28 Ottobre 2014 - Categoria: cristianesimo

La commemorazione dei defunti del 2 novembre di don Marcello Stanzione

Foto di Mario Unali

Foto di Mario Unali

Riportiamo di seguito l’articolo dell’autore sopra citato facente parte del sito Cei, per offrire ai visitatori del blog un’idea dell’origine e del significato di questa festa che si celebra il giorno successivo alla festa di Ognissanti.

“La commemorazione dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario, nel secolo IX, poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei santi che erano già in cielo. E’ solo con l’abate benedettino sant’Odilone di Cluny che questa data del 2 novembre fu dedicata alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, per i quali già sant’Agostino lodava la consuetudine di pregare anche al di fuori dei loro anniversari, proprio perché non fossero trascurati quelli senza suffragio.

La Chiesa è stata sempre particolarmente fedele al ricordo dei defunti. Nella professione di fede del cristiano noi affermiamo: “Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi…”. Per “comunione dei santi” la Chiesa intende l’insieme e la vita d’assieme di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio. In questa vita d’assieme la Chiesa vede e vuole il fluire della grazia, lo scambio dell’aiuto reciproco, l’unità della fede, la realizzazione dell’amore. Dalla comunione dei santi nasce l’interscambio di aiuto reciproco tra i credenti in cammino sulla terra i i credenti viventi nell’aldilà, sia nel Purgatorio che nel Paradiso. La Chiesa, inoltre, in nome della stessa figliolanza  di Dio e, quindi, fratellanza in Gesù Cristo, favorisce questi rapporti e stabilisce anche dei momenti forti durante l’anno liturgico e nei riti religiosi quotidiani.
Il 2 Novembre è il giorno che la Chiesa dedica alla commemorazione dei defunti, che dal popolo viene chiamato semplicemente anche “festa dei defunti”. Ma anche nella messa quotidiana, sempre riserva un piccolo spazio, detto “memento, Domine…”, che vuol dire “ricordati, Signore…” e propone preghiere universali di suffragio alle anime di tutti i defunti in Purgatorio. La Chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i  morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per questo possiamo dire che l’amore materno della Chiesa è più forte della morte. La Chiesa, inoltre, sa che “non entrerà in essa nulla di impuro”.
Nessuno può entrare nella visione e nel godimento di Dio, se al momento della morte, non ha raggiunto la perfezione nell’amore. Per particolari pratiche, inoltre, come le preghiere e le buone opere, la Chiesa offre lo splendido dono delle indulgenze, parziali o plenarie, che possono essere offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Una indulgenza parziale o plenaria offre alla persona interessata una parziale o plenaria riduzione delle pene, dovute ai suoi peccati, che sono già stati perdonati. Tale riduzione può essere fruita anche dai defunti, i quali possono essere liberati dalle loro pene parzialmente o totalmente. La commemorazione dei defunti ebbe origine in Francia all’inizio del decimo secolo.
Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone.
Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la “festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. Da allora quel giorno rappresenta per tutti una sosta nella vita per ricordare con una certa nostalgia il passato, vissuto con i nostri cari che il tempo e la morte han portato via, il bene che coloro che ci hanno preceduti sulla terra hanno lasciato all’umanità, e il loro contributo all’aumento della fede, della speranza, della carità e della grazia nella chiesa. Il 2 Novembre, poi, ci riporta alla realtà delle cose richiamando la nostra attenzione sulla caducità della vita. Questo pensiero richiama il fluire del tempo intorno a noi e in noi.
Ci accorgiamo facilmente della trasformazione e del cambiamento del mondo a noi circostante: vediamo con indifferenza il passaggio delle cose e delle persone quando queste scivolano lentamente davanti a noi o non fanno rumore o non portano dolori e dispiaceri. Ogni passaggio, ogni spostamento comporta l’impiego del tempo, dice la dinamica della fisica.  Che non è come quello del martello o di un qualsiasi strumento: dopo l’uso può essere ancora utilizzato. Il tempo no. Il tempo va via per sempre. Non ritornerà mai più. Resta il frutto maturato in quel tempo: quel che abbiamo seminiamo in quel tempo produce frutto. Se si è seminato vento si raccoglierà tempesta, recita il proverbio antico.
