24 Dicembre 2016 - Categoria: cristianesimo, eventi straordinari

L’arrivo a Betlemme, la grotta-stalla, la nascita di Gesù, secondo la mistica Maria Valtorta

28. L’arrivo a Betlemme.

presepio-belloVedo una strada maestra. Vi è tanta folla. Asinelli che vanno carichi di masserizie e di persone. Asinelli che tornano. La gente sprona le cavalcature, e chi è a piedi va in fretta perché fa freddo. L’aria è tersa e asciutta, il cielo sereno, ma tutto ha quel tagliente netto dei giorni di pieno inverno. La campagna, spogliata, sembra più vasta, e i pascoli hanno un’erbetta corta, bruciacchiata dai venti invernali; sui pascoli le pecore cercano un poco di nutrimento e cercano il sole che sorge piano piano. Stanno strette l’una all’altra perché hanno freddo anche loro, e belano alzando il muso e guardando il sole come dicessero: «Vieni presto, ché fa freddo! ». Il terreno è a ondulazioni che si fanno sempre più nette. E’ un vero posto di collina. Vi sono conche erbose e coste, vi sono vallette e dorsi. La strada vi passa in mezzo e va a sud-est. Maria è su un ciuchino bigio. Tutta avvolta nel pesante mantello. Sul davanti della sella è quell’arnese già visto nel viaggio verso Ebron, e sopra il cofano delle cose più necessarie. Giuseppe cammina a lato tenendo la briglia. «Sei stanca?» chiede ogni tanto. Maria lo guarda sorridendo e dice: «No». Alla terza volta aggiunge: «Tu piuttosto, che devi camminare, sarai stanco». «Oh! io! Per me è niente. Penso che, se avessi trovato un altro asino, potevi essere più comoda e fare più presto. Ma non ho proprio trovato. Occorre a tutti, ora, la cavalcatura. Ma fa’ cuore. Presto siamo a Betlemme. Oltre quel monte è Efrata». Tacciono. La Vergine, quando non parla, pare raccogliersi in interna preghiera. Sorride di un sorriso mite ad un suo pensiero e, se guarda la folla, pare non la veda per quello che è: un uomo, una donna, un vecchio, un pastore, un ricco o un povero. Ma per quello che Lei solo vede. Hai freddo? » chiede Giuseppe, perché il vento si leva. «No. Grazie ». Ma Giuseppe non si fida. Le tocca i piedi, penzolanti sul fianco del ciuchino, i piedi calzati nei sandali e che appena si vedono spuntare dalla lunga veste, e li deve sentire freddi, perché scuote il capo e si leva una coperta che ha a tracolla e avvolge le gambe di Maria e gliela stende anche sul grembo, di modo che le mani stiano ben calde sotto di essa e del manto. lncontrano un pastore, che taglia la via col suo gregge passando dal pascolo di destra a quello di sinistra. Giuseppe si curva a dirgli qualcosa. Il pastore annuisce. Giuseppe prende il ciuchino e lo trascina dietro al gregge nel pascolo. Il pastore si leva una rozza scodella da una bisaccia e munge una grassa pecora dalle gonfie mammelle e dà la scodella a Giuseppe, che la offre a Maria. «Dio vi benedica entrambi » dice Maria. «Tu per il tuo amore, e tu per la tua bontà. Pregherò per te ». «Venite da lontano? ». «Da Nazareth » risponde Giuseppe. «E andate?». «A Betlemme ». «Lungo viaggio per la donna in quello stato. E’ tua moglie? ». E’ mia moglie ». Avete dove andare? ». No ». «Brutta cosa! Betlemme è piena di popolo venuto da ogni dove per segnarsi o per andare a segnarsi altrove. Non so se troverete alloggio. Sei pratico del luogo? ». «Non molto ». «Ebbene… io ti insegno… per Lei (e accenna a Maria). Cercate dell’albergo. Sarà pieno. Ma ve lo dico per darvi una guida. E’ in una piazza, la più grande. Vi si va da questa via maestra. Non potete sbagliare. Vi è una fonte davanti, ed è grande e basso con un gran portone. Sarà pieno. Ma, se non trovate niente nell’albergo e nelle case, girate dietro all’albergo, verso la campagna. Vi sono stalle nel monte, che delle volte servono ai mercanti che vanno a Gerusalemme per mettervi le bestie che non trovano posto nell’albergo. Sono stalle, sapete, nel monte: umide, fredde e senza porta. Ma sono sempre un rifugio, perché la donna… non può rimanere per la via. Forse là trovate un posto… e del fieno per dormire e per l’asino. E che Dio vi accompagni ». «E Dio ti dia gioia » risponde Maria. Giuseppe invece risponde: « La pace sia con te ». Riprendono la strada.

