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Studi storici sui dialetti della Sardegna Settentrionale, V, di Mauro Maxia


Un’antica epigrafe in gallurese

È invalsa, fra gli studiosi, l’opinione che la colonizzazione còrsa del Nord-Est della Sardegna e la conseguente introduzione del dialetto gallurese siano un fatto relativamente recente, da inquadrare fra il XVII e il XVIII secolo. 67 In realtà si tratta di una visione tradizionale mai sottoposta a verifica.

Una serie di dati consente infatti di retrodatare la presenza còrsa in Gallura almeno alla metà del ’500 e, relativamente alla contigua regione dell’Anglona, al pieno ’400. Sotto questo profilo ci occuperemo qui di un’epigrafe che si osserva all’esterno dell’abside della chiesa romanica di Santa Vittoria del Sassu (Perfugas, Sassari).

1. La chiesa di Santa Vittoria del Monte Sassu.

La chiesa campestre di Santa Vittoria è situata in uno spiazzo alle pendici settentrionali del Monte Sassu 68, nella regione storica dell’Anglona, antica curatoria del Regno di Torres. 69 Si tratta di piccolo edificio romanico risalente al XII secolo.


Il titolo di Santa Vittoria del Sassu si rileva in una tabella lignea affissa all’interno della chiesa, con la quale il vescovo Diego Capece nel 1836 concedeva quaranta giorni d’indulgenza a coloro che vi si fossero recati a pregare. Il fatto che la curia ampuriense, cui si deve la commissione della tabella, indicasse il toponimo Sassu sembra significare che quello citato sia l’originario titolo ufficiale del monumento.

In letteratura la sua prima citazione è riportata nel lavoro enciclopedico di Vittorio Angius 70, che la ricordava col titolo di Santa Vittoria di Campu d’Ulumu, il quale riflette la denominazione della più vicina località abitata. In seguito ne fece cenno il Pellizzaro col titolo di Santa Vittoria di Erula, datandola all’ultima fase del romanico sardo 71. La chiesa venne infine citata da P. Sella, che localizzò erroneamente nel suo sito il villaggio medievale di Gavazana 72. Egli, identificando il titolo di Santa Vittoria, antica parrocchiale di Gavazana, con la chiesa in questione stabiliva un’identità pur senza  disporre di alcun elemento per sostenere tale tesi. In realtà il villaggio medievale di Gavazana sorgeva nella località detta attualmente Battána, a metà strada fra Perfugas e Laerru, dove si conserva ancora il toponimo Santa Vittoria 73. Purtroppo, come spesso accade, l’errata indicazione del Sella continua ad avere riflessi ogniqualvolta la chiesa in questione venga citata in lavori che hanno per tema i monumenti medievali dell’Anglona.

Di recente, infatti, seguendo l’opinione di quello studioso, sono incorsi nella medesima svista anche P. Marras 74 e R. Coroneo 75.

Il sito dove sorge la chiesetta dovette appartenere in origine al villaggio scomparso di Bangios, un tempo situato al piede settentrionale del Sassu, circa quattro chilometri in linea d’area da Santa Vittoria in direzione ovest rispetto ad essa. L’abitato di Bangios risulta citato per l’ultima volta in un documento del 1388 76, dato dal quale si deve presumere che il suo abbandono sia avvenuto gradualmente nel corso del secolo successivo. La località è ricordata ancora in un documento fiscale del 1519 che rivela la presenza di un modesto numero di nuclei familiari 77. Più probabilmente tale presenza sembra da riferire al suo antico territorio, costituito in massima parte proprio dall’altopiano del Sassu. L’area del villaggio infatti, situata nel punto più basso della pianura presso il rio di Banzos, che da esso prende nome, dovette essere abbandonata a causa del suo clima fortemente malarico causato dagli impaludamenti.

La situazione demografica dell’Anglona, non diversamente dal  resto della Sardegna, conobbe una gravissima crisi innescata dalla pandemia del 1348 oltre che da un cinquantennio di guerre condotte dai suoi signori, i Doria, contro gli Aragonesi.

Nel 1620, pur essendo ormai il villaggio da tempo spopolato, la parrocchia rurale di Bangios costituiva ancora uno dei nove titoli canonicali della diocesi di Ampurias 78. Il suo territorio, che in gran parte corrispondeva all’altopiano del Sassu, aveva un reddito di 150 lire sarde che, rapportate, da un lato, alle rendite delle altre parrocchie e, dall’altro, a due censimenti (il primo, per «fuochi», relativo al 1583; il secondo, per «bocche», relativo al 1648) 79, poteva corrispondere a una popolazione compresa fra le duecento e le trecento persone.

Se, per un verso, questo dato rappresenta una prova che l’altopiano del Sassu era abitato, dall’altro costituisce una implicita testimonianza della colonizzazione còrsa dell’altopiano. È risaputo, infatti, che quello dell’insediamento sparso rappresenta una modalità caratteristica della colonizzazione còrsa del nord Sardegna. Purtroppo, al momento non si dispone di altre fonti che possano in qualche modo dare conto di questo fenomeno per il secolo precedente, anche se è presumibile che tale movimento migratorio fosse in atto fin dal ’400.

L’esame degli antroponimi disponibili per il Cinquecento in documenti prodotti in Anglona ci mostra una realtà sociale caratterizzata da una significativa e consolidata presenza di cognomi còrsi sia in contesti urbanizzati sia in contesti rurali.

Quanto mai interessante si rivela, in proposito, l’analisi condotta dal p. Umberto Zucca sui Quinque Libri di Castelsardo relativi alla seconda metà del XVI secolo 80. Sullo scorcio del Cinquecento metà della popolazione del capoluogo anglonese era di origine corsa 81. Ben rappresentato è anche l’elemento gallurese 82. Notevole risulta il fatto che lo stesso agro era interessato da un insediamento sparso. Fra i cognomi che ricorrono più spesso nell’elemento pastorale emerge la forma Bastéliga, la quale deve la sua origine al villaggio còrso di Bastelica, epicentro del sanguinoso rivolgimento autonomistico del 1552-59 capeggiato da Sampiero Ornano.

Si tratta di dati che dimostrano una presenza di immigrati còrsi consolidata da tempo. Il loro numero così elevato potrebbe avere addirittura determinato la sovrapposizione, nell’antica cittadina doriana, della parlata còrsa rispetto all’originario logudorese 83.

Va considerato, a proposito della fonte rappresentata dai Quinque Libri, che essi documentano i dati di Castelsardo soltanto dal 1586. Ma è da ritenere per certo che la relativa situazione etnica e demografica non si determinò all’improvviso, essendo comprensibile come essa si dovesse essere formata durante un lungo periodo qui difficilmente precisabile a causa della mancanza di documenti quattrocenteschi.

Una spia della consolidata penetrazione còrsa in Anglona è data, ancora, dalla toponimia urbana del villaggio di Sedini, situato nel cuore di questa regione. In alcuni atti del Seicento uno dei suoi rioni più antichi risulta già citato con la forma Cabu Cossu «capo, rione còrso» in opposizione al vicino rione di Cabu Saldu «capo, rione sardo». Orbene, questa situazione non si sarà prodotta nel periodo in cui veniva recepita nei documenti, ma rifletteva evidentemente un dato che doveva essersi imposto già in precedenza.

La stessa toponimia del Monte Sassu nei primi documenti disponibili, relativi al 1768, mostra una situazione consolidata che testimonia che la colonizzazione còrsa era avvenuta secoli prima 84. Non altre interpretazioni si possono dare del fatto che gran parte dei toponimi dell’altopiano avevano fin da allora forme còrse.

2. Quadro linguistico dell’area.

L’Anglona e l’altopiano del Monte Sassu, che chiude questa regione a sud, sono caratterizzati da una tripartizione dialettale. L’area sudoccidentale è compresa nel diasistema logudorese settentrionale; quella nordoccidentale è da attribuire al dominio del dialetto sassarese; quella orientale rientra nel dominio gallurese 85.

La località in cui sorge la chiesa di Santa Vittoria è situata all’interno del territorio spettante al dialetto gallurese ma dista soltanto un paio di chilometri dall’area abbracciata dalla varietà
settentrionale del logudorese 86. Il centro di Perfugas, nel cui territorio la chiesa in questione ricade, è infatti sardofono mentre l’agro, a parte gli stazzi di Corra Meàna, è corsofono come la gran parte del restante territorio abbracciato dal Sassu 87.

In letteratura le prime notizie relative alla presenza di elementi còrsi in questa area si rilevano indirettamente in un documento del 1768, nel quale la toponimia del Monte Sassu risulta essere composta in gran parte di denominazioni galluresi 88.

