I dialetti della Sardegna Settentrionale di Mauro Maxia – Premessa e Capitolo 1

Premessa

Gli studi sulle varietà dialettali della Sardegna settentrionale non hanno, fino ad oggi, attratto in modo particolare l’interesse degli studiosi. Dopo il primo trentennio del Novecento, durante il quale un’accesa discussione impegnò gli specialisti sulla loro collocazione, i linguisti sembrano essersi disinteressati di questo ambito disciplinare.

Ai dialetti che passano sotto i nomi di «gallurese» e «sassarese» e alle loro sottovarietà finora si sono accostati sporadicamente cultori e appassionati che, in varia misura, hanno cercato di colmare questa evidente lacuna della linguistica italiana e sarda.

La causa principale di tale stato di cose va individuata in un duplice ordine di motivazioni. La prima è rappresentata dal fatto che questi dialetti non rientrano a pieno titolo nel sistema sardo e, d’altro canto, anche volendoli attribuire tout-court al sistema italiano, essi costituiscono, rispetto allo stesso toscano, una remota appendice poco conosciuta.

L’altra è rappresentata dalla notevole importanza che la lingua sarda riveste nel contesto degli studi romanzi. Gli studi relativi al sardo, infatti, hanno catalizzato l’interesse di gran parte dei maggiori linguisti del Novecento. La convergenza delle due concause ha finito, appunto, col mortificare gli studi e le conoscenze sui dialetti sardocòrsi, definizione che, forse meglio di altre, può compendiare il sottosistema linguistico rappresentato dal sassarese e dal gallurese.

I saggi qui riuniti costituiscono dei lavori preparatori in funzione di uno studio più vasto che ambisce a tracciare le linee storiche e a definire il quadro culturale entro cui i due dialetti si radicarono in Sardegna. La lettura dei singoli articoli può rivelarsi utile per un primo inquadramento di tematiche che, nonostante la loro importanza, erano passate inosservate o quasi. È il caso, per esempio, della documentazione del còrso in Sardegna.

Eppure la sua vigenza nel settentrione sardo era apprezzabile in vari documenti che vanno dal Trecento al Cinquecento. Numerose interferenze di carattere fonetico, morfo-sintattico e lessicale emergono perfino in alcuni importanti documenti logudoresi trecenteschi come gli Statuti di Sassari e Castelsardo. Questo stato di cose risalta, poi, in modo vistoso nel Codice di San Pietro di Sorres.

Al ristagno degli studi occorrerà porre rimedio, iniziando a restituire alle due macrovarietà sardo-còrse l’ambiente sociale entro il quale presero le mosse. Si potrà osservare, fra l’altro, quanto siano discutibili le teorie che danno per scontato un diretto influsso toscano-genovese.

La compenetrazione fra l’elemento sardo e quello còrso fu talmente profonda da dare vita non soltanto al sassarese e al gallurese ma a quelle particolari sottovarietà del logudorese che in modo riduttivo vengono solitamente unificate sotto l’unica denominazione di «logudorese settentrionale».

I saggi che vengono qui presentati forse potrebbero dare l’impressione di una raccolta non sempre coesa. In realtà tutti gli articoli – compresi quelli che prendono in esame aspetti di antroponimia e toponomastica – hanno una stretta attinenza col tema di fondo, che è rappresentato dal quadro storico all’interno del quale si collocano i singoli argomenti trattati. La medesima linea caratterizzerà un volume di prossima edizione in cui saranno trattate alcune tematiche fra le quali, in particolare, quella relativa ai cognomi sardi di origine corsa. Attenzione sarà riservata anche all’influsso esercitato sul corso da parte del sardo e delle lingue iberiche (catalano e castigliano) durante i quattro secoli della dominazione spagnola.

La sintesi in cui verranno convogliati i singoli contributi terrà conto di tutte queste problematiche nel contesto di un quadro coerente ed esaustivo, naturalmente nei limiti consentiti dalla documentazione finora disponibile.

La scelta di divulgare questi studi non su riviste specialistiche ma attraverso un volume va nella direzione di rendere possibile la consultazione a un numero più elevato di lettori, oltre che al segmento rappresentato dagli studiosi e dai cultori. Tutto ciò può contribuire, come si auspica, a stimolare l’interesse e la discussione sulle tematiche che vengono proposte.

Ringrazio la Studium A.d.f. e l’amico prof. Angelino Tedde per avermi offerto questa opportunità.

L’occasione è propizia per rivolgere un ringraziamento ai proff. Massimo Pittau e Giulio Paulis per gli ambiti suggerimenti di cui mi hanno gratificato.

