21 Gennaio 2013 - Categoria: c'est la vie, cultura, eventi straordinari

International email: trovar lavoro in UK (United Kindom) di Frantzisca Passiu

Ciao Angelì!
Finalmente ho un po’ di tempo per scriverti! Mentre lo faccio qui siamo in mezzo ad una tormenta di neve, quindi rimane quasi tuttochiuso! E’ bellissimo il mare con la neve, forse perché davvero inusuale! Non ricordo a che punto ero arrivata,ma sicuramente la più grande novità è il lavoro!

Finalmente sono riuscita a cambiare. Anzi ti spiego un po’ com’è andata.  Ti ricordi ero al Burger King sommersa da kg di patatine fritte e olio, no?  Ecco, non ne potevo più…non tanto per il lavoro (che ovviamente era osceno!), ma sopratutto per i capi….era il peggio che mi potesse capitare! Gente che i lavoratori se la mangerebbe se fosse legale!
Ma ecco la novità. Verso fine novembre, complice la frenesia dello spendere insita negli inglesi, ho iniziato a dare altri CV (curriculum vitae o profilo professionale) nei  negozi di abbigliamento e ho avuto fortuna!
Quindi nel periodo natalizio ho lavorato là, una follia, 50 ore a settimana!
Qui lo shopping è una vera malattia: la dovrebbero curare! Però il primo giorno di lavoro al negozio di abbigliamento mi chiamano per un’intervista in un supermercato, dove avevo lasciato il CV almeno due mesi prima!
Attratta dalla buona paga vado all’intervista, sinceramente senza riporre grandi speranze! Mi trovo davanti ad un top manager tedesco (meglio cosi, almeno capivo meglio il suo inglese!) in mezzo a inglesi o gente che stava in UK da 10 anni a fare un’intervista di gruppo! Il top manager ci dice che non sarà facile, ci sono varie fasi per essere assunti e bla bla. Effettivamente già il fatto che i colloqui venissero fatti dall’area manager e non dallo store manager la diceva lunga! Però nonostante ciò sono uscita soddisfatta perché sapevo di aver fatto bene. Fatto sta che l’indomani mi chiamano per il secondo colloquio e la prova pratica, molto bene anche là. Dopo questo colloquio e prova pratica mi chiamano per il 3° colloquio.  In seguito alla buona riuscita del quale  mi hanno fatto firmare il contratto….e da una settimana sto lavorando qui! Quindi ho cambiato ben 2 lavori durante questi pochi mesi!
Cose che in Italia mi risultano  inimmaginabili!
In questo nuovo lavoro, devo dir la verità, si fatica molto duramente, però l’ambiente sembra molto buono specialmente tra i  colleghi.
Qui la vita scorre tranquilla, ma inesorabile….sto già pensando di iniziare a cercare qualche lavoro d’ufficio sfruttando le lingue soprattutto, ma per fare ciò bisogna trasferirci nella City! Non mi alletta tanto l’idea, ma probabilmente è l’unica soluzione per iniziare a fare un lavoro che mi porti verso le aspettative della mia laurea in Scienze politiche ad indirizzo economico.
Sono stata in Italia una settimana fa e la verità è che lo vedo molto difficile ritornare, per adesso. Non riesco a pensare di lavorare letteralmente GRATIS come sta facendo la maggioranza dei miei ex colleghi d’Università!
Dopo 7 mesi  inizio quasi ad ambientarmi in questo paese “quasi al rovescio” rispetto a Italy.
Appena posso ti scrivo le differenza tra Italy e UK….ci sarebbero antologie da scivere!
A presto,
Franzisca “
Cara Frantzisca, ciò che mi colpisce di più nella tua ricerca di lavoro è che non ti sei rassegnata al primo, ma nemmeno al secondo e affrontando prove orali e pratiche te la sei cavata benissimo, specie  quando penso che l’inglese l’hai appreso prima da circa settecento canzoni ascoltate in videoclip in un anno di riposo di travaglio adolescenziale e poi in sette mesi di esperienza in UK come tu dici, dimostrando la solita esplosiva vivacità che hai rivelato inaspettatamente per chi s’angustiava per la tua incerta partenza negli studi. Ricordo l’esema esplosivo di licenza media durante i quali hai rivelato qualità e capacità inimmaginabli. Non parliamo delle altre prove che hai superato recandoti a scuola con quell’Aprilia a seconda mano, scivolando quasi sotto la pioggia e destreggiandoci nel traffico caotico e, infine, conseguendo con prontezza e sagacia la maturità. Che dire poi della laurea breve e di quella magistrale conseguita studiando tra Spgna e Italia, tra Sassari e Reggio Emilia.
Ora nell’avvio al lavoro stai dando ottime capacità di adattamento e di superamento di prove che per certi versi si allontanano dal libresco e ti coinvolgono nel lavoro. Schifose patatite (credo che non ne assaggerai più), frenesia dei negozi di moda ed ora sono certo in un più vivibile mega store con la serenità di aver scoperto anche in UK amiche di lavoro rispettose e socievoli che per la nostra vita ha importanza primaria. Sogni però già il volo verso la City, in fondo il tuo destino e il massimo delle tue aspettative. Sono certo che, approfondito ulteriormente l’inglese, verrà il momento in cui il cuore ti dirà: – Avanti Franzisca! Non tanto le sterline, ma il desiderio di recuperare la tua identità di dottoressa in Scienze politiche ad indirizzo economico che ti spingerà a fare il passo. Sono certo che non ti fermerai ad un mega store dove ti consiglio di fare di tutto per inserirti nel settore amministrativo e se no, va e prendi il volo.
Considerazioni sull’Italia: è un paese, almeno adesso, troppo vischioso, fermo ai presunti diritti, quasi che questi ti dovessero piovere dall’alto. Paese vecchio e di vecchi che non hanno manco lontanamente il desiderio di ringiovanire. Paese di giovani nati stanchi in attesa del sol dell’avvenire come i loro padri. Tu, cara Franzisca, hai degli ottimi apporti genetici: laziali, sardi e della Magna Grecia e un’educazione data da una pluralità di formazione: il senso del dovere dei militari. la laboriosità di prestigiose donne, la capacità di gente boemien che si metta in riga e infine il tuo attivissimo e azzeccatissimo angelo custode. Che cosa vuoi di più? Attendo non un’antologia, ma altri lati stravaganti, poetici, di quel mondo dal quale solo potevano venir fuori i gruppi musicali da te adorati, uno femminile e due maschili. Infine, mi ha colpite “il mare con la neve”.
God bless you
Angelino.
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16 Gennaio 2013 - Categoria: filologia

