendenti che dopo alcune generazioni avranno dimenticato tutto.  Fugit irreparabile tempus!

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6 Gennaio 2013 - Categoria: narrativa

Sa mastra de cosire di Minnia Pani

 Mastra Nannedda est una trapera rinomada: fachet Jaccas, bunneddas, costumes sardos siat de masciu che de femina.

Sas clientes suas, est totta zente chi si podet premmittere de pagare unu preju caru bastante: su trabagliu si lu faghet pagare a preju ‘e oro. Si devet narrer sa veridade: ca già est de manos bonas. Unu manzanu si nde pesat chitto e fit finende de cosire a machina unu paju de calzones. Intendet burdellu in carrela e s’acerat a su balcone: fit su bandidore tiu PEPE TOEDDU chi comintzat de goi a bettare su bandu: “Si avvisat tottu sa populascione chi a su marcadu est arrivadu unu camiu de pische friscu friscu: triglia, calamaretti, giarrette, pazellu e ambidda, tottu a preju ‘onu, a frundidura,a tremiza francos su chilu!”.

Mastra Nannedda bi pessat e narat intr’e coro sou: “assiat, ite preju barattu, como ‘esso e b’acculzio!”. Si cambiat sas iscarpas e andat a su marcadu.

Sa zente fit meda: bi fit s’imperiu… Tott’ind’una girat sa cara e bidet una comare sua de Ozu Santu, comare Luisa:

“Ben’ennida comare Nannè!”.

“OH comà, ben’apida!”.

“Ben’istades?”

“Non b’hat male comare Luì, e fizolu meu Toeddutzu: già so duas chenaburas chena lu ‘idere, trabagliende est comà?”.

“Sempre s’istagninu comà. Bos cheria preguntare comare Nannè: a mi la leades a Cicita a cosire? No ischit attacare mancu unu buttone: gai imparat a gigher nessi nessi s’agu in manu!”.

“Già l’ichides comà: de dischentes bi nd’haia duas: una die est bennida sa Finantza e che las’hapo cuadas indaisegus de una tenda, ma daghi custas si sun postas a riere già mi l’han posta una bella contraventzione. Dai sa ‘olta so iscammentada!”.

“E leadela, nessi sas agos bos infilat, pro no istare perìglì perìglià. E ite diaulu comà, no ada a essere sempr’iscollendesia a dom’ostra custa Finantza? E poi Cicita no riet mancu si li faghen su cori cori!”.

“Beh comà, pro s’Ozu Santu chi b’est, mandademila. Però, una cosa: no mi la mandedas ne de martis e ne de joja!”.

“Pruite comà? A unu machine mì!”

“Comà han a essere contos de foghile, però bos aggiungo a bos narrere chi martis est tortu, e joja est fuiditta: mandademila in chenabura chi s’ ets pienu su mare battit fortuna!”.

Sa chenabura Cicita andat a cosire, tzoccat sa manetta de su portale e abberit sa gianna mastra Nanedda:

“Oh bonas dies mastra Nannè!”.

“Beni beni chi so sestende una ‘unedda de gabardine: est roba ‘ona, como ti signo sos fios cun su gesso, e gai s’orizu e i sos costazos e tue l’isciampras. Intantu mi prancias sa costura de custa ijcca: ista attenta a su ricamu chi gighet, abbà ite bellu, l’han fattu sas sorres Funtanas de Roma, e sa padrona de s’ijcca est Donna Pepica Pillai. Ista attenta mì. Poi cando has pranciadu sa costura m’infilas sas agos chi deo ponzo un sestu su collu e i sas manigas”.

Mastra Nannedda si setzit e Cicita infilat s’agu e bi la dat.

“It’0romala assiat cabu longu, paret su cabu de sa zega: ponelu pius culzu su filu.

Infila cun d’unu pagu de gabbu…. e ite diaulu!. Tè, abbà, rifila custa costura e faghela a anca ‘e musca: abbà ti lu fatto ‘idere. A puntos minores. Ti so avvertende!”.

Poi de una mes’ora mastra Nannedda abbaidat su trabagliu chi fit fattende Cicita e la rimproverat de goi:

“Ancu ti falet unu corrale de dimonios, raju ibbichittadu: a parte chi t’hapo nadu a puntos minudos, custos paren puntos de trobea. Tue fist andada ‘ene a fagher su salamaju, lighende pudderigheddas de saltitza. Torradiche a domo tua, bae e li naras a Comare Luisa chi t’inparet a infilare sa sula!”.

http://www.luigiladu.it/ Profilo e racconti di Minnia Pani.

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6 Gennaio 2013 - Categoria: versos in limba

“Iscrio” de Franco Piga

Iscrio, a bortas cun sa mente istraca
pro me matessi chirchende reposu,
cando de cumpagnia bisonzosu
su lapis cun pabilu lasso affaca,
cumpidende, ch’esseran in busciaca,
in segretos ch’afronto isperantzosu.