Sassari, dicembre 1999

L’Autore

Capitolo 1

Genovesi e Còrsi in Anglona dal ’300 al ’600

Secondo una ricerca di carattere storico-demografico, condotta alcuni anni fa da Carlo Livi, già nel 1321 soltanto il 20% della popolazione residente a Castelgenovese era indigena. Il restante 80% risultava di origine continentale e, soprattutto, còrsa 1. Non a caso il Livi, che ha curato lo spoglio di un’ottantina di atti notarili rogati nel borgo doriano e in Anglona, si stupisce dei dati che vedono la popolazione di origine sarda in posizione nettamente minoritaria:

Una cosí modesta percentuale lascia, appunto perplessi; si consideri anche che nel borgo si parlava sardo, che è la lingua degli Statuti, e la sarditá di istituzioni come la “corona” nonché delle norme che regolavano l’agricoltura”.

In effetti, l’autore non trae le conseguenze di dati che sono chiarissimi. Vale a dire che, mentre gli Statuti vennero scritti nella lingua nazionale sarda, anche perché ciò era funzionale per l’applicazione delle leggi nel contado, che oggi come allora parla in logudorese, nel borgo marinaro, accanto al ligure, molto probabilmente predominava fin da allora l’uso orale del còrso.

Conviene esaminare più da vicino il cartolare studiato dal Livi. Nei diversi rogiti, insieme ad alcune decine di cognomi di provenienza continentale, risultano registrati oltre 250 nomi personali relativi al borgo di Castelsardo e ad altre località dell’Anglona quali Sedini, Bulzi, Salasia, Murtedu, Coghinas,

Flúmine, Martis, Orrea Manna, Pérfugas, Bagnos e Casteldoria. Il relativo repertorio viene riportato in appendice 2.

I rapporti con Genova e con l’arco ligure sono indirettamente documentati, fra l’altro, dai seguenti individui:

Carlino de Strupa, Enrico Doria, Balianus de Recho, Pietro di Monaco, Nicola Moro di Pegli, Antonino de Strupa, Giovanni di Salzano, Francesco de Santa Savina, Paolino Belliame, Samuele Bonalbergo e Nicola di Saona (= Savona), Giovanni di Cairo (= Cairo Montenotte), Gabriele Usodimare, Ugolino de Vegio, Leonardo di Gavio (= Gavi Ligure), Simone Georgi,

Amedeo Doria, Ruffino de Riva.

Alcuni cognomi provengono dall’Oltregiogo e attestano i contatti che Castelgenovese e l’Anglona intrattenevano, attraverso Genova, col settentrione italiano. Vanno segnalati, fra gli altri, Merucio de Trebiano, Percival de Sexto e Raimondo di Vercelli, Pietro Giusvala di Marengo, Sederino de Lanzono di Milano, Rossa di Cremona, Tomaso di Bologna

e Facino di Verdello.

Fra i cognomi che testimoniano in modo evidentissimo l’esistenza di una cospicua colonia còrsa a Castelgenovese agli inizi del Trecento si possono citare i seguenti: Federico, Giacomo, Giovanni, Morruele e Lanfranco de Campo, tutti esponenti di una delle più importanti famiglie di Bonifacio, a sua volta colonia genovese situata all’estremità meridionale della Corsica e centro particolarmente legato ai Doria. Ancora, risultano presenti a Castelgenovese questi altri personaggi originari di Bonifacio: Simone Morrino, Simonino Ferrario, il frate conventuale Antonio, Leonardo di Bonifacio, Iachino de Roba, Pietro de Campo, Catello de Silva, Iachino e Agnesina de Roba, Axenello de Levexe, Domenica de Cravaria, Antonio Sata, Lamberto Pelluco, Lanfranco de Campo.

Risultano ugualmente còrsi i seguenti individui: Guglielmo, arciprete di Pereto; Alamana, Adrevandino, Giovanni pievano di Orto e Ugolino, entrambi fratelli della facoltosa Bruna Rechizonaza; i nipoti di quest’ultima Gantino e Vernazolia de Rechizonazo; Gantino Sardo; Guiducio Corssu, Albertacio de S. Amantia 3, Oberto de Salvi de Cavocorsso 4, il sarto magister Cosso, Giacomina Corsa, Guiduccio Corso, Cristofano Corso, Mariano Corso, Malcoardo de Pinu 5 di Capocorso, Primasera e Giovannina de Besugene, Goratucia de Besugene, Giovanni Aiacingo 6, Giacomo Claparacio e la moglie Donixella, il magister Valente e la moglie Verderosa, Cavalino Aiacingo.

I cognomi recanti il suffisso -accio,-u indicano individui provenienti od oriundi della Corsica, essendo questo un suffisso tipico dell’antroponimia còrsa 7.

