Quattro nerboruti uomini, che per l’aspetto mi paiono giudei, e giudei degni della croce più dei condannati, certo della stessa categoria dei flagellatori, saltano da un sentiero sul luogo del supplizio. Sono vestiti di tuniche corte e sbracciate ed hanno in mano chiodi, martelli e funi che mostrano con lazzi ai tre condannati. La folla si agita in un delirio crudele. Il centurione offre a Gesù l’anfora perché beva la mistura anestetica di vino mirrato. Ma Gesù la rifiuta. I due ladroni invece ne bevono molta. Poi l’anfora, dall’ampia bocca svasata, viene posta presso un grosso sasso, quasi sullo scrimolo della cima.
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Commenti disabilitati su La crocifissione e morte di Gesù secondo le visioni della mistica Maria Valtorta (1897-1961) . Leggi tutto
Stava Madre dolorosa
a la croce lagrimosa,
dov’era il suo Filio;
la cui anima piangente,
abattuta e dolente
trapassò il gladio.
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Lettera dal deserto
Cosa ha fatto Gesù nei primi trent’anni della sua vita? Come si è svolta la fase nascosta dell’esistenza terrena del Figlio di Dio? Era consapevole fin dall’inizio della sua natura speciale? Sono domande che sorgono spontaneamente nei lettori dei Vangeli, e in molti modi si è cercato di rispondervi.
Ci prova anche Göran Tunström, scrittore svedese morto nel 2000, con un bel libro tradotto ora da Iperborea, Lettera dal deserto. Nella narrazione, Gesù non sa chi è. Lo capiscono prima gli altri, che vedendolo intuiscono in lui una natura speciale. Come Maria, che qui, a differenza di tanta altra narrativa, non è una madre affettuosissima, ma una donna intimidita dal figlio, che non osa neppure toccare, mentre Giuseppe, che forse capisce meno, riesce meglio nel ruolo tradizionale di padre, che trasmette il mestiere di falegname. O Elisabetta e Zaccaria, che lo circondano di affetto speciale, suscitando la gelosia e insieme l’ammirazione di Giovanni, il loro figlio. O i sacerdoti con cui parla dodicenne nel Tempio, e che gli offrono di studiare nel grande monastero di Qumran appena avrà raggiunto un’età adatta. Ma ci sono anche riconoscimenti negativi, accecati dall’invidia, come quello di Jochanan, figlio negletto di un sacerdote del Tempio, che lo denuncerà ai soldati romani per l’amicizia con un compagno di studi di Qumran, lo zelota Tobia. E questo suscita una così violenta ostilità da mettere in pericolo la sua vita.
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Minnia Pani
Mi naro Lidone, assiat nùmene, no est beru?
No b’at pessadu duas bias mama mia e babbu meu pro mi l’ atibbiare pro tota canta vida.
Pruite nachi cando fia criadura giughia unu coloridu biancu e ruju, e in sa ‘inza de babbu meu, bi fit cust’ àrvure de su lidone chi li piaghiat meda, cando s’àrvure giughiat su frutu fit un’ispantu a lu ‘idere e duncas registradu m’ at in su comune cun custu nùmene.
A s’incomintzu no est chi mi piaghiat meda, però cun su tempus mi so abbituadu.
Ite trabàgliu fato?
Ma ite trabàgliu podet fàghere unu cun su nùmene comente su meu?
No fato nudda de istranu!!
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Non so da quanti anni mi mancava quell’aula magna già tante volte frequentata per congressi e convegni. Forse da 8 o forse da 9 anni. Già son dieci anni in pensione e sinceramente uscire nel secondo pomeriggio da casa per rientrare alle 23 non è cosa di tutti i giorni. Non amo più andare a convegni e a congressi anche perché a volte mi tocca di sorbirmi cose tante volte sentite e oratori non tanto vivaci. Ieri però si trattava di fare una cortesia agli amici venuti a Sassari da fuori per la presentazione del libro del giovane amico, quasi figlio, Fabio Prùneri, che ha colmato una lacuna della storia patria.
