Sassari, come molte città italiane ed europee, presentava agli inizi dell’età giolittiana una forte situazione di povertà e di degrado materiale e morale nell’area del disagio minorile.
Folte schiere di ragazzi abbandonati, di entrambi i sessi, scalzi, appena ricoperti di cenci, denutriti, si aggiravano nel centro storico della città le cui mura erano state abbattute definitivamente solo da qualche decennio.
All’accoglienza di molti bimbi, pensava il cav. Carlo Rugiu, seguace di F. Ozanam, nel suo Ospizio dell’Immacolata Concezione e di San Vincenzo de Paoli, più comunemente noto come “ l’Ospizio dei Cappuccini”.
All’accoglienza delle bimbe orfane, pensava già dal 1832 l’Orfanotrofio delle Figlie di Maria, tuttavia, le due “ agenzie “ di raccolta dell’infanzia non erano sufficienti a rispondere ai bisogni della città, per cui la Figlia della Carità, suor Agostina Raitieri, che come “ suora dei poveri “ percorreva in lungo e in largo la città insieme alle Dame della Carità pensava di porvi rimedio.
Un giorno segnalò, sia alle Dame che alle consorelle, il caso di due “ bimbe pericolanti “ da ritirare dalla strada prima che fosse troppo tardi per i rischi morali e materiali ai quali avrebbero potuto andare incontro.
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Commenti disabilitati su “Il Rifugio Gesù Bambino per le bimbe abbandonate (1903-1970)” di Angelino Tedde e di Lucia Tortu . Leggi tutto
24 Ottobre 2014
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storia
Illegittimi. Le attestazioni di bambini illegittimi non sono affatto rare. Talvolta di essi i registri parrocchiali ricordano il nome della madre, della quale i figli porteranno il cognome. Questa modalità è attestata nei casi della piccola Giovanna, figlia di Giovanna De F., tempiese residente a Perfugas, che fu battezzata il 14 febbraio 1685; di Juanna, figlia di Maria M., battezzata dal curato Giovan Martino Cabras il 3 luglio 1689; di “Jagu figiu de Migalina forestera” che il curato Pedru Seque battezzò il 4 luglio 1689. Il 3 ottobre del 1693 sempre il curato Seque battezzò un’altra bambina della suddetta Maria M. cui fu imposto il nome di Francisca.
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Commenti disabilitati su Bimbi illegittimi, trovatelli e anonimi nei Quinque libri di Perfugas tra il Seicento e l’Ottocento[1] di Mauro Maxia . Leggi tutto
Svegliarsi la mattina del 7 settembre dell’anno del Signore 2014 alle 4 del mattino, ascoltare una lezione biblica del cardinal Ravasi su RadioMaria, seguire il Santo Rosario di San Giovanni Paolo secondo, quindi da una chiesa del Nord Italia, seguire altro Santo Rosario, Lodi e Santa Messa, levarsi e lavarsi, scendere dal piano alto, recarsi nel soggiorno-cucina, guardare il vasto panorama, preparare il caffé per la nobildonna, portarglielo in camera da letto, scendere giù e fare colazione e poi via verso lo studio per aprire il modem, accendere il Mac, attendere il momento magico del clic sulla tastiera e finalmente vedere la comparsa del tuo maestoso blog, amore e passione da che sei in pensione, vero surrogato virtuale delle lezioni e delle ricerche d’un tempo. Attendere quei pochi secondi che compaia l’oggetto del tuo principale interesse, del tuo lavoro silenzioso, quotidiano: postare le poesie e le prose degli artisti che t’inviano le loro opere, degli studiosi che ti mandano i loro lavori, articoli e libri, e cento altre composizioni e provare un immenso piacere quando dai uno sguardo alle visite e alle pagine viste dai visitatori.
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Mauro Maxia, Marantoni, romanzu, Editziones NOR, colletzione Isteddos, Ilartzi, pp. 206, €.12; edizione digitale € 4,00.
