Riceviamo e pubblichiamo volentieri il saluto che Prof. Luciano Caimi,professore ordinario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano-Brescia ci ha inviato in occasione dell’elezione di Papa Francesco.
Nessuno (o quasi) lo indicava nella prima fila dei papabili, anche se l’eco dell’ampio consenso ricevuto, a quanto sembra, nel precedente Conclave non si era del tutto spenta. Ma, ancora una volta il collegio cardinalizio ha saputo sorprendere. Così la scelta è caduta sull’arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, ben noto agli «addetti ai lavori» per le qualità distintive del suo ministero episcopale all’insegna di una forte spiritualità, di un grande senso della sobrietà e di un’intensa vicinanza ai bisognosi.
In un tempo di sempre più esasperata esposizione mediatica della figura del papa, i primi gesti e le prime parole del neo-eletto, subito diffusi su scala planetaria, assumono grande rilievo. È stato vero anche nel caso di Francesco. Già la scelta del nome contiene un programma d’inequivocabile chiarezza. Come per il «Poverello» d’Assisi, il nuovo Papa, venuto «dalla fine del mondo», è chiamato a mettere tutte le sue energie di mente e di cuore per il rinnovamento della comunità ecclesiale. Ecclesia semper reformanda, recita un antico adagio. Oggi lo avvertiamo particolarmente vero. In questi anni, troppe «rughe» hanno deturpato il volto della santa Chiesa di Dio. Non è il caso di comporre la lista delle «deviazioni», tanto è chiara a ciascuno di noi. Purtroppo, molte contro-testimonianze sono giunte anche dai vertici della gerarchia. A distanza di tempo, sentiamo risuonare in tutta la sua drammaticità la denuncia della «sporcizia» nella Chiesa da parte dell’allora card. Ratzinger, nel commento a una Via Crucis al Colosseo (forse l’ultima presieduta da Giovanni Paolo II).
Le prime parole e i primi gesti di un Papa, dicevo, sono rivelatori. Nei media, l’apparizione di Francesco al balcone della basilica vaticana è stata scandagliata in ogni piega. Vale comunque la pena richiamarne gli aspetti salienti.
Sul piano teologico-ecclesiologico, la ricercata insistenza circa la funzione di vescovo di Roma, a partire dalla quale prende consistenza il ministero petrino, inteso come il «presiedere nella carità» la vita della Chiesa universale che pulsa nelle Chiese locali, costituisce una sottolineatura di grande importanza. Riafferma un dato di dottrina ben noto, ma non sempre tenuto vivo. La ragione di ciò sta nella debordante enfasi sulla figura del papa, cresciuta in modo esponenziale negli ultimi decenni a seguito di almeno due fattori concorrenti: l’applicazione dei media nella «narrazione» quasi quotidiana della vita dei pontefici e l’effetto mediatico di una personalità straordinaria come quella di Giovanni Paolo II (effetto continuato, ma non con la stessa forza d’impatto, sotto Benedetto XVI). Oso auspicare che anche su questo versante si possa giungere a maggiore sobrietà espositiva.
Sobrietà, del resto, che mi sembra cifra connotativa di papa Francesco. Lo abbiamo notato la sera dell’elezione e nei giorni successivi, osservando i suoi paramenti liturgici (per nulla ricercati) e l’abbigliamento personale: quelle scarpe nere così cromaticamente distoniche rispetto al bianco della talare, ma nel medesimo tempo quasi icona plastica di un desiderio di mettersi in cammino con tutti i fratelli e le sorelle nella fede! Sì, perché quella del camminare insieme da parte del vescovo di Roma con il suo popolo è stata un’altra chiara indicazione venuta dal balcone di San Pietro. Rinvia inequivocabilmente alla splendida immagine della Chiesa come «popolo di Dio», evocata dal II cap. della Lumen gentium. Un’immagine densa anche d’implicanze pastorali. Purtroppo non posta in adeguato rilievo nella riflessione e nella corrente prassi ecclesiale.
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