Poiché, almeno fino alla ricognizione degli archeologi, che finora si sono interessati di quanto resta dei ruderi della chiesa tardo rinascimentale, probabilmente edificata a metà del Cinquecento e più volte ritoccata, si riscontrano profili storici piuttosto incompleti (Cfr, sito del Comune, di Chiaramonti, del Gal Romangia Anglona e di altri svariati dizionari e blog), quando non addirittura imprecisi: in genere si scambiano le cappelle della Chiesa di San Matteo per stanze del Castello e la torre campanaria per torre di avvistamento del Castello e l’ipotesi filologica del nome, curata dallo stimato filologo prof. Mauro Maxia, per nome storico e, ancora, l’area di sedime della Chiesa per area di sedime del Castello, riteniamo opportuno pubblicare queste voci del Casula per meglio chiarire quanto finora gli storici hanno ricostruito, per evitare compilazioni di voci fantasiose e storicamente imprecise. Questa voce del Casula non è certo la Bibbia, ma crediamo che finora sia quella storicamente più attendibile in quanto tiene conto di quanto hanno scritto Vittorio Angius, nel Dizionario del Casalis, Alberto della Marmora e altri minori storici. A questa voce si aggiunga quanto ha scritto e pubblicato in questo blog l’archeologo Gianluigi Marras. Ripeto, per parlare più correttamente del Castello attendiamo la ricognizione degli archeologi, specializzati nei castelli, come Campus e Sanna e altri archeologi. Spero che queste “voci” servano a correggere, almeno in parte, le affermazioni erronee di tanti che hanno scritto in proposito. (Angelino Tedde)
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Commenti disabilitati su Chiaramonti, secondo “il Dizionario storico sardo” di Francesco Cesare Casula . Leggi tutto
Pubblichiamo questa poesia nelle due espressioni linguistiche in cui si esprime la poetessa sarda, ma anche belga, dal momento che vive in Belgio dall’età di 12 anni.
Vivemus,
S’ispera ch’amus in coro
Chi tale a s’arbèschida,
Naschet noa a lughe de die,
pro mantènnere atzesa
Sa fiama de su fòghile!
Vivemus, pro ismentigare,
Dadu chi naschidos
Semus pro morrere,
dadu chi, sa vida nostra
A sa terra prima o poi
Depimus torrare…!
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1 Commento . Leggi tutto
“vergine madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio, 3
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura. 6
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore. 9
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace. 12
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ali. 15
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre. 18
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
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Commenti disabilitati su Il giorno di nascita al cielo di Maria Vergine, madre di Dio e dell’Umanità di Dante Alighieri . Leggi tutto

Anna Maria Sechi
Cun grande cuntentu pubblicamus custos ammentos garrigos de sentimentos e de poesia de cust’amiga de facebbok sarda chi vivit in terra, unu tempus pro issa, istrangia, ma forsis daepoi de tantos annos paret chi lu siat ancora. Sos tempos sunt cambiados, ma s’ammentu de chie at devidu lassare sa terra de nadia s’est impressu in su coro. Sa raighinas bogadas dae una terra e piantadas in atera pianghent ancora. (Anghelu de sa Nièra)
A pustis de 60 e prus annos…
Die pro die m’abigio chi semus leende a passos longos sa caminera a puntu in giosso , a sa ‘e Pedrantoni, naraiant in bidda mia. 60 annos e prus, sunt colados dae sa die ch’apo atraessadu su mare pro sa prima borta dae sa terra sarda a su continente. Est s’ùnicu biazu chi non s’ismentigat mai, totu est impressu in sa mente.
Su vapore biancu atraccadu in su portu de Olbia, chi in una note de su mese de martzu nos at irraighinadu che un’arburita de nudda dae sa corte de domo nostra pro nos imbolare atesu in cabu a su mundu.
A nos accumpangiare a su portu non b’aimis a nisciunu de sa familia, ne tzias, ne fradiles, fimis solu nois bator, mama, deo e duos frades minores. Tzertu non fiat su vapore modernu chi connoschimus oe.
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Francesco Cossu, Gente di Arzachena: la storia dei nostri padri, Parrocchia di Arzachena, Roma 2014 pp.752 s. p.
Quando si parla di Sassari non si può non fare riferimento alla monumetale opera di Enrico Costa. Quando si scriverà di Arzachena nel presente e nel futuro non si potrà fare a meno di parlare del grande lavoro del parroco don Francesco Cossu.
Non è questo il momento di citare le opere della nuova collana iniziata con la pubblicazione di Azzachena di Santa Maria della neve del 2006. Una grafica ineccepibile e una cura tutta speciale sia negli scritti sia nelle fotografie.