Quel che viviamo è altro, non quello di prima. Con maggiore indifferenza non notiamo il fluire del tempo in noi. Il nostro “io” si erge in noi come persona fuori dal mondo e, quindi, estranea al mutare delle cose e al susseguirsi delle stagioni.
Il nostro “io” è l’essere pensante che fa vivere e muovere le cose, che gioca con il giorno e con la notte e spinge le lancette dell’orologio e dona emozioni nella gioia e nel dolore. Questo dicono alcuni filosofi che hanno il culto dell’Idea e che per questo si chiamano idealisti. Ma poi l’io aggiorna le idee e si adegua ai nuovi pensieri e scopre il fluire del tempo in sé. L’io eterno entra nel tempo, si fa per dire, e avverte il suo logorio.
Il presente appare provvisorio, tanto provvisorio da non contare, da “non essere” in sé: conclusione o epilogo di ieri, anticipo o prologo del domani. Tutta passa. Giorno dopo giorno il tempo va via. Passo dopo passo il cammino si affatica sempre più. Atto dopo atto il logorio delle forze fisiche che invecchiano  si fa sempre più sentire. Passano le gioie e passano pure i dolori. Poi passeremo anche noi; e finiranno su questa terra anche i nostri giorni. Il richiamo alla realtà della nostra morte ci invita, pure, a dare importanza alle cose essenziali, ai valori perenni e universali, che elevano lo spirito e resistono al tempo. “Accumulate un tesoro nel cielo, dove né tignuola e né ladro possono arrivare”, consiglia Gesù Cristo ai suoi discepoli.
Se tutto passa, l’amore di Dio resta. Il pensiero ritorna a noi. La certezza della morte deve farci riflettere, affinché possiamo essere pronti all’incontro con essa senza alcuna paura. Sarebbe un grande errore dire: “Mi darò a Dio quando sarò vecchio”, ed aspettare di cambiare i nostri cuori al momento della morte. Così come nessuno diventa all’improvviso cattivo, allo stesso modo nessuno diventa in un attimo buono.
E ricorda che la morte può arrivare senza alcun preannunzio, improvvisamente. Si dice che la morte sia spaventosa: ma non è tanto la morte in sé a terrorizzarci, quanto piuttosto l’atto del morire ed il giudizio susseguente di dannazione o di salvezza eterna.
E’, infatti, il terrore di un attimo e non dell’eternità a spaventarci. Dunque sorgono molte domande: come sarà quel momento? Quanto durerà? Chi mi assisterà? Sarò solo? Dove sarò? In casa, per strada, al lavoro, mentre prego o sono distratto in altre faccende? Quando mi sorprenderà? Il pensiero di trovarsi soli, faccia a faccia con la morte, vittima ed esecutore, può produrre disagio e paura mentre si è in vita. Eppure per i veri cristiani non dovrebbe essere così.
La vita è un cammino che comporta il passaggio da una condizione all’altra, si passa dall’infanzia alla fanciullezza, dalla fanciullezza alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia e dalla vecchiaia all’eternità attraverso la morte. Per questo, vista nella luce di Dio la morte diventa o dovrebbe diventare un dolce incontro, non un precipitare nel nulla, ma il contemporaneo chiudersi e aprirsi di una porta: la terra e il cielo si incontrano su quella porta. Del resto il pensiero della morte ritorna ogni volta che ci rivolgiamo alla Madonna con la preghiera del Rosario: “Santa Maria, madre di Dio prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”. Si è detto che la morte sia la prova più dura della vita, ma non è vero.
E’ l’unica cosa che tutti sanno di dovere affrontare! Il giovane e il vecchio centenario, l’intelligente e l’idiota, il santo ed il peccatore, il papa e l’ateo. Come passiamo dall’infanzia alla giovinezza, dalla giovinezza alla maturità e poi alla vecchiaia, così si passa dalla vita alla morte. Vista nella luce di Dio la morte diventa un dolce incontro, non un tramonto, ma una bellissima alba annunciatrice della vita eterna con Dio insieme agli angeli e ai santi che ci hanno preceduto in terra.”


