14 Ottobre 2013 - Categoria: cristianesimo, cultura, memoria e storia

Chi colma il cuore della donna di Costanza Miriano

img_1923Ecco il testo della relazione che avevo preparato per il Seminario per i 25 anni dellaMulieris Dignitatem, organizzato dal Pontificio Consiglio per i laici. Purtroppo poi non ho resistito e ho cominciato a raccontare di telefonate alle amiche incaricate di dirmi che sono magra e di mariti divanauri – figure mitologiche metà uomo e metà divano – incontrate in tutta Italia. Mi sono così giocata la possibilità, probabilmente unica in vita mia, di apparire autorevole davanti a donne venute dai cinque continenti. Aggiungo solo che il giorno dopo le partecipanti al seminario sono state ricevute in via eccezionale dal Papa, al quale ho dato “Casate y sé sumisa”, Sposati e sii sottomessa in spagnolo. Il Santo Padre mentre me ne andavo mi ha richiamata per ricordarmi come proseguiva la frase di San Paolo. Così gli ho dato anche “Sposala e muori per lei”. Credo che entrambi i volumi stiano già sostenendo le zampe di un tavolino traballante nella gendarmeria vaticana.

“Quando lessi la prima volta la Mulieris Dignitatem credo proprio che non ne capii praticamente nulla, nella sostanza: avevo diciassette anni, e idee tutte strampalate su come dovessero essere maschi e femmine, sul matrimonio, su una malintesa parità tra i sessi. Mi sembravano belle parole, ma destinate a rimanere su carta.

sposatiDieci anni dopo l’enciclica mi sono sposata, e i successivi quindici li ho passati praticamente a cercare di comprenderla. Piano piano, con il tempo, le parole del Santo Padre si stanno traducendo in carne, si sono incarnate nella storia della nostra coppia, hanno dato un nome a ciò che vivevo e anche in parte soffrivo.

Credo che in amore si soffra quando si dimentica che “C’è un paradosso nell’esperienza dell’amore: due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare”. (R.M:Rilke) “Solo nell’orizzonte di un amore più grande è possibile non consumarsi nella pretesa reciproca e non rassegnarsi, ma camminare insieme verso un Destino di cui l’altro è segno”. (C:S:Lewis)

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12 Ottobre 2013 - Categoria: eventi culturali, letteratura sarda, lingua/limba

CONCLUSA LA 54^ EDIZIONE DEL “PREMIO OZIERI” di Antonio Canalis

 

A. Canalis e V. Ledda

A. Canalis e V. Ledda

 Festa di poeti e di scrittori, ma anche delle tane personalità alla cerimonia pubblica di premiazione dei vincitori della 54^ edizione del “Premio Ozieri di Letteratura Sarda”. A giudicare dagli attestati di stima ricevuti e dall’affetto che ha circondato tutta la manifestazione, si ricava la cifra del prestigio e delle attese che la cinquantasettenne creatura di Tonino Ledda ha saputo conquistarsi in quasi sei decenni di duro e serio operare. Tangibile e sincera la soddisfazione degli autori e del pubblico presente. Come ormai succede da qualche anno, peraltro, l’attesa era forte. I dubbi e le incertezze, pure. Ma, come qualcuno ha opportunamente sottolineato, riuscire a navigare così a lungo in acque quasi mai serene, per il Premio è sintomo di “sana e robusta costituzione fisica” e, in definitiva, di una salute di ferro. Fortissima la stima e la considerazione che Ozieri riesce a calamitare dappertutto, in campo letterario e in tutte le branche ad esso legate. Perché anche il più acceso avversario non può fare a meno di riconoscere la primogenitura assoluta di un progetto culturale, che solo oggi è passato nella sua pienezza e annovera centinaia di imitatori ed epigoni.

