21 Agosto 2009 - Categoria: storia

Le armi delle torri di Paolo Amat di San Filippo

All’arrivo del primo viceré sabaudo, il barone Filippo Guglielmo Pallavicino di Saint Remy, in Sardegna esistevano, nella Piazzaforte di Cagliari 88 cannoni, in quella di Alghero 45, e in quella di Castellaragonese (Castelsardo) 15. In ottemperanza alle clausole previste dei trattati di Utrecht del 1713 e di Londra del 1718 ne erano stati imbarcati per Barcellona ben 141, e non certo i peggiori.

A Cagliari c’erano: 2 Colubrine in bronzo da 13-14 libbre; 2 mezze Colubrine in bronzo da 10-12 libbre; 4 cannoni in bronzo, del primo tipo, da 36 libbre, 23 mezzi cannoni in bronzo da 13-19 libbre, 10 terzi cannoni in bronzo da 10-12 libbre, 11 quarti cannoni in bronzo da 9-10 libbre; 5 quarti Pedrieri in bronzo da 5-6 libbre; 15 Sagri, o quarti di Colubrina in bronzo da 4-6 libbre; 6 Falconetti, o ottavi di Colubrina in bronzo da 2 libbre; 4 Mortai da bomba (Posse) e 6 cannoni in ferro da 6 libbre. L'”anima” dei cannoni di bronzo era spesso molto consumata dall’azione abrasiva delle palle di ferro, per cui, quando era possibile, i cannoni vecchi di bronzo venivano rifusi per ottenerne nuovi, oppure venduti a rottame, e sostituiti con quelli di ferro.

Ai fini di questa chiacchierata, e in linea con la mostra ospitata in questo complesso edilizio, mi limiterò a dire qualcosa sull’armamento delle torri costiere che, ad eccezione di un breve periodo, non dipese per amministrazione, uomini, e mezzi, dal Corpo Reale dell’Artiglieria.

La Reale Amministrazione delle Torri, finanziata col “dret del real”(tassa di un reale sull’esportazione di formaggio, animali da carne e pelli), dotò le torri appena costruite, probabilmente con le bocche da fuoco tra le più disparate. Nei documenti relativi, infatti, sono menzionati “Trabucos a pedernal”, “Pedreñals”, “Sacres”, “Esmerils”, “Falconetes”, “Culebrinas” e “Vizcaynos”.

Il tipo e le caratteristiche delle armi in dotazione alle Torri, possono desumersi, particolarmente per il periodo sabaudo, dalle relazioni effettuate periodicamente, su precise disposizioni della Reale Amministrazione delle Torri, dai Capitani, Tenenti e Luogotenenti della stessa, relazioni che si trovano presso l’Archivio di Stato di Cagliari e di Torino.

Originariamente, come si è visto, i differenti tipi di cannoni erano contraddistinti da nomi di animali, così c’era il Falconetto, il Falcone, lo Smeriglio, la mezza Colubrina o Girifalco, la Colubrina, il Sagro, il Basilisco, il Passavolante; successivamente si usarono, come si è visto i termini di: cannone del primo genere, mezzo, terzo, e quarto cannone, mezza colubrina, quarto e ottavo di colubrina.

Gli affusti, in legno ferrato, erano del tipo da marina a quattro ruote, due delle quali, le anteriori, potevano essere anche di diametro maggiore delle posteriori (Fig 1)

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Figura 1 – Cannone montato su affusto da marina

Nei documenti l’affusto era denominato, a seconda del periodo, in catalano o castigliano “Caixa, o Caja navalesa o navarresa”, in savoiardo “Affus”. I calibri, espressi come il peso della palla in libbre, erano da 32, da 26, da 16, da 8, da 6, da 4, da 2, e da 1 libbra. I più diffusi, però nelle torri erano quelli da 8, da 6 da 4, e da 2 libbre.

Talvolta il cannone, a seguito dell’usura o della corrosione, era “sventato” (era definito “vento”, la differenza tra il diametro dell’anima della bocca da fuoco e quello della palla). Per riutilizzare un cannone “sventato”, si poteva alesarne l’anima, sempre che lo spessore restante del metallo ne garantisse la sicurezza, rettificandola al calibro superiore. I cannoni ricalibrati però erano considerati pericolosi per la maggior possibilità d’esplodere. La presenza dei calibri dispari (da 7, da 5, e da 3 libbre) potrebbe spiegarsi come conseguenza di una qualche ricalibratura.

Poiché negli anni 1717-1720 il prezzo del bronzo da cannoni spuntava, nella piazza di Genova, 110 lire la cantara (circa 40 kg.), e la rifusione di un cannone veniva a costare 150 lire la cantara, stante il fatto che il peso di un cannone medio si aggirava tra le 20 e le 40 cantara, la fusione di un cannone del peso di circa 9 quintali a partire da bronzo di recupero, sarebbe costata all’incirca 6.000 lire.

I cannoni di ferro costavano meno e duravano di più. Circa il peso dei cannoni di bronzo, uno del calibro di 6 libbre e mezza pesava circa 500 kg; uno da 11 libbre circa 900 kg; mentre uno da 3 libbre pesava circa 400 kg.

Nel periodo sabaudo, i cannoni erano quasi tutti in ferro. Essi erano stati acquisiti come preda bellica oppure erano acquistati dalle navi svedesi che approdavano a Cagliari per comprare salmarino, pagandoli con questa merce.

Le bocche da fuoco da acquistare erano sottoposte ad un’accurata verifica delle caratteristiche e dello stato di conservazione; nonostante che il ferro svedese, sempre d’ottima qualità, fosse rinomato e pertanto ricercato non solo per i cannoni, ma anche per barre e profilati d’ogni genere.

Le dimensioni, i calibri, e di conseguenza il peso, dei cannoni di ferro destinati alle torri erano, per vari motivi, alquanto ridotti, infatti oltre alla difficoltà di portare sulla piazza d’armi un cannone molto lungo e pesante, come si può rilevare dalle figure 2 e 3, non si poteva caricare molto la volta della torre, e le dimensioni del pezzo dovevano permettere la sua messa in postazione, da parte di poche persone e in uno spazio relativamente ristretto.

Figura 2 – Operazioni di sollevamento di un cannone su una torre

figura 3 – Operazioni di sollevamento di un cannone su una torre

Le palle, di solito piene, ma anche quelle incatenate e quelle chiamate “angeli” (figura 4), se non recuperate come preda bellica, erano acquistate a Milano e a Napoli.

Figura 4 – Angeli e palle incatenate di vario tipo

La polvere, del tipo denominato, dai rapporti ponderali tra i componenti: “Cinque-

Asso-Asso”, prima dell’istituzione della Regia Fabbrica delle Polveri di Cagliari, era acquistata a Genova o a Napoli, e da tutte le navi straniere che approdavano nei porti dell’Isola. La polvere da cannone aveva una granulometria maggiore di quella da spingarda e da fucile. La figura 5 riporta le fasi di caricamento di un cannone da marina, e gli attrezzi per il caricamento.

Figura 5 – Fasi dell’operazione di caricamento di un cannone da marina

Con il cannone da 32 libbre, una carica di 10 libbre e 8 once di polvere, più 3 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 180 trabucchi (pari a circa 567 metri, corrispondendo il trabucco a 3,148 metri), ed una massima di 1200 (circa 3778 metri). Con uno da 26 libbre, una carica di 8 libbre e 8 once più 3 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1100 (circa 3463 metri). Con uno da 16 libbre, una carica di 5 libbre e 4 once di polvere più 2 once per l’innesco del focone, assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1050 trabucchi (circa 3305 metri). Con un cannone da 8 libbre, una carica di 4 libbre assicurava una gittata media di 160 trabucchi (circa 504 metri), ed una massima di 1000 (circa 3148 metri). Con uno da 6 libbre, una carica di 3 libbre di polvere assicurava una gittata media di 130 trabucchi (circa 409 metri), ed una massima di 900 (circa 2833 metri). Con uno da 4 libbre, una carica di 2 libbre di polvere assicurava una gittata media di 130 trabucchi (circa 504 metri) ed una massima di 900 (2833 metri). Pari gittata aveva un cannone da una libbra caricato con una libbra di polvere, mentre con un Falconetto da 6 once, caricato con 3 once di polvere, si otteneva una gittata media di circa 500 metri, ed una massima di circa 2204 metri. Pari gittata aveva anche la spingarda da 2 once, di solito montata su cavalletto, caricata con un’oncia di polvere “fina”.

Queste gittate erano date da una polvere buona; quella in dotazione delle torri, di solito alquanto scadente, forniva gittate ben inferiori.

La ragione principale era che questa, stoccata nella rispettiva santabarbara, spesso non adeguata, a contatto con l’umidità marina, e talvolta persino esposta ad infiltrazioni d’acqua piovana, specie se formulata con salnitro di bassa raffinazione (di seconda cotta), contenente ancora una certa quantità di nitrato sodico deliquescente, perdeva in breve tempo le sue caratteristiche piriche.

Altra riduzione della gittata si aveva quando, per effetto della corrosione sia termica che chimica del ferro, il focone del cannone si era allargato eccessivamente, per cui il pezzo veniva definito “sfoconato”. In queste condizioni, durante lo sparo, attraverso il focone, si verificava una violenta fuoriuscita di parte dei gas di sparo con conseguente riduzione della energia impressa alla palla.

Allo “sfoconamento” di una bocca da fuoco si poteva porre rimedio alesando e filettando, con opportuni strumenti, il foro e riinserendovi un cilindretto o un tronco di cono, di ferro o di bronzo, filettato e forato, denominato “grano” che ripristinava così il focone originario.

Meno rimediabile era il caso di un cannone “camerato”. Per effetto dell’abrasione meccanica della palla o della corrosione chimica del ferro da parte dei composti formatisi nella combustione della polvere, nell’anima si formavano cavità irregolari, attraverso le quali poteva sfiatare parte dei gas di sparo, con risultato peggiore della “sfoconatura”.

Un pezzo “camerato”, quando la “cameratura” era estesa a buona parte dell’anima, era definito “sventato”. La verifica della “cameratura” veniva fatta con uno speciale specchietto (gatto) collegato in cima a un’asta che, infilato nell’anima del pezzo, con una opportuna illuminazione, permetteva di verificare le irregolarità dell’anima. La verifica del “vento”, invece, era fatta con una specie di calibro a croce che, ruotato dentro il cannone indicava i punti dell’anima dove il diametro nominale era variato.

Spesso capitava che in una torre vi fossero palle di calibro inferiore a quello dei cannoni in dotazione, per cui, si doveva ovviare a questo inconveniente avviluppando la palla in stracci, mentre nelle fortificazioni di Cagliari, particolarmente con i mortai di grosso calibro che sparavano palle di pietra, queste venivano ricoperte con strati di lastra di piombo fino ad raggiungere il calibro richiesto.

I cannoni e le spingarde venivano sparati, sia direttamente con una miccia tenuta dal “buttafuoco” (figura 6), oppure con un acciarino a pietra focaia come nei fucili (figura 7).

Figura 6 – Differenti tipi di buttafuoco

Figura 7 – Acciarino a pietra, per lo sparo dei cannoni

L’alzo dei cannoni delle torri, come sulle navi, era realizzato inserendo, sotto la culatta, dei cunei di legno (cugni o cunei di mira) con diverso angolo; questo sistema era empirico ed approssimato, e la precisione del tiro era affidata solo all’occhio e all’esperienza dell’artigliere. La figura 8 mostra appunto un cuneo di mira posizionato sotto la culatta.