Puru cando in sas notes de serenu
che giardineri m’iso, tzapitende
fiores de sentidos, semenende
e coglinde cuntentu in s’ortu amenu,
betend’apàre Divinu e Terrenu
chi cumpatinde atzetan, perdonende.

E naschet de peraulas fiore
ch’a sos ateros, bellu s’assimizat,
cando dulches iscutas ammanizat
mustrende de sentires tebiòre,
umpare a sos disizos de s’amore
su ch’in coro però, mai s’allizat.

Sun fiores chi creschen chentz’edade
in cunzados de rena colorida,
cumpanzos de su lenu drommischida
chi giogat cun sa mia realtade,
mustrende, cun bisos d’eternidade
gustos e ispantos de sa vida.

Iscrìo, cando dolet su pensare
e s’andare m’apretat fastizosu,
o cando, in dies nodidas de gosu
intendo chi mi cheret istrinàre,
est tando chi sa manu lass’andare
ca l’est ghia su coro generosu.

Franco Piga su 6 de ’ennalzu 2012                     I prèmiu setz. rima  XXVI Curcursu de poesia  Ossi 2012

 

 

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3 Gennaio 2013 - Categoria: storia

Gli asili di Carità di Ferrante Aporti di Lucia Palmas

Il termine latino AXYLUM ha designato a lungo genericamente un ospizio o ricovero per persone incapaci di provvedere a sé stesse, ma dal sec.XIX è stato progressivamente ristretto alle istituzioni per l’infanzia in senso non solo assistenziale. A partire da questo periodo, l’asilo infantile indica quella istituzione prescolastica che accoglie l’infanzia per lo più dai tre ai sei anni di età.

In passato l’educazione dei fanciulli prima dell’età scolastica era affidata alla famiglia, che poté avvalersi dell’aiuto di apposite istituzioni un tempo quasi esclusivamente filantropiche, assumendo in seguito finalità educative e varie denominazioni in relazione ai particolari fini istituzionali (asili d’infanzia, sale d’asilo, giardini d’infanzia, case dei bambini, scuole materne).

L’importanza dell’educazione dei fanciulli a partire dalla più tenera età è rintracciabile in tutta la letteratura pedagogica, anche se questo processo in apposite istituzioni inizia solo nel XIX sec.

Già a partire dal XVII sec. il boemo Comenio (1592-1570) aveva parlato nella sua più importante opera “Didactica Magna” di scuola materna, da realizzarsi in ogni casa, per bambini dai tre ai sei anni, in cui era basilare il rapporto affettivo. Egli dava importanza alla prima età che comincia con l’atto del concepimento e copre i primi sei anni di età per questo periodo egli disegna la scuola del grembo materno, o scuola materna, che dovrà esistere presso ogni famiglia e ipotizza in aiuto dei genitori un “Informatorium scholae maternae”. Comenio, però, non pensa alla scuola materna come istituto tecnicamente predisposto e preparato ad accogliere bambini fuori dalla famiglia. Il pensiero di Comenio appartiene alla pedagogia dell’infanzia, non è rivolta ad una scuola dell’infanzia: il suo è un argomentare sulla coscienza educativa che deve essere patrimonio dei genitori e in modo particolare e naturale della madre, alla quale è affidato il compito di allevare il bambino, e quello di trasmettere le basi per l’insegnamento morale e intellettuale unito a quello etico-religioso . Se in Comenio è necessario distinguere la “pedagogia dell’infanzia” dalla “scuola dell’infanzia”, anche altri pedagogisti dopo Comenio come Loke, Rousseau, Pestalozzi Lambruschini ecc., esprimono convinzioni ed idee pedagogiche, ma non parlano ancora di istituzioni prescolastiche.

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1 Gennaio 2013 - Categoria: narrativa

Maddalena presa dai suoi pensieri di Ange de Clermont

Seduta accanto al focolare Maddalena, che aveva assistito già la madre ammalata, ormai morta, rifletteva a quando era rimasta sola col padre, ammalato anche lui. La sua vita di giovane donna, tra i 40 e i 50 anni, era trascorsa così, assistendo la madre, per cinque anni, e badando all’azienda in Bados de Lové, una forra sperduta in Sassu Giosso, e per altri cinque, assistendo il padre ammalato e curando come poteva l’azienda dove le mucche pascolavano senza pastore, ma attendevano pazienti che lei provvedesse a mungerle ogni giorno. Apprezzamenti, lettere, telefonate d’innamorati, erano tanti che non ci badava più. I genitori erano al primo posto e dopo di loro l’azienda che dava da vivere a lei e ai genitori. Una sorella e un fratello avevano messo su famiglia ed erano andati via di casa. Le avevano detto:-Occupati tu dei genitori e tieni pure quanto essi lasceranno alla loro morte.- Bontà loro, ma non pensavano che anche Maddalena aveva un cuore per amare, del resto era bella e affascinante, ma anche l’amore passava al terzo posto, cioè nell’oblio. Ogni tanto montava a cavallo e si perdeva tra balzi e anfratti, immergendosi nella natura selvaggia dei suoi terreni aspri e bizzarri. Cavalcava per tutto il tempo che gli era concesso dai mali dei genitori. Poi tornava ad essere l’angelo del focolare. Prima aveva assistito  la madre, poi il padre, che quasi a conclusione dell’anno se n’era andato anche lui.

