26 Febbraio 2020 - Categoria: storia

“Il lascito di Donna Lucia Delitala y Tedde,cognomi paterni, Tedde y Delitala, cognomi materni” di Angelino Tedde

 

A proposito del Collegio gesuitico di Ozieri scrive Alessandro Monti che detto collegio fu fondato dalla città che si accontentò della residenza di 5 padri, ma è ritenuto anche vero fondatore Don Giovanni Tola che il 20 luglio 1690 donò mulini vigne e tanche e più tardi altro, ma quest ‘ ‘altro’ che i padri non poterono mai avere per le cause legali che svariati enti e persone fecero loro.
Per fortuna la loro chiesa e altri locali poterono essere costruiti grazie “al pingue legato fatto con testamento da Donna Lucia Tedde di Chiaramonti il 16 febbraio 1755.” Chi c’informa del “pingue” legato è Don Bernardino Pes, Censore di Chiaramonti, che il 2 novembre del 1762 scriveva che
” la fu Donna Lucia Tedde di questa villa a favore del Collegio di PP. Gesuiti della villa di Ozieri ha lasciato un legato di terre case e bestiame che si reputa di un valore tra i cinque e i seimila scudi”.
Proseguendo. “Lo stesso collegio ha posto a capo della vasta azienda un Fratello coadiutore che accudisce alla fruttificazione di quel lascito e con ciò si va notevolemten accrescendo tanto più che di tutto quello che egli lavora e gli altri lavorano in società con lui si rimettono le decime. Il coadiutore ha già avuto cura di fare acquisto di altre terre in favore e a nome di esso collegio.”

Annotazioni. Da questo brano del testamento si evince quanto la nobildonna chiaramontese ha dato ai Gesuiti, ma anche che al 2 novembre del 1962 lei era già morta. Cadono le altre ipotesi della data di morte, per cui lei è sicuramente deceduta sia per morte violenta sia per morte naturale entro il 1760, entro tre mesi occorreva iniziare a compilare l’inventario dei beni mobili e immobili e vista l’entità del patrimonio e altri lasciti non vi è da meravigliarsi che abbiano impiegato più di un anno. Certo è però che la donna al 2 novembre 1762 non era più in vita.
Altra osservazione per il mio amico esperto di Gesuiti e altro, il compianto Turtas scrive che nel collegio c’era la classe di abbecedarios, ergo arrivavano anche degli analfabeti.
Per maggiori curiosità del collegio si veda Raimondo Turtas in 450 anni dei Gesuiti in Sardegna in Accademia-Edu.
Nella foto l’antico Collegio dei Gesuiti.

Riferimento bibliografico
Alessandro Monti, La Compagnia di Gesù nel territorio della provincia torinese, Chieri 1915, II, pp.  383 ss.

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18 Febbraio 2020 - Categoria: lingua/limba, versos in limba

Cantigu de sos Cantigos – capitulu 2 traduidu dae Maria Sale de Tzaramonte in limba

Deo so unu nartzisu de Saron,
unu lizu de sas baddes.
Che unu lizu in bardu reu,
s’amada mia cumparit tra piseddas.
Che una mela tra sas piantas de buscu,
est s’istimadu meu tra piseddos.
In s’umbra sua, chi apo disizadu,
mi setzo, e dulche in bucca m’est su fruttu sou.
M’hat fatu intrare in sa tzella de su ‘inu
e, subr’a mie, est amore sa bandela sua.
Cun covatzas de pabassa sustentademi,
cun melas m’agiuventade,
ca deo tenzo su male de s’amore.
Tenet sa manu manca in conca mia
e cun sa dresta a mie est abratzende.
O fizas de Zerusalemme, deo bos prego,
pro totu sas crabolas de su campu:
no ischidedas bois s’amada mia,
fintzas chi no s’ischidet a sa sola.

