Categoria : memoria e storia

Angelino Tedde senior (1911-1947), a cent’anni dalla nascita di quel soldato e contadino, che fu mio padre di Angelino Tedde junior

Angelino Tedde (1911-1947)

Angelino Tedde (1911-1947)

Mio padre, Angelino Tedde-Soddu, nacque a Chiaramonti cent’anni fa (1911). Nacque nella casa che era stata edificata probabilmente dal trisavolo Giovanni Andrea Tedde-Cossiga. Visse i suoi primi  16 anni a Teriales (1911-1927), una località non molto lontana dal paese, quasi a ridosso del fiume Giunturas che in quel punto sprofonda in una forra degna di un canyon americano, detta sas Baddes.

A detta di zia Maria Denanni-Schintu si trattava di un’agiata famiglia agro-pastorale:-Allevavano pecore, capre, coltivavano i cereali, l’orto e un frutteto oltre ad alcuni suini e ad altri animali da cortile. Coltivavano anche il lino, perché tua nonna aveva un bel telaio ed era una brava tessitrice. Vicino al fiume c’era la possibilità di tenere il lino (che era una pianta bella a vedersi), appena raccolto, doveva decomporsi nelle vasche d’acqua, in seguito veniva macerato e filato nei fusi, quindi lavorato  nel telaio. La famiglia era numerosa a partire da tua nonna  Chiara Soddu e tuo nonno Giovannui Matteo Tedde, col soprannome di Tebachéra, seguivano le figlie e i figli: Filomena, Giovannandrea, Antonia, Maria e da ultimo tuo padre, Angelino. Tutti grandi e piccoli davano una mano-

Dove abitavano zia Mari’?

-Sempre a Teriales possedevano ben 5 pinnettas, ognuna grande quanto un camerone rotondo.-

 

Angelino Tedde, junior, Sassari 1948

Zia Maria Denanni non mentiva ed io stesso recatomi un giorno presso la località Teriales, grazie a zio Pietrino Urgias, allora proprietario della località, ebbi modo di vedere questi grandi muri circolari di grosse pietre, le toccai provando una grande emozione, pensando che erano state toccate dalle mani dei miei nonni e dei miei zii e di mio padre, bambino e adolescente, ultimo della nidiata.

Zia Maria riprende:

– I tuoi vivevano agiatamente, non mancava loro niente, ma un giorno di luglio, mi pare del 1925, mentre tuo nonno dormiva presso i covoni di grano da trebbiare, ci fu un’improvviso calo della temperatura e gli venne  un colpo apoplettico. Tua nonna con tuo nonno e con le figlie dovettero rientrare nella casa del paese, mentre tuo zio Giovannandrea continuò come poté con tuo padre a condurre l’azienda in campagna. Due anni dopo, nel 1927, tuo nonno, che era rimasto paralitico al braccio e alla gamba destra, morì e tua nonna continuò a tirare avanti la famiglia per altri otto anni e poi se ne andò anche lei. Nel frattempo si era sposata tua zia Filomena con un giovane calzolaio proveniente da Bolotana, un certo Bachisio Ortu; Antonia morì ancora giovane, tuo zio Giovannandrea si sposò con una ragazza del paese, Domenica Murgia, restarono in casa tua nonna con Maria e tuo padre Angelino. Peccato, una bella famiglia, distrutta dal destino avverso!-

Angelino Tedde (1911-1947), Sturla (GE) 1932

Zia Maria tace e forse si accorge, dalle emozioni che mi solcano il volto, l’immensa gioia che mi aveva dato rievocando la memoria dei miei nonni e di mio padre che restò orfano di padre a sedici anni e perse la  madre a ventiquattro. Visse qualche anno con la sorella Maria che andò sposa ad un nulvese, un certo Giovanni Posadinu, e poi anche lui si sposò con una ragazza del luogo che fu mia madre, Serafina Linda Piras. Ragazza non tanto allineata allo stile delle relazioni chiaramontesi, ma piuttosto galluresi dal momento che era vissuta per 6 anni (dai 10 ai 16) tra Tempio e Luras. Le chiaramontesi veraci se non guardavano i giovani in cagnesco poco mancava, ma in quanto a confidenza, niente da fare fino a precisi impegni matrimoniali. Chi rompeva queste tradizioni era guardata male anche se fosse andata vergine all’altare. E mia madre si rapportava con la gente secondo gli scandalosi (per le anglonesi) costumi galluresi.