Un’altra fonte di poco successiva, le Rationes Decimarum, pur presentando una documentazione quanto mai laconica, reca informazioni preziose sull’antroponimia locale durante il decennio 1341-1350. Per esempio, è di probabile origine còrsa Tomaso de Campo, rettore di Murtetu e Salasa, due villaggi distrutti un tempo situati a poca distanza da Castelgenovese.8

Fra i personaggi di Castelgenovese elencati nell’atto di pace del 1388 fra la Corona d’Aragona e il Regno di Arborea i seguenti sono di origine còrsa: Guiglelmo Sardulacciu, Leonardo de Campo, Michele de Campo, Pietro de Campo, Drogodorio de Campo, Thoma Runcioni, Jacobo Balagna e Ancoy Corso oltre al sedinese Pietro de Campo. I dati accennati sono confermati anche per il periodo 1581-1607 da una recentissima ricerca condotta sui Quinque libri della cattedrale di S. Antonio di Castelsardo 9.

Dice lo Zucca, nel citare i luoghi di provenienza degli sposi nei matrimoni celebrati in quel periodo nel borgo: “Tanti quanti sono i sardi sono i corsi…”. Ancora oltre un secolo dopo la caduta dei Doria il flusso dei còrsi verso Castelsardo non si era interrotto e andava ad alimentare una solida base sociale formatasi durante il Medioevo. Tutto ciò è ben chiarito dalla notevole frequenza del cognome Corsu, Corsa, che ancora oggi, insieme alla variante sardizzata Cóssu, rappresenta uno dei gruppi familiari più cospicui dell’abitato.

Altri cognomi di antica origine còrsa, tuttora attestati, sono Biancu, Brozzu, Cárbini, Falloni, Fattacciu, Lorenzoni, Santoni, Spézziga, Vintuleddu. Altri, e sono forse la maggior parte, si sono estinti durante gli ultimi due secoli, dopo che il flusso migratorio venne a cessare sullo scorcio del ’700 a causa dei più stretti controlli disposti sulle bocche di Bonifacio da parte delle autorità piemontesi.

La sovrapposizione del còrso sul sardo è documentata fin dal ’500 da importanti toponimi come Térgu, l’antico capoluogo dell’Ordine Cassinese della Sardegna medioevale, che in un atto del 2 luglio 1591 è registrato con la forma Zelgu 10, la quale corrisponde fedelmente a quella attestata in questo centro ancora oggi. Che negli stazzi di Tergu, località allora in via di lento ripopolamento, si parlasse il còrso, è indirettamente testimoniato, d’altra parte, da un atto di matrimonio del 13 giugno 1584, relativo a due individui di nome Paulu Cossu e Marquisana Bastellica 11, il primo relativo allo stesso aggettivo etnico della Corsica e la seconda proveniente da Bastélica, noto villaggio dell’entroterra còrso.

L’anno successivo nell’antica abbazia benedettina di S. Maria venivano uniti in matrimonio Juan Battista Cossu e Maria Basteliga 12. Le due liturgie vennero officiate dal frate Joan[n]e Dacicau, forma cognominale da sciogliere in da Cícau o, meglio, da Zícavu. Vale a dire che il frate Giovanni era originario di Zícavo, un piccolo villaggio del distretto di Sartena, quello stesso settore della Corsica oltremontana da cui proviene il dialetto dal quale ha tratto origine, in buona sostanza, l’odierno dialetto gallurese.

I Quinque Libri di S. Antonio offrono altri spunti interessanti. Fra i cognomi di Castelsardo, in quel periodo denominato Castel Aragonés, assume interesse, per il discorso in questione, il cognome Caxiu [kážu], corrispondente al cognome sardo Casu. La forma Cáxiu è appunto l’esito còrso del lat. CASEU, come tale attestato ancora oggi a Castelsardo.

Ancora dall’onomastica arriva un altro dato che rivela la vitalità di un dialetto di tipo còrso. Si tratta del toponimo Carangianus, forma nella quale la consonante liquida della forma logudorese Calandzános (adottata dalla toponimia ufficiale con la forma latinizzata Calangianus) risulta sostituita dalla consonante rotante tipica della forma gallurese [karañáni]. Quest’ultima è appunto la pronuncia attualmente in uso a Castelsardo per denominare quel centro della Gallura.

Chiarificatrice è anche la citazione del termine sorri “sorella” relativo a due suore del Terz’Ordine Francescano:

sorri Juan[n]a Burtolu e sorri Juan[n]a Manarinu.13 L’appellativo in questione non è còrso tout court, idioma dal quale il toscanismo surélla passa in gallurese e sassarese a suréɖɖa. Si tratta del logudorese sorre col cambio di desinenza in -i, tipico dei dialetti del gruppo còrso, sul modello di frati ‘frate’.