La Giuria

La Giuria

Se un merito va riconosciuto al Premio ozierese, infatti, è proprio quello di essere una grande manifestazione di democrazia totalmente apolitica e apartitica: già dalle prime edizioni la partecipazione venne aperta a tutte le varietà di lingua sarda dell’Isola. Da quelle principali, fino alle più remote sfumature, comprese quelle che allora si definivano isole alloglotte (Alghero col catalano e Carloforte col genovese di Pegli, altrimenti detto tabarchino), e che oggi vengono definite, dagli esperti,  eteroglossie interne. I fatti, le proposte e anche le leggi più recenti, sia pure tardivamente, hanno dovuto prendere atto che l’unica linea valida, tracciata per la tutela della lingua e della cultura sarda, è quella portata avanti per lunghi decenni, in solitudine, dall’”Ozieri”. Ed oggi che il principio è passato “alla grande” e c’è una forte presa di coscienza generale sulla necessità di riscoprire le nostre radici per contrastare l’omologazione, è fin troppo facile navigare sulla scia. E proprio su questi temi si è indirizzata la linea del Premio in tempi di dibattito fin troppo acceso e guerra tra istituzioni nello spinoso settore della salvaguardia e tutela della “limba”, che ha acceso querelles ancora incandescenti e disorientato la pubblica opinione.

Nicola Tanda

Nicola Tanda

“Il momento è importante e in qualche misura strategico: come Associazione organizzatrice, sentiamo l’esigenza di essere ancora una volta protagonisti e “padri nobili” di un qualcosa che comunque ha lasciato tracce profonde nel mondo culturale sardo”, sostiene il presidente del sodalizio Vittorio Ledda. Un obbligo morale, di fatto, che ricade in capo a un’iniziativa che vanta una lunghissima e fiera militanza. Commozione e lunghi applausi sia per gli autori premiati che per le personalità che hanno ottenuto riconoscimenti che vanno ad arricchire il nutrito albo d’oro della manifestazione. Su tutti, l’emozione del Rettore dell’Ateneo Turritano Prof. Attilio Mastino, cui è stato consegnato dall’Assessore alla cultura della Città di Ozieri Giuseppina Sanna il “Trofeo Città di Ozieri”. Mastino ha sottolineato i meriti della antica rassegna ozierese e il prestigio di cui essa gode, non solo in Sardegna. Di forte impatto anche l’intervento dell’Assessore Regionale alla Cultura Sergio Milia, che ha indicato il Premio Ozieri quale motore instancabile a supporto di quella che è anche la linea del suo assessorato per un impegno e un’attenzione sempre maggiore nel solco della tutela e valorizzazione della lingua sarda e della cultura. Lo testimonia la collaborazione nella gestione delle tre ultime edizioni della Festa dei sardi: “Sa Die de sa Sardigna”. In sintonia l’intervento dell’assessore alla cultura della Provincia Daniele Sanna.

Cappellacci premia A. Longu

Cappellacci premia A. Longu

Sulla stessa linea il saluto del Presidente della Regione Ugo Cappellacci, che ha voluto essere presente a quello che egli ritiene un miracolo della cultura e della tradizione sarda interpretata in chiave moderna, autentico faro in un mondo tanto vicino al cuore di tutti i sardi. Momenti di pathos assoluto nella esibizione della formazione musicale “I Bertas”, cui è stato assegnato l’ambitissimo Trofeo “Provincia di Sassari”. Di prestigio assoluto i riconoscimenti conferiti al tenore Franceschino Demuro, ormai bandiera della lirica mondiale, partito dal canto a chitarra in limba sarda e al Professor Nicola Tanda, presidente della giuria, in occasione del trentennale della sua guida del Premio. A questi importanti riconoscimenti ed incoraggiamenti, si sommano le lettere di plauso, di auspicio e di incoraggiamento pervenuti da parte di Monsignor Angelo Becciu, Sostituto alla Segreteria di Stato Vaticana per gli Affari Generali. Ma i veri momenti d’attenzione e di emozione non sono mai mancati durante la recita dei lavori premiati nelle tre sezioni. Anche in virtù della folta schiera di giovani collocatisi nelle prime piazze: speranza, ma anche certezza per il futuro. In barba alle cassandre di turno.