Lasciando nel rispettoso oblio le azioni riprovevoli dei nostri genitori, qui voglio ricordare  i rapporti che, nella sua breve esistenza, mio padre ebbe con me. Tanti sentimenti ho avuto modo di esprimere poeticamente in una breve raccolta poetica pubblicata nel 1978.

Matteo Tedde(1873-1927) Panama, 1908

Mio padre era nato il 25 aprile del 1911 in paese e a quanto pare fu chiamato Angelino per una promessa fatta alla Madonna degli Angeli da parte dei miei nonni. Nacque agli inizi del IV governo Giolitti  che dichiarava d’aver mandato Marx in soffitta, visto l’accordo sul programma stipulato con i socialisti. Per la nazione italiana, la cui moneta era equiparata al valoro dell’oro, avrà inizio un periodo di benessere e di riforme sociali. A questo benessere avevano concorso oltre allo sviluppo industriale del Nord anche le rimesse dei nostri milioni di emigrati d’oltreoceano. Il 1911 però segnò anche l’inizio della colonizzazione  africana che portò i socialisti ad allontanarsi da colui che aveva promosso, col suffragio universale maschile, la loro crescita politica e, infine, si andò verso la partecipazione alla prima guerra mondiale, alle conseguenze sociali ed economiche disastrose e all’avvento del fascismo con la perdita della libertà e l’instaurazione della dittatura. Mio padre, nato appunto nell’11, sicuramente avvertì i cambiamenti più notevoli, ma non certo tutti.

Riu Giunturas,Chiaramonti, Archivio Mario Unali

Che cosa potesse capire un neonato di tutto questo trambusto non saprei dire. Certo la visione idilliaca della campagna, il contatto con il fiume, con i boschi di sughere, con la macchia mediterranea e tutte le sue varietà allietarono non poco l’infanzia di mio padre. Si riteneva fin dalla mia infanzia che l’uso della ragione e quindi di libere scelte scoccassero ai sei anni, ma così non è, oggi, gli allora ignoti psicologi, dicono che la mente del bambino è come una spugna che comincia ad assorbire fin dalla nascita suoni, voci, sensazioni e che la capacità di sapersi gestire con le persone e con l’ambiente inizia molto presto e quindi mio padre con tutto quel mondo campestre seppe correlarsi abbastanza presto anche se fu causa di una sua perenne fragilità di salute dovuta all’allora ignota allergia alle parietarie, alle graminacee e alle erbe in genere, senza contare la polvere di abituri senza mattonelle. Come tanti contadinelli del vasto territorio chiaramontese che allora contava nelle campagne circa 867 (1911, Istat) abitanti anche lui subì i gratuiti insulti dell’ambiente, d’altra parte però era l’ultimogenito per cui si ebbe le carezze della madre e del padre, delle sorelle e di sicuro le coccole dell’altro fratello maggiore Giovannandrea al quale restò legato da grande affetto fino all’ultimo.