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18 Febbraio 2020 - Categoria: memoria e storia

“Enzo Espa: il ritorno” di Giovanna Elies

Scrivere di Enzo Espa, delle sue collaborazioni, dei suoi testi, delle sue ricerche sembra quasi un dejà vu. Si tratta infatti di uno tra i più attivi scrittori e saggisti di Sardegna, di uno che ha sempre avuto e mostrato molta stima per gli altri, di uno che, alla bisogna, ha aperto i cancelli a molti studiosi senza mai pretendere  nessuna paternità. Ciò nondimeno, come talvolta accade pareva proprio che il sunset  boulvar avesse inghiottito le sue  collaborazioni, le sue opere, le sue ricerche, la sua stessa persona. Cose di mondo, ma di un mondo  cui l’appellatino “ intellettuale” va decisamente stretto, se non fuorviante. Ma torniamo ad Enzo Espa, 

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12 Febbraio 2020 - Categoria: lingua/limba, versos in limba

Càntigu de sos càntigos, chi est de Salomone – Capitulu 1 di Maria Sale

 

Angelino Tedde

Il Cantico dei cantici o semplicemente cantico sublime è un testo contenuto nella Bibbia ebraica e cristiana. Attribuito al re  Salomone , celebre per la sua saggezza, per i suoi canti e anche per i suoi amori, il Cantico dei Cantici fu composto non prima del IV secolo a.C. ed è uno degli ultimi testi accolti nel canone della Bibbia, addirittura un secolo dopo la nascita di Cristo. È composto da 8 capitoli contenenti poemi d’amore in forma dialogica tra un uomo e una donna. Allegoricamente significherebbe la ricerca dell’anima da parte di Dio, anima soggetta al peccato, pigra nel cercare Iddio, ma comunque amata dallo stesso Dio che toltala dal peccato la rende pura e degna del suo amore.
In questi giorni tornato in auge per via della lettura fattane dal giullare Benigni nel corso del festival di Sanremo. Io, che poco guardo la televisione,non ho ascoltato la lettura e non saprei dire fino a che punto Benigni abbia colto il vero significato di questo meraviglioso canto orientale che gli esegeti collocano non anteriore ai quattro secoli  avanti Cristo. (Angelino Tedde)

 

Maria Sale

Sa Sacra Bibbia
Su testamentu Antigòriu
Sos liberos poètigos e sabidòres

S’isposa

Mi ‘asas cun sos basos de sa ‘ucca tua!
Pius dulches de su ‘inu sun sos carignos tuos.
Imbreagat su fumèntu de sos nuscos tuos;
bonu upòre est su nòmene tou,
pro custu sas piseddas est chi ti àman.
Attràemi cun tegus, curremus!
In aposentos suos su re mi ponzat,
pro te àmus a gosare in cuntentesa,
àmus ammentare sos carignos tuos pius de su ‘inu.
Cun rejone est chi ti àman!

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4 Febbraio 2020 - Categoria: memoria e storia

“Le vacanze estive a Lu Bagnu” tratto da “Le ragazze del Rifugio Gesù Bambino si raccontano” di Eleonora Ortu

Eleonora Ortu, Le Ragazze del Rifugio Gesù Bambino si raccontano, Edes, Sassari, 2017 pp. 265

Riprendiamo a pubblicare i passi più salienti del lavoro succitato  in cui l’autrice racconta  la vita di collegio che va dagli anni sessanta agli ottanta del novecento. Il libro è corredato di fotografie ormai storiche essendo trascorsi dagli anni d’inizio  a quelli della fine ad oggi circa sessant’anni (1960-2020). Si tratta di un’autobiografia narrata e non certo di una serie di affermazioni apodittiche sia sul collegio sia sulle Dame della Carità  amministratrici sia sulle Figlie della Carità educatrici. Il racconto è avvincente e le immagini sono suggestive. (Angelino Tedde)

 Quando ero nella sezione di S. Giovanna per andare al mare si facevano i turni.  Essendoci al rifugio quasi 150 ragazze, la colonia non aveva i locali e arredi sufficienti per ospitarci tutte. Il primo turno partiva appena finivano le scuole e rientrava a metà luglio per far posto al secondo turno che rientrava poco prima dell’inizio delle scuole. I preparativi per poter andare in colonia erano principalmente di natura sanitaria, bisognava fare i “raggi” al torace, per cui ogni suora di sezione portava le sue bambine/ragazze in via Amendola dove c’era un camion parcheggiato all’interno dell’ex istituto di igiene e ad una ad una ci facevano la radiografia. Per tre giorni ci davano una pastiglietta celeste dal sapore dolciastro che io succhiavo piano piano, con parsimonia, per assaporarla meglio, era la vaccinazione antitifica.

