6 Gennaio 2013 - Categoria: versos in limba

“Iscrio” de Franco Piga

Iscrio, a bortas cun sa mente istraca
pro me matessi chirchende reposu,
cando de cumpagnia bisonzosu
su lapis cun pabilu lasso affaca,
cumpidende, ch’esseran in busciaca,
in segretos ch’afronto isperantzosu.

Puru cando in sas notes de serenu
che giardineri m’iso, tzapitende
fiores de sentidos, semenende
e coglinde cuntentu in s’ortu amenu,
betend’apàre Divinu e Terrenu
chi cumpatinde atzetan, perdonende.

E naschet de peraulas fiore
ch’a sos ateros, bellu s’assimizat,
cando dulches iscutas ammanizat
mustrende de sentires tebiòre,
umpare a sos disizos de s’amore
su ch’in coro però, mai s’allizat.

Sun fiores chi creschen chentz’edade
in cunzados de rena colorida,
cumpanzos de su lenu drommischida
chi giogat cun sa mia realtade,
mustrende, cun bisos d’eternidade
gustos e ispantos de sa vida.

Iscrìo, cando dolet su pensare
e s’andare m’apretat fastizosu,
o cando, in dies nodidas de gosu
intendo chi mi cheret istrinàre,
est tando chi sa manu lass’andare
ca l’est ghia su coro generosu.

Franco Piga su 6 de ’ennalzu 2012                     I prèmiu setz. rima  XXVI Curcursu de poesia  Ossi 2012

 

 

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3 Gennaio 2013 - Categoria: storia

Gli asili di Carità di Ferrante Aporti di Lucia Palmas

Il termine latino AXYLUM ha designato a lungo genericamente un ospizio o ricovero per persone incapaci di provvedere a sé stesse, ma dal sec.XIX è stato progressivamente ristretto alle istituzioni per l’infanzia in senso non solo assistenziale. A partire da questo periodo, l’asilo infantile indica quella istituzione prescolastica che accoglie l’infanzia per lo più dai tre ai sei anni di età.

In passato l’educazione dei fanciulli prima dell’età scolastica era affidata alla famiglia, che poté avvalersi dell’aiuto di apposite istituzioni un tempo quasi esclusivamente filantropiche, assumendo in seguito finalità educative e varie denominazioni in relazione ai particolari fini istituzionali (asili d’infanzia, sale d’asilo, giardini d’infanzia, case dei bambini, scuole materne).

L’importanza dell’educazione dei fanciulli a partire dalla più tenera età è rintracciabile in tutta la letteratura pedagogica, anche se questo processo in apposite istituzioni inizia solo nel XIX sec.

Già a partire dal XVII sec. il boemo Comenio (1592-1570) aveva parlato nella sua più importante opera “Didactica Magna” di scuola materna, da realizzarsi in ogni casa, per bambini dai tre ai sei anni, in cui era basilare il rapporto affettivo. Egli dava importanza alla prima età che comincia con l’atto del concepimento e copre i primi sei anni di età per questo periodo egli disegna la scuola del grembo materno, o scuola materna, che dovrà esistere presso ogni famiglia e ipotizza in aiuto dei genitori un “Informatorium scholae maternae”. Comenio, però, non pensa alla scuola materna come istituto tecnicamente predisposto e preparato ad accogliere bambini fuori dalla famiglia. Il pensiero di Comenio appartiene alla pedagogia dell’infanzia, non è rivolta ad una scuola dell’infanzia: il suo è un argomentare sulla coscienza educativa che deve essere patrimonio dei genitori e in modo particolare e naturale della madre, alla quale è affidato il compito di allevare il bambino, e quello di trasmettere le basi per l’insegnamento morale e intellettuale unito a quello etico-religioso . Se in Comenio è necessario distinguere la “pedagogia dell’infanzia” dalla “scuola dell’infanzia”, anche altri pedagogisti dopo Comenio come Loke, Rousseau, Pestalozzi Lambruschini ecc., esprimono convinzioni ed idee pedagogiche, ma non parlano ancora di istituzioni prescolastiche.