Tortora selvatica

Credo che la sua passione per gli uccelli da addomesticare sia sorta in quel periodo della fanciullezza, non si spiegherebbe altrimenti il fatto che mi portasse dalla campagna i tanti falchetti e tortore che allietarono la mia fanciullezza. La natura però presumo che gli abbia insegnato anche la crudezza dell’ambiente, diversamente non si spiegherebbero le severe punizioni anche corporali che talvolta m’inflisse al punto che più d’una volta tra i denti lo mandai al diavolo,  anzi presi forse consapevolezza della mia identità forte di fronte alle sue percosse. Con mia madre fui meno ribelle per quanto di schiaffi e sculacciate me ne desse abbastanza. Con lei avevo un altro metodo di sopportazione  suddivisi in tre momenti: l’andar sotto i colpi della cinghia, il ripetermi mentalmente “ora finisce, ora finisce”, e finalmente la fine ovvero la liberazione dalla percosse. Da mio padre sopportavo di meno calci e schiaffi e mi ribellavo inviandogli tra i denti le consuete imprecazioni  che per strada ci  scambiavamo tra monelli. A sua discolpa c’è da dire che per quanto fossi timido e bravo ragazzo le monellerie dell’età le commisi anche con un pò d’audacia come quando a 5 anni mi allontanai quasi ad un chilomentro da casa verso l’aia della Croce per fare provviste di tutoli di grano turco che servivano a costruire i buoi di un minuscolo carro variamente confezionato con ruote di pale di ficodindia, di canne e di legna. Inutile dire la disperazione di mia madre che in quel frangente, visto che non mi scovava in paese, si prese davvero un bello spavento, finché non mi beccò coi tutoli e mi diede una sonora sussa, facendomi perdere pure i tutoli per la strada di ritorno da quell’aia dorata.

Su Zilibriu-Falchetto sardo

Se quelli furono i momenti traumatici della mia prima crescita, i ricordi della dolcezza che ebbi ad intrattenere con loro sopravvanzano di gran lunga gli episodi conflittuali: mia madre, dopo le plateali susse, durante le quali, una volta iniziate, andava perdendo vigore perché nel frattempo mi ammoniva. Dopo un pò dalla punizione, forse, data la giovane età (vent’anni alla mia nascita), se ne pentiva e mi offriva qualcosa di buono dalla dispensa. Mio padre, a parte le rare e irate susse, in genere mi mostrava la sua dolcezza sia portandomi degli uccelletti da tenere in casa quasi come giocattoli, per cui bisognava spuntar loro le ali, per evitare che fuggissero e al ritorno dai campi se ero in punizione per espressa decisione materna, (ad esempio col vestitino di donna), vedendomi in un angolo mortificato, mi dava subito libertà dal vestito e rimettevo i calzoncini. Non dimenticava mai di portarmi frutta varia o pere o sorbe selvatiche. Ciò che ci unì però fu la complicità delle uscite in campagna nelle giornate primaverili, autunnali o estive, sia quando si recava a sarchiare, sia quando si recava a mietere. Il lungo sentiero di cisto e lentisco che da Santa Maria de Aidos ci portava alla cima de sas Coas, un piccolo colle crestoso, erano e ancora lo sono indimenticabili. Io lo seguivo saltellandogli intorno con gioia come un capretto e lui, a tratti, cantava la malinconica canzone: – Vieni con me o bella bimba bruna, in cerca di fortuna sotto le stelle d’or!-
Sentirlo cantare mi dava grande sicurezza, almeno quanto ne provavo quando mia madre, mentre riordinava al mattino la casa, cantava: -Vento, vento, portami via con te.-oppure – Con te Lily Marlè.- ed io m’intrattenevo giocando nella strada con i compagni.

Giunti sul campo che mio padre aveva in assegazione dalla cooperativa, mi faceva sdraiare sulla bisaccia, sotto l’albero centenario di quercia, mi copriva con una coperta, lasciandomi il viso scoperto così che potessi guardarlo sia che seminasse e arasse la terra col giogo di buoi sia che sarchiasse sia che mietesse. Quei momenti servirono ad irrobustire di certo la mia identità dal momento che ero destinato a perderlo, insieme con mia madre,  un mese dopo il compimento del mio decimo anno. Per il resto la breve esistenza, 37 anni non ancora compiuti e mia madre 30 appena compiuti, fu contrassegnata dall’esperienza brutale della guerra di Spagna (Cadice gennaio-giugno 1937), dai lunghi ricoveri nelle infermerie presidiarie e negli ospedali, da lunghe licenza agricole, dal periodo di eradicazione della malaria nell’Erlas. Otto anni sotto le armi, con continui intervalli, e due di congedo definitivo dalla vita militare e dall’esistenza non contando i due anni di leva a Genova-Sturla.

Cadice (Andalusia), Spagna

 

Mio padre non era un graduato, ma era alfabetizzato: aveva frequentato  il corso inferiore delle elementari in paese e poi, da soldato, aveva conseguito la licenza elementare.