Figura 8 – Cuneo di mira posto sotto la culatta di un cannone

Sotto le ruote del cannone, a protezione del pavimento della “Piazza d’Armi”, venivano poste delle robuste tavole (madrieri), e dopo lo sparo i cannoni venivano rimessi in batteria con l’uso di leve (manuelle o manovelle). La polvere era inserita nella canna con una cucchiaia di rame, del diametro corrispondente al calibro, collegata ad un lungo manico, oppure veniva inserita confezionata in cartocci, (cartuchos o cartatocci) preparati con fogli di carta “Reale”, modellati su cilindri di legno del diametro corrispondente al calibro (cilindri per cartatochi), e incollati con pastella di farina di frumento. Il cartoccio della polvere e la palla, eventualmente separati da stoppacci (foraggi), con funzione di borra, venivano calcati nella camera di scoppio con un apposito calcatoio a testa piatta dotato di un lungo manico (atacador, battipalla, bottone).

Una volta caricato il cannone, con un lungo ago di ferro o di bronzo (aguglie, agucce, per ammorzare), attraverso il focone si perforava il cartoccio della polvere, e con una fiaschetta da polvere (polverino) si riempiva, di polvere da sparo fine, la cavità del focone. Si dava fuoco alla polvere del focone con una miccia (mecha) inserita nel “botafogo, buttafuoco” astato (figura 7), oppure con un acciarino del tipo di quello riportato nella figura 5. Dopo lo sparo la camera di scoppio veniva ripulita, dai residui della combustione, con uno spazzolone ottenuto con una pelle di pecora arrotolata (lanata). Per scaricare il cannone si faceva uso di una specie di cavatappi astato (sacatrapo, cavaburra, cavaborra, tiraforaggi): Nelle migliori situazioni in ciascuna torre ogni bocca da fuoco aveva la cucchiaia, il “battipalla”, il “cavaborra”, e gli eventuali cilindri per confezionare i cartocci della polvere, del rispettivo calibro, mentre per i fucili “d’ordinanza” l’elemento “cavaborra” veniva, all’occorrenza, avvitato sulla stecca del fucile.

Figura 9 – Fucili d’ordinanza a pietra

Ciascun torriere era dotato di picca (esponton, chuso), di fucile “d’ordinanza” (figura 9) con relativa baionetta, e della rispettiva dotazione di palle di piombo. In qualche caso le cartucce da fucile erano fornite già confezionate. Se nella torre vi fosse stato qualche archibugio alla sarda (Cannetta, Cannettedda) (figura 10), cosa piuttosto rara, il relativo munizionamento veniva fornito espressamente.

Figura 10 – Cannette

Per smontare e rimontare i cannoni sugli affusti veniva utilizzato un paranco, (ghindazzo).

Oltre alle palle di cannone dei rispettivi calibri, talune torri erano ancora dotate di “angeli”, di palle incatenate, di “lanterne” (contenitori cilindrici in lamiera contenenti “metraglia”), e di alcune dozzine di ordigni incendiari, le cosidette “buocie, boccie, fiaschi di fuoco”.

Nella torre, oltre alla dotazione di polvere e palle per i cannoni e per i fucili e le spingarde, vi era anche tutto ciò che sarebbe potuto servire all’occorrenza: una scure, una trivella, un’ascia da carpentiere, una roncola, una zappa, corda catramata e non, uno spiedo, una caldaia di rame con relativo treppiede, una bilancia a stadera, un paio di ceppi con relativo lucchetto, alcune giare di terracotta e botticelle per l’acqua, un megafono, una tromba marina, alcuni grossi murici adattati a tromba e, anche se raramente, un cannocchiale con il tubo di cartone.

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19 Agosto 2009 - Categoria: versos in limba

Cantones pro ballare pitzinnos dae Giuseppe Ferraro

images18Duru duru durusia
Sas campanas de cheja
Las tocant su manzanu
Su puddu cagliaritanu
Sa mela campidanesa
Su coro cando si pesa(t)
Non lu bido e non lu toco
Cariasa e barracoco
Gia bi nd’at in binza mia
A su duru duru duru
A su duru durusia.

images-114Antoneddu Antoneddu
Sonami su campaneddu
Sonamilu a forte a forte
Chi si ch’intendat in corte
In corte de Otieri
E mela mia piberi
E mela mia granada
E a ue ses tucada
A fagher forragina
Forragina de campusantu
S’intendet unu piantu
Unu piantu de dolore
Mortu est nostru Segnore
L’ant mortu e interradu
Una lìtera at mandadu
Bene posta e ben’iscrita
Sonat sa trumbita sonat sa cadena
Maria de grascias est piena.

Comare mia comare
Imprestademi unu soddu
Chi giuto sa tzuca a coddu
E non b’at ite bufare
Comare mia comare.

Andadu so a boddire proinca
Rutu che so in su samunadorzu
A su retore puntas de puntorzu
E a sas netas su chi lis meritat
Andadu so a boddire proinca.

Beni bella a ti bagnare
A sas undas de s’amore
Ch’est bennidu unu fiore
Ch’at giuradu de t’amare
Beni bella a ti bagnare.

Beni a ballare mussitedda mia
Chi t’ap’a fagher coritu e bunnedda
E muncaloros de mafarronia
Beni a ballare mussitedda mia.

A ballare a ballare
A frazare sas iscarpas
Su mastru chi las at fatas
Gia las torrat a acontzare
A ballare a ballare.

Balla balla corrinciolu
Como chi ses in logu artu
A su vintichimbe de martu
Artzat su cucu a sa nae
Antoneddu tzapat fae
E Giuannedda su basolu
Balla balla corrinciolu.

A su tai tai tai moriscu
Sos gardianos de Santu Frantziscu
Sos gardianos de Pedra de fogu
Custu pitzinnu mi faghet su giogu
E mi lu faghet in sa contonada
Mèndula frisca e mèndula turrada
Mèndula frisca e mèndula a fiore
Corpos de fuste a su padre minore
E a su mannu pane de galera
Ca si che furat sa fèmina anzena
E che la furat dae su barconitu
A su tai tai a su tai moriscu.

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17 Agosto 2009 - Categoria: cultura

“Vedere l’invisibile” di Fausto Satta

Carmelo Spada espone foto artistiche
all’hotel Las Tronas di Alghero

Sino all’11 ottobre è possibile visitare ad Alghero un’originale mostra di fotografie in grande formato, nello stesso albergo Las Tronas, ad un anno di distanza dalla precedente mostra che Carmelo Spada dedicò al tema dell’ombra.

Il viaggio dell’artista, col suo “sguardo” obiettivo, prosegue non più sulle geografie abitate dei continenti, ma sulla quotidianità della sua città, Alghero.
Il luogo è ciò che contempla dalla sua finestra e vi penetra con l’intento di scoprirne vibrazioni, attimi, colori, ricordi, tensioni e segni all’apparenza “invisibili”.

È un guardare stando fermi ed attenti ad ogni più piccolo dettaglio; è un totale concedersi alla lettura di stralci di vita, di “pagine” scartate e cestinate nelle acque del porto.
Approdi e partenze si susseguono distrattamente, si intrecciano sogni di mete e catture dai quali è esclusa la quiete di quelle acque, impossibilitate a parteciparvi o reagire alle molteplici violazioni.

In questo microcosmo si compie ancora una volta la magia dell’arte: si solcano mari nuovi, si va oltre il visibile.

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16 Agosto 2009 - Categoria: storia

La difesa delle coste in Sardegna di Paolo Amat di San Filippo

fotopaolocolore1

Le invasioni

Per la sua importante posizione baricentrica nel Mediterraneo, e per il grande sviluppo delle sue coste, la Sardegna ha dovuto soggiacere, nel corso dei secoli, a vari tentativi di conquista riusciti o meno.

Già sotto Giustiniano i generali Belisario e Narsete, riconquistando l’Esarcato d’Africa in mano dei Vandali negli anni 533-534, avevano riunito la Sardegna, che di tale Esarcato faceva parte, a Bisanzio.

L’iscrizione greca di un’architrave trovata, nei primi anni del 1900 nel cosidetto “Palazzo del Re barbaro” di Portotorres, menziona un tentativo di attacco da parte dei Longobardi databile intorno agli anni 610-619, respinto dalle truppe bizantine dell’Isola.

Caduto l’Esarcato d’Africa in mano degli arabi, nel 698, questi considerarono l’Isola come logica pertinenza del nuovo possesso; pertanto nel 709 si registra il primo attacco da parte di Musa, figlio di Nasir, Capo supremo degli Arabi d’Africa, che, sbarcato nel golfo di Palmas, viene tuttavia respinto dai Sardi.

Secondo gli storici arabi Ibn Atir (1160-1233), Yacut (1178), e Abu al Mahsin (1469), in un secondo attacco, negli anni 711-712 lo stesso Musa occupava i lidi meridionali e la stessa Cagliari; comprova la conquista araba il fatto che, nel 725, Liutiprando, Re dei Longobardi, inviò a Cagliari alcuni ambasciatori per riscattare, dalle mani mussulmane, il corpo di Sant’Agostino, conservato, fin dal periodo dell’occupazione vandala, nella cripta omonima nell’attuale Largo Carlo Felice.

Altri attacchi avvennero ad opera di Ata ibn Rafi al Hudali nei primi decenni del 700, di Abd Allah ibn Ziyad, nel 733-735, e di Abd ar Rahman ibn Habib, nel 752-753.

Quest’ultimo assoggettò l’Isola al pagamento della “Gizah” il tributo che veniva imposto, ai non maomettani che dovevano vivere nei paesi islamici.

Altri attacchi, avvenuti negli anni 807, 810, 812, 813, 816, e 817, sembra siano falliti per l’organizzazione militare bizantina che nell’Isola doveva essere ancora efficace, oppure perchè, avendo Ludovico il Pio ceduto la Sardegna alla Santa Sede nell’817 in ampliazione delle donazioni fatte a suo tempo alla Chiesa da Carlomagno, parte della Cristianità, sentendosi impegnata nella lotta contro gli infedeli, collaborava alla difesa dell’Isola.

Caduta, negli anni 827-878, anche la Sicilia in mano araba, e divenute le comunicazioni tra la Sardegna e Bisanzio sempre più difficili; è probabile che, in questa situazione di isolamento, qualche famiglia sardo-bizantina, resasi particolarmente benemerita nella difesa del territorio, sia assurta ad un rango paragonabile a quello bizantino degli “Arconti”.

Un “Arconte” (Giudice) della Sardegna viene, infatti, menzionato da Costantino VII Porfirogenito (912-959) accanto al Doge di Venezia, ai Principi di Capua e di Salerno, assieme al Duca di Napoli e agli “Arconti” di Amalfi e di Gaeta.

Lo stesso Giudice sardo Torchitorio si fregiava del titolo bizantino di “Protospatario”.

Nell’821 si registra una spedizione agli ordini di Muhammad ibn Abd Allah at Tamini; negli anni 934-935 una flotta di 30 legni agli ordini di Mahdiah Yakub ibn Ishaq attaccò e distrusse la città romana di Turres.

Nel 998 Musato (forse Mugahid ibn Abd Allah al Amiri, signore di Denia, nelle Baleari) con 1000 cavalieri imbarcati su 120 navi si impadronì di quasi tutta l’Isola.