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1 Gennaio 2013 - Categoria: narrativa

Maddalena presa dai suoi pensieri di Ange de Clermont

Seduta accanto al focolare Maddalena, che aveva assistito già la madre ammalata, ormai morta, rifletteva a quando era rimasta sola col padre, ammalato anche lui. La sua vita di giovane donna, tra i 40 e i 50 anni, era trascorsa così, assistendo la madre, per cinque anni, e badando all’azienda in Bados de Lové, una forra sperduta in Sassu Giosso, e per altri cinque, assistendo il padre ammalato e curando come poteva l’azienda dove le mucche pascolavano senza pastore, ma attendevano pazienti che lei provvedesse a mungerle ogni giorno. Apprezzamenti, lettere, telefonate d’innamorati, erano tanti che non ci badava più. I genitori erano al primo posto e dopo di loro l’azienda che dava da vivere a lei e ai genitori. Una sorella e un fratello avevano messo su famiglia ed erano andati via di casa. Le avevano detto:-Occupati tu dei genitori e tieni pure quanto essi lasceranno alla loro morte.- Bontà loro, ma non pensavano che anche Maddalena aveva un cuore per amare, del resto era bella e affascinante, ma anche l’amore passava al terzo posto, cioè nell’oblio. Ogni tanto montava a cavallo e si perdeva tra balzi e anfratti, immergendosi nella natura selvaggia dei suoi terreni aspri e bizzarri. Cavalcava per tutto il tempo che gli era concesso dai mali dei genitori. Poi tornava ad essere l’angelo del focolare. Prima aveva assistito  la madre, poi il padre, che quasi a conclusione dell’anno se n’era andato anche lui.

Era trascorso qualche mese, l’anno era concluso ed era giunto il Capodanno di un anno nuovo. Tutti in paese festeggiavano, dalle case vicine si udiva lo strepito delle bottiglie di spumante aperte, tutti beneauguravano, qualcuno aveva osato timidamente invitarla, ma lei era in lutto e come di consueto aveva declinato l’invito. Qualche lettera, qualche cartolina in cui gl’interessati alla sua mano porgevano le condoglianze e lasciavano intendere la loro disponibilità, ma Maddalena rifletteva dicendo tra sé e sé:- Non voglio più sposarmi. Il tempo è passato. Certo sono ancor bella, ma il tempo della giovinezza è finito. Non posso avere più figli. Perché addossarmi un uomo che mi creerebbe più fastidi che altro. Ho i miei  animali da accudire, la mia casetta bene arredata, linda dalla mattina alla sera. Il ricordo dei miei genitori è ancora troppo vivo perché si aggiri in essa qualche estraneo che non capirebbe perché tutto è organizzato in questo modo. Non avrei più la libertà di continuare ad allevare le mie mucche, i vitelli, a correre a cavallo, a godermi nei mesi estivi il concerto notturno nella casa di campagna. No, no, un uomo sarebbe di peso e poi non ho mai conosciuto uomo e sono intatta. Così sono e così voglie vivere e morire.-

Nel frattempo il fuoco andava spegnendosi e pensò di ravvivarlo. Le teneva compagnia insieme al cagnetto che abbaiava di tanto in tanto nel cortile. Il campanello non squillava e la sua serenità era garantita. Anche i vicini pensavano a lei, avrebbero voluta invitarla, ma conoscevano già la sua risposta; avrebbero voluto visitarla, ma sapevano anche che significava fare gl’impiccioni per cui la lasciavano al suo lutto e ai suoi pensieri. Il giorno di Capodanno era andata a mungere le mucche, aveva raccolto il latte e sistemato nel punto in cui passavano i depositi del caseificio e poi era rientrata in paese dove aveva consumato un sobrio, ma sostanzioso pranzo, si era seduta accanto al focolare, aveva acceso il fuoco ed ora si lasciava cullare dai pensieri a tratti dolci a tratti mesti dei suoi genitori che se n’erano andati per sempre. Aveva fatto il suo dovere e questo l’appagava.

La sera scendeva nebbiosa, richiamò il suo cagnetto dentro casa e chiuse gi sportelloni, stette ancora davanti al focolare e poi lasciò che il fuoco man mano si spegnesse. Passò nella sua camera da letto, recitò le orazioni per i suoi, s’infilò tra le lenzuola profumate e si addormentò. Il secondo giorno dell’anno Maddalena avrebbe fatto quanto compiuto nel primo e così per tutto l’anno.

