L’agroterapia: un tentativo euristico della riabilitazione psichiatrica di Mattew Farmhous

Si può affermare che l’uomo prima e dopo la caduta edenica abbia in sé tanto l’indelebile segno della terra quanto quello dell’allevamento di ogni genere di animali, alcuni dei quali è riuscito ad avvicinare a sé attraverso l’addomesticamento. Non è assurdo sostenere che nella profondità dell’inconscio dell’uomo via sia la terra da cui è stato tratto e l’animale di cui naturalmente è parente. La civiltà ha offerto tanti vantaggi, ma dobbiamo dire con Rousseau anche tanti guasti. Per fortuna nel profondo l’uomo resta uomo (humus) da cui è tratto. Quando il suo equilibrio mentale,  vale a dire l’organizzazione che la natura e la civiltà hanno costituito, va alla deriva occorre tornare alla profondità del suo essere humus e quindi all’ambiente in cui questo prospera. Il mondo vegetale e il mondo animale vivono interconnessi profondamente tanto che quando si rompe l’equilibrio tra l’humus e il civis è assolutamente necessario tornare alla natura da cui è stato tratto.

In che modo un ammalato mentale, vulnerato nel suo rapporto con gli altri essere umani, può essere recuperato?

Uno dei tentativi euristici promettenti è quello d’inserirlo per quanto è possibile nell’humus da cui è stato tratto e restituirlo al tempo stesso al consortium con gli animali, in primis pecore, capre, cavalli, asini, muli,  cani e gatti senza che questo siano stati adulterati da selezioni e da quella scienza che mira più al profitto che non al mantenimente ecologico degli stessi animali.

A questo punto che senso ha limitarsi unicamente a creare comunità terapeute abilitative psichiatriche limitandosi unicamente al rapporto di uomo vulnerato con uomo vulnerato? E’ come moltiplicare  il vulnus, rispecchiarsi in esso e non uscire da se stesso, dalle sue dinamiche mentali, dai suoi fantasmi, dalle sue fissazioni. E allora uno dei tentativi, meno sperimentati, ma più efficaci è quello di tentare di riportare l’uomo vulnerato al suo primigenio status cioè all’humus, alle sue componenti vegetali essenziali e alla rinnovata societas con gli animali associati da secoli, per non dire da millenni all’uomo. Da ciò la pratica, sia pure con una cauta, ma coraggiosa sperimentazione con la vita campestre e contadina, con la cura dei campi, dei vigneti, degli orti, che nell’insieme potremmo chiamare agroterapia suddividendola poi in ovinoterapia, ippoterapia, cinoterapia etc. . La sollecitazione del più profondo degl’inconscio, limitando all’essenziale la terapia chimica,  tenderà a limitare le manifestazioni schizofreniche e comunque ad incanalarle nel contesto di una vita contadina. Per meglio intenderci, nel massimo rispetto della deontologia e terapia psichiatrica tradizionale occorre aprire dei segmenti riabilitativi, partendo da queste basi fondamentali dell’inconscio, ci pare pratica auspicabile. Certo la comunità riabilitativa ha una sua valenza, ma ancor di più ne avrà se accanto e in rapporto al ciclo del tempo, il riabilitando psichiatrico va a scoprire, parte della sua essenza: l’humus, il vegetale, l’albero, l’arbusto, e la vita animale che intorno ruota. La presenza della pecora, la coltura del vigneto, del nocciòlo, del castagno, richiamano nell’ammalato psichiatrico, con gli odori della terra e dei vegetali, un canale di equilibrio primigenio che oltre che serenità possono restituirgli quell’equilibrio che la vita familiare e sociale gli hanno tolto.

E’ ovvio che la sperimentazione permetterà di mettere a fuoco moduli integrati e di sistematizzare al meglio lo statuto stesso dell’agroterapia e diciamolo pure dell’animal-terapia.

Commenti

  1. mi interesserebbe molto, anzi moltissimo poter aver un contatto più diretto con voi. sono una psicologa che ha intenzione di prendere un diploma di perito agrario…

    cinzia
    marzo 13th, 2013

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