Mauro Maxia, specialista di filologia e linguistica italiana oltre che di linguistica sarda, pur preso da un’intensa attività di studi linguistici, filologici e onomastici ˗ come abbiamo avuto modo di scrivere nel nostro sito di Accademia sarda di storia, di cultura e di lingua ˗ questa volta si è lasciato tentare dalla narrativa in lingua sarda. Per il vero non si tratta della prima volta poiché già nel 1976, quando era ancora un ragazzo, scrisse un romanzo in sardo (che però non ha mai pubblicato) oltre a un breve racconto segnalato una trentina di anni fa nel Premio Ozieri. Per questa sua prima opera edita l’autore si è servito della lingua del protagonista che, essendo originario del Barigadu, parla una lingua intermedia tra logudorese e campidanese.
La veste grafica del libro, multicolore e maneggevole (cm. 17 x 12), è davvero azzeccata per eleganza e per praticità. Ottima anche la nota sull’autore e sul contenuto del romanzo in copertina e in retrocopertina. L’opera è in vendita anche in formato digitale e questo aspetto innovativo la rende disponibile a una più vasta platea di lettori sia in termini di accessibilità immediata sia per il prezzo davvero modico.
Il romanzo si presenta in 40 capitoli in genere brevi, ma ve ne sono anche più lunghi, tutti di agevole e piacevole lettura dopo che il lettore si sia abituato ad una parlata che cambia, ma non tanto, rispetto a quelle del nord e del sud dell’Isola.
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Commenti disabilitati su Il romanzo in lingua sarda “Marantoni” di Mauro Maxia’ di Angelino Tedde . Leggi tutto
Un’àteru amigu si nd’est andadu innantis de su tempus. L’apo ischidu oe non dae sos tìtulos de giornales o telegiornales ma dae sos necrològios de La Nuova Sardegna. In àteros tempos cun Antoni nos bidiamus meda ca sas ideas e s’impignu in polìtica fiant che pare. Ma creo chi cussas ideas siant isetadas gasi e totu pro ambos finas a s’ùrtimu, mancari s’atividade polìtica esseret minimada cunforma a vinti o trinta annos innantis. Antoni non fiat de cussos chi mudant sas ideas issoro. Sas suas non fiant ideas cale si siant ma ideales chi isetant finas cando unu detzidet de mudare su tipu de impignu. Difatis no aiat sessadu mai de peleare pro su riscatu de sa Sardigna e aiat detzisu de pònnere s’impignu suo in s’ativididade culturale prus che in sa polìtica de s’inconcludèntzia. E de custu impignu nde sunt testimòngios sa revista Camineras, chi l’at tentu comente fundadore e dae sèmpere unu de sos redatores, e finas unu romanzu in sardu essidu carchi annu faghet e intituladu Lughes umbrinas. Est cun custas òberas chi isse aìat seberadu de nàrrere a sos àteros sardos cale fiant sos valores e sas isperièntzias de tènnere in contu. Unu sero de pagos annos como in Tàtari aiamus arresonadu de comente fiant andende sas cosas e de sos disincantos chi a ambos nos aiant istesiadu dae unu tipu de polìtica chi in àteros tempos a issu che l’aiat fertu finas a èssere segretàriu de su Partidu Sardu. M’aiat dadu una còpia de su primu nùmeru de sa revista Camineras, chi tando fiat galu fata a s’antiga, cun una gràfica e unu tipu de pabilu chi ammentaiant prus sos ciclostilados de sos annos ’70 che una revista. E nde fiat cuntentu de cussu traballu nou mancari tando esseret unu pagu artisanale e diversu meda dae s’editzione bella abberu de s’ùrtimu nùmeru chi apo retzidu dae pagas dies. Si bidiat chi, a pustis de carchi anneu patidu, aiat agatadu una caminera noa in ue pònnere sas energias suas ca s’ideale, intames de minimare, sighiat a li dare una fortza chi li brotaiat dae intro. In prus de èssere istadu un’òmine deretu e unu mastru illuminadu, isse fiat unu chi creiat in sas capatzidades de sos sardos de resessire, mancari a tardu, a seberare una caminera de responsabilidade de los poder giùghere a si rèere de sesi, chentza amparos o istampellas, ca sa dipendèntzia polìtica tenet unu prètziu chi est pagadu dae sos sardos ebbia. Adiosu Antoni, reposa in paghe e chi sa terra ti siat lèbia. (26 de trìulas 2014)
Mauru Maxia
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Nell’autobiografia di Suor Maria Isabel Candida, una delle cinque madri fondatrici del monastero delle cappuccine di Sassari, il cui manoscritto è custodito presso l’archivio storico delle religiose, edito nel 2007 da Marina Romero Frias, è tramandata la notizia che l’inquisitore generale Don Alonso de Araújo all’inizio di aprile del 1667 partì per raggiungere la sede di Sassari.