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31 Dicembre 2012 - Categoria: versi in gallurese

“Passi toi e mei” de Maddalena Spano Sartor

Passi toi e mei
Appugghjata a me, moi
passi incelti e timurosi.
Una ‘olta eri tu a
tinemmi in pedi
illu pamentu di la ‘ita.
Tu mi rigghji cu la spiranza,
eu cu l’affasciu.

Unu, dui, tre, cattru…
l’ossi, lizzinati da la malatia,
sò fraggili comu ali di mariposa.
No dei trambuccà!
Agghju in manu la to’ ‘ita,
mamma, comu un tempu tu
rigghji la mea.

Unu, dui, tre, cattru, cincu…
dugna dì un passu in più.
Lu rilociu sona lenti rintocchi,
è ora di spunì.
Ti posi comu puppia stracca,
abbandunata da lu ghjocu.

Di lu dulori l’umbra d’una
agrima vicu illu salutatti.
Ti salutu in pressa, palchì
ancor’eu agghju l’occhj appannati
da lagrimi trattinuti, chi
no voddhu mustrà
a te, a me, a l’intrinata.

 

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25 Dicembre 2012 - Categoria: versi in italiano, versos in limba

Nadale e Natale di Nino Fois

Notte iscura, muda,                                                            Notte buia, muta,

no ischimuzu de feras,                                                            non frastuono di fiere

non boghes in s’istérrida alva.                                                non voci nella bianca distesa.

Sos isteddos sunt pianghende                                                Le stelle stanno piangendo

làgrimas de astràu.                                                            lacrime di gelo.

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22 Dicembre 2012 - Categoria: cristianesimo, eventi straordinari

“Non sono venuto a portare la pace, ma la spada” (Mt 10-34):Natale 2012 Dopo Cristo di Ange de Clermont

Siamo dunque al 2012 dopo Cristo, anno più anno meno, e i cristiani di tutto il mondo festeggiano questa ricorrenza che è momento forte del ciclo liturgico della Chiesa Cattolica di cui facciamo parte toto corde pur sapendo che in essa c’è da una parte la radiosa luce di Cristo e dall’altra la miseria degli uomini per i cui peccati Cristo è morto e risorto ed è salito al Padre e che verrà nella gloria alla fine dei tempi per giudicare il mondo. Questo mondo che in questo particolare momento storico attraversa una crisi economica rilevante. Anche in Italia come ben sanno le famiglie la recessione si fa sentire e a cui si è cercato di far fronte spremendole con numerosi balzelli. Speriamo che si mettano dei limiti a questa efferatezza e che i famosi e famigerati tecnici riescano a dare un avvio alla ripresa diversamente, prima o poi, questi nostri governanti potrebbero finir male.

La disoccupazione di giovani e meno giovani produce solo sconforto e talvolta disperazione al punto che non è raro sentire che molti ricorrono al suicido per la disperazione di non poter far fronte alle difficoltà. La macchina mostruosa e tristemente efficiente messa su dai cervelli freddi e senza cuore di Equitalia porta via soldi, beni e spesso l’unica casa in cui sia possibile abitare. Ogni debito si moltiplica senza fine in modo automatico calpestando tutto e tutti. Non si guarda in faccia a nessuno e se non si paga ti mettono all’asta la casa che i corvi neri, con moneta contante, a vil prezzo, acquistano per incrementare il proprio arricchimento. Una vergogna assoluta in una nazione che si dice cristiana. I befera partoriscono altri befera che ingrassano sulle spalle dei poveri siano essi giovani siano adulti siano anziani. La classe dirigente comunemente detta casta ingrassa anch’essa fino al giorno in cui l’indignazione popolare non riporterà, davanti alle piazze del potere, la ghigliottina, per tagliare la testa a questi miserabili che sul lavoro della gente onesta hanno creato i loro privilegi. Cominciamo tutti a non poterne più di queste squallide soperchierie. I rincari dei beni essenziali per vivere non finiscono più e lo stipendio o la pensione si assottiglia sempre più. Miliardi di euro si spendono per tenere all’ingrasso degli autentici maiali dal volto stolido i cui stipendi aumentano anch’essi automaticamente. Enti di sottogoverno vanno ad accrescere il portafoglio di chi è già un privilegiato. Si vedano le fondazioni bancarie! Gli strati più indifesi della popolazione vengono espropriati dell’essenziale per vivere.