Le notizie relative a questi fatti vanno prese con beneficio d’inventario perchè sopratutto da parte pisana si sono ingigantiti gli episodi, forse per meritare maggiormente agli occhi del Papa.

Da un “Breviario” scritto dal pisano Roncioni si apprende che, essendosi, nel 1002, Mugahid impadronito della Sardegna, i Sardi attraverso il loro Vescovo Umberto ottennero che Papa Benedetto VIII, intercedesse presso quegli Stati Cristiani che disponevano, nel Mediterraneo di flotte da guerra, per la loro liberazione dal dominio saraceno

Genova e Pisa con la prospettiva di estendere i loro interessi commerciali ed economici nell’isola, si offrirono di intervenire, dato che.Pisa, aveva già subito, nel 1005, un attacco da parte dello stesso Mugahid.

Unita pertanto la flotta con quella di Genova, sconfissero Mugahid nel 1017.

Mentre i Genovesi, almeno in un primo tempo, si accontentarono del solo bottino, i Pisani pretesero concessioni territoriali, e insediarono nell’Isola, come feudatari, elementi delle famiglie patrizie. più influenti della loro Città.

Negli anni 1021-1022 la flotta pisana sbarcò a Porto Torres consolidando l’acquisizione a Pisa dei Giudicati di Torres, Gallura, e Arborea.

Negli anni 1050-1052 un’altro tentativo di invasione dell’Isola ad opera di un altro Mugahid, forse figlio del precedente, fallì e lo stesso Mugahid venne catturato dalle forze delle due repubbliche marinare.

Della occupazione saracena rimanevano ancora ancora in piedi, al tempo del Lamarmora, a Sant’Antioco, le rovine di un antico castello i cui apprestamenti difensivi, rivolti verso la terraferma, inducevano a pensare che gli occupanti intendessero difendersi solo dagli attacchi provenienti dalla terraferma, nulla avendo da temere dalla parte del mare.

Questo castello fu, in tempi relativamente recenti, demolito ed il suo pietrame fu poi utilizzato per colmare l’istmo di Sant’Antioco.

Pur essendo stata dichiarata, nel 1073, la supremazia pontificia sull’Isola, essa fu meramente teorica, perchè in pratica il controllo dell’Isola venne esercitato dai pisani e dai genovesi che tutelavano i loro interessi, contrastanti, con ogni mezzo.

Per evitare, per esempio, che eventuali concessioni territoriali, da parte dei Giudici sardi, ledessero gli interessi degli Ordini monastici pisani, quali per esempio l’Opera di Santa Maria, nel 1063 i Pisani non si fecero scrupolo di intercettare in mare ed affondare una nave che conduceva in Sardegna alcuni monaci del monastero di Montecassino.

Nei secoli XII e XIII, nonostante la presenza delle flotte pisana e genovese avesse ridotto le incursioni saracene nell’Isola, nel 1222, il villaggio di Magumadas sulle marine della Planargia (l’attuale Magomadas si trova sulle colline prospicenti la costa di Bosa Marina) fu saccheggiato e distrutto.

Anche la rivalità fra le famiglie sarde dominanti, partigiane di pisa o di Genova, fu causa di invasioni; in quest’ambito si verificò, infatti, .

Nell’ambito delle rivalità tra le famiglie sarde che parteggiavano per Pisa o per Genova, si verificò lo sbarco di truppe genovesi nella spiaggia di Santa Maria Maddalena, effettuato per soccorrere i Genovesi che, alleati del Giudice di Cagliari Chiano, erano assediati, nel castello di Santa Igia, dai Pisani di Castel di Castro.

Il castello di Santa Igia era probabilmente ubicato nell’attuale penisola di San Simone nello stagno di Ganta Gilla.

Nonostante la sconfitta subita, nel 1284 dalla sua flotta alla Meloria ad opera di quella di Genova, Pisa continuò la sua influenza nell’Isola.

A seguito di alcune controversie territoriali insorte tra il Giudicato d’Arborea e Pisa, Ugone IV d’Arborea, forte delle relazioni d’alleanza esistenti tra suo padre Ugone IV ed il Re d’Aragona, chiese l’aiuto aragonese.

Il re Giacomo II, nominato nel frattempo, da Papa Bonifacio VIII, Re di Sardegna e Corsica inviò il proprio figlio, l’Infante Don Alfonso, in aiuto di Ugone, ma in realtà per prendere possesso del suo nuovo regno.

La flotta aragonese dell’ammiraglio Francesco Carroz, sbarcò, pertanto, nel golfo di Palmas il 12/6/1323 10.000 uomini e 1.500 cavalli.

Quattro giorni dopo Ugone IV, accorso con 1000 carri di vettovaglie prestò, nelle mani dell’Infante Alfonso, giuramento di vassallaggio.

Il giorno stesso dello sbarco il capitano delle truppe Arborensi Pietro de Serra catturò il corriere Guiccio da Fabriano, che portava una richiesta d’aiuto da parte dei Capitani di Guerra di Villa di Chiesa.

Questa Città, assediata dalle truppe aragonesi ed arborensi, capitolò nel 1324; nel 1326, dopo la battaglia di Lucocisterna, anche il Castello di Castro capitolò.

Mentre le truppe aragonesi al comando di Filippo Boyl si insediavano nel Castello di Castro, le truppe pisane uscivano per la porta dei Leoni.

Negli anni 1353-54 la flotta genovese salpata dall’Asinara per correre in aiuto della città di Alghero, assediata dall’armata aragonese, rinforzata da forze navali di Venezia, subì una dura sconfitta.

Caduta la città in mano aragonese i Doria si ritirarono in Corsica, in Provenza e a Pisa

Alle incursioni dei saraceni si aggiungevano anche quelle dei corsari cristiani.

Nel 1357 il Giudice Mariano IV d’Arborea protestò energicamente, col Re d’Aragona Pietro il Cerimonioso, perchè la nave del francese patron Barderio d’Adda, noleggiata dal bosano Filippo Rinaldetto, era stata predata dall’Abate Nicolò da Trapani.

Sempre nel XIV secolo i Barbareschi sbarcati a Vignola fecero prigionieri gli abitanti della villa di Montivaglia; un’ltra incursione si verificò a Telti, nel territorio di Terranova.

Nel XV secolo la guerra tra l’Aragona e l’Arborea si concluse con la sconfitta delle armi di questo Giudicato.

Nel 1408 il castello di Longonsardo fu assediato da cinque galere francesi; nel 1409 il Visconte di Sanluri Don Giovanni De Sena attaccò Iglesias che si era ribellata agli Aragonesi; la guarnigione ne fu scacciata ed il comando interinale fu affidato a Guantino de Sena parente del Visconte.

Nel 1436 il Reggente Don Giacomo de Besora, per pagare il soldo alle truppe ed agli equipaggi della flotta aragonese, vendette per 5.000 fiorini d’oro d’Aragona, la Città di Iglesias, con tutte le sue pertinenze, alla vedova donna Eleonora Carroz tutrice del figlio don Giacomo Conte di Quirra; tempo dopo la Città si riscattò dal dominio feudale, pagando una certa quantità di Alfonsini minuti d’argento.

Lo stemma della Città di Iglesias ricorda questo riscatto.

Le attività corsare nei mari di Sardegna erano all’ordine del giorno; lo stesso Cristoforo Colombo che, nell’intervallo tra un viaggio e l’altro nel Nuovo Mondo, praticava del piccolo cabotaggio nel Mediterraneo, fu predato da un corsaro francese al largo di Pula.

Nel XVI Secolo a seguito della caduta dell’Impero d’Oriente e della creazione di quello Ottomano da parte di Solimano il Magnifico, con la creazione del Regno di Algeri, al comando del quale erano i famosi corsari Harudi e Kaireddin, le incursioni saracene nell’Isola si intensificarono.

Kaireddin, detto anche il Barbarossa, era anche il il comandante della flotta del Sultano.

Incursioni venivano fatte anche da corsari italiani che, abiurata la fede cristiana e diventati maomettani, esercitavano la pirateria al servizio del Sultano.

Questi rinnegati erano il calabrese Uluch Alì, meglio noto come Occhiali, i sardi Alì Amet e Hazan-Haga, ed il veneto Hassan.

Le incursioni dei Pirati Saraceni erano talvolta facilitate, se non promosse dagli stessi Cristiani; lo stesso re cristianissimo Francesco I di Francia, in odio a Carlo V che lo aveva sconfittola a Pavia, aveva stipulato un un accordo con Solimano il Magnifico, tramandato come il “Patto infame”, nel quale erano previsti, come azioni di disturbo, incursioni, mussulmane nei possedimenti spagnoli.

Fra questi era compresa la Sardegna.

I Saraceni, nel 1509 e nel 1514 attaccarono il villaggio di Cabras; la notte d’Ognissanti dello stesso anno uccisero 16 abitanti di Siniscola e ne catturarono più di 100, attaccando anche le ville di Torpè e Lodè.

In considerazione delle sofferenze patite le popolazioni della Baronia di Posada, vennero autorizzate a trasferirsi in quella rocca, con l’esenzione dal pagamento dei tributi per tre anni.

La paura che le incursioni saracene incutevano nelle popolazioni dell’Isola indusse il Re di Spagna ad inviare, da Napoli alcune galere, l’armamento di due delle quali sarebbe stato a carico dei Sardi.

I Superstiti delle incursioni saracene nella villa di Cabras, ripetutamente attaccata e saccheggiata, ottennero, per sei anni, l’esenzione dal pagamento di qualsiasi diritto.

A seguito di successive altre circostanze l’esenzione fu prorogata finchè, nell’anno 1713, il Re Carlo VI ignorando questa esenzione, concesse la villa in feudo.

Nel 1520 i Saraceni, in Gallura, saccheggiarono e devastarono l’antica villa di Caresi nel territorio di Fundimonte; e fecero incursioni nelle marine di Oristano, di Sant’Antioco, di Pula, e di Carbonara.

Nel 1526 attaccarono Sant’Antioco e, sempre nello stesso anno diciotto legni turchi che preparavano uno sbarco, naufragarono per una improvvisa tempesta.

Da questo naufragio fu recuperato un cannone contrassegnato coi Gigli di Francia, probabilmente predato a qualche nave francese.

La costruzione della torre dell’Isola Piana fu notevolmente ritardata dai continui attacchi saraceni di cui erano fatti segno gli operai; degno di nota fu l’attacco del 1527 nel quale dei 400 saraceni sbarcati da otto galere nell’isola dell’Asinara, fu respinta da 100 sardi comandati dal sassarese Antonio Cano; nel combattimento rimasero sul terreno 50 pirati e 5 difensori; al Cano per il valore mostrato in questa circostanza fu concesso il privilegio di Cavalierato

Nello stesso anno le soldataglie francesi al comando di Renzo Ursino de’Ceri, sbarcate sui lidi turritani dalla flotta di Andrea Doria, saccheggiarono Sassari, forse spalleggiate dai sardi partigiani dei Doria; nel saccheggio furono incendiati il palazzo del Comune e della Dogana e distrutti tutti i documenti.

Non è improbabile, però, che questa incursione avesse esclusivamente lo scopo di rifornire di viveri e vettovaglie le truppe francesi.