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Commenti disabilitati su Un tuffo nel passato nell’Aula Magna dell’Università di Sassari di Angelino Tedde . Leggi tutto

Maria Valtorta (1897-1961)
Secondo Maria Valtorta, la mistica. per chi ci crede, e la visionaria ubriaca, per un mio amico agnostico, sia gl’interrogatori di Gesà dal sacerdote Anna, da Caifa, da Erode e da Pilato furono contrassegnati da una disumanità atroce per il presunto reo di blasfemia, di dissolutezza, di re da burla, di folle. La vera e propria canaglia, spinta dai santi e dai saggi del Tempio (sic) non ebbe né riguardi né un minimo di pietà umana per Cristo. Lo aggedì furiosa, lo prese a pugni e a sputi, gli sferrò calci, schiaffi, gli tirò barba e i lunghi capelli, gli scosse la testa, gli spaccò naso e labbra. La stessa soldataglia romana cui fu affidata per la flagellazione lo colpì a tutto tondo, mezzo nudo, al dorso e al petto, alle gambe e in faccia così tanto che se non fosse stato dotato di un corpo atletico sarebbe morto durante o subito dopo la flagellazione.
Non bastando queste percosse e umiliazioni gl’ infilarono sulla testa una corona di spine che andò oltre la cute del cranio, gli gettarono una clamide raccolta dalla colaca del pretorio, gliela posero addosso, lo fecero sedere su un tinello rovescito, gli misero la canna in mano e s’inginocchiarono davanti a lui a schernire ulteriormente la sua presunta regalità. Forse e senza forse nella storia non ci fu martirio così ignominioso verso un innocente. Anzi registi, teatranti, scrittori dozzinali da un capo all’altro d’Europa continuano a perpetuare alla sua memoria tutte queste atrocità, da ultimo quel bradipsichico regista, premiato dalla Francia e non so da quale masnada di diavoli in altre regioni sataniche del mondo.
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“Come è difficile capirsi, mio caro” – ho detto ieri sera appunto al mio caro, dopo un banalissimo malinteso, indossando un sorriso da mogliettina anni ’50. “Cosa esattamente non capisci?” – mi ha stroncato lui, marito anni 2000 impermeabile a ogni moina (è un genio). E’ perché ho un marito che mi risponde così, e nonostante questo non volevo né andare in analisi né prendere a craniate la credenza lillà che mi sono risolta a scrivere un libro. Per imparare la lingua maschile. E’ evidente che non ci sono riuscita.
E per di più la cosa ha avuto degli effetti collaterali, non tutti necessariamente positivi. Voglio dire, ventimila copie, sì, un sacco di riconoscimenti, inviti, attestati di stima, molte nuove amicizie preziosissime, alcune diventate fondamentali. Ma da un punto di vista spirituale, mi chiedo, cosa ha significato questo ciclone che è entrato nella mia, anzi nella nostra vita?
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Mandorli in fiore di Matteo Tedde
A volte, quando mi prende la tristezza per come vanno le cose del mondo, prendo conforto dalla fede e dalla letteratura sia in prosa che poesia. Ai miei tempi, in seminario, senza scioperi e senza occupazioni d’istituti, ogni giorno puntuali in classe, si studiava davvero. Non solo, ma la poesia. italiana e latina, si studiava anche a memoria. Io che non volevo perdere tempo prezioso in studio per le poesie, le trascrivevo sui foglietti e poi durante le lunghe passeggiate studiavo a memoria le poesie senza per questo lasciar di scherzare di tanto in tanto coi compagni. Le grandi pulizie, le passeggiate erano riservate al giovedì che secondo un’antica consuetudine collegiale era il giorno libero dalle lezioni e per almeno due o tre ore era destinato all’aria aperta.
Ormai da tempo su face book, rifuggo da discorsi di argomento banale e politico, e mi ricreo con composizioni dedicate al tempo, alla terra e al sole o ad argomenti che hanno rallegrato la mia infanzia e la mia giovinezza.
Ora che la bacheca centrale di face book si è trasformata in una vera pagina da blog, le fotogrfie non mancano e anche quelle dicono del tempo e del paesaggio naturale con foto mie o dell’amico Mario Unali, o di un figlio che frequenta spesso la fotografia. Dopo aver postato la foto di un figlio sui meravigliosi alberi di mandorli in fiore, mi è venuta in mente la Primavera del Petrarca uno dei poeti più amati e così, ricoordando a memoria la poesia, l’ho rintracciata su google in versione corretta e la pubblico per la gioia dei visitatori.
Nel Petrarca la nota malinconica finale non fa dimenticare la bellezza dello splendore della Primavera delle prime quartine di questo sonetto. Leggiamolo se possibile con un sottofondo musicale andante e brioso.
Zephiro torna, e ‘l bel tempo rimena,
e i fiori et l’erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et piange Philomena,
et primavera candida et vermiglia.
Ridono i prati, e ‘l ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia;
l’aria et l’acqua et la terra è d’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso, tornano i piú gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;
et cantar augelletti, et fiorir piagge,
e ‘n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, et fere aspre et selvagge.
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