Il dato è confermato pienamente da un documento di poco successivo, relativo alla delimitazione dei confini del territorio comunale di Pérfugas 89, nel quale risultano attestati alcuni cognomi di origine còrsa.

3. Testimonianze epigrafiche medioevali.

Un caso assai fortunato ha voluto che della chiesetta, apparentemente anonima, dedicata a Santa Vittoria si conservassero entrambi i documenti relativi, rispettivamente, alla consacrazione e alla successiva riconsacrazione 90.

Il primo documento, una pergamena in scrittura minuta carolina, forse la più antica fra quelle prodotte in Sardegna, attesta che il monumento venne consacrato il 3 aprile 1120 91.

Una seconda pergamena, in caratteri gotici, documenta il successivo allungamento della fabbrica e la riconsacrazione avvenuta il 3 aprile 1328 92. Da entrambi questi documenti risulta che il monumento era cointitolato a San Benedetto e San Nicola. Dal nome del secondo contitolare si desume che questa chiesa doveva essere benedettina. Inoltre, si può ipotizzare che ad essa fosse annesso un monastero del medesimo ordine 93.

Sotto il profilo filologico-linguistico il toponimo lu ’Ignáli di li Frati «il vigneto dei frati» 94, relativo a un fondo attiguo al monumento, rimanda a un antico insediamento monastico altrimenti sconosciuto. A livello archeologico numerosi conci di fattura medievale, provenienti dallo spoglio di edifici ora scomparsi, sono stati riutilizzati nella costruzione della cosiddetta casa dell’eremitano, di una panchina lungo la facciata di quest’ultima e del marciapiedi che contorna la chiesa. Alcune tegole embrici di fattura medievale coprono tuttora il forno rustico della casa dell’eremitano. Sulla muratura del fianco meridionale della chiesa, a poco più di un metro dallo spigolo posteriore, si scorge l’esistenza di un’antica porta di cui un intervento successivo, forse coevo dell’allungamento, determinò la chiusura 95.

La consacrazione del monumento avvenne ad opera del primo vescovo di Ampurias, Nicola, il giorno 3 aprile 1120. Costui era il medesimo presule che intervenne alla consacrazione dell’abbazia camaldolese della SS. Trinità di Saccargia e di quella cassinese di Santa Maria di Tergu. Gli storici inquadrano il suo episcopato fra il 1106 e il 1122 96.

Dal suo nome sembra doversi, appunto, il terzo dei titoli della nostra chiesetta 97.

La riconsacrazione avvenne invece per mano di un vescovo, finora sconosciuto, di nome Gonnario, che probabilmente corrisponde al Gonnario da Perfugas, vicario vescovile di Ampurias, che il 14 marzo 1321 sancì l’annullamento del matrimonio di un tale Secondino de Lanzano, un mercenario milanese di Brancaleone Doria 98. Si tratta del primo dei prelati ampuriensi della serie di questo nome. Esso va a colmare, almeno parzialmente, la lacuna esistente nella cronotassi dei presuli di Ampurias fra l’anno 1321 (in cui era ancora titolare Bartolomeo Malacria) e l’anno 1332, quando la sede era ricoperta dal domenicano Giacomo 99.

Per tutto il basso medioevo, durante l’età moderna e fino al presente la chiesa di Santa Vittoria ha rappresentato l’edificio di culto di riferimento del Monte Sassu. Il suo antico ciappíttu «camposanto recintato», con una doppia cripta a botola per i defunti dei due sessi, ha accolto fino a questo secolo i morti degli stazzi dell’altopiano. Della devozione dei fedeli, in particolare, sono rimaste alcune brevi iscrizioni votive (v. infra).

4. L’epigrafe in gallurese antico.

Lungo il paramento esterno dell’abside di Santa Vittoria si osservano nove diverse epigrafi fra le quali, per estensione e intelligibilità, spicca nettamente un’iscrizione in gallurese 100.

Essa occupa quasi interamente la faccia a vista di un grande concio rettangolare di trachite grigia posto lungo il lato sinistro della monofora che illumina il catino absidale 101.

Il testo occupa tre linee. Materialmente l’iscrizione dovette ottenersi per mezzo di un punteruolo battuto con un martello. Ciò si deduce dal fatto che in prossimità di alcuni caratteri si notano delle scheggiature dovute, forse, a una pressione eccessiva o alla composizione del supporto lapideo oppure a una certa fretta.

I caratteri dell’iscrizione nel complesso si conservano abbastanza bene, grazie all’esposizione del concio verso S-E che ha impedito la formazione di licheni, i quali interessano invece la sezione arcuata rivolta a N-E e tutto il lato esposto a settentrione. Alla buona conservazione ha contribuito anche e soprattutto la qualità del supporto lapideo, che ha resistito bene alle offese degli agenti atmosferici 102.

La scrittura dell’iscrizione è una capitale epigrafica. Fanno eccezione la E della prima parola e la consonante R, che occorre per tre volte, le quali sono rese in caratteri semionciali.

Il testo è il seguente:

OPerAIU

MALU E · FO

rA  LErIMITA

La trascrizione corrisponde a «operaiu|malu e fo|ra l’erimita».

Diverse sono le questioni poste dal testo. Fra tutte emergono, nell’ordine, quelle relative all’autenticità, alla varietà linguistica, all’interpretazione e alla cronologia.

Non sembra che, riguardo all’autenticità, possano avanzarsi particolari ostacoli. La tradizione locale non reca alcuna notizia se non quella che l’iscrizione risulta essere conosciuta da sempre. Peraltro, dall’esame paleografico ed epigrafico (v. infra) non sono emerse contraddizioni rispetto a questo quadro.

La varietà, come si vedrà meglio appresso, corrisponde a una fase antica del gallurese, il quale si differenzia per alcune particolarità fonetiche rispetto allo stesso còrso oltremontano103. L’assegnazione del testo al gallurese e, in particolare, a una fase in cui non aveva ancora acquisito forme sintattiche del logudorese, riposa principalmente sul sintagma fora l’erimita.

L’unico, ma al tempo stesso discriminante, problema interpretativo è dato dal grafema E della seconda linea. Una traduzione di primo acchito, corrispondente a «operaio cattivo e fuori l’eremita», presenterebbe i canoni della verosimiglianza.

Essa prefigurerebbe un quadro in cui operano due individui, uno dei quali riveste la qualifica di priore e l’altra quella di eremita. Verrebbe da ritenere che la chiesa fosse retta, sotto il profilo religioso, dall’eremita mentre al priore (laico come in molte altre realtà sarde) poteva competere la parte amministrativa. Si tratterebbe, in tal caso, di una situazione ancora ben documentata, specialmente riguardo alla gestione delle sagre che si celebrano nell’interno dell’isola presso importanti chiese campestri.

Ma una lettura più approfondita, che tenga in maggior conto le strutture sintattiche del gallurese, lascia preferire la trascrizione operaiu malu è, fora l’erimita. Ancora oggi il gallurese nelle frasi enfatiche, oltre che nelle interrogative, richiede la posposizione del verbo104. Non vi è ragione per non ritenere per ragioni storiche. Mentre il gallurese ha subito, nell’ordine, un forte influsso logudorese, catalano, castigliano e italiano, il còrso oltremontano subisce da oltre due secoli l’influsso del francese. Questa varietà fino alla fine del Seicento veniva influenzata dal genovese che però ha lasciato scarse tracce in gallurese. Di rilievo appaiono le differenze nell’articolo. Il gallurese riflette l’originario articolo toscano, conservando sing. lu, la, plur. li, mentre l’oltremontano subisce la concorrenza delle forme genovesi sing. u, a, plur. i, e. Quest’ultimo aspetto rappresenta, fra l’altro, un preciso dato sull’antichità che la medesima norma, riflettente la costruzione dell’affermativa latina, fosse in uso anche in una fase più antica rispetto ad oggi.

Dunque la traduzione più appropriata appare la seguente:

“è un cattivo fabbriciere: fuori l’eremita”.

In questo caso l’operaiu e l’eremita sarebbero la medesima persona e la frase acquisterebbe una maggiore chiarezza, poiché l’allontanamento dell’eremita richiesto dall’estensore o dal committente dell’epigrafe sarebbe motivato dalla cattiva amministrazione che egli riserva ai beni annessi alla chiesa. È questa, appunto, l’interpretazione che qui si dà del messaggio contenuto nell’iscrizione.

Su questi aspetti, importanti per definire il quadro sociale e la cronologia, si ritornerà dopo l’esame dei fatti linguistici.