ETIMOLOGIA DEL VOCABOLO NURACHE, NURAGHE, NURAXI DI MASSIMO PITTAU

 

Nurache, nuracche, nuracu, nurahe, nuraqe, nuraghe, nuraxi, nuratzu, muraghe, runache, runaghe «nuraghe, edificio cerimoniale, di carattere e valore religioso e civico» (entro e attorno al quale si svolgevano, in un clima di piena religiosità, tutte le funzioni sociali della tribù; in pratica il nuraghe era la “chiesa parrocchiale” e insieme la “casa comunale” della tribù).

NURAC in una antica iscrizione sul nuraghe Aidu Entos (Mulargia) (suff. -ak).

Diminutivo nurattólu, nuratzólu, murattólu, murathólu, muratzólu.

Norake mitico fondatore di Nora (Pausania X 17 5, Solino IV 1); (Bitti, Nùoro) muragadda, mugoradda, (gallur.) muradda «pietraia, mucchio di pietre, casa diruta».

Toponimi sas Mugaraddas (Orune), Nuragaddu (Porto Torres), Muracesus (Nuraminis), Muragheddu (Loiri), Bia Nuracada (= “strada murata, cioè lastricata”, ossia “strada romana”; Serdiana-Sestu), Nuraccale (Scano M., Suni), Nuracati (CSPS 62, 316, 352), Nuraccioni (Nurri), Nuraceddèa (Gesturi); Nuraddèo (Suni), Nurahetze, Núrahi e Nurahòro (Dorgali), Nuraghetza (Dualchi), Nurachi (Riola S.), Nuracchi (Ruinas), Nuragatta (Pozzomaggiore), Nuragattoli e Nuraghegume (Alghero), Nuragè (Desulo), Nuragiassus (Donori), Nuragoga (Giba), Nuragus (Comune di N.), Noragúgume (anche Nur-; Comune di N.).