Io stavo spesso a casa per la maledizione delle allergie, allora definite casi linfatici, m’impedì sempre di avviarmi precocemente al lavoro, anzi un giorno disse a mia madre:

–Finché camperò, Angelino non andrà a lavorare in campagna. E’ un bambino!-

Altre volte, essendo ammalato, cercava d’insegnarmi l’alfabeto, visto che la scuola per le varie malattie agli occhi non mi accoglieva.

Potei godermi mio padre, sia pure ad intervalli, per dieci anni. Tra i più bei ricordi della sua forza mi ricordo con quanto vigore e precisione spaccava i ceppi per la strada, per ridurli a ciocchi per il caminetto, quando, dopo la mietitura, riempiva parte della stanza  con sei o sette sacchi di grano, per il pane per tutto l’anno e con un sacco di fave per il minestrone serale. Ricordo che nei periodi più lunghi di permanenza a casa comprava un asinello che legava vicino alla porta di casa e faceva dormire tranquillo nella stalla insieme al nostro maiale da ingrasso. Il rito dell’uccisione del maiale per riempire di lardo la dispensa, mentre le salsicce venivano appese sopra il caminetto, era per noi ragazzi un fatto esaltante, per la scena del povero suino, legato prima e poi ucciso, infine abbrustolito col cisto secco e quindi appeso in una scala e totalmente aperto dalla testa alla coda. Le orecchie abbrustolite erano il primo assaggio per noi ragazzi. Non parlo del suo sangue, bollito, insaccato e poi dolce come il migliore dei cioccolati.

Quando mio padre morì  non potei nemmeno piangere ai suoi funerali, mi allontanarono da casa. Quel pianto, imprigionato in un contenitore più forte del ferro, è ancora represso dentro di me e non trova sbocco. Il destino mi riservò la stesso dolore per mia madre, cinque giorni dopo la morte di mio padre, morì nella corsia di un ospedale che per tanti anni mi era diventato familiare per i mal d’occhi. Un’incauta zia e certo, non per sua cosciente colpa, m’incontrò per la strada e mi disse, così, all’improvviso :-Tua madre è morta.-  Non piansi, ma sentii un forte strappo al cuore. Ero il “grande” della famiglia, ormai scomparsa, e dovevo dare l’esempio a mia sorella di 8 e a quella di 4 anni che piangevano.

Se è confortante, dopo 65 anni, (a 75 anni d’età), riandare ai lieti tempi dell’infanzia e della preadolescenza, è ugualmente triste sfiorare i ricordi dolorosi della perdita di entrambi i genitori in così breve tempo.

Sono di conforto i ricordi di quei primi dieci anni della mia vita, quando i miei, pur nella loro segreta infelicità, provati da scelte sbagliate, erano sereni, affettuosi, e, almeno ai miei occhi e a quelli delle due mie sorelle, felici.

Leggendo il foglio matricolare di mio padre ho potuto seguirne gli spostamenti durante la guerra di Spagna e quelli dopo lo scoppio delle seconda guerra mondiale in patria.

Aveva fatto il servizio di leva a Sturla (Genova) di cui ci restano due fotografie e poi aveva conosciuto la brutalità della guerra civile spagnola dove, un giorno, i rojos avevano massacrato dodici suoi compagni e lui si era salvato gettandosi da un  ponte sul fiume, si era salvato certo, ma quell’immersione in acqua, fredda e rossastra di sangue, aveva minato per sempre la sua fibra.

