“Angelo Truddaiu (1935-2011), il pastore-scultore che ha creato il Museo a Cielo Aperto (MUCIEAPE) ” di Ange de Clermont, fografie di Marco Tedde

14064132_871393256324288_5120582842913867841_nAngelo Truddaiu, nacque a Chiaramonti (Sassari) il 2 sett. 1935, nel momento in cui il consenso degl’Italiani al Fascismo cominciava a declinare. I suoi genitori, Giuseppe e Angelina Budroni, erano pastori nella località a monte del fiume Lavrone, verso il pendio che scende dalla piana di sa Tanca de S’Ena a est del paese. La località è ricca di buoni pascoli, ma anche di boschi di sughere. L’azienda agro-pastorale era sufficiente ai coniugi e ai figli che, man mano nascevano Giovannina, Sebastiano, Angelo e Laura. Il bambino crebbe robusto e forte e come e secondo gli usi delle famiglie agro-pastorali incominciò  fin dai cinque anni a mungere, a custodire il gregge e a partecipare ai momenti più importanti del ciclo agrario: la semina, la conduzione del gregge, la sarchiatura, la mietitura, la tosatura delle pecore, l’allevamento e l’uccisione del maiale con la conseguente arte della conservazione del lardo, della produzione delle salsicce e dello stesso allevamento dei maialetti.
12074762_724671470996468_8672860455031244059_nEra praticata l’economia del maiale, ma anche quella della pecora, con la separazione delle agnelle per lo svezzamento dalle madri e la loro immissione nel gregge una volta divenute pecorelle, dopo circa un anno, mentre gli agnelli erano venduti ai loro abituali acquirenti sia famiglie sia macellai. Altro momento importante era la cavata del sughero in cui il padre era esperto e si prestava alla cavatura anche in altre aziende e la vendita dello stesso prodotto agl’industriali di Tempio in particolare alla ditta Rossini. Angelo apprenderà magistralmente l’arte paterna diventando anche lui un ottimo cavatore di sughero. 

la-vergine-di-truddaiuLa varietà delle altimetrie del pascolo e dei boschi alimentava una variegata fauna selvatica di cinghiali, volpi, lepri, gatti selvatici e porcellini d’India, mentre dei volatili erano presenti pernici, quaglie,  tortore, colombacci e beccacce; falchetti e falchi e tanti altri animali campestri c0me rane e rospi negli stagni e nel vicino torrente Lavrone che dà il nome alla località.  Il clima è mite anche se non mancano le gelate invernali e la frequente brina, rovina delle culture e dei pascoli, per fortuna era frequente anche la benefica rugiada. Appezzamenti erano coltivati ad orto e tradizionalmente a frutteto e a vigna. simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-083L’azienda era costituita da circa una cinquantina di ettari tra quelli padronali e quelli presi in affitto. Il ragazzo, terzogenito della nidiata, era molto attento ad osservare la vita della flora e della fauna specialmente. Lo colpivano parecchio i rami contorti delle sughere, ma anche degli arbusti e fin da ragazzo faceva in fretta a trasformare un semplice ramo in un cerbiatto, oppure in un volatile. Servendosi della caratteristica “iscubia”, sgorbia, si esercitava a movimentare rami, tronchi più o meno sottili e a dar loro variegate fisionomie fino a giungere ad animare nudi maschili e femminili. A sei anni cominciò a frequentare le scuole elementari fino alla III classe. Poi prevalse il lavoro d’azienda anche se il ragazzo, spesso, invece di portare avanti il lavoro, era pigramente trascinato dal lavoro, sotto la direzione del padre. Angelo cresceva robusto in mezzo a quella numerosa famiglia patriarcale dove spesso era presente anche il nonno paterno di cui lui portava il nome e che col padre addestrava alla mietitura, spesso cercando di stimolare il loro orgoglio con gare, che talvolta umiliavano i giovani figli, Sebastiano e Angelo.
la-sireneyya-bisIl ragazzo visse in un ambiente patriarcale legato alla tradizone di usi e costumi ancestrali.