È tempu…

Maria Teresa Inzaina

Maria Teresa Inzaina

Undi di tricu moini
ill’aria bacinata
li passi liceri d’una femina
spichi  suai mugghjendi.
S’abbampani di spantu li pappai
striscian’ in fua a lu tripittu salpii.
Curona di pòara regina,
lu fruntali fiuritu a celi pogli
colba piena di fruttuli cumpriti.
Sabaci  l’occhj  accesi
almuniosa anda e sigura
baddharina di campu
fissu lu miramentu a l’orizzonti:
a la fini  d’un’ampiosa lascura
asettu d’alburi cantu d’ei friscura
ricreu  d’una cansata  disiciata …
Ma  è schessa l’umbra assuitata:
bruchi si pendini da l’alburi sfruniti.
Un trìmini illa schina
illi puppii  accinni d’ inchiittù.
Mùitu di frina la carigna e canta:
Arà a murì la bruca  e li chimuci
orrarani a  nascì a la  stasgjoni
e a lu soli chi saetta umbri e luci
frondi noi spagliarani curoni…”
E più a chiddh’ala di lu tulbamentu
discansu  brunu  prummittini
a attésu cuppi di frundalizia
chi no timi bruca.
Ventu a li spaddhi licéri
spigni lu passu straccu
a l’ultima cansata.
Suma gréi sò li frutti
di li tanti stasgjoni traissati.
Sponi  la colba.
Lu fruntali fiuritu
è abà un capitaleddhu
la tarra un lettu.
È tempu di drummì..

Maria Teresa Inzaina di Calangiuanus I Premio

Traduzione dell’autrice (che ringraziamo)

  • È tempo..
    Onde di grano muovono
    nell’aria abbacinata
    i passi leggeri di una donna
    spighe chinando dolcemente.
    Stupiti avvampano i papaveri
    serpi strisciano in fuga al calpestio.
    Corona di povera regina
    il cercine fiorito porge al cielo
    la corba colma di maturi frutti.
    Occhi di nero acceso
    sinuosa va e sicura
    ballerina di campo
    fisso lo sguardo all’orizzonte:
    al di là di una vasta radura
    miraggio d’alberi
    canto d’acque frescura
    ristoro..sospirato riposo.
    Ma è rada l’ombra raggiunta
    bruchi pendono dagli alberi spogliati.
    E per la schiena un brivido
    nelle pupille lampi d’inquietudine.
    Soffio di brezza l’accarezza e canta:
    “Morranno i bruchi e i deserti rami
    rivivranno alla nuova stagione
    e al sole che saetta ombre e luci
    fronde nuove spargeranno corone..”
    E là oltre il turbamento
    bruna quiete promettono
    chiome lontane di fogliame
    che non teme bruchi.
    Vento alle spalle leggero
    sospinge il passo stanco
    all’ultima fermata.
    Pesano i frutti
    delle tante stagioni percorse.
    Posa la corba.
    Il cercine fiorito
    è ora un piccolo cuscino
    la terra il letto.
    È tempo di dormire..

 

 A s’ater’ala

Giamgavino Vasco

Giamgavino Vasco

Ma chie b’at a bènnere
a m’attoppare, cando
ap’a fagher su brincu a s’ater’ala?
Sa fortuna ap’a tènnere,
presentàndemi, tando,
de ti bier in chim’ ‘e cuss’iscala?
Ti dia narrer: «Fala,
beni a mi che pigare,
si dignu so de te»,
ca ses tue su re
chi calch’ ’orta proadu ap’a pregare,
cun paga fide e gana,
in mutas de turmentu e de mattana.
A notte o a de die
at a èssere a s’ora
chi s’ùltimu biazu at a finire,
giompìndeche a inie,
dae sa vida fora,
e fora da’ su tempus de patire?
Ma nessi a m’iscaldire
un’àlidu b’at àere,
po ch’ ‘ogare su frittu
de su male chi afflittu
m’at cando dadu m’as sa rughe a tràere,
chi como, ti cunfesso,
a baliare in palas non resesso.
Cale lughe ap’a bìere,
sa prus jara ‘e su chelu
o cussa de sas framas de s’inferru?
Su dimòniu rìere,
o sintzeru un’anghelu
ap’a intender lieru o in inserru?
Su frittu de s’ilgerru
o s’ ‘eranu prus tébiu
m’at a bintrare in sinu?
Sighinde su caminu,
s’ànimu meu, ‘olandesiche lébiu,
at’a chircare pasu
in d-un’antigu affranzu, in d-unu ’asu.