In un’annotazione del libro dei matrimoni, relativa al 21 settembre 1584, è citata una dona Vjulanta Diaz.14 A lato dell’ital. Violánte e del sardo Violánta, la chiusura in protonia della -o- di Viulánta è un tratto tipico del còrso che si riscontra anche nell’attuale dialetto gallurese e nella parlata castellanese.

Un’altra interferenza riconducibile al còrso è la forma jenargiu che compare in un atto di morte del 1597, relativo al decesso del frate Jagu de Quenza. È sufficiente confrontare questa grafia con la forma sarda benargiu di un atto di matrimonio del 1583 per appurare che lo scrivano, pur nel contesto di un atto scritto in logudorese, tradisce la propria origine còrsa. La forma jenargiu è infatti una corruzione del sardo bennarğu, in cui opera la sostituzione della labiale sonora iniziale con l’affricata palatale dei dialetti sardi afferenti al gruppo còrso (sass. [ğin:áğ:u]; gall. [g’´in:á g’´:u]).

Lo stesso Zucca osserva l’irritualità della registrazione del decesso di un religioso, da cui desume che doveva trattarsi di un parente degli altri due de Quenza, Antoni e Juane, due curati della parrocchia castellanese portatori di un cognome tributario del villaggio còrso di Quenza.

Si tratta, tuttavia, di dati che rappresentano soltanto il primo emergere di un idioma che, pur essendo già allora parlato da circa tre secoli, non risulta documentato in modo diretto sia per la supremazia dell’ancora illustre lingua sarda sia per il progressivo imporsi del catalano prima e del castigliano in seguito.

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Note:

1 Cf. LIVI C., La popolazione della Sardegna nel periodo aragonese, in “Archivio Storico Sardo”, vol. XXXIV, fasc. II, Cagliari, 1984, pagg. 95.

2 Cf. LIVI C., La popolazione della Sardegna, cit.; l’autore registra 345 nomi ma, detratti quelli relativi a individui continentali, restringe il campo d’indagine a 221 individui.

3 Si tratta della nota località della Corsica meridionale, detta attualmente S. Manza per errata divisione sintattica, da cui prende nome l’omonimo golfo.

4 Si tratta del Capo Corso, la lunga penisola della Corsica settentrionale.

5 È l’omonimo centro posto lungo la costa occidentale della regione di Capo Corso.

6 È l’aggettivo etnico della città di Ajaccio formato sol suffisso di origine ligure -inco, per il quale.cfr. Bosa > bosínku, Sorso > sussínku, Luras > lurisínku, Nuchis > nukisínku.

7 Cf. RODIER J. M., Les noms de lieux corses, in “Revue de la Corse”, 16, 1935, n. 95, p. 267.

8 RDS, 2080, 2101.

9 Cfr. ZUCCA U. Castelsardo e i frati minori conventuali nei Quinque libri del 1581-1607, in “Biblioteca Francescana Sarda”, anno VII, Oristano, 1997, pagg. 5 segg. Non sembra condivisibile l’opinione espressa riguardo alla lingua dall’autore, secondo il quale essa riflette l’origine di chi scriveva (pag. 23); se fosse così, religiosi di origine còrsa come i frati d’Aquenza (=de Quenza), Bastéliga, Dacicau (= da Zicavu) avrebbero usato il còrso anziché il sardo o il catalano. Che questa fosse la realtà si deduce dal fatto che il vescovo sardo Giovanni Sanna non usava soltanto il catalano, come sostiene l’autore, ma anche il sardo, come risulta da atti inediti conservati nell’Archivio del Capitolo della Cattedrale di Ampurias (Castelsardo). La tesi di Zucca può essere condivisa soltanto per quanto riguarda i religiosi di origine iberica, i cui atti risultano in più occasioni redatti nelle relative lingue di origine (ibid., pag. 23, n. 55).

10 ZUCCA U. , cit., pag. 27; la pronuncia della cons. affricata iniziale  corrisponde a ts- quando si trova in posizione iniziale assoluta [tséiLgu] e a dz- quando venga a trovarsi in contesto intervolcalico [dzéiLgu].

11 ZUCCA U., cit., pag. 67.

12 ZUCCA U., ibid.

13 Per questo cognome cfr. FALCUCCI F. D., cit., p. 228.

14 ZUCCA U., cit., pp. 70, 95.

STUDIUM ADF

Sassari – 1999

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© Mauro Maxia

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