Un paesano a cui chiedevo di visitare la mia  casa natale, ora in sua arbitraria balia, mi disse: -Perché vuoi risvegliare tristi ricordi?-  Risposi:- Se fu triste la perdita dei miei, ricordati che in quella casa vissi felice i primi dieci anni della mia vita!-

Del passato dobbiamo recuperare quanto di bello abbiamo vissuto, il resto dobbiamo affidarlo all’oblio. Da quella casa, da quei dieci anni, da quegli amati genitori non ho forse ricevuto la grande forza che mi ha spinto a superare le difficili tappe degli studi classici, dell’Università e della carriera stessa di docente? Anche le mie sorelle, nei limiti in cui hanno potuto, hanno raggiunto livelli di studio adeguati. Oggi, se mio padre fosse in vita, sarebbe orgoglioso di vedere che gli 11 pronipoti, sparsi tra l’Italia e il Belgio,  hanno raggiunto encomiabili livelli di studio e di professionalità: uno psicologo, una biologa, due professori delle medie-lettere e lingue europee-, un informatico, un ragioniere, un maestro elementare, una pedagogista, un sergente dell’aeronautica, muratore qualificato, un operaio specializzato.

Matteo, Angelo, Emma Linda, Giovanni Valerio, Annalina, Roberto, Marco, Luca, Carlo, Patrick, Mariantonietta Serafina, vostro nonno Angelino quest’anno avrebbe compiuto cent’anni. Non potete cantare i soliti canti augurali, ma una preghiera per lui, e per vostra nonna, a cent’anni dalla nascita, potete sussurrarla.

Padre mio

 

O padre mio,
che dormi
sulla collina
del Carmelo
all’ombra
di un vecchio
cipresso,
Te lo ricordi
quand’ero fanciullo
e t’attendevo
al crepuscolo
sulla strada
illuminata
dagli ultimi
bagliori?

Tu comparivi
in cima alla via
a cavallo
al nostro somarello.
Il sole
da occidente
t’illuminava
il volto
e tu
vedendomi
sorridevi
mi parevi un eroe,
padre mio,
con la tua bisaccia
ripiena
di pere selvatiche
di cui ero tanto ghiotto.

A volte
mi portavi
una tortorella
o un passerino
che io carezzavo
e nutrivo
con tutto l’amore
di fanciullo.
Ma un giorno,
padre mio,
non ti vidi
più sorridere,
ti vidi assopito
e freddo
come la neve.

Fu così triste
dirti addio
in quel colle
solitario.

Ora
quei bagliori
che un tempo
t’illuminavano
Il volto
illumonano
la tu croce
da cui
l’acqua
ha cancellato
anche il tuo nome
Padre mio
ho tanta nostalgia
di rivederti
anche senza pere
selvatiche
e tortore
e falchetti:
Padre mio
sapore
dela mia
infanzia.

 

 

Commenti

  1. Una storia veramente emozionante….come fare un paso indietro nel tempo. Complimenti!

    Elena
    febbraio 29th, 2012
  2. Sei riuscito a toccare questa storia con una delicatezza unica
    mi chiedo quanto ti è costato, ma il più delle volte
    parlarne é terapeutico. Hai una vera formidabile forza interio
    re,per non parlare del tuo talento letterario di cui ormai sar
    ai cosciente.
    Questo racconto è talmente intimo e profondo che a leggerlo si
    prova quasi un certo pudore……
    Grazie. Ciao zio Angelì !! Vittoria Nieddu

    anna Nieddu
    marzo 21st, 2012
  3. Cara Vittoria, grazie per l’emozione che mi fai riprovare e per quella che hai provato tu. La storia della famiglia di mio padre e di tua nonna Maria a Teriales l’ho descritta come l’ho raccolta da zia Maria Denanni. Quella di mio padre come l’ho rivissuta emozionalmente. I nostri antenati e i nostri genitori possono anche aver compiuto degli atti fuori di ogni limite, ma sarebbe assurdo coprire d’oblio i momenti sublimi che con essi abbiamo vissuto. Certe storie d’amore, una volta finite, e a volte finite male, non possono riassumersi tutte nella triste o tragica fine. Ci sono stati momenti belli, teneri, delicati che sarebbe ingiusto dimenticare. Quando vedi una foglia secca d’autunno, pensa a come in primavera e nell’estate hanno rallegrato il cuore dei volatili e degli uomini e al tempo stesso abbellito l’ambiente.
    Aspetto con ansia qualche bella poesia, tra le tante, di tuo padre e di tua madre e se anche tu componi anche qualcuna tua. Un forte abbraccio. Grazie, nipote carissima.

    scriptor
    marzo 21st, 2012

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