Nell’aldilà


Ma chi verrà
ad incontrarmi, quando
farò il salto nell’aldilà?
Avrò la fortuna,
presentandomi, allora,
di vederti in cima a quella scala?
Ti direi: «Scendi,
vieni a portarmi su
se degno son di te»,
perché sei tu il re
che qualche volta ho provato a pregare,
con poca fede e voglia,
in periodi di tormento e di fastidio.

Notte o giorno
sarà nel momento
in cui l’ultimo viaggio finirà,
arrivando lì,
fuori dalla vita
e fuori dal tempo di soffrire?
Ma almeno a riscaldarmi
un alito ci sarà,
per mandar via il freddo
del male che afflitto
mi ha quando mi hai dato da trascinare la croce, che ora, ti confesso,
non riesco a sopportare sulle spalle.

Quale luce vedrò?
La più chiara del cielo
o quella delle fiamme dell’inferno?
Il demonio ridere,
o un angelo sincero
sentirò libero o rinchiuso?
Il freddo dell’inverno
o la primavera più tiepida
mi entrerà nel petto?
Seguendo il cammino,
il mio animo, volando via leggero,
cercherà riposo
in un antico abbraccio, in un bacio.

Giangavino Vasco  – Bortigali I premio ex aequo

 

 

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10 Ottobre 2013 - Categoria: lingua/limba

Capofoglio sa muzere intamen che su maridu de Anghelu de sa Niéra

D. -Apo idu chi t'ant postu capofoglio!-<br />
A.- Ebbè non t'andat bene?-<br />
D.- No e malasorte, custu est maschilismu beru e propriu. Custas cosas devent finire pro sempre.-<br />
A. -Tando bae a sa Circoscrizione e nara a s'impiegadu chi ti ponzat capofoglio.-<br />
D. - Giustu, cando as chervidu ti che ses bessidu fora de domo, poi ses torradu e come cheres pure torrare capofoglio!-<br />
A. - Faghe su chi cheres sa matriarca ses tue, deo so innoghe  piu che atere pro atire sa pinzione.-<br />
D.- No l'ischis, maccarrone, chi contas cantu una puma?-<br />
A.- No l'ischio, ma como mi lu ses nende!-<br />
D.- E tando o faghes su chi cherzo deo o mi brincas sa gianna, intantu sa legge mi lassa totu  sa parte ona de sa pinzione e domos e mobilia._<br />
A. _- Bella cristiana ses e deo chi creio chi m'aisi perdonadu.-<br />
D.- Su perdonu b'est, ma capofoglio cherzo esser deo no sia chi ti enzant torra sos ziripiculos.-<br />
A. - Ma si so diventende etzu cadruddu ite ziribiculos mi devent bennere.-<br />
D. -Ohi no sia chi no ti connosca, giradore peus de giau tou in Franza. Su sambene no est abba, no b'at nudda ite faghere, cand'unu naschit feminarzu feminarzu restat.-<br />
A.- A mi finis sa matana. Unu podet isbagliare una borta, duas finas a tres, ma poi ponet carveddu!-<br />
D.- Giradila comente cheres, deo ap'a esser capofoglio e non b'at nudda ite fagher. Anzi dami su restu de sa cariasa.-<br />
A,- Ap'ipesu totu!-<br />
D. Puru ibaulidore ses. Narami tue comente devo fagher cu cust'omine. Deus meu ite rughe!-
D. -Apo idu chi t’ant postu capofoglio!-
A.- Ebbè non t’andat bene?-
D.- No e malasorte, custu est maschilismu beru e propriu. Custas cosas devent finire pro sempre.-
A. -Tando bae a sa Circoscritzione e nara a s’impiegadu chi ti ponzat capofoglio.-
D. – Giustu, cando as chervidu ti che ses bessidu fora dae domo, poi ses torradu e come cheres pure torrare capofoglio!-
A. – Faghe su chi cheres sa matriarca ses tue, deo so innoghe piu che atere pro atire sa pintzione.-
D.- No l’ischis, maccarrone, chi contas cantu una puma?-
A.- No l’ischio, ma como mi lu ses nende!-
D.- E tando o faghes su chi cherzo deo o mi brincas sa gianna, intantu sa legge mi lassa totu sa parte ona de sa pintzione e domos e mobilia.-
A. – Bella cristiana ses e deo chi creio chi m’aisi perdonadu.-
D.- Su perdonu b’est, ma capofoglio cherzo esser deo no sia chi ti enzant torra sos tziripiculos.-
A. – Ma si so diventende etzu cadruddu ite tziribiculos mi devent bennere.-
D. -Ohi no sia chi no ti connosca, giradore peus de giau tou in Frantza. Su sambene no est abba, no b’at nudda ite faghere, cand’unu naschit feminarzu, feminarzu restat.-
A.- A mi finis sa matana. Unu podet isbagliare una borta, duas finas a tres, ma poi ponet carveddu!-
D.- Giradila comente cheres, deo ap’a esser capofoglio e non b’at nudda ite fagher. Antzis dami su restu de sa cariasa.-
A,- Ap’ipesu totu!-
D. Puru ibaulidore ses. Narami tue comente devo fagher cu cust’omine. Deu meu ite rughe!-
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8 Ottobre 2013 - Categoria: cultura

