Categoria : cultura

Multiculturalismo nel Regno Unito e un dibattito che non c’è di Gianfranco Baldini

Sono passati poco più di 40 giorni da quando David Cameron, in visita a Monaco di Baviera, ha dichiarato il fallimento del multiculturalismo nel Regno Unito. Qualcuno ha pensato che il discorso fosse mirato alla ricerca di una sintonia con l’analoga condanna di Angela Merkel di qualche mese prima. Ciò può aver contato, ma la storia è più complessa. Cameron ha attaccato il multiculturalismo sottolineando che sarebbe stato un errore – per il suo paese – dare a tutti i gruppi la possibilità di difendere la propria cultura, venendo meno al rispetto di diritti che dovrebbero essere universali. Il Regno Unito avrebbe incoraggiato “i diversi gruppi culturali a vivere vite separate”, con il conseguente “indebolimento dell’identità collettiva”: da qui la proposta di un “liberalismo muscolare”. Non è un caso che Cameron abbia tenuto questo discorso lo stesso giorno in cui la English Defence League, un movimento anti-islamico di estrema destra nato nel 2009, organizzava una manifestazione a Luton, a nord di Londra. Ma contrastare la crescita di movimenti anti-islamici difendendo posizioni più rigide rispetto al passato dovrebbe anche voler dire avviare un dibattito sul significato attuale delle politiche multiculturali, un bilancio su quanto è stato fatto nel passato e un’onesta dichiarazione di intenti per il futuro, che consideri i vincoli economici attuali e provi ad andare oltre i fumosi richiami alla “Big Society”. È vero che queste settimane – dalle rivolte in Egitto e Tunisia, al terremoto giapponese, fino alla guerra in Libia – hanno visto avvenimenti internazionali eclatanti, che hanno catturato tutta l’attenzione dei media. Ma di questo tema si dibatte da oltre 10 anni e il governo farebbe bene a chiarire la sua linea, visto che il vice di Cameron, Nick Clegg, ha espresso qualche settimana dopo opinioni ben diverse sul tema. Ma facciamo un attimo un passo indietro Secondo molti il Regno Unito è uno degli stati europei in cui il multiculturalismo avrebbe ricevuto il più ampio sostegno a livello politico, con politiche mirate soprattutto a riconoscere la legittimità delle opzioni culturali – e quindi gli stili di vita – degli immigrati, provenienti soprattutto dal subcontinente indiano e da altre zone del Commonwealth, almeno fino a che la caduta del Muro di Berlino aprì le porte dell’oltrecortina. Entrambi i maggiori partiti, nonostante importanti differenze sulle politiche migratorie, avrebbero sposato almeno alcune misure multiculturaliste. Dopo aver incoraggiato una prima ondata di mano d’opera dall’Est Europa nell’immediato dopoguerra, il paese introdusse restrizioni all’immigrazione già negli anni Sessanta, quando il timore di un certo tipo di elettorato venne catturato dal discorso che nel 1968 costò il posto al conservatore Enoch Powell, dopo che aveva previsto “un Tevere rosso di sangue” se non si fosse posto un serio freno all’immigrazione. Con la vittoria del New Labour di Blair nel 1997 il multiculturalismo sembrava essere divenuto parte integrante del programma di governo. Ma nel momento in cui esso – con il report del 2000 della commissione Parekh sul “futuro della Gran Bretagna multietnica” – pareva aver raggiunto il suo apice, iniziò una riflessione critica sull’opportunità di accogliere i suggerimenti più “radicali” della stessa commissione, che invitava il governo a creare una “comunità di comunità” all’insegna, tra l’altro, di una riscrittura della storia britannica in senso più plurale. La cosa non piacque nemmeno a molti laburisti e l’anno seguente – ancor prima dell’11 settembre – vi furono ampie occasioni di ripensamento. I critici del multiculturalismo ebbero infatti gioco facile a sottolineare i forti problemi di integrazione in alcune aree del paese dopo le rivolte dell’estate 2001, quando le cittadine di Bradford, Oldham e Burnley, vicino a Manchester, erano state messe a fuoco da scontri tra giovani di opposte fazioni (e etnie). In queste aree gli asiatici superano il 30% della popolazione, e in certe zone vi sono scuole dove i figli di immigrati superano l’80%. Da anni si discute della questione della segregazione in aree ad elevata disoccupazione e scarsissima integrazione. La polemica sulla corretta interpretazione dei dati sugli ingressi nel paese e sulla successiva integrazione è forte da almeno un decennio: la nascita del think tank MigrationWatch ha per certi versi esasperato i toni, visto che i dati di questo istituto non sarebbero privi di approssimazioni, che hanno spesso avuto l’effetto di allarmare l’opinione pubblica sullo stato della coesione sociale e della convivenza tra cittadini di diverse origini etniche. Ma nel paese che ha dato il cavalierato a Salman Rushdie nel 2007, e che ha pianto oltre 50 vittime nell’attentato suicida del 7 luglio 2005 perpetrato da quattro giovani immigrati di fede islamica di seconda generazione a Londra, non è certo la prima volta che si decreta il fallimento del multiculturalismo. Ancor prima degli attentati del 2005 che hanno provocato un’ondata “securitaria”, era stato niente di meno che il presidente della commissione sull’uguaglianza razziale, il laburista Trevor Phillips, a pronunciarsi in questo senso. Era il 2004, e l’intervista al “Times” di Phillips suscitò ampia eco per l’autorevolezza della fonte: la condanna del multiculturalismo era ferma, così come l’invito a scoprire insieme le ragioni dell’identità comune, della Britishness. Da allora il Labour ha introdotto una nuova formula per l’acquisizione della cittadinanza – con tanto di cerimonia e giuramento di fedeltà al Regno, alla libertà e ai suoi diritti e doveri – e un sistema di quote di ingresso per i cittadini extra-Ue, che oggi viene rafforzato dal governo Cameron. Il primo problema delle politiche del multiculturalismo riguarda infatti la convivenza con la popolazione straniera, particolarmente sentito oggi, in tempi di crisi economica. Chiunque osservi il fenomeno cercando di conservare qualche barlume di obiettività noterà che quando si parla di integrazione degli stranieri i numeri diventano oggetto di interpretazioni parziali e distorte. Così è molto frequente che si prendano sondaggi ad hoc per sottolineare la scarsa integrazione dei musulmani, o addirittura la simpatia verso gli attentatori del 2005. Salvo poi ignorarne altri che indicherebbero dati di stampo contrario. Una delle prime accuse che sono state mosse al multiculturalismo è stata quella di favorire, riconoscendo alle diverse comunità di immigrati la possibilità di costruire le proprie scuole, forme di auto-segregazione. Un recente volume, che prende il titolo proprio dalle affermazioni di Phillips su un silenzioso avvento della segregazione (N. Finney e L. Simpson, Sleepwalking into segregation?, Policy press, 2009) ha smontato le interpretazioni più allarmistiche, su cui spesso si costruivano le prime pagine dei tabloid che condannavano l’emergere di enclave etniche fuori controllo. Poche settimane prima del discorso di Cameron, una proiezione di uno dei demografi britannici più conosciuti, David Coleman, pubblicata dal mensile “Prospect”, aveva suscitato grande attenzione nell’opinione pubblica, al punto di essere oggetto di un sondaggio da parte della compagnia YouGov. Secondo le stime di Coleman, se il flusso di immigrati continuerà sugli stessi livelli dell’ultimo decennio, nel 2050 la popolazione non di colore calerà dall’attuale 80% al 59%, per diventare poi minoranza nel 2066 (come è già oggi nei due sobborghi londinesi di Tower Hamlets e Newham). La reazione dell’opinione pubblica è stata ovvia: il 73% degli intervistati si è dichiarato preoccupato da questi dati, con ovvie differenze tra gli elettorati dei tre maggiori partiti, ma con una maggioranza in ogni caso di opinioni negative. Più in generale, tutti i dati dei maggiori istituti demoscopici mostrano che l’immigrazione è rimasta, lungo tutto il 2010, il secondo principale problema dopo l’economia nella maggioranza dell’elettorato. È allora curioso notare come la discussione si sia concentrata, dopo il discorso di Cameron, su due eventi che, pur nella loro diversità, testimoniano ancora della bassa qualità del dibattito. Il primo riguarda le dichiarazioni del produttore della popolare serie TV Midsomer Murders (quello che in Italia conosciamo come L’ispettore Barnaby), giunta alla quattordicesima edizione e seguita da milioni di spettatori. Brian True-May è stato sospeso dal suo incarico dalla rete televisiva ITV per aver dichiarato che il successo della serie si deve al fatto che il villaggio in cui è ambientata – che è poi quello in cui lui vive – rappresenta la vera essenza della Englishness di un tempo, della tradizione bucolica inglese senza tutti i problemi che arrivano dalla convivenza con gli immigrati. La serie è girata a Great Missenden, nel Buckinghamshire, tra Oxford e Londra, dove il costo delle case tiene lontano gli stranieri. Alla domanda sul perché non vi fossero personaggi di etnie diverse, True-May ha risposto in modo candido: “non li abbiamo semplicemente perché se li avessimo non sarebbe il tipico villaggio inglese. Non funzionerebbe. Siamo l’ultimo bastione della Englishness e voglio che le cose rimangano così”. L’altro episodio riguarda invece la possibile imminente chiusura dell’Istituto di ricerca Quilliam, sorto nel 2008 per contrastare la minaccia dell’islamismo radicale. Oggi tutti i partiti ne difendono la qualità del lavoro, co-diretto da Ed Husain, autore del fortunato volume The Islamist, già affiliato al radicalismo islamico che oggi combatte strenuamente. Il confronto con le fonti di finanziamento di MigrationWatch non potrebbe essere più impietoso: quest’ultimo sopravvive solo con fondi privati, mentre Quilliam ha operato praticamente solo grazie ai quasi 3 milioni di sterline ricevuti dai ministeri degli Esteri e degli Interni, che oggi tagliano pesantemente in tutti i settori, lasciando così l’organizzazione a rischio di scomparsa. Oggi il governo britannico è in prima fila nel conflitto contro Gheddafi. Clegg, solo qualche settimana fa aveva scelto proprio Luton per rimarcare la sua distanza dal premer in tema di multiculturalismo. Tra pochi giorni, il 27 marzo, si terrà il censimento decennale nel Regno Unito. Quando saranno disponibili i dati sapremo se veramente i piccoli villaggi inglesi non hanno minoranze come negli episodi dell’ispettore Barnaby. Ma c’è da dubitare che anche dopo di allora sarà possibile impostare un dibattito serio su cosa abbiano significato le politiche multiculturali e su cosa fare oggi in un settore nel quale discorsi chiari e trasparenti sono quanto mai urgenti.

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