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24 Dicembre 2016 - Categoria: narrativa

“La vigilia di Natale” di Mario Nieddu

 niedduQualcuno aveva suonato il campanello. Franco posò la penna, si alzò e andò ad aprire. Era da giorni che, con i testi poggiati sul tavolo della cucina, si dedicava alla traduzione di alcuni capitoli dell’Anabasi. Il greco gli era sempre piaciuto, anche più del latino, inoltre Senofonte con le sue avventure gli ispirava simpatia. I genitori ammiravano l’’intelligenza e la buona volontà del ragazzo, ormai in prima liceo e avevano fatto sacrifici per i libri di testo e soprattutto per il costosissimo Rocci. In giro vocabolari di greco a quel livello non se ne trovava e non tutti potevano permetterselo. Il ragazzo conosceva le rinunce della famiglia. Il padre aveva perso il lavoro da troppi mesi e i pochi risparmi nonostante la parsimonia erano finiti. I suoi due fratelli maggiori erano emigrati in Germania, avevano i loro problemi, non sarebbero scesi neanche per Natale, meglio non allarmarli. Il pranzo di Natale si presentava triste, molto triste. Nella dispensa erano avanzate alcune patate, una focaccia rafferma, due cosce di pollo e un litro di vino. La madre, quando non era impegnata a rassettare casa, aveva il rosario in mano. Il clima familiare però era sereno e il ragazzo poteva dedicarsi ai suoi studi preferiti durante le vacanze natalizie. -Babbo- disse Franco- aspetti qualcuno, proprio alla vigilia di Natale ? – Apri, dai !-

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24 Dicembre 2016 - Categoria: narrativa, pedagogia

“Se i compagni di scuola diseducano, la mamma educa” di Sarah Savioli

sarah-savioliA tavola dico serenamente una cosa a Matteo.
Lui appoggia la forchetta sul piatto rivolgendo gli occhi al cielo, poi con aria sfiancata borbotta: “Seeee, bla bla bla…”
Blablabla a me? Alla mamma blablabla?
Sento pulsare la giugulare nel collo e mi parte un tic all’occhio.
Nonostante tutto con la stessa voce calma del serial killer prima di dedicarsi alla sua vittima, gli chiedo:
“Perchè blablabla?”
“Perchè dici cose che so già.”
Uh….la giugulare…uh…il tic….
“Matteo, di grazia: dove hai imparato questa cosa?”
“A scuola…dai bimbi.”
“Bene, amore. Guardami nelle palle degli occhi che adesso invece impari una cosa a casa dalla tua mamma.
Le persone si ascoltano sempre e comunque.
Dire blablabla è una cosa cafona che non si dice MAI e a nessuno.
Se poi a dirti qualcosa sono mamma, papà, i nonni o le maestre TU caro, non solo la ascolti, ma per ascoltarla meglio apri entrambi i buchi delle orecchie, quelli del naso e persino quello del sedere.
E se per caso è una cosa che ti hanno già detto, tu devi aprire ancora di più ogni buchino in assoluto ascolto perchè vuol dire che quando te l’hanno detta la prima volta non l’hai recepita per bene e loro te la ripeteranno FINCHE’ non la farai tua come si deve.
Poi, una volta sentito con attenzione quello che gli altri hanno da dirti puoi anche discutere e dire la tua, anche che sei contrario e allora se ne parla.
Quindi sul blablabla e sul come si ascoltano le persone sono stata chiara, Matteo (…)! Hai bisogno di ulteriori chiarimenti in merito?”
Riassumendo, a giudicare dallo sguardo sbarrato di mio figlio, posso fare due considerazioni:
1. probabilmente per qualche tempo ogni volta che farò un qualsiasi discorso con Matteo, visto il mio invito, è facile che dovrò cambiargli le mutandine non certo perchè lui abbia paura, ma per il suo strenuo senso del dovere di fronte alle mie indicazioni. Finchè dura, ovviamente.
2. direi che sono pronta a entrare in carica come dittatore in un piccolo Paese sud americano.