Il prof. Massimo Pittau, partendo dal fatto che un testo così compromettente per il suo destinatario non sia stato prontamente cancellato dal diretto interessato, ritiene che si tratti di una iscrizione commemorativa da attribuire a qualche restauro 105. Egli quindi interpreta il testo come “operaiu Malu e eremita Fora[sticu]” nel senso che due persone, denominate rispettivamente Malu e Forasticu, avrebbe promosso o attuato il supposto restauro. Tuttavia, pur accogliendo le perplessità circa la conservazione di un testo che assume valore di pubblica denuncia, la sua interpretazione va incontro a una serie di obiezioni difficilmente superabili 106.

5. Analisi filologico-linguistica del testo.

Vediamo più da vicino le forme con le quali sono stati costruiti i due sintagmi che compongono il breve messaggio.

– operaiu; è il tosc. operaio “fabbriciere” < OPERARIU(M) passato come tale al sardo. Il suo regolare esito oggi corrisponderebbe a logud. *operárdzu, campid. *operárgiu. Va ricordato che la prima attestazione volgare dell’appellativo nell’area italoromanza è contenuta, con la forma operariu, proprio in un documento gallurese del 1173 redatto in sardo valore di Logudorese 107. Il vocabolo, tuttavia, è citato in un contesto in cui non è scontato se si tratti di una forma latina oppure già volgare 108. Essa andrebbe assegnata al sardo, se non fosse per il documento in cui è riportata, documento che riferisce di una lite fra il vescovo di Civita (= Olbia) e il fabbriciere della potente Opera della cattedrale pisana. È legittimo il dubbio, considerando l’ambiente semidotto da cui il documento proviene, se non si tratti piuttosto di un latinismo oppure della forma toscana poi soppiantata, nel XIV secolo, dall’esito operaio 109. Lo stesso termine è attestato, inoltre, in un documento di area campidanese del sec. XIII che ne conferma la provenienza dalla Toscana e segnatamente da Pisa 110. La medesima voce è poi documentata in logudorese per il 1476 con la grafia semidotta hoperayos 111, la quale conserva l’originario valore di «fabbriciere» mentre in italiano si ha un’evoluzione semantica verso il significato che il termine ha attualmente.

Il logudorese settentrionale conserva ancora, sebbene come voce antiquata, la forma oberáiu. Da esso in seguito, per la prevalente funzione di curare le questue assunta da tale figura, è derivato l’appellativo oberaía «comitato per i festeggiamenti religiosi e civili in onore di un santo». Che si tratti di una forma sarda e non corsa appare avvalorato dall’attestazione in Corsica, ancora nel 1635, del sinonimo fabricero. 112

In gallurese ad oberáiu corrisponde l’appellativo suprastánti «soprintendente, capo del comitato per i festeggiamenti in onore di un santo» che appare derivato a sua volta dal toscano antico soprastante, 113 che solo in parte sembra coincidere col valore del corso suprastènte (Falcucci, p. 347).

Quest’ultima forma in Gallura ha spodestato del tutto quella logudorese, un particolare che sembra rimontare a un periodo in cui prevaleva ancora la forma sarda col suo valore originario.

Nell’iscrizione di Santa Vittoria il vocabolo sembra recare a un tempo sia il significato di «priore» sia quello di «fabbriciere».

Ciò si può dedurre dalla stretta connessione semantica che lega operaiu ed erimita, teste dei rispettivi sintagmi. Si trattava probabilmente di due funzioni che si assommavano in una sola persona. La forma operaiu, come si vedrà appresso, ha molta importanza per quanto attiene alla cronologia. Essa testimonia una fase in cui il segmento –er- non era stato ancora passato ad -ar-, secondo una tipica norma fonetica del gallurese 114 (v. infra). Nel gallurese odierno la forma operaiu, infatti, rappresenta un recente prestito dall’italiano e si riferisce esclusivamente a un lavoratore dell’industria mentre né in letteratura né nel parlato risultano attestati esiti diretti di OPERARIU. L’esito di OPERA(M) è ópara, da cui deriva opará, upará «operare»115, tutte forme col passaggio di -er- ad -ar-.

– malu < MALU(M). L’aggettivo è riferito a operaiu, e ha il valore di “cattivo (amministratore)”, “malversatore”. Questa forma può essere indifferentemente còrsa o sarda.

– e «è». La copula di tipo italiano attesta inequivocabilmente che si tratta di una voce non sarda, lingua nella quale l’esito è logud. èst(e). Sembrerebbe di un certo rilievo la mancata accentazione del grafema E. Si tratta infatti di un dato formale che consente di collocare l’esecuzione dell’epigrafe in un periodo antecedente all’introduzione del relativo segno grafico, la quale, come è noto, è avvenuta soltanto a partire dal Cinquecento per iniziativa del Bembo.

– fora «fuori». È anche questa una forma di origine toscana, area in cui l’esito di FORAS contrasta vivacemente la forma concorrente fuori (< FORIS). La funzione assolta all’interno del sintagma attesta che si tratta di un avverbio còrso, varietà nella quale tuttora si conserva la forma fóra 116. In tutte le varietà attestate in Sardegna, al contrario, esso richiede invariabilmente la preposizione a (logud.-camp. a fforas; logud.sett. a ffòra), che risale a un precedente *AD FORAS. La preposizione rafforza il valore di moto a luogo di cui l’avverbio in questione è latore. Così è anche per quanto riguarda, oltre alle genuine varietà sarde, il sassarese e il gallurese 117.

– l erimita «l’eremita». Il committente si riferisce al titolare della conduzione della chiesa di Santa Vittoria e, come si propone, dell’amministrazione dei beni annessi ad essa. È in questo senso che va interpretato il sintagma operaiu malu è, letteralmente «amministratore cattivo è». Si rileva, fra gli aspetti più notevoli del testo, la presenza dell’articolo l(u) che attesta in modo chiaro e indubitabile il suo carattere non sardo. Questa forma è infatti tipica del gallurese in misura ancora più marcata rispetto al còrso stesso, in cui essa subisce la fortissima concorrenza della variante u di origine genovese.

Quest’ultima, introdottasi in Corsica fin dal Trecento, è presente in Sardegna soltanto nella varietà còrsa insediatasi agli inizi dell’Ottocento nell’isola de La Maddalena.

Il particolare rappresentato dall’agglutinazione dell’articolo costituisce un dato che consente, al pari della copula, di collocare l’iscrizione almeno all’interno del Cinquecento, essendo noto che anche il segno grafico dell’apostrofo, come quello dell’accento, venne introdotto soltanto a partire dagli inizi del XVI secolo 118. La forma in questione riveste importanza anche per via della apofonia che caratterizza la vocale protonica, passata da e a i. Si tratta di una regola che tipicizza il gallurese rispetto al logudorese e al nuorese, in cui questo atteggiamento, pur non essendo sconosciuto 119, non assume un carattere così rilevante. Il Falcucci registrava per il còrso la forma (a)remítu120, non apofonica ma col mutamento da –er- ad –ar-. Nel gallurese moderno si ha, oltre alla identica risoluzione del segmento -er-, l’ulteriore chiusura della vocale protonica, arimíttu 121, secondo la regolare tendenza cui si è fatto cenno. Non è priva di interesse, ancora, la desinenza -a

del nostro appellativo. Sia il còrso sia il gallurese tendono infatti a conguagliare le forme maschili in –u mentre le uscite in –a, oltre che rare, non hanno un carattere popolare 122.

Occorre considerare, però, che il testo proviene da un ambito semidotto, per cui l’uscita in -a appare, in un certo senso, giustificata. Anche da questa angolazione si deduce il grado di acculturazione dell’autore, che oltre a leggere era anche capace di scrivere con terminologia appropriata 123. È noto che frati e monache furono fra i destinatari privilegiati dell’editoria sviluppatasi poco dopo la scoperta della stampa, avvenuta nel 1456. Ma ciò comporta, per converso, che essi conoscessero le nuove regole ortografiche introdotte agli inizi del Cinquecento, per cui è verosimile pensare che l’autore dell’epigrafe, se avesse operato per ipotesi verso la metà del XVI secolo, avrebbe conosciuto i segni grafici dell’apostrofo e dell’accento. Una questione sorge circa l’effettiva qualità di «eremita» che l’amministratore della chiesa poteva avere. Un documento anglonese del 1210, relativo alla conferma della donazione delle chiese di Santa Maria e Santa Giusta di Orrea Pithinna (Chiaramonti) alla congregazione camaldolese, reca per due volte il termine heremitas, -os col chiarissimo significato di «monaci» 124. Di converso, il vocabolo, secondo una tradizione rimasta in uso nella Sardegna settentrionale ancora fino agli anni Cinquanta di questo secolo 125, potrebbe avere un valore non dissimile da quello di eremitano. Con questo termine, infatti, vengono ricordati i poveri individui che, spesso solitari ma non di rado forniti di famiglia, abitavano le casette a un solo vano che ancora si possono scorgere in simbiosi con varie chiese campestri 126.