Tutti relitti sardiani o protosardi imparentati – non derivati – col lat. murus «muro» (di origine ignota: DELI²), con l’antrp. etr. Muru e con l’appellativo tosc. mora, morra «mucchio di pietre, muriccia».

Rispetto alla base nura/mura «catasta, mucchio di pietre, muriccia, muro» e pure «nuraghe» l’appellativo nurache/muraghe risulta essere un aggettivo sostantivato e il suo significato originario sarà stato «(edificio) murario» oppure «(torre) in muratura» [vedi Nuragh’ ‘e sa mura, Mura ‘e fenugu, Nuragh’ ‘e fenugu, Mura úlumos, Nuragh’ ‘e mura úlumos (Aidomaggiore); Mura ‘e sórighes, Nuragh’ ‘e sórighes «nuraghe dei sorci» (Silanus); dunque mura = nuraghe].

Contrariamente a quanto avevo sostenuto altre volte, dubito che nurache sia da connettere con nurra «mucchio» e «cavità», dato che il primo appellativo ricorre sempre con la -r- debole, mentre il secondo sempre con la -rr- forte (M.P., OPSE, DILS, LISPR; corrige PLS 85-107). Vedi mura².

nuragus (camp.), nuragos (Olzai), nieddu nuraghe (log., VSI) «varietà d’uva nera amarognola, i cui grappoli assomigliano a un nuraghe» (CVS), e relativo vino asciutto paglierino, vedi nurache.**

**Estratto dall’opera Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico (NVLS), di prossima pubblicazione.

Massimo Pittau

www.pittau.it

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16 Gennaio 2013 - Categoria: Chiaramonti e dintorni, lingua/limba, narrativa

Boghes e caras antigas de su Mulinu ‘e su ‘Entu di Salvatore Patatu

Salvatore Patatu, Boghes e caras antigas de su Mulinu ‘su ‘Entu. Prefazione di Paolo Pulina, Tipografia TAS, Sassari 2012 pp.170 con CDAUDIO

Aia apenas ùndighi annos cando, finida sa cuinta elementare, apo incomintzadu a fàghere su mulinarzeddu pro aggiuare a babbu. Su mulinu fit sitiadu in una carrela chi dae issu leaiat su nùmene: carrela ’e Mulinu. . . .

. . . Una barantina de annos como, ammentende su mulinu, apo iscritu custa poesia chi at balanzadu unu prèmiu in unu cuncursu:

SU MULINU ABBANDONADU

Cantas cosas
mi ’atides a s’ammentu.
muros, dae su tempus ratados!
E bois, lòrigas ruinzadas
e ferrada de ventana,
chi, pro musca caddina
inchietos caddos
e àinos archilados,
marra marra,
fortza bos proaiant e balentia!
Sa dulche mùida ’e sa mola,
chi calda sa farina cana
’etaiat in sa ’uca de linna,
imbellida de tela crua
che de zòvana istranza dulche cara.
Su giannile biancu de ’oladia,
chi in s’impedradu antigu,
cunsumidu dae pes
de fitianas tribulias,
modde, a lenu a lenu si perdiat,
che tipidiu a bentu de arzola,
in sa cora, istraca ’e trazar abba.
E tue, mola, a cantare sighisti,
dae ciarras de comares cameddada,
chi a fiotu arriviant, cun tidiles
pistados dae gàrrigos pesudos
de milli ranos pròssimos de pane,
frutu de incunzas sueradas,
de timerosas dies de ’iddia
e de dolentes fogos s’istremutu,
in còrvulas balladas,
dae istracos passos trazadas,
in tirighinos mudos,
iscurosos, allegros
de apagada cuntentesa.
Mulinu ’etzu,
non fisti logu ebbia de fadiga
e suore, ma logu de pasu e de isetu,
ue pro buglia innotzente si riiat,
isetende s’intinnu ’e su mojolu,
chi de àteru trigu aiat bisonzu.
Como, nudda est restadu!
Meràculos at fatu s’era noa!
Ei s’umanidade tua tota canta
chena si penetire nd’at distrutu.