Su richiesta dei Consiglieri della Città di Cagliari, nel 1528, l’Imperatore Carlo V ordinò, al Vicerè Don Angelo di Villanova, di mettere a disposizione della cittadinanza un certo numero di fucili acciocchè le persone addette alla difesa, già pratiche nel tiro con la fionda e con la balestra, potessero esercitarsi anche con le armi da fuoco.

A seguito del naufragio di undici galere turche, presso Portopino nel 1534, ben ottocento schiavi cristiani che erano a bordo furono salvati e condotti liberi ad Iglesias.

Le imprese militari di Carlo V a Tunisi nel 1535 ed a Algeri nel 1541, non ridussero le incursioni saracene sui lidi sardi, infatti i Pirati nel 1538 attaccarono Portotorres, nel 1540 distrussero Olmedo.

Nel 1542, presso Capo San Marco una nave sarda fu predata e bruciata.

Una lapide murata nella chiesa rurale di San Pietro di Gonnostramatza, che era la Parrocchiale dello scomparso villaggio di Serzela ricorda che il 5/4/1546 la villa di Uras fu distrutta dai Turchi comandati dal Barbarossa

Nel 1549 Orosei fu quasi distrutta; tuttavia alcuni tentativi d’attacco, negli anni 1551-1552 nelle marine dell’isola di San Pietro, del Sarrabus, di Iglesias, e di Pula, fallirono.

Nel 1553 Terranova fu attaccata da Dragut; nel 1555 un centinaio di Turchi sbarcato presso il porto gallurese di San Paolo, fu respinto, con 44 morti dalla Cavalleria Miliziana comandata da Francesco Casalabria.

Nel 1561 fu attaccato Castellaragonese.

Nonostante la vittoria delle armi cristiane su quelle turche nella battaglia di Lepanto, nel 1571, nel 1573-74 caddero nuovamente in mano turca Tunisi e La Goletta; e l’Isola fu nuovamente meta delle incursioni saracene.

Nel 1581 un nuovo attacco a Siniscola fu respinto dalle Milizie sarde comandate da Bernardino Puliga, al quale fu concesso il Privilegio di Cavalierato e Nobiltà.

Nel 1582 furono assaltati i villaggi di Pauli Pirri, Quartucciu, Quartu, che era già stata assaltata quaranta anni prima, e il villaggio di Villanova Monteleone; in questo villaggio, però, alcuni popolani, guidati da Don Pietro Boyl sbaragliarono i Saraceni intercettandoli sulla strada del ritorno, e liberarono i compaesani prigionieri.

Ancora nello stesso anno il Vicerè don Michele de Moncada convocò addirittura un Parlamento straordinario per escogitare i mezzi più efficaci per difendere l’Isola dalle incursioni barbaresche.

La paura degli attacchi saraceni creava, nei Sardi, quasi una psicosi; nel 1586, paventando un attacco, il Vicerè Don Gasparo Novella, Arcivescovo di Cagliari ordinò la mobilitazione generale.

Impediva, tuttavia, un razionale piano di organizzazione difensiva, la cronica esiguità dei fondi disponibili per la riparazione delle fortificazioni esistenti e la costruzione di nuove, e per l’acquisto di armi e munizioni per le stesse.

Nel 1587 i Saraceni attaccarono la torre di Longonsardo in fase di costruzione uccidendo Giorgio Casalabria che la difendeva

Ancora in questo secolo fu distrutto il villaggio di Bonorchili, nel territorio di Partemontis.

Nel XVII secolo la Sardegna subì, oltre gli usuali attacchi saraceni, anche una invasione francese.

Nel 1604, il facente le funzioni di Capitano Generale del Regno, Don Giacomo d’Aragall, riconoscente per l’intervento della flotta del Granduca di Toscana contro navi corsare che infestavano l’Isola, autorizzò cinque galere del Granduca ad esportare senza pagamento di alcun diritto 500 starelli di grano.

Nel 1611 lo stesso Vicerè Aragall nominò Don Simone Castañer Capitano delle Milizie della Baronia di Posada, con la raccomandazione che nel predisporre la guardia e la difesa di quei lidi curasse particolarmente l’addestramento al tiro al bersaglio dei suoi armati.

Nel 1613 il Vicerè Don Carlo Borja Duca di Gandia incaricò il negoziante Francesco Martì di rifornire l’Isola, entro sei mesi, di 6.000 palle di cannone di vario calibro, di 6.000 lance lunghe 15 palmi, di 3.000 picche lunghe 2 palmi, e di 5.000 spade.

Nel 1615 avendo appreso che una flotta turca forte di 70 navi veleggiava verso la Sardegna, lo stesso Vicerè Duca di Gandia inviò, a Tabarca, una grossa nave coll’intento di assumere informazioni sulle reali intenzioni dei Turchi.

Era fresco di nomina il Vicerè Don Alfonso d’Erill, nel 1617, che i Saraceni attaccarono le isole di Sant’Antioco, di San Pietro, dell’Asinara, e della Maddalena, e le marine di Portobotte, di Teulada, di Pula; dopo aver espugnato la torre delle Saline della Nurra dalla quale asportarono i cannoni e catturarono soldati e popolani.

Non contenti di ciò i Pirati incendiarono la tonnara distruggendo col fuoco i barili di tonno che non erano riusciti a portare via.

Poco tempo dopo i Barbareschi, occupata una torre nelle marine di Alghero, depredavano una nave barcellonese.

Informato, dal Vicerè di Sicilia Don Francesco de Castro, che i Turchi si accingevano a fare una incursione nell’Isola con 70 galere ed altri legni da guerra, il Vicerè, oltre che la mobilitazione generale, ordinò che, in vista di un eventuale assedio, venissero riempite d’acqua tutte le cisterne delle Città.

Negli anni 1615-1621 l’Isola fu in stato di continua allerta perchè le flotte barbaresche bordeggiavano in continuazione al largo aspettando il momento migliore per effettuare qualche incursione.

Nel 1623, a seguito degli attacchi saraceni alle isole di Sant’Antioco e San Pietro, del saccheggio del villaggio di Posada e dell’incendio della torre di Flumentorgiu, la cui guarnigione era stata catturata, il vicerè Don Giovanni Vivas ordinò il sequestro delle rendite feudali del Barone di Posada, certo Portoghese, che aveva lasciato sguarnita quella fortezza, disponendo che le spese necessarie per il restauro delle fortificazioni dell’Isola; gravassero, parte sulla quota del donativo spettante alle Città, parte sui proventi del diritto di pesca del corallo, e parte su quei baroni che avessero trascurato di mettere in perfetto assetto di difesa le torri di loro pertinenza.

Il legname occorrente per gli affusti delle artiglierie poteva venir tagliato nelle montagne del Mandrolisai.

Nel 1626 si paventò persino un attacco da parte della flotta inglese il cui attacco a Cadice era stato respinto.

Nel 1627 vi fu un attacco saraceno a Portotorres ed il saccheggio della chiesa di San Gavino; temendosi una nuova invasione dell’Isola si cercò di racimolare tra i negozianti di Cagliari la cifra di 40.000 scudi necessaria per l’acquisto di armi e munizioni; il negoziante Antonio Pollero, pertanto, rilasciò al negoziante genovese Ginesio Sanguinetto una cambiale per 10.000 scudi, pagabile a Giovanni Andrea Doria Principe di Melfi, per l’acquisto di 1.000 barili di polvere, 6.000 archibugi e 1.000 moschetti

Nel 1628 il Vicerè don Gerolamo Pimentel ordinò, ai Sindaci di Cagliari e di Sassari, di reperire la somma di 20.000 ducati, per pagare le armi e munizioni fornite dal mercante genovese Ginesio Sanguinetto.

Concretizzandosi, nel 1635, il pericolo di un attacco della flotta francese la cui presenza, nei mari sardi era stata segnalata fin dal 1633, si corse a porre in stato di difesa le principali piazzeforti dell’Isola ed in particolare, a Cagliari, i baluardi del quartiere della Marina, provvedendo ad ordinare, a Genova, armi e polvere da sparo.

Nel 1636, alcune Torri del Capo Settentrionale dell’Isola furono conquistate e depredate dai Saraceni; perchè la loro difesa da parte dei torrieri era stata nulla, e le truppe Miliziane che sarebbero dovute accorrere in soccorso avevano mostrato una disorganizzazione tale da rasentare addirittura la codardia.

Nel 1637 Enrico di Lorena, Conte di Harcourt, sbarcò da 45 navi nella spiaggia di Oristano 4.000 armati che occuparono la Gran Torre la cui guarnigione, ai primi colpi di cannone, si era eclissata senza tentare alcuna difesa.

Anche in occasione di questa invasione la Sardegna mostrò la sua totale impreparazione difensiva, infatti le Milizie, che pur avevano una forza di circa 20.000 uomini di cui ben 15.000 di cavalleria, erano dislocate in modo disperso invarie località dell’isola, anche molto distanti tra loro, per cui, anche a causa della la cronica carenza di vie di comunicazione dirette, non potevano adunarsi con la rapidità che le circostanze richiedevano.

Dopo aver saccheggiato la città di Oristano, essendo finalmente sopraggiunti i rinforzi da Cagliari al comando dei capitani Pietro Fortesa e don Ignazio Aymerich, i Francesi si reimbarcarono. I rinforzi dalla penisola arrivarono quando i francesi erano già andati via; il Luogotenente del gran Maestro dell’Ordine di Gerusalemme, inviato dal governatore di Milano, arrivò sei giorni dopo a Portotorres, mentre le 14 galere di armi ed armati del Vicerè di Napoli, giunsero a Cagliari, dodici giorni dopo; le stesse Milizie del Capo di Sassari vennero inviate con un certo ritegno in aiuto di Oristano, forse perchè i Sassaresi mal tolleravano di prendere ordini dai Cagliaritani.

Partiti i Francesi, la Gran Torre venne riarmata con 5 cannoni e 20 moschetti; altre armi furono inviate alla Torre di Colombaria presso Bosa.

Poichè i Saraceni avevano saccheggiato la Tonnara, e abbattuto, per la seconda volta la Torre di Portoscuso, nel 1638 venne nominato Capitano di Iglesias Paolo Vidal, col compito di inviare, in caso d’allarme, la Cavalleria Miliziana, da lui dipendente, dove fosse stato necessario.

Sempre nel 1638 vennero premiati quegli ufficiali dei Miliziani che avevano riconquistato la Torre del Trabucato, nell’Isola dell’Asinara, occupata da un contingente di truppe francesi sbarcato da una flottiglia comandata dal Capitano Roques.

Nel 1642 al Capitano di Cavalleria Don Giovanni Battista Amat che aveva, con le Truppe Miliziane di Alghero, catturato il vascello francese “Unicorne” che, a Porto Conte aveva sbarcato armati per attaccare la Città, il Sovrano donò un cannone in bronzo della nave.

Forti dell’alleanza con l’Impero Ottomano, nel 1647 trenta navi e tredici galee francesi sbarcate nell’isola di San Pietro, attaccarono il lido di Funtanamare; attaccato, qualche giorno dopo, il litorale di Pula furono respinti dalla Cavalleria Miliziana accorsa prontamente.

Essendo apparsa, nel 1652, la flotta francese al largo di Castellaragonese, paventandosi un attacco ad Alghero, il Commissario delle Truppe Miliziane Pirella ordinò, al Capitano della Cavalleria Miliziana di Pattada, di mobilitare ed inviare ad Alghero, pena pesanti sanzioni, la Fanteria e la Cavalleria di sua pertinenza, perchè potesse passarle in rivista.