L’eremitano, in altri termini, era colui che, in cambio delle elemosine dei fedeli, provvedeva alla cura dell’edificio di culto rurale senza avere tuttavia particolari incombenze di carattere religioso. Un monaco eremita, invece, oltre che esercitare le funzioni connesse col culto, poteva ben svolgere anche quelle di fabbriciere. Mentre ad esso potevano far capo l’amministrazione della chiesa e dei connessi beni mobili e immobili, le competenze dell’eremitano non andavano al di là del tenere in ordine il monumento e del procurare le entrate necessarie alla sua ordinaria manutenzione. Se, da un lato, questa figura poteva essere paragonata a quella di un monaco laico, dall’altro, egli non poteva, per esempio, organizzare i festeggiamenti in onore del santo titolare delle chiese campestri. A questa incombenza, infatti, provvede tuttora il religioso titolare o vicario della parrocchia in cui è compresa la chiesa rurale, il quale per le cerimonie di carattere civile in genere delega un comitato di fedeli presieduto da un priore o presidente, una carica onorifica ancora oggi molto ambita nelle comunità tradizionali dell’interno. Orbene, attenendoci strettamente alle forme riportate nell’epigrafe, erimita non può essere confuso con erimitanu. Quest’ultima forse non era ancora diventata di uso comune al tempo in cui il testo venne inciso sull’abside di Santa Vittoria. La forma erimita è coerente, del resto, con operaiu, oltre che per ragioni di fonetica storica, anche per quanto riguarda le attribuzioni che a queste due qualifiche facevano capo. Pertanto, sembra ragionevole collocare l’iscrizione in un periodo in cui alla chiesa di Santa Vittoria sovrintendeva ancora un monaco eremita.

Di costui conosciamo probabilmente la sola iniziale, rappresentata, come sembra, dalla lettera abrasa che precede l’ultima parola del testo. Era una A o una M? Troppo poco, in ogni caso, per tentare di risalire alla sua identità. Si può ipotizzare, invece, che l’abrasione sia dovuta a un ripensamento del lapicida che, salvo non volesse scrivere M[ONACU], pensò bene di rendere meno diretta la sua denuncia, omettendo di scrivere il nome di colui del quale chiedeva l’allontanamento.

6- Ambiente sociale.

Lo storico, nell’accostarsi ai documenti del passato, deve sempre chiedersi a quale livello e in quale situazione si collochino i testi che esamina 127.

È allora opportuno chiedersi: chi è il committente dell’iscrizione? Per quale motivo sceglie una forma di denuncia così insolita? E poi, perché si serve del còrso anziché del sardo o del latino?

Una prima osservazione consiste nel rilevare che un messaggio scritto, di per sé abbastanza raro in età volgare, deve rivolgersi necessariamente a interlocutori idonei a recepirlo. E, dunque, emerge un quadro sociale in cui sembrano operare più persone «letterate» o, quantomeno, che sanno leggere.

Si tratta di una primo dato di notevole interesse, che escluderebbe un’attribuzione all’età moderna. Fino alla metà dell’Ottocento, infatti, non si ha alcuna notizia di scuole non soltanto per l’area del Monte Sassu ma neppure per il villaggio di Perfugas cui la nostra località faceva capo già diversi secoli fa.

Gli atti del consiglio comunitativo e della giunta comunale di Perfugas riflettono, ancora fino agli anni ’70 del secolo scorso, una condizione di diffuso analfabetismo anche fra gli amministratori, fra i quali spesso compaiono individui provenienti dagli stazzi del Monte Sassu 128. Nella stessa diocesi di Ampurias gli unici centri di cultura durante l’Età Moderna erano tre conventi francescani, due dei quali erano situati a Nulvi e uno a Castellaragonese (oggi Castelsardo), centri distanti entrambi da Santa Vittoria una trentina di chilometri. Soltanto nella seconda metà del settecento venne istituito, sempre a Castelsardo, il seminario tridentino diocesano.

Più ricca e articolata era, sotto questo profilo, la situazione nel basso medioevo, durante il quale in Anglona erano attivi almeno quindici monasteri benedettini, in gran parte cassinesi 129.

Il committente doveva essere, necessariamente, una persona che aveva interesse a che l’eremita-fabbriciere venisse allontanato dalla conduzione dei beni annessi alla chiesetta.

Ipotizzare quali fossero queste ragioni risulta assai arduo, ma una di esse poteva essere rappresentata, per esempio, dalla possibilità che l’eremita facesse capo a una congregazione invisa ai catalano-aragonesi, nuovi padroni dell’isola all’indomani della definitiva resa dei Doria, signori di origine genovese padroni dell’Anglona fin dal XII secolo. Se la proposta cogliesse nel giusto, si potrebbe collegare questo fatto al forte attrito che già dal Trecento opponeva i còrsi, compresi quelli stanziati in Sardegna, ai genovesi.

Sono ben documentati sia la l’insofferenza dei còrsi alla dura dominazione genovese, realizzata attraverso il potente Banco di San Giorgio, sia il ruolo giocato dalla Corona d’Aragona. Questa tendeva, infatti, a realizzare compiutamente il Regnum Sardiniae, incorporando anche la Corsica dopo le interminabili lotte, durate quasi un secolo, per impadronirsi della Sardegna 130.

Di questi tentativi resta una interessante documentazione risalente agli anni ’80 del Quattrocento, quando i genovesi sventarono un complotto che vedeva coinvolto il vescovo di Ajaccio e al quale non doveva essere estraneo lo stesso arcivescovo di Sassari 131. La presenza còrsa in Gallura è chiaramente attestata soltanto verso la metà del Cinquecento grazie ad alcuni documenti relativi alla guerra europea conclusasi col trattato di Cateau-Cambrésis 132.

Un altro documento successivo di qualche anno accennava ai numerosi còrsi che abitavano in Sardegna e che aderivano alla causa indipendentistica propugnata da Sampiero Ornano (AGS, Estado, legajo 1324, lettera di García Hernández a Filippo II del 31 gennaio 1563). Lo stesso Ornano si sarebbe vantato dell’appoggio di 400 còrsi residenti in Sardegna (AGS, Estado, K. 1501, c. 95).

In uno di essi, datato al 1562 e relativo alle campagne di Tempio, è contenuta la prima testimonianza dell’esistenza degli stazzi, abitazioni rurali caratteristiche dell’insediamento umano gallurese 133. Un documento dell’anno successivo ricorda un abitante di Tempio, un certo Gerolamo de Perigino, alias Zambaldo 134, del quale il cognome e il soprannome appaiono originari della Corsica. Si tratta di aspetti che paiono riflettere una situazione ormai consolidata.

Per quanto riguarda il lapicida, nulla autorizza a credere che si trattasse dello stesso committente. Ma il fatto rappresentato dall’abrasione della lettera che precede l’ultima parola del testo farebbe pensare che l’uno e l’altro siano la stessa persona. Un lapicida, infatti, avrebbe scritto fedelmente e senza indugio il testo commissionato.

L’uso del volgare rappresenta un indizio della presenza a Santa Vittoria o, comunque, in Anglona di litterati di origine còrsa oppure sardi ma corsofoni. Individui che potevano essere espressione dello stesso ambiente dell’eremita, cioè rappresentanti del clero monastico. Non sembrerà fuori luogo pensare che la denuncia contenuta nell’epigrafe potesse avere proprio l’obiettivo di determinare l’allontanamento dell’eremita-fabbriciere allo scopo di subentrargli.

Tutto ciò, comunque, solleva dubbi e interrogativi circa il reale valore del termine eremita, il quale appare ben strano se si considera che la chiesa di Santa Vittoria non doveva rappresentare un eremo in senso stretto quanto un preciso punto di riferimento e di aggregazione. Se l’epigrafe fosse frutto dell’iniziativa di un altro religioso, bisognerebbe accettare l’idea che nel fievole ricordo dei frati che la tradizione locale ancora conserva sia da riconoscere la presenza di una comunità monastica, forse anche molto ridotta, ma tale da dare all’appellativo in questione il valore allargato di “fabbriciere” o “priore” piuttosto che quello di eremita.