 ( . . .) “Su mulinarzu nde devet ischire una in pius de su padre” naraiat tiu Giuanninu Senneresu, chi ’eniat a bèndere ozu ermanu fatu ’idda. “Sos padres istant tota die chena fàghere nudda e passant su tempus meledende comente trampare sa zente; peus
de sos de sa tributària, chi intendent su fiagu de su tebacu dae tesu”, torraiat a nàrrere riende. E faghiat su contu de su fiagapipas (finantzieri) chi, cand’est mortu, s’est presentadu cun poderia a dainanti a santu Pedru pro ch’intrare deretu in paradisu, chentza passare nessi unu paju de istios in purgadòriu. E santu Pedru l’at nadu cun tonu pascescile: “Aiseta un’aizu, no epas presse, tue as fiagadu pipas tota vida, as arruinadu zente meda, pòveros e disgrasciados chi chircaiant unu mossu de pane pro sos fizos; edducas, no as diritu de intrare deretu in chelu. Tropu nd’as cumbinadu, pro bi dare dae subra. Como ti peso s’ànima e bidimus cantos sèculos de penitèntzia ti tocant”. De comente che pigat a su piatu de su pesu cudd’ànima, fit comente e chi b’àeret postu subra unu còdulu de granitu limbaresu mannu cantu un’òrriu.

“E comente fato a ti che fàghere passare cun tota custa nieddura de pecados? Inoghe ch’at de totu! Duamiza limbicos secruestados, fintzas su e de pòveru Andria Cipirillu, chi lu trataiat pro fàghere s’àlcolo a sos malàidos. As secruestadu s’àinu a tiu Foddetzu, ca fit gàrrigu de ’inata. As ritiradu sos p. 24 biros a Giuanne Mureddu ca no aiat pagadu su dàtziu pro unu barrile de atzua siciliana. As arruinadu unu pòveru disgrasciadu chi bendiat iscobariles fatu ’idda. A cheres chi sighe a lèggere?

A oju, gai, chena fàghere sos càlculos giustos, si t’andat bene, ti tocat de che passare nessi una chentinària de sèculos in su purgadòriu. Bastet chi, a contos cumpridos, non ti tochet in sorte de che frazigare sos ossos in sa funguruza de s’inferru, in sa Giudeca,a costazos de Càssio, de Giuda e de Bruto, ispuntorzados dae Lutziferru barvilongu, chi a puntorzu giughet unu berrudu longu cantu un’àlvure de fustialvu”, l’at nadu santu Pedru pius sèriu de unu mussignore grijimende.

“Comente? No est sorte chi tocat a mie cussa, balla chi ti ses isbagliende”, narat cuddu cun cara de cannau. E, tochèndeli pagu pagu su frùntene cun duos pòddighes, comente e ispìnghèndelu, incalchende su tonu de sas peràulas, aggiunghet: “Tue ses bugliende”.

“Atreche e buglia est! Mira chi inoghe no amus s’abbitzu de bugliare. Abbàida su bratzu de su pesu e su pirone de bator cuintales chi b’apo dèvidu pònnere”, li rispondet su Santu, franghèndesi e ammustrèndeli totu. Su finantzieri s’acurtziat pro bìdere mezus e, passende dae s’isfutimentu a sa cuntentesa, narat a boghe leada: “Custu pesu no est puntzonadu, non mi fetas leare provedimentos”. E, gai nende, ch’intrat deretu in chelu chena mancu si ’oltare.

Tiu Giuanninu si ’antaiat de àere fatu parte de su corpus de sa guàrdia de finàntzia pro deghe annos, daboi de èssere istadu bìndighi annos padre chircante in su cunventu de Lanusei. Edducas, fit a modu e a manera de imparare trucos a calesisiat imbroglione.

“Deo apo àpidu sos mezus mastros” naraiat incaminèndesi in Muru Pianedda.