Accademia sarda: 5 anni esatti di attività (8.10.2008-8.10. 2013) di Angelino Tedde

Tedde bisSon passati esattamente cinque anni dagl’inizi di attività del nostro blog, nel corso dei quali, visibile a tutti, ad oggi contiamo 102.036 visite, di cui grosso modo l’80 % dall’Italia e il 20% dall’estero, supponiamo da italiani o da stranieri. Le città più presenti sono Roma e Milano, le città del Nord più di quelle del Sud e del Centro. Le discipline più ricercate sono la storia, con particolare riguardo l’archeologia; la filologia e la storia della scuola e delle istituzioni educative, seguono le categorie dei versi  e dei racconti in limba. Le pagine viste sono state 213.458.  Tra gli autori storico-scientifici sono molto ricercati gli articoli di Paolo Amat di San Filippo; ricercatissimi gli scritti filologici di Massimo Pittau e di Mauro Maxia e naturalmente i versi e le prose sarde degli autori pubblicati. Gli autori dei quali abbiamo i profili sono inseriti nelle 38 pagine. Apprezzate le ricerche delle nostre laureate e dei colleghi di storia della scuola e delle istituzioni educative. Gli articoli pubblicati sono 925, i commenti ammessi 260; gl’inglesi cercano in genere di farsi pubblicità, ma noi decisamente li cestiniamo. I Tag sono 72. Peccato che i contributi dei docenti universitari abbiano come scopo la carriera e gli scaffali polverosi, lo stesso dicasi della maggior parte delle ricerche di tesi di laurea. Quest’esperienza dimostra ancora una volta che la scienza non è fatta per essere conosciuta da tutti, ma soprattutto dagli addetti. Insomma i professori universitari studiano per i loro colleghi e per le loro carriere, fatte  alcune eccezioni, più che per diffondere il sapere ai vari strati delle classi sociali. Che tristezza! E siamo agl’inizi del terzo millennio. La tenebra, il nascondimento come per i vecchi stregoni è lo scopo dei nostri docenti. Motivazioni: i diritti delle case editrici delle riviste, dei saggi, ma le case editrici sono pagate con i nostri soldi per tenere al buio e per le istituzioni addette il sapere che dovrebbe essere di per se stesso diffusivo. Conosco vecchi e giovani colleghi universitari che quando chiedo i contributi dei loro studi sorridono sardonicamente, alla fine penso che siano contenti di essere conosciuti dalla cerchia dei cultori della loro disciplina ad uso carriera e basta. Io credo che compiano gravi peccati di omissione non ribellandosi alla routine. Internet può essere l’occasione per far conoscere il progresso della tecnica e della scienza, ma questi avari soggetti son tagliati così ed io non ci posso fare niente. Cerco di portare avanti un lavoro di convincimento paziente nella speranza che capiscano.  Mi pare che sia dovere di chi sa qualche briciolo di sapere seminarlo e farlo moltiplicare e non tenerselo nei granai ad ammuffire.