Sull’uso del còrso anziché del sardo, non sembra che si possano intrattenere particolari discussioni al fuori di quella che nella località di Santa Vittoria e nell’altopiano del Sassu, allora come oggi, si parlasse il gallurese. Non altra spiegazione sembra potersi dare del fatto che un parlante corsofono (il committente dell’epigrafe) lanci un messaggio rivolto ad altre persone che, sia che abitino nella medesima località sia che provengano da fuori, evidentemente usano il medesimo codice linguistico.

D’altra parte, l’uso del dialetto ben si addice all’espressività del testo e a uno scopo così poco edificante come quello perseguito dall’autore. Se i suoi intenti fossero stati di genere “alto”, verosimilmente egli avrebbe utilizzato il latino. Va osservato, infatti, che l’uso del dialetto nella comunicazione scritta emerge quasi sempre al di fuori delle formule commemorative e predilige ambiti comunicativi che sfiorano l’oralità. Peraltro, non si deve affatto trascurare che alcuni fra i più antichi documenti della lingua italiana sono rappresentati proprio da scritte murali eseguite o commissionate da elementi che erano espressione del clero. Sia sufficiente ricordare il graffito della catacomba di Commodilla e l’iscrizione della basilica di San Clemente, entrambe a Roma 135.

Infine non appare priva di significato la scelta dell’esterno dell’abside per l’esecuzione dell’iscrizione. Il catino infatti all’esterno è sfiorato dall’antica carrareccia che metteva in comunicazione l’Anglona col Monteacuto. Per cui il messaggio venne inciso in un punto in cui non poteva sfuggire alla vista di chiunque, transitando per Santa Vittoria, fosse capace di leggere. Sotto questo aspetto si può anche dire che, per la sua spontaneità, il messaggio sembra più “parlato” che “scritto”.

7– Attribuzione cronologica

Sotto il profilo paleografico, l’epigrafe è stata esaminata dalla prof. Olivetta Schena, paleografa dell’Università di Sassari. La studiosa ritiene che il periodo entro il quale collocare l’epigrafe sia sicuramente successivo al ’300 con una tendenza verso il periodo compreso fra la metà del ’400 e la metà del ’500.

Dal punto di vista epigrafico il testo è stato studiato dalla dott. Cecilia Tasca, la quale ha in corso di edizione un importante lavoro relativo all’intero corpus epigrafico medioevale della Sardegna 136. La studiosa, che ha esaminato in situ l’iscrizione fin dal 1983, afferma che i caratteri usati dal lapicida hanno puntuali riscontri unicamente in epigrafi della prima metà del ’400. In ogni caso, secondo la medesima, la loro datazione non può essere riferita a periodi successivi al 1470.

In effetti, gli archi cronologici indicati dalle due studiose hanno in comune un preciso periodo storico che corrisponde al ventennio compreso fra la metà del XV secolo e il 1470. Si tratta di un dato di notevole importanza che concorda con l’esame filologico e linguistico e con i caratteri dei documenti cui si accennerà nel successivo punto 8.

La valutazione di entrambe le studiose sembra riposare principalmente sulla presenza della e di operaiu e delle tre r in grafia semionciale.

Per ritrovare nel territorio anglonese altri documenti epigrafici recanti i due caratteri in questione bisogna risalire fino al 1812, anno di datazione di un ciborio d’argento custodito presso la parrocchiale di Sedini, un villaggio situato a una quindicina di chilometri dalla chiesa di S. Vittoria. 137 Ma probabilmente si tratta di una grafia che l’autore del manufatto riprende dai caratteri tipografici e, in particolare, da quelli di tipo italico.

D’altra parte, non si può tacere qualche perplessità sul segmento er di operaiu. Sembrerebbe, infatti, che il lapicida per un attimo sia rimasto incerto se proseguire con la semionciale o ritornare alla capitale epigrafica. Ma si tratta di aspetti che forse sono destinati a rimanere insoluti.

Per quanto riguarda la destinazione del messaggio, si dovrà ipotizzare che esso fosse indirizzato a un dignitario dotato dell’autorità di prendere il drastico provvedimento che ilcommittente dell’epigrafe reclamava pubblicamente.

Ciò appare verosimile se, per esempio, si pensa che l’iscrizione poté essere concepita in prossimità di una visita della chiesa da parte del vescovo di Ampurias, nella cui circoscrizione la chiesa di Santa Vittoria era compresa, oppure di un suo vicario. In tal caso l’ipotetico termine ante quem potrebbe individuarsi intorno al 1443-1445, quando alla mensa episcopale di Ampurias vennero unite le rendite appartenute durante il Medioevo alla congregazione cassinese 138.

Santa Vittoria e il suo ipotizzato monastero non figurano fra i possedimenti cassinesi e forse costituivano una dipendenza dell’abbazia di Camaldoli, come si argomenta in altra sede 139. Ma il fatto che, fin dagli inizi del ’500, il territorio appartenuto al priorato camaldolese di Orrea Pithinna rappresentasse una prebenda canonicale della diocesi di Ampurias 140, dimostra che anche i beni appartenuti all’Abbazia di Camaldoli erano già stati accorpati, probabilmente durante il secolo precedente, alla diocesi ampuriense.

D’altro canto, la politica di aggregazione dei beni dell’Ordine Benedettino ai benefici diocesani è confermata, sempre all’interno del XV secolo, dall’attribuzione al vescovato di Ampurias del priorato di Sant’Antonio di Castelsardo, già dipendente dal priorato genovese di San Fruttuoso, disposta il 20 dicembre 1491 141.

Il dato del 1443-45 sembrerebbe congruo col fatto che i Cassinesi, dopo la conquista aragonese della Sardegna, riuscirono a mantenere, specialmente in Anglona, i loro possedimenti ancora più a lungo dei Camaldolesi, la cui presenza si indebolisce già verso la metà del Trecento. Vi sarebbe coerenza, inoltre, con l’avvenimento storico che rappresenta il passaggio definitivo dell’Anglona dalla signoria doriana alla dominazione aragonese, avvenuto nel 1448 con la resa di Castelgenovese, ultimo baluardo dei Doria in Sardegna.

L’ultimo dato relativo alla presenza dei Cassinesi in Anglona è, anch’esso, compreso all’interno del XV secolo ed è rappresentato da una breve memoria dell’ultimo abbate di Santa Maria di Tergu, primaria di questa congregazione in Sardegna, e si riferisce al 1486 142.

La datazione potrebbe essere anteriore, invece, nel caso che con i termini operaiu e erimita si volesse indicare, come si propone, un monaco preposto alla conduzione della chiesa di Santa Vittoria e dei beni mobili e immobili. Fin dalla prima metà del Trecento, infatti, ci sono noti degli episodi di mala amministrazione monastica nel contesto della stessa diocesi ampuriense; episodi che dipingono un ambiente caratterizzato da contrasti fra religiosi e dall’affitto a privati di chiese e relative rendite 143.

Ma una collocazione dell’epigrafe all’interno del Trecento sarebbe in contraddizione con l’interpretazione paleografica ed epigrafica di cui si è detto.

Notevole appare, ai fini della cronologia, l’evoluzione delle due forme citate. Mentre la prima è caduta in disuso e la tradizione non ne conserva memoria se non col valore di «persona che si occupa dei festeggiamenti», la seconda ha subito il passaggio da er- ad ar-, l’apofonia della vocale protonica e il cambio di desinenza. Si tratta di fatti diacronici importanti, alla cui esatta valutazione cronologica si oppone, sfortunatamente, la mancanza di altri documenti.

8. Altre iscrizioni.

Si accennava alla presenza di altre iscrizioni oltre a quella di cui si è discusso fin qui. Ben otto si trovano, quasi raggruppate, lungo l’arco destro dell’abside. Alcune purtroppo risultano difficilmente leggibili a causa dell’erosione prodotta dall’esposizione a N in alcuni conci di materiale meno resistente.

Dall’alto verso il basso e da destra verso sinistra le epigrafi interessano i seguenti ordini:

9° ordine; 2° concio (trachite grigia); testo: «ELIAS». Scrittura capitale. La lettera iniziale è più alta rispetto alle tre successive. L’ultima è sinistrorsa. Per stile è l’unica epigrafe che possa essere confrontata con quella di cui si è discusso fin qui. Non va escluso che questo personaggio potesse avere qualche relazione col suo contenuto, nel senso che potrebbe essere il lapicida o il committente o anche l’eremita di cui si chiedeva la cacciata. L’uso della scrittura capitale deve avere preceduto gli altri stili, meno ricercati, con i quali risultano incise le altre iscrizioni. Il testo, relativo unicamente a un nome, non consente di avanzare ipotesi se non quella che si tratti di una «firma» da parte di una persona che volle immortalare la sua presenza. Forse si tratta di un autografo connesso con lo scioglimento di un voto, così come può osservarsi presso molti santuari campestri. L’unico dato certo appare rappresentato dal fatto che questo individuo aveva un nome sardo. La forma Elías, seppure tendente al disuso, è ancora attestata come tale nell’antroponimia logudorese e campidanese. In còrso e in gallurese, al contrario, questo nome è attestato nella forma Alía.

