26 Marzo 2019 - Categoria: letteratura sarda

La prematura scomparsa di Mario Scampuddu e di Antonio Rubattu. Il nostro cordoglio.

Apprendiamo con rammarico della scomparsa di due esimi cultori della lingua gallurese e logudorese e ci uniamo al cordoglio di tutti i cultori e amanti della lingua sarda e delle sue varianti. Ci auguriamo che esperti cultori dell’una e dell’altra parlata ci diano l’occasione per presentarci con competenza le due belle figure che hanno dato lustro alla nostra isola, favorendo la crescita culturale del nostro idioma e della nostra letteratura.
Mario Scampuddu se n’è andato a 68 anni e Antonio a 81 anno. Peccato! Erano entrambi in condizioni di darci ancora molto viste le speranze di vita di tanti dei nostri campioni di cultura sarda, pensiamo a prof. Espa, scomparso quasi centenario e al grande e prolifico prof. Pittau che ancora oggi continua a sviluppare pensiero sulle cose sarde.
L’anno scorso con la perdita di dr. Pillonca e di prof. Brigaglia  abbiamo perso tanto, ora dobbiamo rattristarci per la perdita di questi esimi cultori della nostra lingua.
Vogliamo ricordarli ai nostri lettori con vari contributi di esperti e amatori della nostra letteratura e lingua e con chi desidera dedicare loro un pensiero e un cordoglio. Per tratti essenziali di queste figure rimandiamo al sito di Luigi Ladu, ormai una miniera informatica della nostra cultura sarda.
 


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6 Marzo 2019 - Categoria: filologia, lingua/limba

“Il Salvatore della Patria” a cura di Massimo Pittau

  Il prof. Paolo Maninchedda (vedi il precedente articolo “Sciabolate metaforiche tra studiosi”) porta avanti da quasi un mese una polemica riguardo alla possibile origine e al significato del suo cognome. Ora egli sul suo sito web ha ritenuto di rincarare la dose rivolgendo valutazioni del tutto inappropriate sia al prof. Massimo Pittau sia al prof. Mauro Maxia. Il prof. Pittau, che è il decano dei linguisti sardi, ha ritenuto di replicare con il presente testo alle ultime esternazioni del prof. Maninchedda. 

Si è addossato la missione di “Salvatore della Patria” il prof. Paolo Maninchedda in Sardegna, distogliendosi però dal dovere istituzionale di allargare e approfondire la propria disciplina, la Filologia Romanza. Infatti: 1) Egli ha preteso di pubblicare l’edizione critica del Condaghe di S. Michele di Salvennor espungendo il vocabolo ‘patata’ che non ha saputo interpretare, mentre tutti i linguisti e geografi sardi da una settantina d’anni sappiamo che significa “piccolo altipiano”. In realtà questo suo errore rappresenta soltanto uno dei numerosi svarioni in cui è incorso nella sua opera. 2) In tutte le discipline gli scienziati procedono spesso a cambiare opinione su una loro ipotesi iniziale; ed allora perché definire “fantalinguistico” il mio cambiare opinione sul sardo tzikki ‘pane speciale delle feste’? Evidentemente il Maninchedda non conosce il valore esatto del prefisso ‘fanta-‘. 3) Egli insiste nel chiedere perché un appellativo si trasformi prima in ‘soprannome’ e dopo in ‘cognome’, mentre tutti gli specialisti di onomastica sappiamo che nel mondo esistono milioni di appellativi trasformati in ‘soprannomi’ e in ‘cognomi’, anche se nella massima parte dei casi soltanto di pochissimi conosciamo l’occasione e la ragione della imposizione del soprannome. 4) Agisce con disonestà professionale nei miei riguardi quando della mia definizione della etimologia del suo cognome fa riferimento ad una sola sua parte, ma trascura a ragion veduta l’altra che è chiaramente esposta nel mio vocabolario. 5) Agisce ancora con disonestà professionale nei miei riguardi quando invita il prof. Mauro Maxia ad andare a leggersi i vocabolari dello Spano, del Casu e del Puddu, compilati da semplici lessicografi, e non il mio «Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico» (Selargius 2014) compilato da uno specialista. 6) Il prof. Maninchedda inviti il suo servitorello e schiavetto a starsene da parte e assolutamente zitto; altrimenti parlo io.

Massimo Pittau, Professore Emerito dell’Università di Sassari.