A scongiurare il pericolo francese aveva contribuito anche la presenza della flotta inglese che, per conto del Re di Spagna, pattugliava il Mediterraneo; nel 1651, infatti, Don Bernardino Mattia di Cervellon che in quel momento faceva le veci del Vicerè, la aveva accolta a Cagliari.

Dato che il pericolo di incursioni barbaresche era sempre incombente; il Capitano di Iglesias Don Giambattista Pixi-Serra ottenne dal Sovrano, nel 1655 che venissero concesse franchigie di dogana a trenta pastori e cacciatori di Sant’Antioco che avevano espresso l’intenzione di recarsi nell’isola di San Pietro, da tempo disabitata, per far preda dei pirati che erano sicuri di trovare colà.

A Pula, le 10 famiglie superstiti delle 60 che prima della peste del 1655-1656 popolavano quel villaggio, poco tempo dopo vennero catturate dai Saraceni.

Nel 1657 due grossi legni francesi catturarono nelle acque di Oristano diverse navi e barconi carichi di grano; la Gran Torre non potè intervenire con la sua artiglieria perchè sprovvista di polvere.

Nel 1684 una masnada di Saraceni che avevano saccheggiato il villaggio di Magumadas, fu sbaragliata dagli abitanti di Tresnuraghes accorsi prontamente.

Nel 1687 il Vicerè Don Nicolò Pignatelli Duca di Monteleone accese un prestito per poter pagare le truppe di guarnigione a Sassari ed a Alghero, e gli equipaggi della flotta.

Nel 1704 alla vedova di Giuseppe Santus Rosso, per trent’anni Alcaide della Torre di Coltellazzo di Pula, morto per le ferite riportate mentre difendeva quella Torre attaccata dai pirati Saraceni, venne concesso un sussidio di due Reali, gravanti sull’affitto di due botteghe di proprietà del Regio Patrimonio

All’apparire nei mari di Sardegna, nel 1708, della flotta anglo-olandese al comando dell’ammiraglio Lake, che nel contesto della Guerra di Successione Spagnola avrebbe dovuto sottomettere la Sardegna all’imperatore Carlo III, il Vicerè Marchese di Giamaica ordinò che venisse acceso un mutuo per l’acquisto di una provvista di gallette per le truppe che avrebbero dovuto resistere all’attacco. Quando, dopo che la flotta aveva sparato qualche colpo di cannone sulla Città, le truppe imperiali sbarcarono a Cagliari; il Conte di Sifuentes Don Ferdinando de Silva si insediò come Vicerè, essendo il Marchese di Giamaica fuggito.

Le truppe imperiali, a Cagliari saccheggiarono, le case dei Francesi, a perseguitarono i seguaci di Filippo V fino a quando questi, sotto la guida del Marchese di San Filippo Don Vincenzo Baccallar Sanna, non reagirono.

Il progetto del Marchese di San Filippo di riconquistare la Sardegna a Filippo V si inseriva perfettamente nella politica del Cardinale Alberoni; pertanto una flotta costituita da 22 navi di linea, 3 mercantili armati con 35 cannoni, 4 galere, una galeotta, 340 bastimenti da trasporto, e 2 palandre, al comando del Marchese Mari,, sbarcò dopo un breve bombardamento della città, nel 1718, a Cagliari,, 36.000 uomini, al comando del Marchese di Leida.

Anche in queste circostanze il Vicerè Marchese di Rubi si era eclissato.

Le truppe imperiali tedesche che avrebbero dovuto difendere la piazzaforte al comando del Marchese della Guardia, arresesi dopo una resistenza puramente simbolica, al corpo di 6.000 uomini che il Marchese di San Filippo aveva arruolato a sue spese, furono reimbarcate per Genova.

Nel 1720 il Principe di Ottaiano prese possesso dell’Isola a nome dell’Imperatore d’Austria, in attesa di poterla consegnare al nuovo Re di Sardegna Vittorio Amedeo II di Savoia.

Il cambio di guarnigione, dalla spagnola all’austriaca avvenne sotto il controllo vigile della flotta inglese al comando dell’Ammiraglio Byngh.

Poco tempo dopo il Barone di Saint Remy prese possesso, come Vicerè, del Regno di Sardegna, a nome di Vittorio Amedeo II.

Nel 1763 tre mezze galere saracene sbarcarono 400 uomini presso la Torre di Portoscuso; gli incursori vennero però ricacciati in mare dai Miliziani di Teulada prontamente accorsi; i Saraceni, spostatisi a Calaligosta catturarono un vecchio ed un artigliere, ma nuovamente il pronto intervento dei Miliziani di Teulada, al comando del Maggiore di Giustizia di quel villaggio, Nicolò Pasella, li volse in fuga.

Nel 1764 in considerazione dell’intensificarsi della frequenza saracena nei mari sardi venne elaborato un nuovo regolamento per rendere più efficace l’azione difensiva delle Torri.

Nel 1793 la flotta francese, al comando dell’Ammiraglio Trouguet, dopo aver lungamente cannoneggiato Cagliari, sbarcò un grosso contingente di truppe, sui litorali del Poetto e di Quartu.

I Francesi dopo un mese di furiosi combattimenti con le truppe miliziane e volontarie, si reimbarcarono; passate nel Sulcis occuparono le isole di Sant’Antioco e di San Pietro.

Da Sant’Antioco i Francesi furono sloggiati dalle truppe miliziane di Iglesias, ma sopratutto dall’apparizione, in quelle acque, di una flotta di 23 navi di linea, e 6 fregate spagnole.

Nell’Isola di San Pietro la guarnigione francese si arrese, con l’onore delle armi, alla flotta spagnola; in queste circostanze furono recuperati ben 43 cannoni.

Nel 1798 due sciabecchi tunisini da 26 cannoni, due polacche da 24 ed una galeotta sbarcarono nottetempo, a Carloforte, circa 10.000 armati che, sopraffatte le scarse difese, catturarono e deportarono in Tunisia 840 persone.

Le vittime di questa razzia furono riscattate, dopo faticose trattative, dopo 5 anni di cattività, al prezzo di 500 piastre a cranio, per complessive 654.664 Lire dell’epoca.

Il problema del reperimento della somma necessaria per il riscatto fu molto serio per la cronica esiguità dei fondi della Regia Cassa; purtuttavia grazie anche all’intervento dei Padri Mercedari che, fondati all’uopo nel 1218, a Barcellona, operavano, a Cagliari, a favore degli isolani schiavi dai Barbareschi, fin dal periodo pisano, e di Napoleone Buonaparte, si pervenne al riscatto.

L’ultima superstite di questa razzia, Carlotta Capurro, morì, nel 1888, all’età di 94 anni a Carloforte.

Nel 1799 una masnada di pirati tunisini, sbarcata da 15 legni alla Maddalena fu respinta dai Miliziani locali, comandati da Domenico Millelire; questi si era già distinto in una azione contro alcuni vascelli francesi, a bordo di uno dei quali vi era il giovane Napoleone Buonaparte, che avevano tentato uno sbarco nelle coste settentrionali dell’Isola.

Un attacco, perpetrato nel 1802 da parte di alcuni seguaci di G.M. Angioy fuoriusciti in Corsica, alle Torri di Vignola, Longonsardo e dell’Isola Rossa, fallì per l’intervento della Regia Gondola comandata da Don Vittorio Porcile Conte di Sant’Antioco.

Nel 1806, a Orosei, 600 pirati tunisini sbarcati da una fregata, 4 sciabecchi e 4 lance, vennero affrontati da popolani armati comandati da certo Tommaso Majolu al quale i Saraceni avevano rapito due figli; nel combattimento, che permise di liberare i prigionieri, morirono più di 80 pirati.

Nel 1812, essendo comparsi davanti alle coste meridionali della Sardegna, 9 legni da guerra tunisini, e paventandosi un attacco sul litorale di Quartu, il Vicerè rafforzò quelle difese inviando uomini e cannoni. I pirati attaccarono, invece, le Torri di Portogiunco e dell’Isola dei Cavoli.

Mentre la Torre di Portogiunco resistette all’assalto, quella dell’isola dei Cavoli fu espugnata e la guarnigione catturata; alcuni torrieri, infatti, al momento dell’incursione erano lontani dalla Torre perchè cercavano di recuperare il carico di una nave russa che era naufragata nei paraggi.

In stretta successione temporale 400 pirati attaccarono la Torre di San Giovanni di Saralà difesa strenuamente dall’Alcaide Sebastiano Melis; essendo stato appiccato il fuoco alla porta, la Santabarbara della Torre esplose uccidendo l’artigliere figlio dell’Alcaide, e ferendo l’Alcaide stesso e due soldati; ciononostante i difensori continuarono a tener testa agli attaccanti, per ben10 ore, fino all’arrivo dei Miliziani di Tertenia; 17 attaccanti rimasero sul terreno, e al Melis fu concessa una medaglia d’oro.

Nel 1813 i Saraceni tentarono un attacco alla Tonnara di Calasapone.

Nel 1815 uno sciabecco tunisino, elusa con uno stratagemma la vigilanza del Forte de “Su Pisu”, sbarcò all’alba a Sant’Antioco un contingente di armati che saccheggiò quel villaggio e, preso alle spalle il forte, grazie ad una leggerezza dei difensori, lo conquistò uccidendone il Comandante Luogotenente Efisio Melis Alagna, e gli artiglieri.

I Saraceni catturarono quindi 125 persone, comprese alcune donne, e fecero abbondante bottino.

Questa fu l’ultima incursione riuscita, altre tuttavia furono tentate nei litorali di Sarroch e di Pula.

Nel 1816 sotto la minaccia delle flotte europee, ed in particolare di quella inglese comandata dall’Ammiraglio Exmouth, i Bey di Tunisi, Algeri e Tripoli sottoscrissero un trattato che ponendo fine alla pirateria e alla schiavitù, imponeva la restituzione, al Re di Sardegna, delle persone ancora in stato di in schiavitù, e della cifra di 60.000 lire all’epoca versate per il riscatto dei sardi prigionieri.

La riluttanza del Bey di Algeri venne vinta solo col bombardamento della città da parte della flotta inglese ed olandese.

I rimedi

La situazione che aveva indotto l’Imperatore Carlo V a predisporre le spedizioni contro Tunisi e Algeri, e gli scarsi risultati conseguiti, avevano evidenziato la vulnerabilità dell’Isola.

La difesa con appostamenti fissi, almeno col compito di avvistamento del nemico, aveva dato buon risultato in Spagna, nel Regno di Napoli, e nei territori soggetti alla Repubblica di Genova.

Per poter dare a Filippo II una visione completa della situazione nell’Isola, il Capitano di Iglesias Marco Antonio Camos fu incaricato di fare un sopralluogo in tutti quei punti, lungo tutto lo sviluppo delle coste dell’Isola, dove sarebbe stato necessario far sorgere Torri di segnalazione, di difesa, o altri apprestamenti similari.