6° ordine; 1° concio (trachite bruna); testo composto da una decina di caratteri compresi in una cornice, dei quali non si riesce a cogliere il valore.

6° ordine; 2° concio (trachite rosa); testo: «SANTA».

5° ordine; 1° concio (trachite nocciola); testo: «SANTA» compreso in una cornice.

4° ordine; 1° concio (trachite bruna); testo: «VITTORIA».

4° ordine; 4° concio (trachite bruna); testo: [1^ linea] «V»; [2^ linea] «SANTA» compreso in una cornice.

3° ordine; 7° concio (trachite rossastra); testo «SANTA».

Per questo gruppo di sei epigrafi si può avanzare la proposta che si tratti di iscrizioni votive e che nel teoforico «SANTA» sia da vedere un riferimento alla titolare del santuario come, peraltro, appare confermato dal termine VITTORIA riportato nel 1° concio del quarto ordine. Forse queste iscrizioni sono da mettere in connessione con la promessa di indulgenze del vescovo Capece, cui si è accennato a proposito della targa lignea del 1836.

Nel penultimo ordine rispetto alla chiusura del timpano dello stesso lato orientale in cui si trova l’abside si osserva un’altra epigrafe. È un concio di trachite rossa scura e il testo, in caratteri capitali vicini a quelli dell’iscrizione più importante, è riportato su due linee: [1^ linea] «PE • R • Vc.»; [2^ linea] «DI».

Un’altra epigrafe si osserva lungo il lato meridionale dell’edificio. Essa si rileva nel sesto ordine dal basso verso l’alto e occupa, rispetto allo spigolo S-E, il sedicesimo concio. Il materiale (trachite rossa) è interessato da venature e risulta eroso in più punti. Del testo, disposto su due linee, si apprezzano soltanto alcuni caratteri. Nella prima linea si notano almeno cinque lettere che, a una prima osservazione, sembrerebbero corrispondere a «PUORG». Nella seconda linea si notano tre lettere che potrebbero leggersi «GAS». Tra la prima e la seconda lettera l’erosione ha prodotto una profonda incavatura che compromette la lettura.

9. Conclusioni.

L’estrema laconicità dell’epigrafe qui esaminata rappresenta un serio ostacolo per una precisa attribuzione cronologica. Tuttavia, gli elementi emersi dalla discussione risultano corroborati da precisi dati storici, filologici, linguistici, paleografici ed epigrafici. Anche i dati presi in esame nel capitolo precedente consentono di inserire a pieno titolo l’iscrizione di Santa Vittoria all’interno di un contesto sociale e linguistico caratterizzato da una forte presenza còrsa. Anche da questa prospettiva, dunque, la proposta della sua datazione al pieno Quattrocento risulta verosimile e fondata.

L’epigrafe risale a un periodo in cui dall’incontro del sardo e del corso si era già formata la varietà dialettale oggi denominata “gallurese”. In attesa di poter disporre di ulteriori e più precisi dati di carattere storico e culturale, che consentano di operare una datazione ancora più affidabile, si propone, in accordo con l’esame epigrafico e paleografico, di collocarne l’esecuzione all’interno del pieno XV secolo, più precisamente fra il 1445 e il 1470.

Sebbene l’iscrizione risulti isolata, non avendosi notizia finora per il territorio sardo di altre attestazioni epigrafiche del còrso, essa giunge a confermare una ormai radicata presenza, durante il XV secolo, di gruppi còrsi, oltre che nell’Anglona costiera, anche nell’altopiano del Monte Sassu. Questo aspetto, che è assodato per la città di Sassari, dove l’elemento còrso è attestato in modo massiccio fin dalla prima metà del Trecento, va necessariamente esteso anche all’Anglona orientale, cioè quello stesso settore confinario con la Gallura nel quale sorge la chiesa di Santa Vittoria del Sassu. A maggior ragione, questo quadro si dovrà ritenere valido per la stessa Gallura, per il semplice fatto della sua maggiore vicinanza alla Corsica.

In ogni caso l’epigrafe in questione sembra rappresentare, per la Sardegna, la prima documentazione diretta di una varietà còrsa.

Considerando i fatti linguistici del pur breve testo, la dislocazione del sito e la sua appartenenza da tempo immemore al dominio dialettale che prende nome dalla contigua Gallura, si può concludere con la valutazione che, allo stato attuale delle conoscenze, questa iscrizione costituisce la più antica testimonianza del dialetto gallurese.

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Note:

67 Cfr., per tutti, WAGNER M. L., La lingua sarda. Storia spirito e forma, a cura di Giulio Paulis, Nuoro, 1997, p. 387.

68 Alla chiesa si arriva percorrendo la provinciale Perfugas-Tula, deviando sulla destra duecento metri prima della borgata di Campos d’Úlimu

69 IGM = Istituto Geografico Militare Italiano, Carta d’Italia, scala 1:25.000, f. 180 II N.E. Pur dipendendo dalla parrocchia di Erula, il monumento sorge nel territorio comunale di Perfugas.

70 Cfr. ANGIUS V., in CASALIS G., DSRS, vol. XIV (1846), voce Perfugas, p. 357.

71 PELLIZZARO I., La chiesa di S. Nicola di Silanos, Padova, 1937, p. 19.

72 SELLA P., RDS = Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Sardinia, Città del Vaticano, 1945, nn. 245, 838, 1239, 1717, 2024, 2259.

73 Su questo argomento cfr. MAXIA M., DA = La Diocesi di Ampurias. Studio storico-onomastico sull’insediamento umano medievale, Sassar, 1997, pp. 182 segg; ID. Il villaggio medievale di Gavazana. Aspetti storici e linguistici, “Sacer”, 1994, n. 1.

74 MARRAS P., “L’Anglona”, in Le chiese nel verde, Cinisello Balsamo, 1989, pp. 86, 91.

75 CORONEO R., Architettura romanica = Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ’300, «Storia dell’arte in Sardegna», Nuoro, 1993, p. 188, sch.

76 CDS = TOLA P., Codex Diplomaticus Sardiniae, I-II, Historiae Patriae Monumenta (X), II tomi, Torino, 1861-68, rist. anast. Roma 1985, tomo I, parte seconda, sec. XIV, doc. CL, p. 837. Si tratta dell’atto di pace fra la Corona d’Aragona e il Giudicato di Arborea, nel quale il villaggio di Bangios è ricordato attraverso il maiore Laurencio Porcu e i notabili Nicolao Puçari, Leonardo de Serra e Valganuçu de Martis.

77 AHN = Archivo Histórico Nacional, Toledo, Fundo Osuna, legajos 631, 632, 634.

78 Sotto questo profilo nulla sembrava cambiato rispetto al quinto decennio del Trecento, quando della parrocchia di Bangios era titolare il canonico Martino di S. Cicilia (RDS).

79 Per questi dati cfr. TURTAS R., «La Riforma Tridentina nelle diocesi di Ampurias e Civita», in Studi in onore di Pietro Meloni, Sassari, 1988, p. 241, n. 20; p. 242, n. 23.

80 ZUCCA U., Castelsardo e i frati minori conventuali nei quinque libri del 1581- 1607, in «Biblioteca Francescana Sarda», anno VII, Oristano, 1997, pp. 5- 118; risultano di chiara provenienza còrsa, fra gli altri, i seguenti cognomi di origine toponomastica: de (A)Quenza, Basteliga, de Zicau, relativi rispettivamente ai centri corsi di Quènza, Bastélica e Zícavo.

81 ZUCCA U., Castelsardo e i frati minori conventuali, cit., p. 32.

82 ZUCCA U., Castelsardo e i frati minori conventuali, cit., p. 31, n. 94; l’autore propone un’origine dei relativi individui da Padulu, una località dell’agro di Tempio per la quale non è attestato un insediamento durante l’età moderna. In realtà sembra trattarsi di un aggettivo svoltosi regolarmente dal coronimo medievale Galul (= Gallura) per il passaggio a cacuminale della liquida rafforzata intervocalica; come avviene ancora nei documenti dell’età moderna, quest’ultima è resa graficamente con una sola d anziché con due. Questo etnico è spesso documentato in testi quattrocinquecenteschi, ad es. il codice di S. Pietro di Sorres. L’aggettivo è già attestato come cognome, con la forma galuleiu/galulesu, in un’epigrafe risalente forse al XII secolo (cfr. PREMOLI A. M., Un segno nel tempo. La chiesa di S. Pietro delle Immagini a Bulzi, Nuoro, 1997, p. 134).