Fatta questa breve premessa non ho che da ringraziare tutti coloro che in italiano e in sardo, studiosi e cultori delle discipline, poeti e prosatori, ci hanno dato la materia prima senza i quali non avremmo potuto raccogliere tanti pregevoli contributi. Un grazie anche agli amici blogger come Luigi Ladu, Carlo Moretti, Mario Unali, e numerosi altri  che ci hanno aperto le porte e ci hanno fatto sedere alla loro tavola. Per nostra fortuna, salvo qualche eccezione, nessuno ci ha fatto cancellare il loro contributo in nome della privacy che ormai, mentre siamo tutti sotto controllo in mille modi, si richiamano a questa fenomenale sciocchezza che è la legge sulla privacy. In nessuna epoca questa è stata platealmente violata da quando esiste la legge.

Un grazie anche al buon Dio che, in primis, tenendoci in vita e ispirandoci ci dà la possibilità di scrivere e di propagandare la conoscenza e il sapere sia pure limitatissimo attraverso le nostre pagine.

Noi, per meglio chiarire, ci siamo fatti questuanti presso i nostri collaboratori, che ancora ringraziamo, per la diffusione della conoscenza. I contenuti appartengono a loro che generosamente mettono nella bisaccia-blog i frutti del loro ingegno.

Un ultimo grazie ai visitatori che c’incoraggiano ad andare avanti nel nostro cammino e che apprezzano le nostre fatiche di volontariato intellettuale e quando dico volontariato lo dico nell’ultima accezione che vuol dire nel nostro dovere di diffondere la conoscenza.

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1 Ottobre 2013 - Categoria: memoria e storia

La claramontana d’Africa, licenziata, si allontana dal paese, stimata e onorata di Ange de Clermonta

Hamsa 1La vedemmo arrivare circa sette anni fa la nostra bella claramontana d’Africa che, prima o poi, oltre che cittadina residente meriterebbe la cittadinanza onoraria. Il datore di lavoro si fidanza ed è quasi normale che dia il ben servito a chi lo ha assistito con scrupolo di governante, con la professionalità di una ottima massaia, con le competenze di casa e di cucina  propria delle nostre mamme e delle nostre nonne. Canta la Sacra Scrittura:- Sono bella e nera, figlie di Gerusalemme.- Così potrebbe dire Fatima(il nome è nostro):- Sono bella e sono nera figlie di Claramonte!-  Già la splendida africana per sette anni l’abbiamo vista aggirarsi nel paese, per la spesa quotidiana, per le pratiche in comune, per le  spedizioni alle poste, ma soprattutto per permettere ad un ammalato del tutto paralitico d’essere presente alle feste, di partecipare alle merende, di socializzare. Una ragazza d’oro che sicuramente molti avrebbero voluto sposare se lei non avesse scelto il rispetto scrupoloso della sua fede che vieta i matrimoni misti. Cinque volte al giorno in comunicazione con Allah e poi a riordinare, pulire, cucinare con tratto molto signorile una casa non certo piccola e con i suoi problemi. Ultimamente, quando giungevano familiari dell’ammalato, si accontentava di dormire su un divano. L’abbiamo conosciuta in tanti e l’abbiamo apprezzata. L’hanno conosciuta bene le coetanee del paese e l’hanno  apprezzata. Chi non ha voluto bene e stimato Fatima che fin dagli esordi si è dimostrata una di noi?  Nessuno notava più il pur meraviglioso colore della sua pelle e poco mancava che parlasse pure il sardo. Eppure le sofferenze non sono mancate né le malattie sopportate con decoro e riservatezza e mai senza far pesare queste sulla tabella di marcia quotidina.