Il Camos partito da Cagliari nel Gennaio 1572 col disegnatore Raxis, col Capomastro Maggiore Pixela, e col Nocchiere Vincenzo Corso, verso la costa occidentale del Golfo; doppiò Punta Zavorra, Capo Pula, Chia, Malfatano, Capo Teulada, Porto Pino, Porto Botte, l’isola di Sant’Antioco, quella di San Pietro, le coste di Gonnesa, e di Fluminimaggiore, Capo Frasca, le marine di Flumentorgiu, Capo San Marco, le coste di Santa Caterina di Pittinuri, di Columbargia, di Bosa, capo Marrargiu, Cala Bona, le coste di Alghero, Capo Galera, Porto Conte, le coste dell’Argentiera, della Nurra, Capo Falcone, l’Isola dell’Asinara, le marine di Portotorres, di Castellaragonese, l’isola Rossa, Capo Testa, le coste di Longonsardo, Capo d’Orso, le coste d’Arzachena, Capo Figari, le marine di Terranova, l’isola di Tavolara, le coste di Posada, Capo Comino, le marine di Orosei, la costa di Monte Santo, le marine di Arbatax, di Barì, la costa di Capo Ferrato, Cala Pira, Capo Carbonara, Capo Boy, Cala Regina, e tornò a Capo Sant’Elia il 26/4 dello stesso anno.

Nella sua relazione del periplo fatto menzionò le 17 Torri già esistenti, e motivandola puntualmente, indicò la necessità di costruirne altre 54 delle quali esplicitò che 50 sarebbero potute essere “semplici”, e 4 “gagliarde”.

Il Camos segnalò anche la necessità di istituire almeno altri 10 posti di vedetta senza torre, le cosidette “Guardie morte”, simili a quelle già in funzione, a spese dei corallari della Costa Occidentale, durante la stagione della pesca del corallo.

L’apparato difensivo proposto avrebbe comportato una forza di144 uomini, più 6 esploratori a cavallo ed uno a piedi.

La costruzione di una Torre, dipendentemente dalle condizioni del luogo dove sarebbe dovuta sorgere, avrebbe potuto comportare una spesa, secondo le previsioni del Capomastro Pixela, variante tra i 250 ed i 650 Ducati, in funzione anche delle dimensioni.

Dopo la conquista della Goletta di Tunisi da parte dei Turchi, nel 1574 il Vicerè de Moncada, per risparmiare in considerazione della carenza di fondi disponibili., chiese al Camos di ridurre il progetto all’essenziale, per cui il Camos, in una seconda relazione propose la costruzione di solo 30 Torri.

Per un certo periodo si ritenne che fosse più opportuno, per la difesa dell’Isola, disporre di salde fortificazioni entro cui poter concentrare forti contingenti di truppe di Fanteria e di Cavalleria, che poi avrebbero potuto venir inviate nei punti minacciati dal nemico.

Stante il buono stato di conservazione della Fortezza di Castellaragonese, si ripararono solo le fortificazioni di Cagliari e di Alghero, e a tal scopo furono chiamati alcuniarchitetti militari fra i più valenti del tempo, quali Rocco Cappellino, e Jacopo Paleario detto “il fratino”.

Sempre per mancanza di fondi si tralasciò di riparare le fortificazioni di Sassari, Oristano, Bosa, ed Iglesias, pur bisognose di restauri, in quanto ritenute di importanza strategica secondaria, dato che il ripristino delle sole fortificazioni di Cagliari e di Algheroaveva esaurito la somma destinata alla costruzione delle Torri in quel periodo.

Ritornate d’attualità le Torri nella strategia difensiva, Filippo II creò, nel 1587, per la loro gestione la Regia Amministrazione delle Torri, finanziata coi proventi di una tassa, il “Dret del Real”, che gravava per un Reale su ciascuna cantara di formaggio e pelli esportate dall’Isola.

Dal 1592 al1599 furono costruite 26 Torri; altre 26 negli anni1600-1610. Alla fine del1630 le torri erano 81; ai primi del 1700 erano 82, alcune erano state, infatti, appositamente costruite a difesa delle tonnare bersaglio ambito dei pirati barbareschi.

Le Torri e le guardie morte avrebbero dovuto essere suddivise in distretti che comprendevano rispettivamente:

Per la parte meridionale:

1) Oristano (da Orfano Puddu a Fluminimaggiore), le Torri di:

Orfano Puddu, Calemoros, Scala Sali, Capo Mannu, La Mora, Cevo, San Giovanni di Sinis, Gran Torre di Oristano, Foxi Carcai, Foxi Autis o Salsu, Marceddì, Capo Frasca, Flumentorgiu, Ranelex, Alga Morta.

2) Portoscuso (da Capo Pecora a Punta di Friga)

Capo Pecora, Caladomestica, Masua, Porto Paglia, Capo Altano, Portoscuso, Punta di Fretto, Porto di Friga.

3) Palmas (da Punta di Sorri a Caladostias)

Punta di Sorri, Calapiombo, Capo Teulada, Porto Scuro, Budello, Piscinnì, Malfatano, Gagnas, Spartivento, Chia, Guardia di Chia, Caladostias.

4) Cagliari (da Coltellazzo alle Saline)

Coltellazzo, Sarroch o Murmungioni, Punta Zavorra, Antigori, Su Loi, La Scafa, Lazzaretto o Calabernat, Perdusemini o Calafighera, Calamosca o Sant’Elia o del Pouet.

5) Quartu (dal Pouet a Calapira)

Mezza Spiaggia o Carcangiolas, Bucca de Arriu, Foxi Sisia, Sant’Andrea, Mortorius, Cala Regina, Montefenugu, Capo Boi, Fortezza Vecchia, Cala Caterina, Portogiunco, Columbaras, Cala Pira.

6) Sarrabus (da Capo Ferrato a Sa Murta)

Capo Ferrato, Montiferru, Torre Salinas, Torre della Porta, Monte Arrubiu, Porto Corallo, Torre de sa Murta o Quirra.

7) Ogliastra (da Capo Palmero a Monte Santo)

Capo Palmero, Porto Palmero, Sferracavallo, San Giovanni di Saralà, Secci, Barì, Zaccurru, Capo Bellavista, Arbatax, Santa Maria Navarrese, Monte Santo.

Per la parte settentrionale:

8) Orosei (da Cala Gonone a Terranova)

Cala Gonone, Cartoe, Santa Maria del Mare, Punta Negra, Cala Ginepro, isola Rossa, Santa Lucia di Siniscola, Perdas Nieddas, Coda Cavallo, Porto Paolo, Terranova.

9) Longonsardo (da Capo Figari all’Isola Rossa)

Capo Figari, Punta Isca Segada, Capo Libano, L’iscia di Vacca, Durzenale, Capo d’Orso, Capo Sardo, Punta Santa Maria, Longonsardo, Capo Testa, Vignola, Isola Rossa.

10) Sassari (da Frissano a Punta Cagini)

Porto Frissano, Abba Currente, San Gavino Scabizadu, Portotorres, Fiume Santo, Saline, Pelosa, Isola Piana, Capo Falcone, Capo Negretto, Argentiera, Punta Cagini.

11) Alghero (da Porticciolo a Poglina)

Porticciolo, La Pegna, Pollo, Tramariglio, Capo Liris, Porto Conte, Capo Galera, Poglina.

12) Bosa (da Punta dei Ratti a Pittinuri)

Capo dell’Alga, Tresnuraghes, Torre Argentina, Columbargia, Isola Rossa, Fogudoglia, Capo Nero, Pittinuri.

Per le isole:

Mal di Ventre, Spalmatore a San Pietro, Calasetta e Cannai a Sant’Antioco, San Macario, Cavoli, Serpentara, Molara, Tavolara, Santo Stefano, La Maddalena,e all’Asinara le torri di: Castellazzo, Trabucado, Cala d’Oliva, Cala d’Avena e Scomuscas.

La suddivisione in distretti non ebbe alcuna conseguenza pratica. Le Torri furono costruite, compatibilmente con i fondi disponibili, dove c’era maggior pericolo; così nella costa meridionale, da Capo Carbonara a Capo Teulada ne furono costruite ben 23, nella Planargia 11, nel territorio di Alghero 12; nella costa orientale, da Santa Lucia di Siniscola a Capo Carbonara, ne furono costruite solo 13.

La forza di una Torre variava a seconda della sua importanza strategica; le Torri “de armas”, ad eccezione della Torre di Bosa Marina, della “Gran Torre” di Oristano, e di quella di Alghero, erano presidiate da un Alcaide, un Artigliere, e da 4 soldati.

L’Alcaide era di solito un ex militare, oppure un ex torriere che avendo svolto meritevolmente il suo servizio era stato promosso a mansioni superiori, in Torri via via di maggior importanza.

All’Alcaide, che doveva necessariamente sapere leggere e scrivere, erano demandati anche altri compiti, quali per esempio sottoporre “a pratica” quei legni che avessero dato alla fonda nelle vicinanze della Torre, e esigere da essi il diritto d’ancoraggio.

La “pratica” consisteva nella verifica delle carte di bordo per accertare la provenienza della nave, e in caso di provenienza da porti sospetti di pestilenza dopo averne rese edotte le autorità sanitarie, disporne la quarantena. In quest’ambito risulta che in prossimità della Torre dell’isolotto di San Macario, nelle marine di Pula, nella metà del XIX secolo, due navi svedesi, sospette d’essere infette, furono addirittura date alle fiamme.

Gli stessi documenti cartacei provenienti da zone sospette di pestilenza dovevano subire il “suffumigio”, dovevano cioè venir esposti al fumo della combustione di particolari sostanze; era ritenuto particolarmente efficace, come disinfettante, il fumo prodotto nella combustione di reti e cordami vecchi di tonnara, che, forse per le abbondanti concrezioni di organismi marini, bruciando producevano molto fumo e di odore particolare.

L’idea non era del tutto peregrina; infatti oggi si sa che le aldeidi, formatesi nella incompleta combustione di un materiale cellulosico, reagendo con le proteine le coagulano e pertanto denaturano il protoplasma dei microrganismi patogeni eventualmente presenti in un materiale, permettendone la conservazione in condizioni pressochè asettiche.

Il Consiglio che gestiva la Reale Amministrazione delle Torri, presieduto dal Vicerè, comprendeva, come Consiglieri, i rappresentanti degli Stamenti Militare, Ecclesiastico, e Reale, e svariati funzionari quali Clavarii, Esattori, Notai, etc..

I rappresentanti degli Stamenti venivano sorteggiati, e non erano rieleggibili; almeno uno di essi doveva essere del Capo di Sassari; la carica di Segretario, di nomina regia, era a vita.

Era sempre di nomina regia la carica di “Capitano delle Torri”, che nel successivo periodo sabaudo divenne di “Colonnello delle Torri”

Il Capitano, o Colonnello che fosse, che doveva risiedere a Cagliari, era il responsabile militare delle Torri del Regno; ai suoi ordini erano il “Tenente delle Torri”, a sua volta residente a Sassari, e gli Alcaidi, gli Artiglieri, i Soldati, e quanti altri, incaricati della difesa delle singole Torri.

La corretta gestione delle Torri veniva verificata periodicamente da ispettori inviati all’uopo.