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22 Dicembre 2016 - Categoria: memoria e storia, storia

Gian Paolo Brizzi: ricordo di Paolo Prodi, letto nella Cappella dei Bulgari in occasione del commiato accademico.

 Lunedì 19 dicembre 2016.

Prof. Gian Paolo Brizzi

Prof. Gian Paolo Brizzi

Come allievo di vecchia data di Paolo Prodi credo di poter testimoniare quanto sia stato importante per tutti noi il suo insegnamento. Da Prodi ho sentito ripetere, in più di un’occasione, che lui non aveva una scuola: ma con questa affermazione non intendeva rinnegare quanti erano cresciuti nella ricerca sotto la sua guida, ma era invece persuaso che i più giovani dovessero individuare e mettersi alla prova in un proprio autonomo campo di ricerca, che non coincidesse necessariamente con il suo, come spesso accade. Prodi intendeva con ciò promuovere in ciascuno un cammino scientifico personale e diversificato, garantendo poi una costante attenzione al loro percorso. Una sua innegabile qualità era infatti la straordinaria attenzione ai temi di ricerca che gli crescevano attorno e che gli erano, solo apparentemente, estranei; questa apertura mentale ad interessi diversi egli la trasmetteva attraverso la prassi didattica: la impiegava già nella fase della preparazione della tesi di laurea che comportava per gli studenti la partecipazione ad un seminario settimanale che durava un biennio, nel corso del quale ciascuno illustrava lo stato di avanzamento del proprio lavoro condividendo in tal modo anche i temi trattati dai compagni, i dubbi scaturiti dalla lettura dei documenti o dalla loro interpretazione, i suggerimenti bibliografici che si trasformavano in letture e nella crescita di un nuovo segmento della ricerca. Ciò aiutava i più giovani a non rinchiudersi nel ristretto ambito del proprio lavoro ma ad arricchirsi dei temi e dei progressi degli altri. Questa modalità, forse appresa durante l’esperienza del soggiorno in Germania compiuta dopo la laurea, rappresentava per lui il punto focale di quel legame che doveva stabilirsi tra maestro ed allievo, un legame nel quale vedeva la continuità dell’essenza stessa dell’università come corporazione come bottega in cui, come ebbe a scrivere, il maestro addestra l’apprendista a praticare il “mestiere” dello storico. Questa modalità gli è stata comune per tutta la vita: la sperimentò a Bologna, avendo al fianco Adriano Prosperi, Serena Spanò e per un periodo più breve, Roberto Ruffilli; la introdusse a Trento negli anni in cui era impegnato nella creazione e direzione dell’Istituto storico italo-germanico, dove poté esprimere la sua straordinaria capacità di organizzatore di istituti di ricerca; la continuò a praticare durante i ripetuti rientri a Bologna, intervallati da impegni di studio e di insegnamento in Germania e negli Stati Uniti, coinvolgendo in tal modo un numero crescente di studiosi che oggi lo rimpiangono come Maestro.

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22 Dicembre 2016 - Categoria: cristianesimo, memoria e storia

Padre Giovanni Battista Manzella in missione a Tula, fine novembre 1920

Erminio Antonello e Roberto Lovera, (a cura di), La Carità in azione.Epistolario di Padre Giovanni Battista Manzella, CLV Edizioni Vincenziane, Roma 2014, pp. 780 s.p. padre-manzella-a-olbia