Santa Bakhita

Santa Bakhita

Io, da quando, attraverso un film, ho comnosciuto la storia meravigliosa di Santa Giuseppina Bakhita, una schiava africana, riscattata e passata attraverso umiliazioni di ogni sorta, innamoratasi di Cristo e sua ardente seguace da meritare la canonizzazione, ho chiamato Fatima, Bakhita, tante sono le doti di questa meravigliosa e virtuosa ragazza musulmana. Ora si allontana per un pò e debbo dire che ci mancherà. Certo è però che Fatima è stata un modello di professionalità a casa e un modello di donna nella socializzazione in paese. Di lei non si può dir che si è integrata, di lei si deve dire che da quando è venuta qui ha acquisito le migliori doti di ragazza di buona famiglia che ha compiuto il suo dovere e che è vissuta da claramontana esemplare.

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1 Ottobre 2013 - Categoria: c'est la vie, cahiers de doléances

Governo caduto: da bastonare tutti perché s’infischiano degl’italici petti di Ange de Clermont

barconiNon piace a nessuno mettere il naso in politica,ma è la politica che mette il naso nel nostro portafoglio. Gli esponenti del PD e del PDL sapevano tutti che saremmo andati incontro all’innalzamento dello spread e per salvare l’Italia i due partiti sodomiti erano saliti sulla stessa alcova per il bene degl’italici petti. Tuttavia dal momento in cui si son trovati nello stesso letto hanno dato inizio ad un osceno litigio, incomprensibile ai più. D’altra parte chi ha mai capito il bisessismo del PD e il priapismo del PDL? Due partiti la cui oscenità non sfugge a chi appena si occupi della loro storia. Il PD non perde il vizio di ritenersi casto e dimentica il suo simbolo erotico marrazzo e il PDL è diretto ormai da una vittima sacrificale della cirrotica magistratura italiana alla quale gli stessi partiti della Repubblica hanno dato ampio spago per tirarsi il collo il giorno in cui hanno rinunciato all’immunità parlamentare. Chiarissimo risulta che se  uno dei tre poteri che garantiscono l’equilibrio dello stato s’indebolisce con canne e con siringhe rinunciando com’è successo all’immunità parlamentare durante il mandato, la congrega immonda dei piemme e dei giudici giudicanti ne approfitta e si allarga e decide le sorti della nazione come sta succedendo da 20 anni e passa. Hanno accoppato Craxi e ben 5 partiti, ora con una foga paurosa hanno imbastito 50 processi a Berlusconi che si è salvato grazie all’astuzia dei suoi avvocati da 41 processi, ma il quarantaduesimo lo vede soccombere con immensa allegrezza di quel funzionario, prima sindacale e poi del partito, che è Epifani. Ed eccoci al fattaccio, il perseguitato dalla malagiustizia per ripicca molla l’alcova ed eccoci nella fogna più fogna della quale non si può. Cominciano i giochetti delle tre carte, con l’aumento delle tasse prima, per appagare i Crucchi e gli speculatori dannati internazionali e si naviga su barconi fatali in questo mare procelloso che è il nostro tempo. I due imputati, PD e PDL, hanno pensato ai cavoli loro e non certo al nostro orto. Tutti dimostrano che dell’Italia e degl’Italiani poco gli cale. Poteva B. nobilmente farsi quanto prima i nove mesi in una comunità di recupero psichiatrico e lasciare che i suoi giovani seguaci remassero per conto loro? Ma certo, ma l’uomo, ormai in via di rincoglionimento non ha capito che la sua stella di imprenditore fortunato sta tramontando e che finalmente l’hanno accoppato, ed ha lanciato l’ultimo siluro folle al punto che tutta la sua generazione ora lo manderà a carte quarantotto e il suo partito verrà ridotto ai minimi termini a vantaggio del grillo balbuziente. Lo stesso PD con la sua superbia e complesso di morigeratezza, con tutti gli aspiranti a governare, il vapore finirà per affondare, sempre a vantaggio dei sedicenti giacobini grilli parlanti. Il risultato è che piomberemo nel caos e che  le amministratrici del peculio familiare non sapranno come raccapezzarsi più con la moneta che perde peso. Ognuno di noi, impotente a cambiare la storia, non deve che pregare la Provvidenza Divina del Cuor di Gesù, Povedeteci, per vivere e lo Spirito Santo che spacchi il cranio a questi nostri politici con mille peccati mortali sulla coscienza, perché li lavi ben bene e dia loro la possibilità di ravvedersi per il bene di tutti gl’italiani che tendono a scannarsi come i polli di  Renzo (non di Renzi) ignorando che sono tutti in un barcone scassato in mezzo ad un mare in burrasca. God save the Italian people!

