7 gennaio 2018 - Categoria: memoria e storia

“Michele Montesu,(1892-1989), mio bisnonno, copia del suo manuale del Genio Militare della prima guerra mondiale” di Simone Unali

“I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”. Correva l’anno 1918 e, più precisamente, era il 4 novembre quando il capo di stato maggiore del Regio Esercito Italiano, generale Armando Diaz, annunciò la vittoria italiana nel primo conflitto mondiale e la sconfitta dell’impero austro-ungarico. Un conflitto lungo e sanguinoso, che causò in tutto il mondo la morte di circa dieci milioni di soldati e quasi sette milioni di civili. Il mondo e l’Europa si rialzarono a stento, con il desiderio che un conflitto del genere non si verificasse mai più. E invece, circa vent’anni dopo, scoppiò una nuova guerra mondiale, più efferata della prima, che si era dimenticata troppo in fretta. O si era fatto finta di dimenticare. L’Italia della vittoria, nel biennio 1918/19, doveva fare i conti con i danni causati dalla guerra, all’industria ma soprattutto all’agricoltura; doveva fare i conti specialmente con la fame. Il paese si rialzò comunque, pronto a voltare pagina. Questo 2018 è appena cominciato (solo quattro giorni fa le capitali di tutto il mondo hanno salutato il nuovo anno), eppure il pensiero corre già verso il 1918. Riecheggiano le parole del Capo dello Stato Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno agli italiani: “I giovani nati nel 1999 voteranno per la prima volta per eleggere le nuove Camere. Quelli nati cent’anni prima, nel 1899, andarono in guerra e molti di loro morirono: non dimentichiamolo”. In un secolo i progressi sono stati tanti, a partire dal più lungo periodo storico di pace in Europa, così come le conquiste sociali e le innovazioni. Per andare avanti però, per perseguire gli obbiettivi che ci siamo posti e continuare a percorrere la via del progresso e dell’evoluzione della specie umana è necessario voltarsi, guardare il passato e discernere ciò che può essere recuperato e ciò che invece deve essere abbandonato completamente, combattuto, sconfitto. Nel primo centenario dalla fine del primo conflitto mondiale ricordare è un dovere, ricordare sopratutto le tante vittime, ma anche i tanti gesti eroici di sacrificio compiuti da chi nel quotidiano o sul campo di battaglia combatteva la propria guerra. La storicizzazione di quegli anni è indispensabile per comprenderli fino a fondo, per poter trarre oggi le conclusioni in vista del futuro.

Qualche giorno fa, frugando in un cassetto, mi è capitato fra le mani libretto dalla copertina sbiadita e consumata dal tempo appartenuto a mio bisnonno Michele Montesu, che, come tanti altri chiaramontesi, combattè in quegli anni caldi. Aperto l’opuscoletto, nel frontespizio, per fortuna ancora integro, lessi l’intestazione: “Ministero Della Guerra, Comando del corpo di stato maggiore – Ufficio istruzioni e Manovre” e più in basso: “Istruzione sui lavori del campo di battaglia”. A piè pagina, poi, compariva lo stemma del Regio Esercito e l’editrice: “Voghera Enrico, tipografo editore del giornale militare – Roma, 1913”. Scorrendo le pagine e osservando le numerose illustrazioni, che presentavano misurazioni precise e dati sui materiali da impiegare, capì immediatamente che si trattava di un manuale destinato al Genio Militare, del quale mio bisnonno fece parte, inquadrato nella 23esima compagnia del Primo Reggimento Genio Zappatori, che aveva il compito di costruire e fortificare le strutture difensive di prima linea, le trincee per l’appunto. Pochi giorni fa, ascoltando le parole del presidente, il mio pensiero non potè che tornare a quel libretto che tanto mi aveva incuriosito, datato 1913, pochi anni prima dell’entrata in guerra dell’Italia. Secondo le norme e le istruzioni riportate in quelle pagine i soldati italiani costruirono le proprie trincee, le proprie postazioni per le mitragliatrici, i propri ripari; seguendo quelle pagine posarono le proprie linee telegrafiche di comunicazione e, sempre secondo quelle pagine, combatterono la propria guerra. Il libretto è suddiviso in quattro capitoli: Scopo e caratteri dei lavori nell’offensiva, Scopo e caratteri dei lavori nella difensiva, Scopo e caratteri dei lavori nelle operazioni della cavalleria e dei ciclisti, Esame e descrizione dei lavori del campo di battaglia. Riporto ora alcuni estratti del libricino, perchè, come in ogni altro manuale di guerra, possano rendere la dimensione del campo di battaglia, le strategie e le tecniche utilizzate da chi quella guerra la combattè veramente fra il 1915 e il 1918.