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Rina e Antonio Pigliaru
Apprendo oggi, in paese, che Rina Fancellu Pigliaru se n’é andata da questo mondo per raggiungere il marito nell’altro.Non potrò partecipare ai suoi funerali, ma la ricorderò nelle preghiere.
Aveva perso il marito, appena quarantasettenne, lasciandole tre figli: Francesco, Giovanni e Amelia Maria. Lo sapeva che se ne sarebbe andato presto anche perché lui stesso gliel’aveva preconizzato. Il sapere questo non le aveva attutito di certo il dolore. Come ogni madre con figli piccoli si dedicò alla loro educazione, ma anche al lavoro e all’impegno culturale ereditato da Antonio. La sua casa fu un luogo d’incontro di studiosi, di vedove premature note, di amici che sapeva accogliere e ascoltare ne più e nemmeno di come aveva visto fare al marito. Si preoccupò di ricordarlo promuovendone gli studi, presiedendo le edizioni di Inizative Culturali e sopportando come madre, vedova, studiosa le contrarietà che non vengono mai meno nell’esistenza umana.
Sapeva anche sorridere dei casi più curiosi della vita, della gioventù stravagante, degli stessi figli e degli amici. Non si meravigliava di niente e si accontentava di poco. Esigeva coerenza, ma capiva anche l’incoerenza delle persone e le debolezze. Chiunque andasse a trovarla o le telefonasse sapeva di trovarla sempre pronta ad ascoltare, a compatire, ad incoraggiare. L’ultima volta che la incontrai per strada vedendola serena anzi quasi allegra le dissi:-Tu invecchi e diventi più bella!- Mi sorrise e con quel sorriso ci lasciammo. Così mi piace ricordarla.
Ai figli e agli amici vorrei dire che Rina si è addormentata per raggiungere la serenità beata dove incontrerà sicuramente il marito Antonio, sorridente e sereno anche lui. Ciao, Rina, arrivederci!
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Commenti disabilitati su Rina Pigliaru: una donna che sapeva ascoltare e sorridere e capire le umane debolezze di Angelino Tedde . Leggi tutto
Pascali Cossu era unu di li massai manni di la ‘iddha. Tutti lu cunniscìani e lu chjamàani cu lu stivignu Tizzoni, c’aìa la cara nieddha com’un tizzoni, brusgiata da lu soli. E s’era abbittuatu, tantu chi li parìa stranu si calche unu lu chjamàa cu lu nommu di battisgimu. Siminàa ettari di laóri, tricu e olzu palt’e più, chi, poi d’aéssi trattesu lu semini e la pruista, si ‘indìa e n’aìa una bona intrata. Facìa tuttu dapareddhu. Ancora missà e sutt’a lu soli, illi ciurrati infucati di triula, l’unica so’ cumpagnia era lu cantu di li cilachi. La sera l’agattàa rimutendi l’ultimu mannugghju; poi in seddha a l’asinu turràa in paesi ch’era ghjà bugghju. Omu di pochi faeddhi, ma sinzeru e di bona cara cun tutti, no aia fiddholi sói. S’era cuiuàtu a mannu cun Cirómina, filmata battìa poc’anni primma, sendi ancora piacenti, chi beddha com’era no aìa stintatu a agattà un bon paltitu a aìa lassatu cioaneddha la casa di li sói: sfultuna aìa vulùtu chi lu maritu era moltu una dì mala di malzu, attraissendi unu riu infuàtu; forsi luscicàtu in calchi petra e trasginàtu da la piena: l’agattesini poi di tre dì, impilchjatu illi rami bassi a pilu d’ea d’un macchjoni di tamarittu. D’iddhu li filmesi inn’ereditài una tanca manna di laurà, chi dagghja a mez’a paru, e una ‘ignareddha cu un oltu accult’ a casa, chi si facìa a la sóla.
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