La dotazione usuale di una Torre “de armas” comprendeva:

Da due a quattro cannoni del calibro compreso tra le otto e le due libbre di peso di palla, un certo numero di palle da cannone dei varii calibri, alcuni barili di polvere da cannone ed un centinaio di libbre di polvere da fucile, una spingarda con qualche centinaio delle relative palle, almeno un fucile per componente la forza della Torre con qualche centinaio di pallottole; una ventina di pietre focaie per i fucili, almeno due “Tiraborra” per i cannoni, per la spingarda e per i fucili, almeno due “Lanate”, o scovoli di pelle di pecora per pulire i cannoni, almeno quattro “Grani” o foconi di ricambio per i cannoni e la spingarda, almeno tre “Battipalle” o calcatori per i cannoni, almenno due cucchiai di rame, con manico, per il caricamento dei cannoni, alcuni modelli in legno per la confezione dei cartocci a mitraglia per il cannone, e almeno quaranta fogli di “Carta Reale” per la confezione dei cartocci stessi, alcuni cunei di legno per fissare l’alzo dei cannoni, almeno due fiaschette, o corni da polvere per l’innesco dei foconi dei cannoni, almeno due “Buttafuoco” con la rispettiva miccia per dar fuoco al pezzo d’artiglieria.

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5 Agosto 2009 - Categoria: discipline scientifiche

Dae bidda in bidda di Nino Fois

1

images-145In Ossi mi cumbidant a bustare:

puzones m’apparitzant a pienu

intro s’ischiscionera a fogu lenu.

In donzunu b’agatto, a berumia,

una gioga in logu de s’olia

a runcu fora pronta a mandigare.

E in Ossi mi cumbidant a bustare.

2

images-212In Tissi ant affestadu sas bajanas:

ballos ant approntadu cun tiriccas,

ant ammisciadu pòberas e riccas.

Dae su fogu si salvant in pagas…

ballende sos betzittos cun sas ragas

ponent in briu féminas galanas

…In Tissi ant affestadu sas bajanas!…

3

images-271Ant ispuntadu in Usini su binu

andende dae chentina a chentina

nde torrant a domo “in coighina”

e che caddos iscappos chena brìglia

criu nou annanghent in famìglia

e a s’annu… Bi torrant a caminu.

Ant ispuntadu in Usini su binu

4

images-281Ballende sas bajanas de Cannedu

parent gianas de s’ena de Briai

e-i sa zente lis faghet “tai-tai”

e issas a su ballu ponent briu

che sole alluttu chi brujat s’istiu

s’areste torrendeche a masedu.

Gai ballant sas bajanas de Cannedu

5

images-291E ti narant « Fiolinas fiore »

ca ses ricca de féminas galanas

cojuadas chi sient o bajanas

pro bellesa si faghent ammirare

e pro sabiesa si faghent amare

e sunt pro s’onestade a primore.

E ti narant “Fiolinas fiore”

6

images-301Muros ebbia est unu trighinzu

una bidda minuda de zente bona

sa pobidda est mere, est padrona

a su maridu toccat a tzappare

sa piseddina si cherent pesare;

finas cussu est unu pistighinzu,

Muros ebbia est unu trighinzu

7

images-312Sas carzeghesas sunt bellas bajanas

ballende in totùe tragant fogu

faghent su piga e fala a disaogu

e cantant a cantones sighidas

cun tottu sunt dicciosas e cumpridas

sunt déchidas, ermosas e galanas

sas carzeghesas sunt bellas bajanas

8

images-322Ite narrer de sas codronzanesas

sas féminas de sa chéja de Saccarza

ballende parent puntas dae s’arza

non si frimmant ne goi e ne gai

sa chiterra non nde la sensat mai

sos coros pienende de dechidesas.

ite narrer de sas codronzanesas

9

images-331Galana sa fémina de Piaghe

màssimu si essit in groppera…

dechìda in s’andanta e lizera

paret ballende in su caminare

e paret caminende in su ballare.

su risittu at in laras de paghe

sa Fèmina galana de Piaghe

10

images-341A s’osilesa una matzonera

bi tiat cherrer pro la cojuare

màssimu s’est fémina de ballare

lébia est che columba bolende

at s’iscappada de s’ebba currende

finas in bidda paret furistera:

a s’osilesa una matzonera

11

images-35Bajanas bellas che in Tzaramonte

fàtzile mi’ no est a nd’agatare

Una in milli nde podes abbojare

galana e dechida ma chen’atza,

est sa tzaramontesa bona ratza

sa mezus de totaganta s’Anglona:

paret in s’andanta una matrona

che chi esserat fiza de unu conte.

Bella sa bajana de Tzaramonte!

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4 Agosto 2009 - Categoria: discipline scientifiche

Cantones a duru duru a cura di Domitilla Mannu

images-113Fizu meu pilibrundu
a tie Deus m’at dadu
pro unu mannu partidu
dinari tenzas e trigu
chi non nde potas contare
trigu tenzas e dinari
pro nde dare totu s’annu
de rasu siat su pannu
chi betas subra sa banca
continu a destra e a manca
epas cortinas de seda
echipagiu nd’epas meda
e noighentas nivolinas
e potas contare a chentinas
che massas de trigu s’oro
s’isetu de mama e coro
images-56s’isetu de babbu tou
pintura e quadru nou
e chentu e unu massaiu
unu frailarzu epas
afrailende s’oro
s’isetu de mama e coro
s’isetu de babbu tou.

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Recuida a Tzaramonte de Anghelu de sa Niera

images-202Sa recuida a Tzaramonte est pro a mie su tempus pius bellu de s’annu.
Inoghe, mancari cun calchi mancàntzia, respiro s’aera pius pulida, bufo s’abba de sa funtana de Santa Giusta, miro ammajadu sos montes de Nulvi, sa costera de s’Anglona, sos montes de Bortigiada e de Tempiu, su monte pius altu de Limbara e su Sassu altu! A bortas si faghet bidere fintzas su monte pius altu de sa Còssiga. Cando passo in s’istradone saludo images-144sos biddaresos, sena mi frimmare: non s’ischit mai chi mi faeddent contr’ a su Paba, su premier, su vicariu, su dutore e su sindigu: isco già a memoria ite mi diant narrer: su paba est tropu ricu, su premier est unu ditatore, su vicariu est tropu galanu, su dutore est puru vicesindigu, su sindigu non cumprendet nudda!

E tando prefero a passizare in sas carrelas de sa pitzinnia: piata, carrela longa, carruzzu de ballas, carruzzu longu, carrela de su putu, sas carrelas de Sa Niera ue so crèschidu fintzas a degh’annos.

images-243Saludo cun su coro s’antiga domo mia, serrada a giae. Mi capitat pius boltas de intopare peri sa carrela sas sorres Rujas, sos Pisanos, sos Tolis, bona parte de custa zente vivit in continente.
Faeddamus unu pagu e poi nos saludamus augurendenos a nos bidere un’ater’annu. Poi torro a domo mia, in fundu de Santu Giuanne, e m’aggoglit unu chelu illacanadu, de sos montes atesu, si nde sebestant sas atas, pius a curtzu baddes e montijos grogos, chi parent pintados dae Van Gogh.

sany0104A manca s’orizonte mi mustrat sos Sassos iscurigados dae su mudeju e dae sas arvures de suelzu e agiummai si nd’intendet sa mudore. Mario, Zulianu si che sunt andados a s’ateru mundu. Non movet pius s’ascia e su marteddu Mario e Zulianu non si ponet a cantare. Intro de domo: muzere mia est drommende ancora s’iscura, de seguru at leadu sonnu a sas tres o sas battor de manzanu: drommi piccioca tando, deo intro in s’istudiu meu e iscominzo a navigare in internet e legere sos loroddos de custu mundu pienu de ogni male, ma poi, iscrio, iscrio a sos amigos de Bologna, Milano, Genova, e a chentu ateras tzitades. M’ant a rispondere cando nde lis at a bènnere gana.

images-152Como so serenu, su mudore si tocat che s’aera e tando s’ispiratzione movet sa fantasia e bolende che s’astore in sas tancas e peri sas chijuras zente andat e zente torrat, a ue? No l’isco, l’ap’a ischire a sa fine de su contadu.

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31 Luglio 2009 - Categoria: Il marchio dalla protòme taurina

II. La maledizione dei Nuragici di Ange de Clermont

 

images-1811

Secondo sos archeologos de su Cabu de Susu, in Anglona, e in primo luogo  a Miramonti, il mistero del passato era facilmente riscontrabile scavando dentro e fuori dai Nuraghi, costruzioni ciclopiche a tronco di cono in trachite colorata che andava dal grigio al rossastro e raramente al bianco come i balzi rocciosi rimasti sfregiati dopo tante costruzioni. Certo, secondo le ipotesi più accreditate questi nuraghi dovevano un tempo essere arredati di scale e camminamenti in legno di cui non era rimasta più traccia. Si scoprono presso questi resti ciclopici bronzetti di guerrieri e di oranti,  navicelle con marinaio dell’epoca del bronzo, anfore, lance e spade, spesso causa di morte per gli scopritori. Una mistura di oggetti che lasciano intendere tribù primitive che avevano giocato alla guerra e che come tutti i popoli antichi mischiavano perfettamente segni sacri e profani, oggetti di culto e depositi di armi e dei loro simboli.

Il ritrovamento di questi oggetti di bronzo spesso portavano male: i pastori lo sapevano, ma altri ignari, credendo d’aver trovato un tesoro da contrabbandare, erano finiti male. Si raccontava che alcuni fossero scomparsi in voragini apertesi all’improvviso, mentre attraversavano vaste tanche d’asfodelo con i bronzetti nelle bisacce, altri fossero precipitati in immense forre presso i cui costoni dove camminavano per richiamare qualche pecora, altri fossero morti bruciati, svegli o addormentati, nelle pinnette presso cui avevano nascosto i misteriosi tesori.

Il grande archeologo Giuanne Ispanu, prima di raccoglierli e portarli nel suo grande museo di Càlleri, li sottoponeva ad esorcismi, a benedizioni con l’acqua santa, a veri battesimi di olio e acqua santa, le cui ampolle,  non mancavano mai nella sua bisaccia. I suoi allievi lo sapevano e conoscevano anche le formule di esorcismo e di benedizione, tuttavia spesso ricoprivano la terra dove li rinvenivano, lasciando che questi simulacri di un popolo defunto, continuassero a riposare in pace con i loro proprietari.

C’erano archeologi, venuti da fuori, che non conoscevano i riti e con leggerezza li mettevano in bisaccia per portarli via. Costoro non avevano tempo d’imbarcarsi, perché qualche voragine li  inghiottiva chiudendosi misteriosamente su di  loro.

-Il mistero del passato va lasciato  in pace.- Sussurravano i pastori.

– Questi oggetti dei morti antichi sembrano stregati.- Mormoravano le donne parlandone nei lavatoi dei paesi dell’Anglona ad ogni annuncio di morte.

– Sarebbe come togliere il pasto agli affamati, a portar via quei bronzetti, quelle anfore, quelle navicelle mortuarie- Aggiungeva  sentenzioso il vicario.

– Anima mia libera. Sant’Antonio abate. Santa Giusta e  santa Enedina, pregate per noi- Esclamavano le pie sorelle della Vergine del Rosario a sentire questi racconti e altrettanto ripetevano i confratelli della Santa Croce.

Sos archeologos dell’Anglona, da soli o in compagnia, prima di andare a tastare palmo a palmo il territorio si procuravano una boccetta d’acqua santa e d’olio benedetto , un rosario e almeno tre piccoli crocefissi con le consuete formule tramandate loro da Giuanne Ispanu che li aveva ammoniti spesso dicendo:

-Potete dimenticare gli arnesi del mestiere, ma mai l’acqua e l’olio santo, il rosario e i tre crocefissi. Ho sempre avuto la sensazione che le anime di queste popolazioni giacciano ancora e giaceranno per millenni in umbra mortis e godano il privilegio nefasto di danneggiare coloro che toccano gli oggetti di culto  o di guerra lasciati presso le loro ceneri dopo la morte.-

A dieci anni dalla morte di questo grande barraghese sos archeologos invece di aumentare erano diminuiti. Di alcuni, misteriosamente scomparsi, non si sapeva niente.