1 gennaio 2018 - Categoria: eventi straordinari, letteratura sarda

Entriamo nel decimo anno del nostro blog (2008-2018) di Angelino Tedde

Possiamo dividere questo periodo in due tempi (2008-2014) (2014-2018), Nel 2014, infatti, dopo sei anni d’intensa attività si è rotto il disco rigido del server che faceva capo alla ditta Noelis di Ittiri, successivamente al server di Ittiri, ma collegato strettamente ad Aruba it. A conclusione dei primi sei anni lo choc della scomparsa improvvisa del blog e il grosso dispiacere durato altre un mese della scomparsa e della ricostruzione con la perdita di due importanti capitoli del romanzo La maschera dalla protome taurina oltre ad alcuni articoli dedicati a colleghi che erano scomparsi. Se ne andò per la verità anche il morboso attaccamento al blog che costituiva  il più importante impegno quotidiano. Si può dire che presi atto che un simile attaccamento era eccessivo e così ebbe inizio il secondo periodo di maggior distacco. Continuai tuttavia ad interessarmene moderatamente anche perché subito dopo un amico con cui eravamo quasi associati si aggravò e non mi parve giusto approfittare della sua malattia per cogliere articoli dal suo blog mentre lui non stava bene. Ci lasciarono anche alcuni amici contrariati dalle nostre posizioni contro le pale eoliche e roba del genere. Le scelte politiche a volte dividono, ma io essendo assai poco impegnato in politica per un pessimismo congenito per la politica forse sono stato frainteso, d’altra parte il nostro blog puntava su problematiche storiche, culturali e linguistiche per cui non era il caso di prendersela. Dopo il trauma ho ripreso, ma con maggior distacco e con più lentezza oltretutto perché con vivistats potevo ancora contare le visite e le pagine viste. Successivamente è scomparso il contatore vivistats e quindi quella piccola soddisfazione quotidiana di vedere visite e visitatori è scomparsa. Più tardi il nostro web master lo ha sostituito con un contatore che ha ripreso a contare, ma si tratta di un contatore meno ricco di vivistats e allora pace e bene. Negli ultimi due anni sono comparsi altri collaboratori che hanno potenziat0 la parte culturale più di quella storica . e linguistica.  Gestire da solo un blog non è facile e la mia vista va anche a farsi opaca sebbene con una audace operazione sono riuscito a recuperare qualche grado in più.

Non so per quanti anni ancora potrò gestire il blog e già penso di cederlo gratuitamente  a qualche amante della cultura e di internet che beneficerebbe dell’indicizzazione che nel corso di quasi un decennio si è diffusa nel web.
Ad ogni modo continuiamo pazientemente ad andare avanti con gli attuali collaboratori in attesa di individuare
colui o colei che avra il piacere di affaticarsi e di dilettarsi col blog. Ad occhio e croce ad oggi possiamo contare nel corso degli anni circa 500 mila visite e 1 milione di pagine viste. Il 20% delle visite sono estere e l’80% italiane specie dalle più grosse città della Sardegna e del Continente. Come di consueto resta misterioso sia il tempo delle letture, dell’utilità che da libri e articoli possono ricavarsi. Tra le persone più interessanti che hanno consultato il nostro blog c’è da segnalare una studiosa dell’emancipazione delle donne ebraiche e di tanti altri studiosi ai quali abbiamo dato risposta. Molto letti anche gli articoli di Paolo Amat di San Filippo sulla storia dell’industria in Sardegna e di altri illustri storici. Ricercati gli articoli di Massimo Pittau e di Mauro Maxia sulla filologia sarda. Il discorso sarebbe lungo, ma io non ho alcuna voglia di proseguire. Debbo sottolineare che tra le tante recenti scoperte ci sono gli articoli di Sarah Savioli e di Mario Nieddu,ma anche di Eleonora Ortu.
Gli altri non sto a menzionarli, ma tutti contribuiscono a far si che il blog venga letto e seguito.
Andremo avanti per quanto possiamo, ma nel frattempo andiamo cercando la persona alla quale cederlo.

 

31 dicembre 2017 - Categoria: cultura

Chiaramonri: le chiese e i cimiteri di Simone Unali e di Francesco Dettori scheda a cura di Simone Unali.

Simone Unali e Francesco Dettori; le chiese i cimiteri di Chiaramonti, nuova Stampa Color, Muros 201  pp. 160 euro.15
Distribuito gratuitamente il giorno 30 dicembre dopo la presentazione ufficiale a circ< 100 presenti.