83 Il dato è coerente con la situazione demografica documentata per il 1321, per la quale cfr. LIVI C., La popolazione della Sardegna nel periodo aragonese, in «Archivio Storico Sardo», XXXV, fasc. II, Cagliari, 1984, pp. 651-680.

84 Cfr. MAXIA M., I confini del villaggio di Perfugas in un inedito manoscritto spagnolo del Settecento. Note di onomastica, in «Sacer», anno IV, n. 4, pp. 164- 177.

85 Cfr. MAXIA M., NLAC = I nomi di luogo dell’Anglona e della bassa valle del Coghinas, Ozieri, 1994, pp. 28-34.

86 La stessa area dialettale sassarese, che si spinge fino a Sedini e al suo agro, in linea d’aria non dista più di una decina di chilometri.

87 Gli unici insediamenti sardofoni sorgono nella sezione dell’altopiano spettante al comune di Chiaramonti. Le case sparse di Oloítti (Erula) ospitano famiglie sia logudoresi sia galluresi. Questa borgata rappresenta l’estremo punto meridionale del diasistema gallurese in Anglona.

88 BUSSA I., La relazione di Vincenzo Mameli de Olmedilla sugli stati di Oliva (1769): il Principato di Anglona e la Contea di Osilo e Coghinas, in «Quaderni Bolotanesi», n. 12, anno XII, 1986, pp. 277-351.

89 MAXIA M., I confini del villaggio di Perfugas, cit.

90 Si tratta di due pergamene conservate presso la parrocchiale di S. Maria degli Angeli a Perfugas.

91 Se ne veda la foto in DA, n. 15, e la trascrizione a p. 127.

92 DA, p. 127; l’indizione però non è coerente con l’anno 1328, nel quale cadeva non l’undicesima ma la prima; il dato xj della pergamena andrebbe pertanto corretto a j.

93 Cfr. Architettura romanica, cit., p. 186. Sono inesatte tutte le altre notizie che il Coroneo fornisce sulla chiesa di S. Vittoria. Il villaggio di Gavazana sorgeva non tra Perfugas ed Erula ma fra Perfugas e Laerru; le due pergamene si conservano non nel municipio di Erula ma nella canonica di Perfugas; la datazione della prima pergamena risale al 1120 e non al 1170; la seconda è del sec. XIV anziché del sec. XIII.

94 NLAC, p. 427.

95 L’ipotizzato edificio monastico poteva essere collegato alla chiesetta in corrispondenza di un tratto murario rimaneggiato e del punto in cui la costruzione venne allungata nel 1328.

96 PINTUS S., I Vescovi di Fausania, Civita, Ampurias, in «Archivio Storico Sardo», vol. IV, Cagliari, 1908; TURTAS R., Cronotassi dei vescovi sardi, in MARRAS P., L’organizzazione della chiesa in Sardegna, Cagliari, 1995, p. 75.

97 La triplice dedicazione va interpretata nel senso che la chiesa, eretta in onore di S. Vittoria vergine e martire, fu affiliata all’Ordine di S. Benedetto e consacrata per mano di Nicola, primo vescovo di Ampurias.

98 FERRETTO A., Codice diplomatico = Codice diplomatico delle relazioni tra la Liguria, la Toscana e la Lunigiana ai tempi di Dante (1265-1321), in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XXXI, Genova, 1903, fasc. II, p. XCVII, nota 66; BESTA E., La Sardegna medioevale, I-II, Palermo, 1908-1909, vol. I, p. 274, nota 66.

99 TURTAS R., Cronotassi dei vescovi sardi, cit., p. 76; il vescovo Andoyno è registrato per il 1355 ma un A[ndoyno] è già presente in RDS, n. 2270, per il 1348.

100 La prima citazione si trova in MARRAS P., Le chiese nel verde, cit., che accenna al testo definendolo “gallurese arcaico”.

101 Fino al 1993 l’abside accoglieva un altare ligneo settecentesco, ora alloggiato di fronte alla porta laterale.

102 Alcuni conci di tufite rossastra risultano molto corrosi; altri, di arenaria verdastra, in occasione del restauro del 1993 furono sostituiti perché ormai compromessi. I conci di tufite provengono dalla località di Niedda, situata a circa quattro chilometri di distanza in direzione S-O. Gli inserti di arenaria invece venivano dai banchi affioranti nel sito di Manna Majore, al limite dell’abitato di Perfugas, da dove vennero prelevati anche i materiali usati per l’abside della chiesa di Santa Maria, consacrata nel 1160, quaranta anni dopo Santa Vittoria.

103 Con la denominazione di «còrso oltremontano» si indica il dominio  dialettale che abbraccia la Corsica occidentale, dove vigono due varietà che hanno in Ajaccio e Sartèna i principali centri di riferimento. La sottovarietà di Sartèna è piuttosto vicina al gallurese, dal quale si distacca soprattutto del radicamento del gallurese in Sardegna.

104 Ad es.: iddi sò stati «loro sono stati»; vinendi se’? «venendo stai?». Nella posposizione del verbo nell’interrogativa si scorge l’influsso del sardo, in cui questa regola rappresenta un tratto caratteristico.

105 Colgo l’occasione per ringraziarlo della cortese lettura che ha voluto fare di questo articolo.

106 Tali questioni, in sintesi, sono le seguenti:

1) mentre il restauro del 1328 è documentato, oltre che da fatti stilistici, da una pergamena (cfr. DA, p. 127), non si rilevano restauri attribuibili al XV secolo che giustifichino una operazione importante come quella rappresentata da un’epigrafe commemorativa.

2) Malu è forma cognominale insorta con aggettivo, quindi non andrebbe considerata come prenome ma come cognome; in Anglona questa forma è attestata dal toponimo Pedru Malu (S. Maria Coghinas) che la tradizione fa risalire a un individuo di origine barbaricina vissuto nel secolo scorso; il fatto stesso che il cognome non sia attestato nei documenti bassomedievali non si concilia col periodo al quale gli epigrafisti e paleografi attribuiscono l’iscrizione.

3) Il n.p. Forasticu è attestato unicamente in documenti del periodo giudicale, per cui se nel segmento FORA si dovesse celare effettivamente tale prenome l’epigrafe andrebbe retrodatata ulteriormente; peraltro, nell’iscrizione, fra gli elementi FORA e LERIMITA si rileva chiaramente un punto che sembra precludere la possibilità che si tratti di una forma abbreviata.

4) La lettera abrasa che segue l’elemento FORA e precede LERIMITA è una A oppure una M; se il lapicida avesse voluto ricordare un Forasticu tale lettera sarebbe stata o quella immediatamente successiva (cioè una S) oppure quella finale (cioè una U).

5) Se operaiu ed erimita fossero i rispettivi attributi di Malu e Forasticu, all’interno dei rispettivi sintagmi essi occuperebbero la medesima posizione, vale a dire operaiu Malu e erimita Forasticu oppure Malu operaiu e Forasticu erimita.

6) Se il grafema E rappresentasse una congiunzioneprobabilmente esso risulterebbe reso con ET.

7) Nel secondo sintagma erimita è preceduto dall’articolo mentre nel primo sintagma operaiu occupa la posizione iniziale assoluta senza essere preceduto da alcun segno.

8) L’antroponimia gallurese, derivata principalmente da quella còrsa, non annovera né ricorda le forme Malu e Forasticu.

9) Per un’iscrizione celebrativa si sarebbe usato il latino e non il volgare.

107 Cfr. MONACI E., Crestomazia italiana dei primi secoli, Nuova edizione riveduta e aumentata per cura di F. Arese, Roma-Napoli-Città di Castello, 1955, n. 18. M. CORTELAZZO e P. ZOLLI, in Dizionario etimologico della lingua italiana, 1-5, S. Lazzaro di Savena, 1992, vol. 4, p. 835, la assumono come voce italiana e probabilmente hanno ragione perché, mentre in sardo non si danno altri esempi, la forma operario è riportata da Dante ancora nel 1304-1308.

108 Ibid.; l’appellativo è citato una prima volta subito dopo l’incipit: «Ego Benedictus operariu de sancta Maria de Pisas…», un periodo nel quale è sicuramente sarda soltanto la forma Pisas < PISAS; esso è citato una seconda volta nella frase successiva, dove compare un Joanne Operariu, in un contesto stavolta genuinamente sardo.