L’ultima fatica di Francesco Cossu, un librone di 752 pagine, rievoca con grande maestria la gente di Arzachena: un’interminabile sfilata di personaggi degni di un film d’epoca. Entrano in scena in ordine alfabetico, presentano le credenziali, salutano personalmente con la fotografia espressiva, pronunciano qualche frase o detto in gallurese e se ne vanno. Da quanto dicono viene fuori con spontaneità la loro saggezza e cordialità. A volte cantano, a volte sentenziano, a tratti citano proverbi e detti; nessuno di questi personaggi è simile all’altro, ognuno ha i suoi tratti. Compaiono uomini, compaiono donne, più anziani o meno anziani
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Raimondo Turtas
gesuita
Periodicamente vado a caccia tra i links alla ricerca di contenuti che mi piacciono, tra questi, oggi amo proporre quest’articolo che credo piaccia anche ai miei visitatori. (A.T.)
L’UNIONE SARDA, 29 marzo 2007
Intervista all’autore del nuovo saggio “Pregare in sardo. Scritti su Chiesa e Lingua in Sardegna”
La limba perduta dei sacerdoti di Sardegna
Padre Raimondo Turtas: «In Catalogna e Friuli si celebra nelle lingue locali, perché da noi no?»
Il Padre Raimondo Turtas , 75 anni, gesuita, di Bitti, ha insegnato Storia della Chiesa all’Università di Sassari. Il suo libro, “Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila” (Roma, 1999), rappresenta la più importante opera di storia sulla Sardegna dell’ultimo decennio.
Qualche mese fa è uscito il suo ultimo libro: “Pregare in sardo. Scritti su Chiesa e Lingua in Sardegna” (Cuec, 2006, pagine 239, euro 16).
In esso vengono raccolti gli articoli che il più importante storico vivente della Chiesa sarda ha scritto per i settimanali diocesani a partire dal 2002. Si tratta di una vera e propria immersione nella storia cristiana della Sardegna lungo i suoi duemila anni.
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Dott. Ivana Soddu
I primi epuratori dell’antifascismo sassarese non si peritarono d’ inviare ad Antonio Maria Soddu, oriundo di Chiaramonti, sposato con l’insegnante Giuseppina Chessa di Torpé, benemerito direttore scolastico del ventennio, d’inviargli a casa l’ordine di epurazione e di licenziamento dalla scuola. L’uomo di scuola che più che del fascismo si era sforzato d’essere un ottimo professionista si vide da un giorno all’altro privo di lavoro e senza stipendio, con cinque figli a carico. Per fortuna lavorava la moglie, insegnante anche lei, altrimenti sarebbero stati alla fame. L’uomo che aveva svolto il suo dovere, che non aveva fatto niente di riprovevole, per doversi vergognare (lo ripeteva spesso), durante la dittatura fascista, ne provò un tale dolore che ne morì. Un anno più tardi venne riabilitato, ma lui nel frattempo aveva lasciato questo mondo con moglie vedova e cinque figli ancora minori, orfani. Superfluo sarebbe dire le indicibili sofferenze che i cinque figli, Nietta, Ivana, Manlio, Gianni e Marino, provarono. Trattandosi di una famiglia seria e onesta, seppero con grande forza portare avanti la terribile prova. Uno dei piccoli venne spedito in collegio a Urbino e solo più tardi, conseguita la maturità classica, poté rientrare a casa per conseguire la laurea in leggi, presso l’Università di Sassari. Nietta divenne insegnante, Ivana medico, Manlio insegnante stimato e amato dagli alunni e morto prematuramente, Gianni, conseguita la laurea, ha esercitato ed esercita l’avvocatura a Brescia dove tuttora vive.
Ivana era nata il 7 agosto 1926 e dopo aver conseguito la laurea i medicina a Sassari vi esercitò la professione per molti anni con passione e zelo, curando i meno abbienti come medico condotto e successivamente, con la riforma della sanità, divenne medico di famiglia, rimanendo quasi scandalizzata per il compenso che riceveva tanta era l’abitudine di curare i più senza grandi compensi.
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Maria Crstina Manca, La via stretta che conduce al Cielo, Casa Editrice Abbà, Cagliari 2006 pp. 194, €. 10,00
Questo romanzo di Maria Cristina Manca è il terzo che recensisco. I precedenti sono stati “Alzati, rivestiti di luce” edito nel 2003 e “Porta di speranza” edito nel 2012. Questo mi è capitato tra le mani come penultimo dei quattro che ho il piacere di recensire.
Superfluo sarebbe dire che mi è piaciuto e che dopo un’interruzione di lettura dovuta ai miei problemi agli occhi, l’ho letto quasi tutto d’un fiato talmente la fabula è avvincente. Il fatto più curioso di questo romanzo è che nella sua dinamica ricorda le matriosche russe, quelle bambole che, aperta la prima, trovi la seconda, aperta la seconda trovi la terza, aperta la terza trovi la quarta e così di seguito. Si tratta di bambole di legno colorate che puoi smontare e poi rimettere a posto. D’altra parte, la sapienza narrativa della scrittrice, trae dalla Russia la sorgente delle protagoniste, esattamente da San Pietroburgo e l’anima profondamente religiosa che pervade il romanzo è, o vuol essere, la spiritualità russa che quando c’è è profonda e permea tutta l’esistenza dei personaggi. A questa prima osservazione occorre aggiungere che le vicende narrate hanno come proscenio non solo la Russia, la Francia, gli USA, e l’Italia, non manca l’Arabia Saudita.
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