Il libro “Chiaramonti: Le chiese e i cimiteri” illustra le chiese e i cimiteri di Chiaramonti (urbane e rurali), proponendosi come una prima introduzione all’argomento. Il testo è suddiviso in quattro sezioni: le chiese del centro abitato, le chiese dell’agro, resti o ruderi di chiese medioevali e moderne e i cimiteri della circoscrizione comunale di Chiaramonti. Ciascuna scheda illustrativa delle chiese contiene, in breve, informazioni relative alla storia del monumento e allo stile architettonico, ma anche alle festività tradizionali a esse collegate e alle agiografie dei santi cui gli edifici sacri sono dedicati. All’interno del capitolo dedicato al Cimitero Comunale di Chiaramonti l’attenzione si focalizza sulle tombe monumentali della prima area cimiteriale (realizzate a cavallo fra il XIX e il XX secolo da scultori come G. Sartorio, A. Usai, L. Caprino), descritte per la prima volta, anche grazie alla collaborazione con la cultrice di storia dell’arte dott.ssa Tiziana Sotgiu. Sono poi presenti tre appendici: epigrafica (con le trascrizioni di alcune epigrafi dei vari menti), innografica (con un raccolta di gosos) iconografica con foto a colori  e in bainco e nero a cura di Lucio Dettori.
La presentazione è avvenuta nella sala coniliare del comune di Chiaramonti a cura di Angelino Tedde, Carlo Patatu, Gian Luigi Marras, Tiziana Sotgiu e Vincenzo Falchi. Erano presenti circa 100 persone tra chiaramontesi, studenti del Liceo Scientifico Giovanni Spano e professori degli autori. Hanno fatto i loro interventi tra il pubblico il dirigente scolastico Gianni Marras e il prof. d’arte CLaudio Coda, il primo ha messo in rilievo le buone radici scolastiche degli autori e il secondo con la solita acribia che lo contraddistingue in ogni occasione di questo genere ha rimarcato dei punti in cui, a suo parere,  potevano esservi delle imprecisioni o degli sviluppi.Dopo la presentazione è seguito un gradevole buffett.

24 dicembre 2017 - Categoria: c'est la vie

” A volte superi le vette…poi sei costretto a scendere a valle” di Ange de Clermont

Dal picco dei miei ottant’anni posso vedere i percorsi  della mia esistenza e osservare   a tratti i momenti euforici delle vette raggiunte, a volte i bassopiani in cui sei piombato.

Sognavo di dedicare la mia vita ai coblocos dell’Amazzonia, una volta diventato, missionario. Con gli esami di maturità pubblici ebbi delle vare soddisfazione da parte degli esaminatori. Arrivare con una valigia piena di libri dalla prima liceo alla terza,(Discipline letterarie) dopo aver frequentato anno dopo anno la scuola privata del seminario, era una grossa sfida, tra l’altro accompagnata dal “non ce la farai, non sei un genio e nemmeno un secchione, non hai fatto quanto dovevi fare”. Idem quando mi ripresentai per le discipline scientifiche, anzi ancora peggio” ma che cosa hai capito della chimica, della fisica della matematica, tu che hai avuto sempre appena la sufficienza”. Ricordo che giunsi al liceo classico Domenico Cirillo di Aversa con la valigia e la febbre a 39. Cominciò l’esame nelle varie discipline, ogni tanto incespicando, ma il professore continuava a dirmi:- Bravo, si vede che sei talvolta distratto, ma hai capito pienamente la logica della materia e delle varie operazioni che fai!” Sarà morto da anni quel professore, ma se lo incontrassi me lo abbraccerei di vero cuore. Aspettai l’esito al campeggio di Nusco dove tra passeggiate montane e giochi trascorrevamo le ferie. Un giorno mentre giocavo a bocce con un compagno fui chiamato dal vicerettore, corsi verso di lui che mi disse:
-E, bravo guaglione, sembri sempre distratto, preso da altre cose, e toh, hai fatto il miracolo…promosso in tutte le materi  fuorché una, nella quale pure te le cavavi: latino a ottobre!” Lo abbracciai forte, mentre giungeva l’altro temerario compagno, un pò distratto anche lui, ma intelligentissimo. “Tu gli disse il vice rettore, nonostante le ripetizioni, sei rimandato a ottobre in chimica, in fisica, in matematica e anche in latino. Non so come ce la farai.” Vedendo me e lui i compagni risero di cuore:-Chiste sempre distratto, mo’ quasi ce l’ha fatta e tu, rivolto al mio compagno che era mortificato, ma non ferito, ti sei messo a rischio.- Ma anche lui, giovane dall’intelligenza acuta, non si scoraggiò e con le ripetizioni estive fini per cavarsela quanto me che avevo una sola materia.
Felicissimo d’aver superato nonostante i miei limiti l’esame di maturità classica pensavo con gioia a recarmi in alta Italia per fare due anni di noviziato e poi i quattro anni di Teologia e partire per le missioni.