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20 Gennaio 2020 - Categoria: memoria e storia

Vita da missionario della Sardegna del 1919 di Giovanni Battista Manzella

Pubblichiamo questa narrazione di Padre Manzella grazie alla generosità del Padre Erminio Antonello che ha curato insieme ad un confratello l’Epistolario del grande missionario vincenziano del primo novecento. Sembrano racconti “africani” più che “sardi”, ma la verità è che ai primi del novecento la nostra isola sprovvista di strade era percorribile a piedi, a cavallo e con qualche rara automobile e corriera e con il treno a scartamento ridotto che si fermava lontano dai paesi e per raggiungerlo bisogna camminare a piedi. I missionari vincenziani non si facevano scoraggiare dalle difficoltà per andare a predicare al popolo, per istituire le conferenze della Dame della Carità che a a loro volta dovevano supportare economicamente gli asili fondati dai missionari nei paesi più lontani. Se era il caso si istituivano anche orfanotrofio maschili e femminili per bimbi poveri e senz’altra assistenza se non quella delle Dame e delle Figlie della Carità. La relazione del Manzella offre uno spaccato dell’operosità dei missionari e dell’intera famiglia vincenziana. (Angelino Tedde)

 

Novembre 1919

Si doveva dare la Missione a Santa Giusta, ma non ne sapevamo la data precisa. Mi recai al telefono e dopo sette ore di inutile atte- sa non potei mettermi in relazione con Oristano. Tornato a casa dissi al compagno signor Sategna: “Non ho avuto comunicazione con Oristano ma non importa … Andiamo lo stesso”. Detto fatto. Eccoci alla stazione carichi del nostro bagaglio. Sono le sette del mattino. Alle cinque di sera, arriviamo ad Oristano e una mezz’ora dopo siamo a Santa Giusta. Strada facendo guardavo se si vedesse l’avanguardia. I ragazzi che in tutte le missioni si vedono pei pri- mi, nessuno! Ci avanziamo … non anima viva! Arriviamo … la chiesa chiusa! Il parroco sulla porta della casa ci vede, e fa le me- raviglie. “Come?! Non han ricevuto il mio telegramma?” E noi: “Come?! Non ha ricevuto la nostra lettera?”. Che fare? Ci accor- diamo, il mio compagno ed io, di tornare ad Oristano, salutare mons. Piovella, arcivescovo, e di far ritorno a Sassari il giorno do- po. Fare e disfare è tutto lavorare.1 Ripigliamo il carrozzino e tor- niamo ad Oristano. Monsignore ci attendeva, ben sapendo che la Missione non si poteva dare per allora. Ci ricevette con la solita sua bontà e cordialità. Narriamo l’accaduto, e lui risponde: La Provvidenza! La Provvidenza! La Provvidenza! Lei sig. Sategna darà gli esercizi alle normaliste, e lei sig. Manzella, visiterà le Conferenze di Carità su nell’alta Sardegna vicino al Gennargentu.

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16 Gennaio 2020 - Categoria: cultura

Massimo Pittau e Castelsardo di Giuseppe Tirotto

 Prif. Pittau

Due giorni fa è venuto a mancare il professor Massimo Pittau, figura importantissima della cultura sarda e non solo. Professore emerito della Facoltà di Lettere e Filosofia di Sassari (della quale è stato anche uno dei fondatori), è stato un intellettuale poliedrico, spaziando dalla linguistica alla filosofia, dall’archeologia all’epigrafia, dalla glottologia alla poesia e molto altro ancora. Io ho avuto la fortuna di frequentarlo in più occasioni: indirettamente come docente, più dappresso facendo parte con lui di    alcune giurie di premi letterari e con la partecipazione a diversi convegni.

Sento il dovere di ringraziarlo dei suoi insegnamenti come operatore di cultura ma soprattutto come castellanese per i suoi studi sul mio paese. Sì, su Castelsardo perché sul nostro territorio ha fatto coincidere la mitica e misteriosa città romana di Tibula, una sorta di Atlantide sarda, centro nevralgico da cui si dipartivano le principali strade dell’isola antica (due verso Olbia, una litoranea e una terrestre; una verso Turris Lybissonis, Portotorres: una verso Kalaris (Cagliari) via Forum Traiani (Fordongianus).
Non una sua ipotesi estemporanea o avventata, ma suffragata da dati attendibili quali la coincidenza delle coordinate geografiche elaborate da Tolomeo nel II° sec. d.C., non uno qualunque, ma astronomo, filosofo e geografo teorico, nientemeno, del “Sistema geocentrico” che ha condizionato l’evoluzione dell’umanità sino all’ Età Moderna. Insomma, grazie al Professor Massimo Pittau l’importanza del ruolo di Castelsardo e del suo territorio può essere anteceduta di un migliaio di anni, e non mi sembra un aspetto trascurabile!
Grazie ancora Professore!