È Tula un villaggio posto ai piedi di una collina, lontano da Ozieri ventidue chilometri ed altrettanto da Chiaramonti. Estese e deserte pianure gli si stendono davanti, avendo alle spalle una lunga catena di colline. Il casolare più vicino è a due ore di caval- lo, cioè a circa 15 chilometri. Sua eccellenza monsignor Francesco Franco, vescovo di Ozieri, passa tutti i villaggi della sua diocesi (fra i quali è Tula) facendovi la visita pastorale e intanto in ogni villaggio vi fa otto o dieci giorni di missione. Vuol sempre almeno un missionario per compagno. Di solito è il sottoscritto. Il viaggio per Tula è facile. Due ore di ferrovia e due ore di carrozza siamo in Tula. Ma purtroppo per me non fu così. Alle 3,30 di sera salgo in treno armato fino ai denti: valigia, pac- co con grandi catechismi illustrati per ragazzi, altro rotolo di cro- cifissi da dispensare nelle case, ombrello e pastrano. Alle 5, 30 ec- comi giunto alla stazione di Fraigas, ove avrei trovato la carrozza postale. Scendo, mi guardo attorno. Nessuno! Chiedo della car- rozza. E’ già partita. Il treno era in ritardo, non ha aspettato. Dunque, dirà il lettore, è già sera, si ferma a dormire a Fraigas e partirà domani mattina. Non è così, no. Fraigas è titolo della sta- zione, come vi sono molte stazioni in Sardegna poste in mezzo alla campagna; per giungere al villaggio più vicino occorrono talvolta due o più ore di carrozza; come è per quella di Fraigas. Mi carico come un asino di tutto il mio bagaglio e lentamente mi metto in moto. Giunto alla prima cantoniera depongo il pacco dei catechi- smi e dei crocifissi. Il padrone di casa mi consiglia di salire ad Ozieri, comune più vicino (6 km), e il domani sera sarei andato a Tula. Io preferisco affrontare il viaggio. Era sera, la strada bella, tutta piana. Questione di fatica e niente più. Con la sola pesante valigia mi metto in cammino. Le stelle incominciavano ad apparire Lettera 261 – Lettera sotto forma di racconto di padre Manzella sulla Vita di apostola- to in Sardegna, pubblicato in Annali della Missione 28(1921)176-183. 1 La data approssimativa si ricava da indizi interni della lettera.
284 Padre Giovanni Battista Manzella in cielo, spesse nuvole solcavano l’aria, un vento freddo mi soffia- va in faccia. Eravamo agli ultimi di novembre. Tre giovani a poca distanza pareva facessero lo stesso cammino. Studiai il passo, li raggiunsi e profittai della loro compagnia. Erano tre coscritti che, per risparmiare poche lire di spesa, facevano quella via per recarsi oltre Tula altri ventidue km.! Il primo quarto di luna ci accompa- gnò per un’oretta di strada. Appena tramontato rimanemmo nella perfetta oscurità. Io però ero tranquillo, sapevo che quella via conduceva a Tula. Ed ero in errore. Ecco che incontriamo due uomini carichi di legna, apparsi come all’improvviso. Chiediamo quanto tempo occorreva per arrivare a Tula: “Duas oras sunt in Tula” – risposero. “Va bene, grazie”. “Andana cun Deus” – risposero. E ciascuno ripigliò la strada. Nessuno dei giovani mi rivolse la parola per tutta la via. Qualche volta parlai loro e rispo- sero. Avevano soggezione di me. Parlavano fra loro di molte cose. Intanto la notte si fa sempre più buia. Era tempo d’essere in Tula. Io comincio a dubitare del cammino. Le serie di monti neri che coprivano l’orizzonte erano scomparsi e sapevo che a pie’ di quei monti doveva esser Tula! Ecco una casa! Ad una voce diciamo: “Abbiamo sbagliato il cammino. Sulla via di Tula non vi sono ca- se”. Una dozzina di cani erano in guardia, e tutti abbaiarono. Era una cantoniera. Il padrone ci accoglie con amore. Qua e là per terra, si vedono viaggiatori e carrettieri coricati, avvolti nei loro stracci. Tutta la famiglia viene attorno. Do alcune immagini ai bambini. E chiediamo al padrone la via per Tula. “Poveretti, son fuori strada!”. Han fatto 4 km in più. Possono fermarsi qua a dormire che ormai è tardi e domani ripartiranno. Io penso bene, e dico ai tre compagni: se loro vogliono fermarsi, facciano come credano. Io vado da solo: questa notte voglio esser in Tula. Detto fatto eccoci di ritorno. Coi zolfanelli cerchiamo i solchi delle ruote per sapere se di là era passata la Postale. Dopo un’ora di strada troviamo la traversa per Tula. Siamo sul buono, e dopo due peno- sissime ore entriamo in Tula. Suonavano le 10 di notte. Nella casa del parroco stavano i preti col vescovo ad aspettarmi, ma non sa- pevo dove si trovasse questa abitazione: giro per le strade dò la voce ad un’ombra che vedo presso un muro e mi risponde; era un brav’uomo, che mi conduce dal parroco, ove sono accolto da tutti con allegrezza. Un cavallo mi era venuto incontro in quel frattem- po, ma non mi trovò stante gli otto chilometri di cammino che feci in più verso Chiaramonti. Se avessi suonato la cornetta che avevo in tasca, quel cavaliere mi avrebbe sentito. All’indomani si comincia la missione. Qui siamo con un vescovo e il missionario deve fare il portapacchi, secondo il detto di san Vincenzo. L’orario era così ordinato: alla mattina la meditazione,