Alcuni giorni dopo ebbi un vivace colloquio con l’ottuagenario padre spirituale che sordo com’era deve aver capito fischi per fischi. Le avevo detto che durante le vacanze aveva incontrato un’amica d’infanzia e le avevo stretto la mano per salutarla. Apriti cielo. A conclusione mi recai dal rettore a cui esposi il fatto. Questo benedetto uomo, ormai più che sardo e italiano divenuto indiano, mi spedì dal gesuita rettore del seminario teologico campano, una specie di Sibilla cumana. Entrai da lui col mio quadernetto nero con su scritta la storia della mia vocazione. Leggendo la storia della mia tragica infanzia, forse divenne rosso in viso, e poi chiuso di botto il quadernetto mi disse perentorio:-Lei non ha la vocazione!- Rimasi come si dice malamente oggi “basito”
e provai ad esporre i miei pregi:-Preghiera costante, devozione alla Vergine, lettura costante della Sacra scrittura ecc.- Il gesuita rimase irremovibile.
Tre giorni dopo, abbandonato l’abito talare, regalato il mio corredo ad un compagno tra i più poveri, mi ritrovai malvestito, senza casa, senza sapere di che mangiare e dove alloggiare la notte. Ebbi l’dea di recarmi da un mio zio, cugino di mio padre che faceva la guardia di finanza a Fuorigrotta a Napoli. Stetti da lui qualche giorno. Mi regalò un abito del figlio dove ci stavo due volte. Con una valigia di cartone mi avviai alla stazione, diretto a Bergamo, presso i parenti della suora che mi aveva fatto da madre. Vlevo prender tempo e pensare prima di rientrare nell’Isola.

La vita è fatta così: una gran soddisfazione per la maturità e una profonda delusione per  quelli che erano stati i sogni dalla mia adolescenza alla giovinezza. Avevo 22 anni, ma ero solo al mondo.
La vita è davvero un saliscendi, a volte ci inebria con le altezze raggiunte e a volte ci deprime con i bassopiani da percorrere. Per nostra fortuna spesso le due mete si alternano.

 

 

20 dicembre 2017 - Categoria: narrativa

“Qualche riflessione…così, forse perché questo tempo grigio lo facilita” di Sarah Savioli

Qualche riflessione… così, forse perché questo tempo grigio la facilita. Forse perché la stanchezza fa vedere le cose a tinte fosche.
Ogni percorso ha le sue salite, le sue difficoltà, richiede impegno e sacrificio. Ogni percorso.
Ma se solo, oltre al pesante zaino che si porta, ci fosse un briciolo di consapevolezza in una meritocrazia finale… forse si accetterebbe di buon grado anche il fallimento, l’accettazione che forse non è la strada giusta o il fatto che bisogna spingere ancora di più anche quando si pensa di essere arrivati al massimo di ciò che si può dare.
Invece no. C’è quell’amara sensazione che sia tutto un po’ casuale, che quello che fai sia come prendere un biglietto della lotteria e quello che ci metti conti poi così poco.
Poi perbacco, c’è chi ti dice che ha avuto feedback ed è riuscito così, senza nemmeno aspettarselo, senza strani pertugi aperti in vicoli laterali e nascosti. Bene, buon per lui.
Ma che goccia nel mare è? Ha senso lo sperare di essere un evento probabile come la neve ad agosto?
Allora ti affidi a concorsi nei quali devi solo augurarti di trovare persone che con rispetto ti dicano cosa pensano di ciò che hai fatto e non qualcuno tanto pieno di rancore e frustrazione che vuole solo ferirti e affossarti senza pensieri.
O ancora ad altri nei quali speri che lo stagista di vent’anni che fa la prima scrematura sia ancora un entusiasta e non già un disilluso che pensa solo ad arrivare a fine giornata.
E le trappole di chi vuole spremerti come un limone, i gatti e le volpi che si infilano lì proprio dove sanno che sei più fragile e indifeso.
Poi chi di dice “Ma chi ti credi di essere?” e non capisce che tu non vuoi qualcuno che ti dica che sei bravo, non ti credi un Dio: vorresti solo un po’ di… correttezza.
Un feedback, anche uno solo che ti faccia capire che il merito ha ancora un senso in generale. Che quello che vale può avere uno sbocco, casomai anche se di quello che vale tu non ne sei portatore e soffri, ti logori, ma te ne fai una ragione.
Se solo ciò che fai non fosse qualcosa che regolarmente butti in un pozzo scuro e profondo e del quale alla fine non senti nemmeno il pluff…

RSS Sottoscrivi.