Per chi volesse documentarsi oltre (soprattutto i castellanesi) basta digitare su Google: Pittau, Tibula, Castelsardo. Il primo documento è quello buono.

Immagini tratte dal Web

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9 Gennaio 2020 - Categoria: eventi luttuosi

Ricordo di Massimo Pittau da parte di prof. Mauro Maxia nella commemorazione di Nuoro del 27.XII.2019

 Prof. Mauro Maxia

Desidero porgere le mie sentite scuse ai familiari, agli amministratori e al pubblico in questa giornata dedicata al ricordo del caro prof. Massimo Pittau. Purtroppo un’improvvisa indisposizione mi impedisce di prendere parte, come avrei voluto, a questo importante evento.

Questa foto inedita risale al 2013 quando col prof. Pittau andammo a Erula per la presentazione di un libro. Lui allora aveva 93 anni ben portati e, stando seduti al tavolino di un bar, si parlava del fatto che Erula fosse un paese di centenari. Proprio in quel momento sbucò la vecchietta che si vede nella foto con lui. Quando il professore seppe che quella signora era centenaria si alzò di scatto e andò a parlarle. Lei cercò di schermirsi da quello che forse le sembrava un tentativo di attaccare bottone da parte di uno sconosciuto. Ma poi si lasciò andare e i due chiacchierarono per un po’ scambiandosi delle reciproche impressioni.

Ecco, si può dire che questa foto ritragga in pieno l’uomo Massimo Pittau. Una persona estremamente curiosa che non esitava a intervistare chiunque potesse soddisfare certi quesiti che gli venivano in mente. Così come non esitava ad alzare la cornetta del telefono e a telefonare a persone del tutto sconosciute – magari residenti a Sliqua o a Esterzili – per conoscere l’esatta pronuncia del loro cognome.

Conobbi Massimo Pittau nell’autunno del 1975 quando iniziai a frequentare le sue lezioni di Linguistica Sarda. Ma posso dire che lo conoscevo già da prima perché nel 1973 avevo acquistato un suo libro, ormai quasi introvabile, intitolato “Sardegna al bivio”. Un libro che ha inciso profondamente sulla mia formazione grazie alle sue acute osservazioni riguardo alle cause che erano, e sono tuttora, alla base dei gravi problemi di ordine culturale che affliggono la nostra Isola.

In seguito sostenni con lui ben quattro esami e decidemmo il titolo della mia tesi di laurea. Per qualche anno ci perdemmo di vista. Ma dopo che ci ritrovammo, a un convegno di studi nel 1992, non ci siamo più allontanati stringendo un’amicizia forte e affettuosa. Lui insistette a lungo perché ci dessimo del tu. Ma io non ci sono mai riuscito sia per il livello dell’uomo sia per la sua età. E, come facciamo noi sardi con le persone più anziane, da allora e fino alla fine lo chiamai sempre “tziu Màssimu”. E lui stesso, nelle centinaia di e-mail che ci siamo scambiati, si firmava volentieri  “tziu Màssimu”.

Si potrebbe parlare a lungo di momenti felici trascorsi a Sassari, Nuoro, Olbia, Ozieri, Castelsardo, Perfugas, Sedini, Florinas, Luogosanto, Palau, Tempio, Erula, Oschiri, Isili e in varie altre località in cui presentammo dei libri o prendemmo parte a convegni. Conobbi Massimo Pittau anche in momenti di grande dolore che lo segnarono profondamente e nelle occasioni in cui si lamentava per la salute che pian piano lo stava abbandonandolo. Ma fu sempre forte e lucido fino all’ultimo.

Per me è stato un maestro sia negli studi sia nella vita. E di questo gli sarò grato per sempre, Da lui ho appreso il senso della franchezza, della lealtà, della generosità, della rettitudine e dell’onestà intellettuale. Posso testimoniare che Massimo Pittau è stato, in tutti i sensi, una delle persone migliori che io abbia mai conosciuto.

È stata una grande fortuna conoscerlo personalmente e a lungo.

Per me è stato veramente il “Massimo”.

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