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27 Settembre 2013 - Categoria: filologia, toponomastica

Etruschi Urina, uri, vri; svizzero e sardo Uri; basco ur di Massimo Pittau

 UriPer l’Etruria antica è storicamente documentata una città di nome Urina od Aurina, la quale quasi certamente corrisponde alla odierna Saturnia. Nelle iscrizioni etrusche compare parecchie volte l’antroponimo URINATE/I, VRINATE/I, che è evidentemente un etnico che significava «nativo-a di Urina».

Il significato che era al fondo del toponimo Urina si può con grande probabilità e verosimiglianza ricostruire richiamando l’appellativo lat. urīna, che è di origine ignota, ma che è già stato prospettato come di origine etrusca (Ernout 31; vedi però DELI, AEI, DES, Etim). Ebbene, questo appellativo oltre e prima che il significato di «liquido della minzione», ne aveva uno più generale, quello di «acqua». Infatti il lat. urina significava anche «liquido seminale» ed il verbo derivato urinari significava «tuffarsi nell’acqua, nuotare ed affogare nell’acqua» e il sostantivo urinator significava «palombaro, sommozzatore». Si confronti con l’odierno ital. fare acqua = «mingere».

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21 Settembre 2013 - Categoria: eventi straordinari, lingua/limba, versos in limba

54° Premio Ozieri di Letteratura sarda: Elenco vincitori a cura di Antonio Canalis


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Da uno scritto di Nicola Tanda  (Professore emerito di Letteratura e Filologia Sarda)

      …I testi dei nostri poeti, proprio perché, calati all’interno della comunità, possono insegnare un uso migliore degli strumenti critici nel capire e nel fare poesia. Ancora. Possono agevolare il passaggio dall’apprendimento del sottoinsieme della letteratura locale a quello dell’insieme delle letterature che richiedono impegno maggiore per essere lette e interpretate. La letterarietà è un sapere vero: il saper fare una poesia o una narrazione, può essere impiegato nelle lingue che si posseggono, e meglio in quelle materne.  Perché contrariamente a quanto ci hanno insegnato, la letteratura non è mai popolare, perché è una conquista…

La manifestazione conclu­siva e la cerimonia di premiazione della 54^ edizione del “Premio Ozieri” di Letteratura Sarda, avranno luogo sabato 28 settembre 2013 alle ore 17 presso il Teatro Civico “Oriana Fallaci”, in Ozieri.

Da cinquantasette anni (fu fondato nel 1956) il nostro sodalizio si occupa, con assi­duità e incessante azione, di salvaguardia, mantenimento e promozione della poesia e della narrativa di Sardegna, perseguendo, fin dall’inizio, quelle finalità che sono prima sfociate nella legge regionale N° 26/97 sulla tutela e valorizzazione della cultura e della lingua sarda e poi sulle varie iniziative che vedono crescente attenzione sui problemi dell’identità. In particolare il progetto del Premio Ozieri ha scelto fin dall’inizio di ammettere con pari dignità tutte le varietà locali della lingua sarda, comprese quelle che oggi vengono definite dagli esperti: “eteroglossie interne”, come il catalano di Alghero, il tabarchino di Carloforte ecc. Le leggi nazionali ed europee più recenti hanno sancito il diritto delle lingue minoritarie alla pari dignità. Siamo orgogliosi che la nostra Ozieri abbia contribuito così significativamente alla difesa delle radici culturali più profonde del nostro popolo.

La lunga e costante attività del Premio ha determinato la creazione di un vasto giacimento di testi, che oggi è unanimemente riconosciuto come il vero nerbo della letteratura sarda scritta.

E’ quindi con particolare soddisfazione che ho il pia­cere e l’onore, anche a nome del Comitato Organizzatore, di invitare gli organi d’informazione a presenziare alla cerimonia.

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