Autore:
Don Marcello Stanzione

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27 Ottobre 2014 - Categoria: cristianesimo

Voci del cattolicesimo indiano. Presupposti per un nuovo cammino di Claudio Ferlan

18.10.2014

John Dayal

Oltre le polemiche tra cardinali, oltre la resistenza della parte tradizionalista alle aperture ipotizzate dagli innovatori, il sinodo sulla famiglia offre l’occasione per volgere lo sguardo a parti della Chiesa universale geograficamente e culturalmente molto lontane da Roma. Una di queste realtà è l’India.

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26 Ottobre 2014 - Categoria: c'est la vie, cahiers de doléances

Un attacco criminale quanto misterioso al nostro server , e quindi, al nostro blog di Angelino Tedde

 Universitari Medievali copiaDopo aver festeggiato con immenso piacere il sesto anno dall’inizio della comparsa di questo nostro blog di accademia sarda di storia di cultura e di lingua (8 ottobre 2008-7 ottobre 2014), esattamente il giorno dopo, un hacker ha distrutto quanto nel corso di 2190 giorni, circa 312 settimane abbiamo costruito per l’interesse dei visitatori italiani ed esteri (128 mila visite, circa 250 mila visitatori) di cui il 20% stranieri e l’80% italiani.
Inutile ripetere quanto Ange de Clermont ha scritto sulle pene del vecchio blogger.
Il nostro bravo gestore del server, per nostra fortuna, aveva preso delle precauzione, salvando periodicamente, i testi dei contributi dei nostri numerosi collaboratori dall’Italia e dall’estero, pertanto sono rimasti bruciati soltanto sette articoli, dei quali cinque recuperabili, due perduti per sempre. I due perduti esponevano, il primo, i dati e le rifelssioni sull’andamento del blog nel corsoo dei 6 anni, l’altro commemorava la nostra cara collega, all’Università degli Studi di Sassari,  antropologa cultura Gabriella Mondardini, memoria che  che dovremo rifare in occasione del primo anniversario dalla morte.

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25 Ottobre 2014 - Categoria: eventi straordinari

Il pianto di un vecchio blogger di Ange de Clermont

Il piantoAccendo il Mac e chiamo il mio blog, orrore, compare ma in bianco e nero, nudo, macilento, cerco di muoverlo, ma lui resta fermo come un morto. Metto lo stop al Mac. La vista mi fa male, malissimo: una punta al cuore che va gonfiandosi, è l’ora del pranzo, mi siedo a tavola, ma non riesco ad inghiottire un solo boccone di riso indiano in bianco che la nobildonna mi ha ammannito. Mi rimprovera:

-Ma sei del tutto matto, è mai possibile che te la prenda tanto? Suvvia non fare il bambino!-
Io però faccio davvero il bambino e corro al piano superiore, arrivo nella mia cameretta e mi butto a letto vestito. Comincio a singhiozzare, sono disperato e piango dicendo:
– Sei anni di fatiche, sei anni d’impegno appassionato, sei anni di soddisfazioni ed ora più niente!-

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24 Ottobre 2014 - Categoria: memoria e storia

“Il Rifugio Gesù Bambino per le bimbe abbandonate (1903-1970)” di Angelino Tedde e di Lucia Tortu

images-3 Sassari, come molte città italiane ed europee, presentava agli inizi dell’età giolittiana una forte situazione di povertà e di degrado materiale e morale nell’area del disagio minorile.

Folte schiere di ragazzi abbandonati, di entrambi i sessi, scalzi, appena ricoperti di cenci, denutriti, si aggiravano nel centro storico della città le cui mura erano state abbattute definitivamente solo da qualche decennio.
All’accoglienza di molti bimbi, pensava il cav. Carlo Rugiu, seguace di F. Ozanam, nel suo Ospizio dell’Immacolata Concezione e di San Vincenzo de Paoli, più comunemente noto come “ l’Ospizio dei Cappuccini”.
All’accoglienza delle bimbe orfane, pensava già dal 1832 l’Orfanotrofio delle Figlie di Maria, tuttavia, le due “ agenzie “ di raccolta dell’infanzia non erano sufficienti a rispondere ai bisogni della città, per cui la Figlia della Carità, suor Agostina Raitieri, che come “ suora dei poveri “ percorreva in lungo e in largo la città insieme alle Dame della Carità pensava di porvi rimedio.
Un giorno segnalò, sia alle Dame che alle consorelle, il caso di due “ bimbe pericolanti “ da ritirare dalla strada prima che fosse troppo tardi per i rischi morali e materiali ai quali avrebbero potuto andare incontro.