 

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5 Marzo 2019 - Categoria: eventi luttuosi

Nicolao Manchia (dicembre 1936-marzo 2019): un coetaneo che se ne va di Angelino Tedde

L’addio a Nicolàu

Il tuo nome lasciava nell’aria l’eco di una voce che chiamava qualcuno dalla Grotta del Mercante a Bidda Noa. Il tuo riso smagliante e il tuo abito di fustagno, firmato, non passavano in silenzio. La tua memoria tenace andava ripetendo versi su versi di poeti grandi e piccoli. Ti piaceva scherzare con gli amici ai quali davi un fremito di allegria. Ma un giorno davanti al Municipio ti vidi in bacolo. mortificato. Era scomparso il tuo sorriso ed eri preso da un male che non perdona. Dovevo venire a trovarti, ma come al solito non ho trovato il tempo, caro compaesano e coetaneo. Son venuto come tanti altri compaesani a darti l’ultimo addio nella Chiesa del Carmelo. Avrei voluto cantarti “La pace dei santi concedi o Signore”, ma la mia pur bella voce d’un tempo è ormai afona e allora te l’ho cantata col cuore. Ora giaci rinchiuso nel cofano di noce, nell’avello della tua tomba di famiglia, per sempre. La tua anima però vaga tra i pascoli selvaggi di Pentuma dove hai passato gran parte della vita e da là, dalle tanche di asfodelo. prenderà il volo per cercare la Misericordia immensa del Signore. Ti sia benigno l’incontro anche se come tutti avrai modo di purificarti nell’amore struggente di una breve lontananza dai raggi dell’appagante Eden. Torni polvere il tuo corpo, crocifisso dalla malattia, ma la tua anima purificata, chiamata col tuo bel nome, Nicolau, dalla Vergine Maria, salga per godere in eterno, nel Cielo dei santi. A presto, compaesano e coetaneo, a presto, per ridere insieme nella luce e nel canto del Cielo infinito.
Alla consorte, ai figli, ai familiari e ai compaesani il mio cordoglio profondo.

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5 Marzo 2019 - Categoria: politologia

“Aspettando Godot” di Stefano Zan in “Mente Politica”

Aspettando Godot

La politica italiana sembra entrata in una sorta di limbo che durerà fino al 26 maggio, data delle elezioni europee quando, secondo tutti gli osservatori, il quadro politico cambierà radicalmente.

Una serie di considerazioni mi inducono a ritenere che non sarà così. Vediamo con un certo ordine.

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3 Marzo 2019 - Categoria: storia

“Eppure mi diverto” di Massimo Pittau a cura di Mauro Maxia

“Quando la storia della Sardegna sarà finalmente scritta (per ora essa è solo una collezione di racconti costruiti in termini ideologici, coerenti con l’obiettivo ultimo di nascondere una devastante e stupida colonizzazione attraverso la marginalizzazione e più spesso la cancellazione di una civiltà millenaria, unica e incredibilmente interessante); quando le scuole sarde potranno insegnarla ai nuovi studenti restituendo loro lo spessore e l’orgoglio di essere sardi; quando la nuova identità, non basata su false tradizioni e riti imposti alla fine dell’800 ma su un passato stratificato e profondo, sarà diventata consapevolezza, allora si capirà che gli studi e i libri di Massimo Pittau hanno seguito la direzione corretta di analisi e hanno segnato la scoperta della straordinaria piramide sarda e l’apertura della sua porta. Gli elementi ci sono tutti, posti in fila come le pietre che conducono alle tombe dei Giganti, invisibili solo a chi persegue ciecamente una visione asservita della nostra grandezza, ai mediocri che purtroppo ancora occupano i posti di potere e, sciaguratamente, di controllo delle menti”

Mauro Maxia

Così inizia la presentazione di Ciriaco Offeddu del nuovissimo lavoro di Massimo Pittau intitolato “Eppure mi diverto coi Nuragici e con gli Etruschi!”. Che Pittau si diverta ancora, nonostante i suoi 98 anni e i numerosi acciacchi che lo frenano nel suo immutato entusiasmo, è dimostrato da questa raccolta di riflessioni che, come una collana, ricordano alcuni dei punti salienti che ne hanno caratterizzato la lunghissima carriera di studioso della lingua sarda e di quella etrusca. Massimo Pittau, infatti, è autore di oltre 400 pubblicazioni e di una cinquantina di libri, una ventina dei quali sono dedicati alla lingua estrusca che lo hanno reso uno dei più noti etruscologi a livello internazionale. La celebre Accademia della Crusca (che di recente ha invitato il prof. Pittau a collaborare a una sua rubrica) reca nel proprio sito di Internet il volume “Lessico italiano di origine etrusca” pubblicato proprio da Pittau nel 2012 (http://www.accademiadellacrusca.it/it/referenza-bibliografica/bibliographical-novelties/lessico-italiano-origine-etrusca-407-appellativi-2).
Chi volesse divertirsi, insieme al prof. Massimo Pittau, nella rilettura delle sue riflessioni che, insieme a tante polemiche, hanno aperto numerose finestre sulla grande civiltà dei Sardi antichi – che fino a qualche decina di anni fa erano tenute ben chiuse – non deve fare altro che leggere questo suo nuovo e agile volumetto pubblicato dalle Edizioni Della Torre di Cagliari al prezzo di soli 9 €.
Mauro Maxia


 


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1 Marzo 2019 - Categoria: filologia

