Dalla Brexit una sfida per l’Università italiana Massimo Piermattei * – 16.07.2016 da Mente Politica
Lo shock seguito alla Brexit ha rimesso al centro del dibattito italiano ed europeo l’Ue, le sue istituzioni, le politiche che attua, i limiti e le contraddizioni che la caratterizzano nel tempo presente. Forse per la prima volta, più che in occasione delle vicende legate alla Grecia, ci si è resi conto di quanto sia profondo e complesso il legame tra uno Stato membro (i cittadini, le istituzioni locali, le imprese, ecc.) e l’Ue. La complicata procedura di uscita del Regno Unito, la posizione della Scozia di Nicola Sturgeon, gli interrogativi posti dagli “emigrati” dai Paesi membri Oltremanica, sono tutti esempi che evidenzianola problematicità della situazione; problematicità che per essere studiata e compresa ha bisogno di conoscenze e competenze specifiche – si pensi a quanto si è parlato dell’art. 50 del Trattato, tema finora sconosciuto ai più.
In un contributo pubblicato su «Mente Politica» a inizio febbraio si era segnalata l’assenza generale dell’Accademia italiana, e in particolare degli storici, dal dibattito pubblico e mediatico in Italia sulla Ue e sulle sue crisi – sono “altri” che parlano di Europa, non di rado approcciandosi per la prima volta a questi temi. In questa prospettiva, la Brexit può essere l’occasione per invertire la tendenza e per rimettere al centro di diversi percorsi formativi proposti dagli atenei italiani la storia dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale e il percorso seguito dal processo d’integrazione.
Per fare questo è essenziale però partire da qualche dato che fotografi la situazione attuale[1]. Sul portale dell’Associazione universitaria degli studi europei – AUSE – c’è un interessante censimento degli insegnamenti di studi europei attivi negli atenei italiani, la cui analisi merita qualche riflessione e pone interrogativi ineludibili. La stragrande maggioranza dei corsi universitari che riguardano l’Ue è di carattere giuridico (59%). Se ne deduce facilmente di come sia impensabile oggi percorrere un cammino di studi legato al diritto, nelle sue varie articolazioni, senza fare i conti con la sfera europea. Lo stesso non accade invece per la storia e per le scienze politiche più in generale, dove gli insegnamenti specifici di storia dell’integrazione europea sono ancora pochi e scarsamente ramificati sul territorio (46 gli atenei senza queste cattedre, 24 quelli che li hanno) con una grave lacuna nel Meridione (dove l’insegnamento risulta attivo solo in 4 realtà su 17). Certo, diverse cattedre di storia contemporanea e di storia delle relazioni internazionali prevedono approfondimenti sull’integrazione europea, ma tutto dipende pur sempre dalla volontà e dalla sensibilità del singolo docente. La storia dell’integrazione europea non rappresenta quindi un passaggio imprescindibile per uno studente che si approcci alle discipline di area storica o delle scienze politiche: è un’opzione, una scelta tra le varie possibili. Lo stesso non è pensabile, come già detto, per il diritto dell’Unione europea, che fa parte di tutti i percorsi formativi in quel settore.





In occasione della scomparsa di Elisabetta Grazia Coradduzza, sassarese, nata nel 1931 e scomparsa in questa Quaresima a 94 anni, pittrice e ordinaria di Educazione Artistica nella Scuola Media Statale, vogliamo ricordarla in occasione di una mostra organizzata nel secolo scorso e da me presentata nel famoso periodico sassarese, dal titolo il Sassarese. Riportiamo qui un quadro da lei regalatoci in occasione della mostra. (A.T.)