A conclusione delle tre classi elementari, a 9 anni, assistette sia alla caduta del regime fascista (1943) e man mano alla nascita della Repubblica (1946). Non amava molto le armi e non fu mai cacciatore. Del resto non amava nemmeno tanto il lavoro che, talvolta, portava avanti senza troppo entusiasmo.

la-vergine-di-truddaiuIn paese, nell’immediato secondo dopoguerra, man mano che con le infrastrutture si portava l’acqua nelle case e i servizi igienici  si cominciava, negli anni Cinquanta, a vivere meglio che nelle campagne dove, purtroppo, non si badava tanto alle comodità della vita urbana.
Fin da piccolo il ragazzo dimostrò un carattere molto gioviale e giocoso e si rivelò ottimo compagno di gruppi di coetanei.

Gli anni dell’adolescenza (1945-1950) lo videro spesso allegro e preso dal divertimento per quanto questo era possibile tra i ragazzi delle famiglie agro-pastorali

angelotruddaiuangheledduSi può ben affermare che fino a vent’anni non mancò di esercitarsi con la legna, ma un giorno la madre, molto religiosa e pudica,  lo rimproverò per i nudi e dopo una sgridata più accorata del solito, il giovane prese le sue opere “sconvenienti” e le bruciò nel fuoco, per evitare poi il fuoco eterno di materna evocazione. Le altre opere le tenne da parte in attesa di tempi migliori.
Continuò tuttavia a sagomare con “s’iscubia” la più svariata flora e fauna.
 L’attività agro-pastorale gli andava stretta e ben volentieri si sarebbe sottratto all’autorità del padre e del nonno. Non sempre ottemperava a ordini, usi e costumi pastorali al punto che nel periodo in cui era costretto a custodire il giovane gregge in ”sa laghinza” in Sassu Altu, quando gli fu consegnato il fucile da custodire nella “pinnetta” gli fu raccomandato di tenerlo, nel corso della notte, sotto il poggiatesta di stuoia, siccome a lui la cosa andava scomoda, se lo piazzava lungo il fianco. Una notte, il padre, in controllo ispettivo, vide il fucile a portata di mano e lasciandolo dormire glielo portò via.
angelotruddaiulavoroLa mattina da “sa laghinza” Angelo scese al casolare, il padre gli chiese dove fosse il fucile, egli rispose francamente che giel’avevano rubato. Il padre, rimproverandolo glielo riconsegnò con mille raccomandazioni. C’è da dire che il padre era un ex carabiniere e risentiva di questa sua formazione militare che ben supportava il suo ruolo patriarcale. Il ragazzo muoveva la testa e se appena avesse avuto l’occasione di andarsene sarebbe emigrato visto che le prediche per le sue trasgressioni erano all’ordine del giorno.

giubileo_truddaiu-Le consuetudini vanno rispettate, altrimenti ti mandigant sos maccarrones in conca e ti rubano pure il fucile che ti serve a difendere il gregge dai ladri.-

  Altro episodio trasgressivo, fu la volta che, il padre col fratello maggiore col nonno e con altri amici, organizzatisi per la caccia alla selvaggina di bosco, gli affidarono i cani da caccia, perché li sguinzagliasse al momento opportuno e poi li seguisse orientandoli. La giornata era fredda e il giovane non aveva proprio voglia di prendersi quel freddo che gli strappava la pelle dal volto e, visto, che nei pressi della zona di caccia alloggiava una vedova con tre belle figliole, invece di governare i cani, li mandò avanti da soli ed egli si rifugiò presso la vedova, dandosi alla lieta conversazione con le quattro donne attorno al caminetto. La caccia fu un fallimento, perché anche i cani, non governati, andarono per conto loro e non ebbero voglia di cacciar lepri dalle tane. Udito il grido dei cacciatori delusi, Angelo uscì furtivo dalla casa delle ospiti e se la diede a gambe come un ricercato, perché aveva trasgredito per l’ennesima volta, le regole, questa volta della caccia.
madonn_funtanazza_chiaramMan mano che i figli diventavano adulti in famiglia si prendeva coscienza che tutti non potevano campare da quella proprietà: il figlio maggiore Sebastiano emigrò in Corsica, la maggiore delle figlie entrò, per sua scelta, ma certamente influenzata dalla mistica madre, tra le Pie Sorelle Educatrici di San Giovanni Battista di Sassari e divenne professoressa di Lingue e Letterature straniere, secondo le regole della congregazione più femminista esistente in Sardegna. Rimasero così nel podere Angelo e Laura, mentre il padre andava invecchiando e dimorava in paese, assistito a turno da qualcuna dalle nipoti. Giuseppe Truddaiu raggiunse la vetusta età di 94 anni e si addormentò nel Signore come un buon patriarca.

simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-019Tra padre e figlio “scioperato” non sempre le cose erano andate nel verso giusto come avveniva in genere tra padri e figli pastori per via delle generazioni diverse, mentre Angelo voleva fare il pastore “liberale” progressista, con miglioramenti all’azienda, irrigazione e altro, il padre restava fedele alla tradizione.
La protettrice di Angelo fu sempre la madre che riusciva più del padre a capire le idee e a sminuire le “sbandate ” del figlio.
Nel ‘70  Laura andò sposa ad un piccol0 industriale del paese e lasciò la campagna, Angelo restò per alcuni anni da solo e poi, a 38 anni si sposò con la bulzese Stafanina Cabizza, che gli diede cinque figli, ma uno morì prematuramente, sopravvisssero: Giuseppe (1975), Angela Maria, nota Angelina (1976), Sara (1977) Stefania (1980).
simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-020La vita in campagna per i figli fu abbastanza dura. Il maggiore, frequentate le Scuole Medie, aiutò il padre, ma in contestata subordinazione, Angelina e Sara iniziarono a frequentare l’Istituto Tecnica Industriale per alcuni anni, ma a causa dei pregiudizi paterni per gli atteggiamenti emancipativi delle figlie, dovettero ritirarsi dalla scuola e dare una mano all’azienda e poco dopo seguire la loro strada matrimoniale. Nel frattempo anche la madre passò a miglior vita (1973) e su Angelo piovvero il lutto per la perdita della madre, l’azienda da gestire, la famiglia da campare: troppe responsabilità per un giovane che era vissuto in una famiglia patriarcale, nelle scanzonate compagnie dei coetanei, a volte troppo allegri, e così tra il 1975 e il 1989, per quattordici anni si gettò fra le braccia di Bacco, ma possiamo dire anche di Tabacco; usuale itinerario tempestoso degli artisti di tutti i tempi: genio e sregolatezza insieme.
simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-026Per sua fortuna il senso di responsabilità del figlio maggiore Giuseppe, delle figlie Angelina, Sara e Stefania, i sacrifici della moglie e il supporto psicologico degli zii Canizza-Soddu, l’azienda bene o male andò avanti. Si pensi soltanto che Angelina, che ha smesso da poco di fare l’allevatrice, aveva appreso a mungere il gregge da quando aveva quattro anni.
Vederla mungere e conversare amabilmente sulla storia familiare è stato per me una delle esperienze più belle della professione di ricercatore.

simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-027Nel 1989 fu abbattuto il muro di Berlino e anche Angelo, presa coscienza dello stato in cui si era ridotto, con una determinazione insolita, da un giorno all’altro, abbandonò Bacco e si tenne fortemente attaccato a Tabacco, (che più tardi gli causerà problemi cardiaci), riprendendo con insolito entusiasmo le responsabilità della sua azienda e realizzando un enorme scavo ad imbuto nella tanca di Scale ‘e Malta, un invaso che dal nome dell’azienda battezzò laghetto di Funtanatza. In seguito, da un giorno all’altro, prima cominciò a sagomare il volto dei figli sul tufo bianco e morbido e poi, procuratesi le attrezzature, cominciò a scolpire su trachite rossastra e grigia fauna e flora della località. Le più importanti opere in trachite esposte a Iscala ‘e Malta, podere di Funtanatza, si ergono nella tanca quasi fossero strani fantasmi in fuga. Le opere dello scultore s’inseriscono egregiamente in quelle sughere millenarie, stranamente contorte e parlanti.

simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-035Angelo ripresa lena, nonostante i disturbi al cuore, e per sedici anni, fino alla sua scomparsa (2011) lavorò intensamente nello scolpire trachite morbida e dura.