109 Sulla lotta avvenuta in Toscana fra -ario e -aio cfr. le Testimonianze di Travale, in CASTELLANI A., I più antichi testi italiani. Edizione e commento, Bologna, 1973, pp. 160-161.

110 Cfr. BAUDI DI VESME C., Codex Diplomaticus Ecclesiensis, in Historiae Patriae Monumenta, XVIII, c. 320, n. 3, e CASINI T., Le iscrizioni sarde del medio-evo, in “Archivio Storico Sardo”, I, 1905, pp. 302-380, n. 30.

111 CSPS = Codice di San Pietro di Sorres (ediz. Sanna), n. 169: «…Johan[n]e condam Arnau et donna Pilossa Seque quondam hoperayos de santu Iohan[n]e de Mores…». Il carattere semidotto di questa grafia, oltre che dalla h- iniziale, si deduce dalla conservazione dell’occlusiva bilalabiale sorda in contesto intervocalico che, viceversa, in logudorese si sonorizza già nel Duecento (cfr. il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado (ediz. Virdis), 44: in II oberas; 46: in VIII operas).

112 Cfr. VALLEIX C., Premier “Libro Maestro” du Couvent de Marcasso 1621- 1695, Bastia, 1977.

113 L’ital. soprastante risulta attestato già nella prima metà del Trecento (cfr. VLI = DURO A., Vocabolario della lingua italiana, “Istituto dell’Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani”, I-V, Roma 1994, vol. IV, p. 428). La voce soprastare ‘stare a capo’ è a sua volta documentata già in pieno Duecento nel Novellino.

114 Per es., málcuri < MERCURI(S DIES); vènnari < VENERI(S DIES); fárru «ferro», invárru «inverno», ecc.

115 GANA L., Vocabolario del dialetto e del folklore gallurese, Cagliari, 1970, pp. 417, 613.

116 È frequente, in Corsica, leggere sui muri delle invettive come fora li francesi «fuori i Francesi» o fora li lucchesi «fuori gli Italiani».

117 Cfr. sass. e gallur. iscì a ffóra “uscire fuori” (detto sassarese: Faráddi li Candaréri a fóra li brasgéri «Dopo la discesa dei Candelieri [14 agosto] si portano fuori di casa i bracieri»).

118 Il segno grafico dell’apostrofo fu introdotto da Pietro Bembo in occasione della stampa delle Cose volgari del Petrarca, avvenuta nel 1501; cfr. P. TROVATO, Con ogni diligenza corretto. La stampa e le revisioni editoriali dei testi letterari italiani (1470-1570), Bologna, 1991, p. 144.

119 Cfr. PITTAU M., Grammatica del sardo nuorese, Bologna, 1972, pp. 40- 41.

120 FALCUCCI F. D., Vocabolario dei dialetti, geografia e costumi della Corsica, cit., p. 85.

121 GANA L., Vocabolario del dialetto e del folklore gallurese, cit., p. 91, formada cui si è svolto arimittánu «eremitano».

122 È il caso di puèta “poeta” e pochi altri.

123 Cfr. P. TRIFONE, La lingua e la stampa nel Cinquecento, in “Storia della lingua italiana”, Torino, 1993, I, p. 441.

124 CDS, t. I, parte I, doc. XX, p. 318.

125 L’ultimo eremitano di S. Vittoria, Antonio Milia da Tula, fu attivo fino agli anni ’50 di questo secolo; dopo la sua morte, che aveva lasciato la sua numerosa famiglia senza sostentamento, la funzione fu assunta per un altro decennio ancora dalla moglie Ignazia.

126 Cfr., per es., la domo de s’eremitanu «casa dell’eremitano» che sorge presso il santuario di S. Pietro delle Immagini (Bulzi).

127 Cfr. C. MARAZZINI, La lingua italiana. Profilo storico, Urbino, 1998, p. 107.

128 Molto chiaro è, in proposito, il contenuto di una delibera del 1853 con la quale i membri della giunta comunale, composta dal sindaco e da due assessori, dopo aver licenziato il maestro elementare Pietro Attène per scarso rendimento, sottoscrivevano l’atto con tre croci che certificavano la loro condizione di analfabeti.

129 Cfr. DA, pp. 63-113.

130 La complessiva problematica è ora affrontata in alcuni saggi specialistici relativi ai secc. XIV-XV; cfr., fra gli altri, MELONI M. G., Presenza corsa a Sassari a metà del 1300, in “Medioevo. Saggi e Rassegne”, n. 13, 1988, pp. 9-33.

131 CDS, t. II, vol. I, sec. XV, doc. LXXX, pp. 410-411 (documento dell’anno 1480, 3 luglio); a questi torbidi non doveva essere del tutto estraneo l’arcivescovo di Sassari, del quale resta una missiva nella quale si accenna alla possibilità di far passare la Corsica sotto il dominio aragonese (CDS, sec. XV, doc. XXXVIII; pp. 74-75; documento dell’anno 1460, 20 luglio).

132 Un primo documento accenna a quella “parte de Cerdeña que confina con la Corçega” (cioè la Gallura) la quale “Está mucha parte d.ella habitada de corços…” (AGS = Archivo General de Simancas, Guerra y Marina, legajo 51, n. 187, «Memoriale del Virrey del Reyno de Cerdeña», s.d. ma della primavera-estate del 1554 (così in ARGIOLAS A. e MATTONE A., Ordinamenti portuali e territorio costiero di una comunità della Sardegna moderna, in “Da Olbìa ad Olbia”, Atti del Convegno internazionale di Studi, Olbia, 12-14 maggio 1994, a cura di Giuseppe MELONI e Pinuccia F. SIMBULA, p. 222, n. 246.

133 ASC = Archivio di Stato di Cagliari, Antico Archivio Regio, vol. P2, c. 141v: “…quoddam stacium seu capannam pastorum” (anno 1562, 12 giugno).

134 ASC, Antico Archivio Regio, vol. P2, cc. 197v-198, 237v; anche questo documento accenna all’esistenza di stazzi, stavolta nel territorio di Aggius.

135 Per un inquadramento di queste problematiche cfr. C. MARAZZINI, cit., p. 113.

136 Ad entrambe le studiose vada il mio ringraziamento per la loro cortesia e disponibilità.

137 È una iscrizione commemorativa realizzata dall’artista Raffaele Alfani di Sassari. Ringrazio il dott. Giancarlo Pes e Don Francesco Tamponi, rispettivamente, esperto e responsabile per i beni culturali della diocesi di Tempio-Ampurias, per averne segnalato l’esistenza e consentito l’esame.

138 La data del 1443 è fornita da SABA A., Montecassino e la Sardegna medioevale, Montecassino, 1927, p. 35; quella del 1445 è indicata da FARA G. F., Ioannis Francisci Farae Opera, a cura di Enzo Cadoni, I-III, vol. I, p. 176.

139 Per questo argomento si rimanda al volume Villaggi e monasteri dell’Anglona medioevale. Studio storico-onomastico, in corso di edizione presso l’editore C. Delfino.

140 Cfr. DA, Appendice.

141 Cfr. SCANO D., Codice diplomatico delle relazioni tra la Santa Sede e la Sardegna, II, Cagliari, 1941, pp. 230-233.

142 Cfr. DA, Appendice; l’ultimo abbate di Tergu fu Michele Gilaberti. Il documento si riferisce all’istituzione di un’enfiteusi sul priorato di S. Michele di Ferrukesos, situato nei pressi del villaggio di Sàgama. In altri documenti inediti del sec. XVI, conservati nell’Archivio Capitolare di Ampurias (Castelsardo), i beni di questo priorato risultano dipendenti in modo diretto dalla mensa vescovile ampuriense.

143 Per quanto riguarda la congregazione cassinese cfr. ORIGONE S., Sardegna e Corsica nel secolo XIV, Civico Istituto Colombiano, Studi e Testi, Serie storica a cura di G. Pistarino, «Saggi e Documenti», vol. I, Genova, 1978, p. 350; il documento, tratto dal cartolare n. 265 (fondo: Notai Bartolomeo Bracelli e Francesco da Silva) dell’Archivio di Stato di Genova, riferisce di un’appalto dei redditi dell’antica chiesa di S. Elia di Sedini, compresi i servi e le ancelle, concesso da parte del priore di S. Nicolò in Solio a cittadini genovesi. Riguardo alla congregazione camaldolese e, in particolare, la vicaria di Orria Pichina, da cui è possibile che dipendesse S. Vittoria, cfr. ZANETTI G., I Camaldolesi in Sardegna, Cagliari, 1974, pp. 113- 121.

STUDIUM ADF

Sassari – 1999

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© Mauro Maxia

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