. . . ( In su Mulinu de su ‘Entu)

Intrende a dresta bi fit su pesu, cun su pironeddu de sos etos, s’oro de su mulinarzu. In fundu a dresta unu lavandineddu cun unu brocale biancu de ferrismaltu e, a costazos, una bella branda. Si bi podiat vìvere bene meda in cust’apusentu e bene aia fatu sende sìndigu a l’acontzare. Su mojolu fit sistemadu a insubra de sa mola subrana, in dun’ispèssia de niciu iscavadu in su muru de fundu, pròpiu ue falaiat sa puleggia chi aggantzaiat s’ingranaggiu de sa mola.

Pro pòdere arrivire a chi ‘etare su trigu, b’aiat un’iscalita, arrumbada a su muru, a costazos de su mojolu. Fia sempre in chirca de fàghere calchi cosa de profetu andende in pensione; forsis l’aia agatada: torrare a ue aia incomintzadu, a fàghere su mulinarzu.

La Redazione. Pubblichiamo un brano dell’ultima opera di Salvatore Patatu per concessione dell’autore, noto scrittore in lingua sarda di Chiaramonti.
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9 Gennaio 2013 - Categoria: cultura

La formazione del clero: i seminari sardi e il seminario turritano di Annarita Deroma


INTRODUZIONE

L’istituzione dei Seminari rappresenta uno dei frutti più significativi del Concilio di Trento (1545 / 1563).

Il Concilio aveva suggerito la fondazione dei Seminari, ma non aveva imposto a tutti i futuri preti di farvi i propri studi, per cui la maggior parte di questi continuò ad arrivare al Sacerdozio attraverso le diverse vie previste prima del Concilio.

Bisognava arrivare al papato di Pio X, nei primi anni del Novecento, perché il Seminario diventasse veramente il luogo unico per la formazione del futuro clero1.

Due sono gli elementi che hanno segnato il cammino dei Seminari fino alla metà del secolo XX:

a)l’applicazione del Concilio di Trento da parte di Carlo Borromeo;

 b) la spiritualità della scuola francese del secolo XVII.

 Il regolamento di Carlo Borromeo, base di quasi tutti i successivi regolamenti dei Seminari italiani, rimase in vigore fino agli anni cinquanta, alla vigilia del Concilio Vaticano II. I testi della scuola francese diventarono la base più significativa su cui fondare la spiritualità sacerdotale anche per i seminaristi italiani.

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6 Gennaio 2013 - Categoria: c'est la vie

L’anno bisestile 2012 e quello iniziato 2013 di Ange de Clermont

Cerco di non essere superstizioso anche perché la mia fede me lo vieta, ciononostante, avendo avuto qualche antenato che è vissuto tra maghe e maghi, cartomanti, e megere, fattucchiere di magia bianca e nera, a tratti senza accorgermi ho la tendenza a considerare certi lati superstiziosi degli avvenimenti degli anni e della numerosa cabala affidata ai numeri. Certo l’anno passato non è stato un anno fausto, essendomi morta una persona cara e trattandosi di un anno bisestile, ma anche quattro anni fa c’erano state burrasche e quindi da tempo considero questi anni un pò malaugurati. Il fatto è che più ci bado e più osservo cose che non vanno. L’anno appena iniziato non dovrebbe essere infausto, ma il guaio è che finisce col 13 e il detto dice 13 morto che parla. Infauste sono le camere 13 degli alberghi tanto che a volte questo numero sfortunato non esiste, ma contemporaneamnete questo numero è considerato fausto: ha fatto 13. Altri parlano del 47 0 48, insomma chi più ne ha più ne mette. Non voglio approfondire un argomento su cui sono più che analfabeta.