Non si parli poi delle vecchie ville medievali, abbandonate tra il XIII e il XIV secolo presso cui erano sorti monasteri con monaci dalla condotta non sempre esemplare. Recarsi in qui luoghi era come votarsi alla morte. Giustamente Giuanne Ispanu aveva preferito lasciar perdere, per non attirarsi le maledizioni e le conseguenti disgrazie anche di quelle popolazioni vissute nel tardo medioevo.

Pronunciare Orria Pitzinna, Erva Nana, Bidda Noa, Santu Zulianu, Santa Caderina senza farsi il segno della croce era come attirarsi le disgrazie una dopo l’altra.

 -Parent chi ti pijent sos dimonios- Dicevano i beneinformati. Bisognava stare alla larga da quei luoghi nefasti, bastava ricordare le due donne strangolate da un maniaco, poi scoperto, dal piemontese maresciallo Zavattaro che era ripartito portandosi come sposa Linda Ruju, la miglior ragazza del paese.

C’erano stati altri morti ammazzati tra il 1883 e il 1887, ma gli autori erano stati individuati subito dai militi della Benemerita e il paese si era data una ragione di questi reati tradizionali compiuti  per gelosia, o per questioni di confini o per questioni di abigeato. I colpevoli, ammanettati erano finiti a San Sebastiano in Zassari e tutto era finito lì.

I miramontani, scoraggiati dalla salita al monte, avevano fatto erigere,  a partire dal 1880, la chiesa parrocchiale nell’area di sedìme di quello che era stato l’Oratorio della Santa Croce. I lavori, li aveva portati avanti un impresario zassarese ed  erano stati ultimati nel 1886, mentre  la consacrazione era avvenuta nel 1888.

Per circa due anni, infatti, la statua di San Matteo della chiesa del monte, portata a valle, nella nuova chiesa, durante la notte, scompariva e l’indomani veniva ritrovata di  nella sede del  monte.

Clero e popolo restò impressionato e si temette qualche catastrofe. Sembrava che il santo non gradisse, o si sentiva indegno, di occupare lo spazio che era stato per secoli della Santa Croce. Il vicario, dopo varie volte che quest’episodio si era verificato, pregò e fece pregare a lungo, e finalmente, dopo essersi consultato col vescovo, aveva deciso di intestare la parrocchiale in primo luogo alla Santa Croce e a San Matteo così come diceva la voce del popolo che sembrava avesse capito il desiderio del santo.

L’arcivescovo turritano, convinto dai fatti,  emise il decreto che diceveva che la parrocchiale di Miramonti era contestualmente intestata alla Santa Croce e a San Matteo.

Fissato il giorno della consacrazione, tutto il paese, tolti i massoni, si recarono in processione al Monte e presero la statua di San Matteo, che stranamente si fece pesante come il piombo. Con gran fatica i confratelli della Santa Croce la portarono nella nuova chiesa parrocchiale al centro della quale era stata issata la Santa Croce de s’Iscravamentu. San Matteo, a quella vista si fece più leggero e si lasciò condurre nella nicchia appositamente preparata in cui fu collocata e chiusa, con una finestrella a vetri. I miramontani, dalla fede leggera come la pula nell’aia, non si fidavano e l’avevano quasi imprigionato nella nicchia.

Il vescovo, quando giunse il momento solenne della consacrazione cantò in latino: –Hoc sacrum templum dicamus Santcae Cruci Domini Nostri Iesu Christi et  Sancto Matheo Apostulo et Evangelistae Domini Nostri Jesu Christi.-

Questa sacro tempio dedichiamo alla Santa Croce di Nostro Signore Gesù Cristo e a San Matteo Apostolo ed Evangelista di Nostro Signore Gesù Cristo.

Il vescovo volle passare la notte col clero e col popolo miramontano in veglia di preghiera. Il Santo, imperturbabile, non si mosse e da allora ha voluto restare nella nicchia, eccetto i giorni della sua festa, quando lo facevano scendere, lo collocavano vicino alla balaustra, per poi portarlo in processione. In quei giorni però, la notte, i confratelli della Santa Croce, vegliavano a turno, temendo che al santo venisse voglia di riprendere la via del monte.

La facciata della chiesa fu completata in stile gotico lombardo,a capanna, con due bifore che rappresentano la natura umana e quella divina di Cristo e dentro in  stile neoclassico dove il tetto poggia su quattro colonne corinzie che separano la grande navata principale dalle due navate laterali, più anguste. Sia il tetto dell’aula sia il tetto delle navate si sviluppa su leggerissime vele, tinteggiate a volta celeste, con stelline dorate, e così le pareti della chiesa. Solo il presbiterio si sviluppava più elevato di tre gradini dal pavimento dell’aula, con volta  a botte, con altare ottocentesco, con due archetti laterali  dove poggiavano da una parte una grande statua del Sacro Cuore e dall’altra una grande statua della Vergine Maria, mentre dall’arco del presbiterio scendeva un immenso lampadario che dava solennità alla chiesa. Il campanile riecheggiava motivi architettonici romanici nella severa fattura a conci di trachite.  Un  pulpito marmoreo  fu edificato intorno alla seconda colonna destra della navata centrale. In ogni navata laterale stavano due altari in marmo grigio di gusto  neoclassico.

L’anziano vicario e i suoi collaboratori, che aveva officiato sia sul monte come nell’oratorio di Santa Croce, era soddisfatto anche se la trovava troppo spaziosa. Le confraternite maschili e femminili, che andavano man mano ricostituendosi dopo la soppressione del governo massonico, la trovavano invece più adatta alla popolazione che si andava avvicinando alle 2000 anime, anche se non tutti erano pecorelle bianche, anzi si diceva che a Miramonti abbondassero le pecore nere, anzi i caproni neri, tra gli uomini. Tutta gente che sarebbe andata a sinistra del Redentore al Giudizio Universale e poi, anima mia libera, direttamente all’inferno. A meno che come ripeteva il vicario, in punto di morte, non ci fosse stato il pentimento dei peccati con una bella confessione e il Santo Viatico.

Dall’inaugurazione della Chiesa, secondo quelli del rione de sa Niéra, non era più comparsa l’anima penitente di donna Fulgentia Pidde, quasi preannuncio di morte per qualcuno. Forse, ripetevano le beghine, dato il lascito fatto per la costruzione della chiesa con i suoi beni, la nobildonna amazzone aveva trovato finalmente la pace. L’unica anima che ancora girovagava nei vicoli bui del paese e sotto gli archivolti era l’anima di Antoni Chiribàu, sempre irrequieta e malefica. Del resto bastava non avventurarsi nei vicoli bui per evitare malefici, specialmente la notte.

Certamente sos dimonios conchi rujos non avevano abbandonato il borgo, costruito rubando pietre all’antico castello, specialmente quelle vie che osano sfidare col naso all’insù il monte: carruzzu longu, carruzzu ‘e ballas, carrela longa e piatta, qualcuno aggiungeva anche Carrela de su Putu dove viveva e lavorava l’anima irrequieta de tiu Nanneddu che in quanto a cattivo esempio e a parole contro la chiesa, secondo le beghine, parlava come uno scomunicato. Anima mia libera! Quello si che rischiava l’inferno con tutto quello che combinava tra orologi, fotografie e alambicchi nel suo strano laboratorio! Il peggio è che dava anche il cattivo esempio ai ragazzi. Ce n’era uno che, a bocca aperta, lo seguiva in ogni mossa e cercava anche d’imitarlo.

Il cugino, Giosi Balchi, per fortuna, rappresentava l’altra parte della medaglia familiare: calmo, saggio, pio quanto basta per non dubitare della sua fede profonda, ma molto attento alla condotta e allo stile di vita del parroco e dei suoi coadiutori. Dei notabili, quest’uomo generoso e affabile che amava conversare con la folla variopinta che affollava lo stradone, rappresentava il meglio. Gli altri suoi parenti, particolarmente i Brancone, amavano troppo la vita dissipata con le migliori donne del borgo, mettendosi in situazioni talora di concubinato talaltra di evidente adulterio. Le donne erano arrivate a soprannominarlo su caddu biancu, il cavallo bianco. Anima mia libera, si può dire e non si può dire, che ad ogni strada avesse un figlio naturale!

Con buona pace dei cornuti, del resto  ben protetti, a Miramonti di cavalli ce n’erano un po’ di tutti i tipi: non mancavano quelli bai, quelli pezzati e qualche cavallo nero, quello solo era bianco.

Un alone di peccaminosità lussuriosa pareva sovrastare come una nuvola nera sul borgo dei Doria che, anche loro, non avevano scherzato in amanti e concubine. La loro intromissione con le famiglie del resto, dopo secoli, era scolpita sui capelli biondi e gli occhi azzurri di molte ragazze e giovanotti, alti e decisamente belli, rispetto ai numerosi paesani bassi ed olivastri, che parevano decisamente i discendenti degli antichi profughi cristiani africani, quando la mezzaluna li aveva falcidiati o costretti a rifugiarsi nelle isole più estese  del mediterraneo. E poi anche questi olivastri africani non scherzavano con le donne. Non per niente quelle che li avevano sperimentati dicevano: – Coma’ sono di sangue caldo, anima mia libera!-

Le feste per la solenne benedizione della parrocchiale erano finite come si suol dire a tarallarucci e vino. Specie quelli che non avevano partecipato alla cerimonia erano quelli che facevano più chiasso. San Matteo però, di notte, si levava dalla tasca un’agendina e segnava tutto, non si sa mai che quel distratto di San Pietro facesse entrare in paradiso anche certi anarchici anticlericali e in peccato mortale. Eh, si, da tempo immemorabile tra morti ammazzati e suicidi e relativi killer mezzo paese si portava in giro l’anima come il carbone, benché ad ogni festa del patrono, per misericordia impetrata dalla Vergine del Rosario si riusciva a ripulirle tutte. Passata la festa i malvagi ricadevano nelle stesse colpe: i mandanti davano ordini ai killer di uccidere i nemici; gli abigeatari di pecore, capre, maiali ruspanti e chiusi sovrabbondavano in bardane. Era più la carne rubata che si mangiava che non quella comprata, anche se qualche  macellaio, anima mia libera, a detta di tutti, ordinava bardane e si procurava la merce per la vendita dai ladro-carnivori. I carabinieri chiudevano non solo i due occhi, ma si tappavano anche le orecchie per non sentire.

Da un anno, per fortuna non succedeva niente a Miramonti, e la gente era in ansia.

-Qualcosa capiterà.- dicevano a s’istradone gli oziosi: questo silenzio, questa pace, non è una cosa bella. Quando mai si era visto che a Miramonti non avevano rubato in un anno manco una pecora. Non è che all’improvviso tutti si siano fatti santi!

Il diavolo, che faceva buona compagnia all’anima de tiu Nanneddu, all’inizio di Carrela de su Putu, non stava nella pelle e chiamati i suoi seguaci in su Molinu de su Bentu li preparò a compiere qualcosa di orribile, anima mia libera!

 

 

 

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