Era trascorso qualche mese, l’anno era concluso ed era giunto il Capodanno di un anno nuovo. Tutti in paese festeggiavano, dalle case vicine si udiva lo strepito delle bottiglie di spumante aperte, tutti beneauguravano, qualcuno aveva osato timidamente invitarla, ma lei era in lutto e come di consueto aveva declinato l’invito. Qualche lettera, qualche cartolina in cui gl’interessati alla sua mano porgevano le condoglianze e lasciavano intendere la loro disponibilità, ma Maddalena rifletteva dicendo tra sé e sé:- Non voglio più sposarmi. Il tempo è passato. Certo sono ancor bella, ma il tempo della giovinezza è finito. Non posso avere più figli. Perché addossarmi un uomo che mi creerebbe più fastidi che altro. Ho i miei  animali da accudire, la mia casetta bene arredata, linda dalla mattina alla sera. Il ricordo dei miei genitori è ancora troppo vivo perché si aggiri in essa qualche estraneo che non capirebbe perché tutto è organizzato in questo modo. Non avrei più la libertà di continuare ad allevare le mie mucche, i vitelli, a correre a cavallo, a godermi nei mesi estivi il concerto notturno nella casa di campagna. No, no, un uomo sarebbe di peso e poi non ho mai conosciuto uomo e sono intatta. Così sono e così voglie vivere e morire.-

Nel frattempo il fuoco andava spegnendosi e pensò di ravvivarlo. Le teneva compagnia insieme al cagnetto che abbaiava di tanto in tanto nel cortile. Il campanello non squillava e la sua serenità era garantita. Anche i vicini pensavano a lei, avrebbero voluta invitarla, ma conoscevano già la sua risposta; avrebbero voluto visitarla, ma sapevano anche che significava fare gl’impiccioni per cui la lasciavano al suo lutto e ai suoi pensieri. Il giorno di Capodanno era andata a mungere le mucche, aveva raccolto il latte e sistemato nel punto in cui passavano i depositi del caseificio e poi era rientrata in paese dove aveva consumato un sobrio, ma sostanzioso pranzo, si era seduta accanto al focolare, aveva acceso il fuoco ed ora si lasciava cullare dai pensieri a tratti dolci a tratti mesti dei suoi genitori che se n’erano andati per sempre. Aveva fatto il suo dovere e questo l’appagava.

La sera scendeva nebbiosa, richiamò il suo cagnetto dentro casa e chiuse gi sportelloni, stette ancora davanti al focolare e poi lasciò che il fuoco man mano si spegnesse. Passò nella sua camera da letto, recitò le orazioni per i suoi, s’infilò tra le lenzuola profumate e si addormentò. Il secondo giorno dell’anno Maddalena avrebbe fatto quanto compiuto nel primo e così per tutto l’anno.

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31 Dicembre 2012 - Categoria: versi in gallurese

“Passi toi e mei” de Maddalena Spano Sartor

Passi toi e mei
Appugghjata a me, moi
passi incelti e timurosi.
Una ‘olta eri tu a
tinemmi in pedi
illu pamentu di la ‘ita.
Tu mi rigghji cu la spiranza,
eu cu l’affasciu.

Unu, dui, tre, cattru…
l’ossi, lizzinati da la malatia,
sò fraggili comu ali di mariposa.
No dei trambuccà!
Agghju in manu la to’ ‘ita,
mamma, comu un tempu tu
rigghji la mea.

Unu, dui, tre, cattru, cincu…
dugna dì un passu in più.
Lu rilociu sona lenti rintocchi,
è ora di spunì.
Ti posi comu puppia stracca,
abbandunata da lu ghjocu.

Di lu dulori l’umbra d’una
agrima vicu illu salutatti.
Ti salutu in pressa, palchì
ancor’eu agghju l’occhj appannati
da lagrimi trattinuti, chi
no voddhu mustrà
a te, a me, a l’intrinata.

 

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25 Dicembre 2012 - Categoria: versi in italiano, versos in limba

Nadale e Natale di Nino Fois

Notte iscura, muda,                                                            Notte buia, muta,

no ischimuzu de feras,                                                            non frastuono di fiere

non boghes in s’istérrida alva.                                                non voci nella bianca distesa.

Sos isteddos sunt pianghende                                                Le stelle stanno piangendo

làgrimas de astràu.                                                            lacrime di gelo.

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