L’anno appena terminato mi ha permesso di vivere i 76 anni, vale a dire 7+6 fanno tredici, aggiungi che era pure bisestile. Insomma da quest’intrico di numeri e di anni fausti e infausti non riesco a cavarne piedi. Certo se penso all’IMU di Monti che non so se sia nato in un anno bisestile c’è da credere che per le nostre pensioni e stipendi l’anno è stato massimamente infausto: 1200 euro, rubati a mano franca, dal portafoglio non è poca cosa. Rovesciamo la prospettiva: sono gli avvenimenti personali, nazionali o internazionali che fanno fausto e o infausto l’anno e non i numeri. Se in un anno tutto ci va bene, l’anno è fausto, ma se è il contrario l’anno è infausto e non è affatto il numero che fa che l’anno sia fausto o infausto.  Ora non ci resta che augurarci un buon anno e una graduale ripresa dell’economia e  di tutto il resto. Per un credente  poi ciò che conta è vivere in grazia di Dio, amandolo e amando il prossimo, compiendo azioni positive e vedendo questo mondo come un luogo di rapido passaggio perché poi speriamo ci aspetti un’eternità felice. Per ciascuno il tempo passa e il mondo finisce tutti i giorni al tocco di campana, per chi muore. Nelle città questo non si nota tanto, ma in un piccolo paese come Chiaramonti questi avvenimenti toccano la gente che accorre numerosa ad accompagnare il defunto di turno all’ultima dimora. Ieri è morto un montangino. sposato ad una delle numerose figlie di una famiglia numerosa, e il Cammino del Convento era gremito di folla. Il nuovo prete con berratta tripartita e con l’incenso ha percorso tutto il ripido tragitto offrendo uno spettacolo da anni 1950. Io spero che i miei amici fotografi abbiano colto l’occasione per riprendere questo corteo d’altri tempi. La gente era soddisfatta di questa cerimonia e finisce che al pretino tradizionalista per effetto di queste innovazioni vengano perdonate le stufe spente e il freddo che si respira tutti i giorni e la domenica nella chiesa parrocchiale di San Matteo. Io anche oggi sono corso a Martis in una chiesetta riscaldata e con un prete anziano, ma saggio e con delle cantanti che mi hanno fatto gustare le canzoni di Natale.

Le secche di gennaio hanno avuto inizio tanto che qualche ottuagenario ha lasciato la casa e ha potuto fare quattro chiacchiere con me che, richiamato dal sole, ho fatto almeno mille passi. Era angustiato il poveretto e non sapeva come spiegare che al figlio divorziato stessero portando via mezzo patrimonio, pur essendo incolpevole di questa rottura. Gli ho spiegato che dal 1970 al 1975 il diritto di famiglia è molto mutato e che l’adulterio non è più un reato per cui anche una moglie fedifraga può ridurre l’incolpevole marito in braghe di tela portandogli via anche metà del patrimonio. Ha parlato di pistole e di ammazzamenti e credeva ancora che l’uxoricidio fosse un reato colposo e non punibile con la galera, gli ho spiegato che quei tempi brabarici sono finiti e che ora le cose sono cambiate anche se le donne continuano a subire insulti di ogni genere e vengono eliminate con troppa frequenza. Ha guardato il cielo con un atto di rassegnazione, mentre si prepara a vedere il figlio depredato di mezza casa e di una parte dello stipendio per una moglie che, nelle campagne di gallura, convive con altro altro uomo nullafacente, a suo dire, e che utilizzerà mezzo patrimonio prodotto dall’attivismo del figlio che non conosce sosta nel lavoro. La vita è così, tu lavori, poi con un colpo di sfortuna il,tuo patrimonio passa ad un altro. Chi può sentirsi sicuro dei propri averi? Meglio essere poveri e sereni che ricchi e preoccupati.

La ruota degli anni gira, girano le opere e i giorni, a generazioni succedono generazioni: il ciclo del tempo e della vita procede e chi è giovane oggi sarà vecchio domani. La terra è un albergo, si passano 70 o 80 anni, fossero anche cento e più, signori in carrozza, leggi carro funebre, e si parte. L’importante è lasciare dietro di sé il ricordo di opere buone, non perché il defunto ne abbia beneficio, ma per la vanagloria dei discendenti che dopo alcune generazioni avranno dimenticato tutto.  Fugit irreparabile tempus!

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6 Gennaio 2013 - Categoria: narrativa

Sa mastra de cosire di Minnia Pani

 Mastra Nannedda est una trapera rinomada: fachet Jaccas, bunneddas, costumes sardos siat de masciu che de femina.