Pare che la rivoluzione cristiana, obliata dai maiali ingrassati, non serva più. Si aggiunga a questo la perdita della fede nelle aspettative escatologiche e la riduzione dell’uomo a vile materialità. Da tutto questo può nascere la disperazione delle masse e la brutalità di una carneficina che produrrà solo desolazione.

I porci ingrassati, gli sfruttatori, le variegate mafie, il malgoverno e la giustizia grifagna, gli esattori senza scrupoli riflettano perché se Iddio volge il suo volto altrove la loro fine con la peggiore delle morti è segnata. Bastino gli esempi della rivoluzione francese e russa, e le atrocità della prima e della seconda guerra mondiale come esemplare ammonimento.

Cristo è certamente il re mite della pace, ma è anche il giudice severo per il quale ogni torto sarà appianato sia in questa vita sia nella vita eterna. Il soffio beffardo di Satana pervade gli animi dei più variegati sfruttatori del popolo di Dio e l’Arcangelo San Michele è impaziente di eseguire gli ordini che riceve per fare giustizia di tutti coloro che di umano hanno solo il volto, ma dentro sono soltanto dei demoni destinati al braciere eterno. Il Dio Bambino non è venuto a portare la pace, ma la spada (Mt 10-34). Chi ha orecchie per intendere intenda!

Ai collaboratori, agli amici, ai visitatori del nostro blog facciamo i più affettuosi auguri di un Natale del Signore sereno e di un anno di giustizia e di pace.(A. T.)

 

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21 Dicembre 2012 - Categoria: eventi culturali, recensioni

La raccolta poetica “Versos de vida paesana” di Giuseppe Concas “Mutzigone” pubbilcata dalla collana curata da Lugi Ladu di Cristoforo Puddu

 Giuseppe Concas (classe 1932 e noto come “Peppe Mutzigone”) è poeta dalla riflessione ed ispirazione “veloce”, attinta dal ricco coltivo della vitale tradizione lirica popolare e scuola estemporanea, che nel suo continuo e puntuale versificare in rima plasma unici quadri dal carattere e sapore “licantzu” locale.

A buon titolo, dopo la recente stampa di “Versos de vida paesana”, il poeta nativo dello storico rione “Coronas”, è ora da annoverare come “memoria storica” della comunità di Bolotana. La monumentale pubblicazione di oltre cinquecento pagine -curata dal cireneo e appassionato cultore della poesia in limba Luigi Ladu che, con caparbio impegno e competenza, porta avanti ormai da diversi anni l’apprezzata collana “Poètas de Sardigna”- è da considerarsi una vera e propria “Opera omnia” dell’autore marghinese. In considerazione della vasta produzione poetica proposta dal Concas, viene da credere che il “poetare” -in cui concilia forma e contenuti; ossia una poesia significante e di significato- sia il suo linguaggio d’uso comune e identificativo del suo abituale discorrere, ragionare e comunicare. La capacità narrativa e di sintesi del poeta è rappresentata, in modo chiaro, dal blocco di sonetti (ben oltre gli ottanta) che chiudono l’opera con un vasto campionario di argomenti trattati. Nelle composizioni di “Peppe Mutzigone”, sviluppate con senso della memoria e rivissute con una emozione presente e partecipe, figurano soprattutto gli amici di una vita; le vicende umane, sociali, politiche e le manifestazioni di fede religiosa che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora il centro del Marghine. L’offerta poetica del Concas è rappresentata da tanto e significativo materiale “documentario” per garantire la conservazione di quel prezioso patrimonio della memoria storica locale.

Luigi Ladu, nella prefazione a “Versos de vida paesana”, ripercorre la biografia umana e poetica dell’autore e ne sottolinea la semplicità e naturalezza dell’autodidatta dai sani e tradizionali valori.

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19 Dicembre 2012 - Categoria: versos in limba

“Mi lu naras?” de Giangavino Vasco de Bortigali

“,Mi lu naras, o mama

it’est chi depo fagher
po diventare mannu e virtuosu?”
Fizu meu diciosu,
cherio cumpiagher
custu disizu ch’in coro as a brama.
Ammenta, prenda mia,
ch’in cussos ojos tuos
sa vida ancora s’est como atzendinde;
su coro s’est tinghinde,
in custos tempos cruos,
de su colore ‘irde ‘e pitzinnia.

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