Nel suo podere di Iscale ‘e Malta e di Funtanatza, procedette man mano ad animare i massi di trachite, sotto le sughere  contorte del boschetto, che va a specchiarsi nel laghetto. La scultura più in vista e più suggestiva sono la Vergine e e la Vergine Madre col bambino Gesù, due statue che nascono nello stesso masso allungato di trachite, spalla a spalla: con il volto rivolto verso occidente la Vergine a mani giunte, in estasi, che guarda verso il cielo quasi  ad impetrare pietà verso gli uomini; la Vergine Madre col bambino Gesù è rivolta verso oriente e sembra mostrare suo figlio  a chi la implora.
simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-036Questa doppia statua (siamese) è collocata su un enorme masso sotto una sughera dai rami contorti, collocata nel sentiero fra le due tanche: Funtanatza, a destra di chi scende e Iscala ‘e Malta a sinistra. Quest’opera è significativa, manifestando la duplicità della simbologia dell’artista, che ricorrerà spesso a offrire sia nelle opere in legno come in quelle in trachite rossastra o grigia il male e il bene, l’amore lecito, ma rivoltando l’opera, la violenza sulla donna (opera in   legno).
 Nella tanca Iscala ‘e Malta, scelta da lui come Museo a Cielo Aperto (MuCieApe) delle sue sculture è già di per se stesso un’opera d’arte naturale con le querce che da un momento all’altro sembrano abbassarsi per ghermirti e trasformarti in un loro ramo contorto. Paiono infinite mani rivolte verso terra, ma anche spire che vorrebbero prenderti per stritolarti.
Lo spettacolo s’incendia di colore rossastro dopo il taglio del sughero: visione che si può godere ogni dieci anni.

simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-037Accanto al laghetto è collocata una Sirenetta in metamorfosi di donna, con turgide enormi poppe e sensuale nudità, mentre le pinne si vanno trasformando in braccia e gambe. La statua che è lunga circa cento centimetri e larga quaranta centimetri è in posizione di quasi riposo, il cui corpo giovanile poggia su un cuscino trachitico; un gran masso accoglie la rimanente parte del corpo. Lo scultore  ha esplicitamente dichiarato (al figlio Giuseppe) che voleva scolpire la trasformazione della Sirenetta in femmina, ma, ad uno sguardo ignaro di questi fini dello scultore, appare una prosperosa adolescente in boccio nelle smanie d’amore. Masso e Sirenetta si rispecchiano nel laghetto producendo effetti di un realismo magico e misterioso. Sirenetta ben diversa da quella di Edward Eriksen  del porto di Copenaghen, un’adolescente (in bronzo) col capo chino, colta dalla malinconia  in attesa dell’uomo del suo cuore, secondo la favola di Andersen, uomo che non può inseguire, perché priva di piedi.
Alla femminea adolescente, il nostro artista, quasi contrappone una prepotente giovane che brama sciogliersi dalla sua natura marina per trasformarsi in donna ardente e voluttuosa. Sirenetta rassomigliante più alle Sirene di Scilla e Cariddi che alla favola dello scrittore danese.
simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-044La stessa statua, in bassorilievo, l’artista ripete nella gigantesca mano, soprannominata Giubileo, ad indicare l’anno duemila. In questa però la Sirenetta pare perdere le squame di dea marina per diventare donna. La Mano è collocata non molto lontana dalla Vergine, nella tanca attigua, dove ogni anno, a conclusione del simposio, si celebra la Santa Messa in suffragio dell’artista.

simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-075Altra opera, situata all’ingresso di Tanca ‘e Malta, quella del laghetto, l’artista ha scolpito un Muflone che pare voglia  nella sua placidità contemplativa invitare l’ospite ad entrare.
L’opera è molto espressiva e dinamica e scolpita magistralmente.
In quest’itinerario dell’artista siamo partiti dalla duplice statua della Vergine e Madre, poi, salutato il muflone all’ingresso del tancato, ci siamo diretti verso la Sirenetta, lasciata questa e salendo il pendio incontriamo un masso largo e basso su cui pare muoversi qualcosa che è poi la Tartaruga in procinto di svignarsela. Non ti chiedi se sia un sasso in trachite oppure una vera tartaruga tanto è scolpita fedelmente.
simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-050Procedendo nel pendio , sopra un masso enorme, eccoti la Volpe, che da come muove i passi, pare slanciarsi verso la preda. In genere in molte favole si elogia la volpe per la sua furbizia, ma lo scultore pastore sapeva che la volpe è capace di ghermire un agnello, dissanguarlo e sotterrarlo e poi visitarlo di tanto in tanto per consumarlo. La coda è particolarmente estesa. Percorrendo l’itinerario più giù e puntando verso il centro ecco venirti incontro su un masso una cinghiala e un cinghiale in amore, il maschio sopra e la femmina che soccombe sotto, dal segreto di questo atto sbuca però il volto di un sardus pater che con buoni denti e berritta pare abbia voglia di fumare la pipa, anzi di versare da una cannula in bocca dell’acqua nella fontanella sottostante. Il complesso della scultura con l’accoppiamento questa volta si fa non duplice, ma triplice. truddaiu-luiL’estrosità dell’artista la fa da padrona. Procedendo più avanti eccoti il volto di un Asino che va a mettersi non le zampe, ma le mani in testa, gli giri intorno ed eccoti il viso di un uomo anzi di un intellettuale che nel complesso è quello che ne esce peggio, ché dal collo si stacca un maialetto. Pare che dica:- Intellettuale conca de ainu. – La scultura rievocherebbe un episodio familiare. Un giorno il figlio con gli altri cognati misero in libertà dei maialetti rinchiusi nel recinto e si misero poi ad inseguirli senza riuscire ad acciuffarli, ma correndo il rischio di sbattere la faccia per terra. ché i maialetti in nessun modo si lasciarono catturare.

simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-084Discendendo più giù e avviandoti al lago, su un masso, due grossi occhi ed un corpo corto e gonfio ti dicono che l’artista abbia voluto raffigurare un Rospo. Non ti resta che salutarlo:
-Buongiorno signor Rospo!-

Tornando al sito della Sirenetta ecco sbucare dall’acqua un coccodrillo, che pare voglia guadagnare la terra, ma gli mancano le forze e spesso soccombe inghiottito dal lago.
In altra quercia ecco una donna nuda, alla ricerca di nascondersi nell’albero incavato. Nelle mostre spesso è tolta dall’imbarazzo (e rimessa in deposito) nel ricordo degli ammonimenti della pia madre: -Angelo, se scolpisci queste nudità finirai all’Inferno!- Angelo, però, non è finito all’inferno, ma sorride dal cielo ogni volta che tanta gente si accalca nel bosco del MUCIEAPE a creare arte e festa gioiosa.

truddaiu-luiLe sughere, coi loro tronchi e rami contorti, pare vogliano giocare con le opere che lungo i cinque simposi celebrati, dopo la morte dell’artista, sono stati realizzati dagli scultori partecipanti. Il parco scultore è in crescita e questo grazie agli amici e al figlio, alle tre figlie e alla vedova che intendono così ricordare un un padre e un marito che negli ultimi sedici anni della sua esistenza, pur facendo il pastore, non ha dimenticato questa sua vena artistica e poetica che parla ai visitatori e agli amanti dell’arte e dell’artista.

simposio-truddaiu-chiaramonti-2016-086La grande critica si è occupata di Sciola e di Nivola, scultori, di Nieddu e di altri bravi artisti sardi, ma verrà giorno che si renderà conto anche di Angelo Truddaiu e gli darà il merito che gli spetta con in più la geniale idea del Museo a Cielo Aperto (MUCIEAPE) inserito in un paesaggio naturale che è di per stesso  una grande opera d’arte.

(Continua “Artisti e opere degli artisti dei simposi”)

 

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