Sas clientes suas, est totta zente chi si podet premmittere de pagare unu preju caru bastante: su trabagliu si lu faghet pagare a preju ‘e oro. Si devet narrer sa veridade: ca già est de manos bonas. Unu manzanu si nde pesat chitto e fit finende de cosire a machina unu paju de calzones. Intendet burdellu in carrela e s’acerat a su balcone: fit su bandidore tiu PEPE TOEDDU chi comintzat de goi a bettare su bandu: “Si avvisat tottu sa populascione chi a su marcadu est arrivadu unu camiu de pische friscu friscu: triglia, calamaretti, giarrette, pazellu e ambidda, tottu a preju ‘onu, a frundidura,a tremiza francos su chilu!”.

Mastra Nannedda bi pessat e narat intr’e coro sou: “assiat, ite preju barattu, como ‘esso e b’acculzio!”. Si cambiat sas iscarpas e andat a su marcadu.

Sa zente fit meda: bi fit s’imperiu… Tott’ind’una girat sa cara e bidet una comare sua de Ozu Santu, comare Luisa:

“Ben’ennida comare Nannè!”.

“OH comà, ben’apida!”.

“Ben’istades?”

“Non b’hat male comare Luì, e fizolu meu Toeddutzu: già so duas chenaburas chena lu ‘idere, trabagliende est comà?”.

“Sempre s’istagninu comà. Bos cheria preguntare comare Nannè: a mi la leades a Cicita a cosire? No ischit attacare mancu unu buttone: gai imparat a gigher nessi nessi s’agu in manu!”.

“Già l’ichides comà: de dischentes bi nd’haia duas: una die est bennida sa Finantza e che las’hapo cuadas indaisegus de una tenda, ma daghi custas si sun postas a riere già mi l’han posta una bella contraventzione. Dai sa ‘olta so iscammentada!”.

“E leadela, nessi sas agos bos infilat, pro no istare perìglì perìglià. E ite diaulu comà, no ada a essere sempr’iscollendesia a dom’ostra custa Finantza? E poi Cicita no riet mancu si li faghen su cori cori!”.

“Beh comà, pro s’Ozu Santu chi b’est, mandademila. Però, una cosa: no mi la mandedas ne de martis e ne de joja!”.

“Pruite comà? A unu machine mì!”

“Comà han a essere contos de foghile, però bos aggiungo a bos narrere chi martis est tortu, e joja est fuiditta: mandademila in chenabura chi s’ ets pienu su mare battit fortuna!”.

Sa chenabura Cicita andat a cosire, tzoccat sa manetta de su portale e abberit sa gianna mastra Nanedda:

“Oh bonas dies mastra Nannè!”.

“Beni beni chi so sestende una ‘unedda de gabardine: est roba ‘ona, como ti signo sos fios cun su gesso, e gai s’orizu e i sos costazos e tue l’isciampras. Intantu mi prancias sa costura de custa ijcca: ista attenta a su ricamu chi gighet, abbà ite bellu, l’han fattu sas sorres Funtanas de Roma, e sa padrona de s’ijcca est Donna Pepica Pillai. Ista attenta mì. Poi cando has pranciadu sa costura m’infilas sas agos chi deo ponzo un sestu su collu e i sas manigas”.

Mastra Nannedda si setzit e Cicita infilat s’agu e bi la dat.

“It’0romala assiat cabu longu, paret su cabu de sa zega: ponelu pius culzu su filu.

Infila cun d’unu pagu de gabbu…. e ite diaulu!. Tè, abbà, rifila custa costura e faghela a anca ‘e musca: abbà ti lu fatto ‘idere. A puntos minores. Ti so avvertende!”.

Poi de una mes’ora mastra Nannedda abbaidat su trabagliu chi fit fattende Cicita e la rimproverat de goi:

“Ancu ti falet unu corrale de dimonios, raju ibbichittadu: a parte chi t’hapo nadu a puntos minudos, custos paren puntos de trobea. Tue fist andada ‘ene a fagher su salamaju, lighende pudderigheddas de saltitza. Torradiche a domo tua, bae e li naras a Comare Luisa chi t’inparet a infilare sa sula!”.

http://www.luigiladu.it/ Profilo e racconti di Minnia Pani.