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24 Ottobre 2014 - Categoria: storia

Bimbi illegittimi, trovatelli e anonimi nei Quinque libri di Perfugas tra il Seicento e l’Ottocento[1] di Mauro Maxia

images-2Illegittimi. Le attestazioni di bambini illegittimi non sono affatto rare. Talvolta di essi i registri parrocchiali ricordano il nome della madre, della quale i figli porteranno il cognome. Questa modalità è attestata nei casi della piccola Giovanna, figlia di Giovanna De F., tempiese residente a Perfugas, che fu battezzata il 14 febbraio 1685; di Juanna, figlia di Maria M., battezzata dal curato Giovan Martino Cabras il 3 luglio 1689; di “Jagu figiu de Migalina forestera” che il curato Pedru Seque battezzò il 4 luglio 1689. Il 3 ottobre del 1693 sempre il curato Seque battezzò un’altra bambina della suddetta Maria M. cui fu imposto il nome di Francisca.

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23 Ottobre 2014 - Categoria: eventi straordinari

Ansie di un vecchio blogger di Ange de Clermont

bloggher Svegliarsi la mattina del 7 settembre dell’anno del Signore 2014 alle 4 del mattino, ascoltare una lezione biblica del cardinal Ravasi su RadioMaria, seguire il Santo Rosario di San Giovanni Paolo secondo, quindi da una chiesa del Nord Italia, seguire altro Santo Rosario, Lodi e Santa Messa, levarsi e lavarsi, scendere dal piano alto, recarsi nel soggiorno-cucina, guardare il vasto panorama, preparare il caffé per la nobildonna, portarglielo in camera da letto, scendere giù e fare colazione e poi via verso lo studio per aprire il modem, accendere il Mac, attendere il momento magico del clic sulla tastiera e finalmente vedere la comparsa del tuo maestoso blog, amore e passione da che sei in pensione, vero surrogato virtuale delle lezioni e delle ricerche d’un tempo.  Attendere quei pochi secondi che compaia l’oggetto del tuo principale  interesse, del tuo lavoro silenzioso, quotidiano: postare le poesie e le prose degli artisti che t’inviano le loro opere, degli studiosi che ti mandano i loro lavori, articoli e libri, e cento altre composizioni e provare un immenso piacere quando dai uno sguardo alle visite e alle pagine viste dai visitatori.

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1 Agosto 2014 - Categoria: recensioni

Il romanzo in lingua sarda “Marantoni” di Mauro Maxia’ di Angelino Tedde

Mauro Maxia, Marantoni, romanzu, Editziones NOR, colletzione Isteddos, Ilartzi, pp. 206, €.12; edizione digitale € 4,00.

vecchioMauro Maxia, specialista di filologia e linguistica italiana oltre che di linguistica sarda, pur preso da un’intensa attività di studi linguistici, filologici e onomastici ˗ come abbiamo avuto modo di scrivere nel nostro sito di Accademia sarda di storia, di cultura e di lingua ˗ questa volta si è lasciato tentare dalla narrativa in lingua sarda. Per il vero non si tratta della prima volta poiché già nel 1976, quando era ancora un ragazzo, scrisse un romanzo in sardo (che però non ha mai pubblicato) oltre a un breve racconto segnalato una trentina di anni fa nel Premio Ozieri. Per questa sua prima opera edita l’autore si è servito della lingua del protagonista che, essendo originario del Barigadu, parla una lingua intermedia tra logudorese e campidanese.
La veste grafica del libro, multicolore e maneggevole (cm. 17 x 12), è davvero azzeccata per eleganza e per praticità. Ottima anche la nota sull’autore e sul contenuto del romanzo in copertina e in retrocopertina. L’opera è in vendita anche in formato digitale e questo aspetto innovativo la rende disponibile a una più vasta platea di lettori sia in termini di accessibilità immediata sia per il prezzo davvero modico.
Il romanzo si presenta in  40 capitoli in  genere brevi, ma ve ne sono anche più lunghi, tutti di agevole e piacevole lettura dopo che il lettore si sia abituato ad una parlata che cambia, ma non tanto, rispetto a quelle del nord e del sud dell’Isola. 

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