“Paulilatino” di Massimo Pittau

Paulilatino (Paulilàtino, pronunzia locale Paùli Làttinu) (villaggio dell’Altipiano di Abbasanta in prov. di Oristano) – L’etimologia del toponimo è possibile solamente col richiamo alla sua esatta forma sarda, che è da intendersi come «Palude lattiginosa», cioè “del colore del latte”, “biancastra” (log. làttinu-a da latte/i, a sua volta dal lat. lac, lactis) (VSG, NLS XXXII).- Però la grande palude di Paulilatino risulta ormai prosciugata.- In epoca nuragica la zona di Paulilatino sarà stata molto importante dal punto di vista antropico e sociale, come dimostrano l’elevato numero di nuraghi (91), fra cui il nuraghe Lugherras = «lucerne» (dove sono state trovate centinaia di lucerne nuragiche, puniche, romane e anche cristiane; chiara prova della destinazione religiosa dei nuraghi).
Ed è molto importante anche il nuraghe Óschine, da confrontare col lat. oscen,-ĭnis «uccello augurale», finora di origine ignota (DELL), ma molto probabilmente etrusca; ha il valore collettivo di «uccelli augurali» e costituisce un’ottima prova del fatto che nel nuraghe si effettuava anche il rito della profezia fondata sul volo degli uccelli.- Il villaggio, appartenente alla diocesi di Santa Giusta, è citato fra le parrocchie che nella metà del sec. XIV versavano le decime alla curia romana (RDS396, 1366, 1626, 1832).
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21 Febbraio 2019 - Categoria: filologia

Sciabolate metaforiche tra studiosi a cura di Angelino Tedde

Seguire la serie di articoli  sulla storia e l’origine dei cognomi apparsi su La Nuova Sardegna a cura del prof. Mauro Maxia è appassionante. In questo caso alle tesi del prof. Mauro Maxia, sul cognome Maninchedda, si contrappone il prof. on. Maninchedda e tanto per chiudere la polemica getta la pietra tombale il prof. Massimo Pittau. A seguire queste polemiche o discussioni c’è sempre da apprendere per chi non è del mestiere.

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17 Febbraio 2019 - Categoria: cahiers de doléances

“Per il prezzo delle persone, come se le persone non avessero valore. Nessun valore…” di Sarah Savioli

La mia terra.
La mia gente…
Solo chi sa davvero cosa sia la vita dei pastori può comprendere che quel versare per terra il latte sia per loro un atto più sofferto che tagliarsi e lasciar scorrere il sangue…

Non ho le competenze per entrare nel merito di come sia migliore arrivare alla soluzione di una situazione nella quale quanto pagato ai produttori di latte si è più che dimezzato in tre anni. Non sono nessuno e non ho gli strumenti per sapere se ci potrebbero essere azioni più incisive, lascio a commenti e articoli di persone più strutturate queste considerazioni.
Mi limito a sentire questo urlo disperato di dolore con la consapevolezza pesante che quello che accade con mezzi subdoli è la distruzione sistematica di una cultura, di una vita con la terra, di una creazione di prodotti di una qualità e di una cura fatta giorno per giorno e generazione dopo generazione.
E questo è un processo di “deforestazione” che si irradia ovunque, nell’olio extravergine d’oliva a due euro e mezzo al litro, in salumi che costano meno delle patate, in pandori venduti a un euro o poco più. O ancora in filati a qualche soldo, in ceramiche che costano così poco che non sai nemmeno perché dovresti lavarle e non buttarle via…
Un processo nel quale la qualità e la cura fatte di storia e di mestiere vengono macinate senza riguardo per lasciare terra bruciata.
E via gli artigiani… via i maestri portatori di saggezze antiche su tipicità che sono gioielli… via prodotti dal gusto irripetibile perché frutto di lavoro, materie prime eccezionali e di capacità affinate negli anni…
“E’ la legge del libero mercato, baby. O ti adatti o ti estingui… non facciamo favoritismi e dimmi se non è giustizia questa”
Che si adattino, che si adeguino, che si evolvano… come se quello che tenta di mantenere una sua identità fosse per forza qualcosa di obsoleto che non si rassegna a levarsi dai coglioni. Che attirasse fastidioso pietismo quando invece rivendica disperatamente a schiena dritta la sua dignità.
Mi chiedo se davvero abbiamo coscienza di cosa perdiamo nel momento in cui lasciamo dilaniare come niente fosse la nostra storia, la nostra cultura fatta di unicità, di eccellenza e qualità impagabili. Quando lasciamo che passi un catepillar a sradicare via quelle nostre radici che sono quel poco che ancora ci ricorda chi siamo.
Mi chiedo se ci rendiamo conto di quanto smarriamo per sempre…
Per il prezzo delle cose, come se le cose non avessero valore.
Per il prezzo del tempo delle persone, come se il tempo delle persone non avesse valore.
Per il prezzo delle persone, come se le persone non avessero valore. Nessun valore…

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