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6 Gennaio 2013 - Categoria: versos in limba

“Iscrio” de Franco Piga

Iscrio, a bortas cun sa mente istraca
pro me matessi chirchende reposu,
cando de cumpagnia bisonzosu
su lapis cun pabilu lasso affaca,
cumpidende, ch’esseran in busciaca,
in segretos ch’afronto isperantzosu.

Puru cando in sas notes de serenu
che giardineri m’iso, tzapitende
fiores de sentidos, semenende
e coglinde cuntentu in s’ortu amenu,
betend’apàre Divinu e Terrenu
chi cumpatinde atzetan, perdonende.

E naschet de peraulas fiore
ch’a sos ateros, bellu s’assimizat,
cando dulches iscutas ammanizat
mustrende de sentires tebiòre,
umpare a sos disizos de s’amore
su ch’in coro però, mai s’allizat.

Sun fiores chi creschen chentz’edade
in cunzados de rena colorida,
cumpanzos de su lenu drommischida
chi giogat cun sa mia realtade,
mustrende, cun bisos d’eternidade
gustos e ispantos de sa vida.

Iscrìo, cando dolet su pensare
e s’andare m’apretat fastizosu,
o cando, in dies nodidas de gosu
intendo chi mi cheret istrinàre,
est tando chi sa manu lass’andare
ca l’est ghia su coro generosu.

Franco Piga su 6 de ’ennalzu 2012                     I prèmiu setz. rima  XXVI Curcursu de poesia  Ossi 2012

 

 

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3 Gennaio 2013 - Categoria: storia

Gli asili di Carità di Ferrante Aporti di Lucia Palmas

Il termine latino AXYLUM ha designato a lungo genericamente un ospizio o ricovero per persone incapaci di provvedere a sé stesse, ma dal sec.XIX è stato progressivamente ristretto alle istituzioni per l’infanzia in senso non solo assistenziale. A partire da questo periodo, l’asilo infantile indica quella istituzione prescolastica che accoglie l’infanzia per lo più dai tre ai sei anni di età.

In passato l’educazione dei fanciulli prima dell’età scolastica era affidata alla famiglia, che poté avvalersi dell’aiuto di apposite istituzioni un tempo quasi esclusivamente filantropiche, assumendo in seguito finalità educative e varie denominazioni in relazione ai particolari fini istituzionali (asili d’infanzia, sale d’asilo, giardini d’infanzia, case dei bambini, scuole materne).

L’importanza dell’educazione dei fanciulli a partire dalla più tenera età è rintracciabile in tutta la letteratura pedagogica, anche se questo processo in apposite istituzioni inizia solo nel XIX sec.

Già a partire dal XVII sec. il boemo Comenio (1592-1570) aveva parlato nella sua più importante opera “Didactica Magna” di scuola materna, da realizzarsi in ogni casa, per bambini dai tre ai sei anni, in cui era basilare il rapporto affettivo. Egli dava importanza alla prima età che comincia con l’atto del concepimento e copre i primi sei anni di età per questo periodo egli disegna la scuola del grembo materno, o scuola materna, che dovrà esistere presso ogni famiglia e ipotizza in aiuto dei genitori un “Informatorium scholae maternae”. Comenio, però, non pensa alla scuola materna come istituto tecnicamente predisposto e preparato ad accogliere bambini fuori dalla famiglia. Il pensiero di Comenio appartiene alla pedagogia dell’infanzia, non è rivolta ad una scuola dell’infanzia: il suo è un argomentare sulla coscienza educativa che deve essere patrimonio dei genitori e in modo particolare e naturale della madre, alla quale è affidato il compito di allevare il bambino, e quello di trasmettere le basi per l’insegnamento morale e intellettuale unito a quello etico-religioso . Se in Comenio è necessario distinguere la “pedagogia dell’infanzia” dalla “scuola dell’infanzia”, anche altri pedagogisti dopo Comenio come Loke, Rousseau, Pestalozzi Lambruschini ecc., esprimono convinzioni ed idee pedagogiche, ma non parlano ancora di istituzioni prescolastiche.

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