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18 Dicembre 2016 - Categoria: eventi luttuosi, storia

Paolo Prodi (Scandiano 1932-Bologna 2016): uno storico esimio dell’Alma Mater, maestro esemplare di molti storici e dai filoni di ricerca storica originali di Gian Paolo Brizzi

paolo-prodiPaolo Prodi era nato a Scandiano nel 1932, terzo di nove fratelli, si trasferì dopo il liceo a Milano per frequentare, nell’Università Cattolica, la Facoltà di Scienze politiche. Seguirono, dopo la laurea, soggiorni di studio a Parigi, accanto a Jacques Maritain, e a Bonn ove entrò in contatto con Hubert Jedin, impegnato in quegli anni a scrivere la sua monumentale storia del Concilio di Trento. Fu Giuseppe Dossetti ad influenzare alcune scelte del giovane Prodi, inducendolo a trasferirsi a Bologna ove si stava costituendo il Centro di documentazione – divenuto poi Istituto per le scienze religiose – di cui divenne, accanto ad altri giovani ricercatori, uno dei più apprezzati animatori, collaborando, negli anni del Concilio Vaticano II, allo studio e all’edizione dei decreti dei precedenti Concili ecumenici. Nel vasto studio attorno alla figura del cardinale Gabriele Paleotti, primo e importante impegno di ricerca, sono ravvisabili alcuni successivi sviluppi di un incessante percorso storiografico, condotto con inesausta curiosità intellettuale fino agli ultimi giorni della sua vita. Uno dei suoi studi più noti, Il sovrano pontefice, pone in evidenza come la monarchia papale abbia costituito un modello per incorporare la religione all’interno della politica; da qui scaturì l’attenzione a cogliere nel complesso rapporto fra il sacro e il potere, quella tensione dialettica che ha rappresentato un punto di forza per la storia dell’Occidente ed uno dei caratteri fondativi della civiltà europea. Fin dal 1960, il suo magistero scientifico ha avuto come punto di riferimento principale Bologna, ma anche Trento e Roma, oltre ad alcuni dei più prestigiosi Istituti di ricerca storica in Germania e negli Stati Uniti. Paolo Prodi ha saputo coniugare l’impegno di studioso con un’attenzione costante ai problemi dell’Università e della ricerca, dapprima come preside della Facoltà di Magistero di Bologna, in seguito come rettore dell’Università di Trento dal 1972 al 1976, impegnandosi poi a dirigere l’Ufficio studi del Ministero della Pubblica istruzione e, in anni più recenti, ricoprendo la Presidenza della Giunta centrale per gli studi storici. Ha partecipato alla creazione della Associazione di cultura e politica Il Mulino e a lui si deve la creazione dell’Istituto storico italo-germanico in Trento, che ha diretto per oltre vent’anni, e che rappresenta oggi una delle principali strutture di ricerca nell’ambito degli studi storici del nostro Paese. Paolo Prodi è stato anche un grande maestro e negli ultimi anni lamentava l’assenza di quel rapporto quotidiano con gli studenti che aveva coltivato con passione per oltre cinquant’anni. Nel rapporto con gli allievi e con i colleghi più giovani, egli sapeva usare una particolare discrezione: favoriva le scelte individuali, anche quando i temi erano distanti dal suo campo di interesse; sapeva attendere che ci si rivolgesse a lui per un consiglio e ti accorgevi allora come non avesse mai trascurato di seguire il tuo lavoro, pronto a trascorrere alcune ore con te per uno scambio di opinioni.

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17 Dicembre 2016 - Categoria: cristianesimo, memoria e storia, recensioni

Padre G. B. Mazella: relazione di una missione nel Centro Sardegna del 1919.

Erminio Antonello e Roberto Lovera, (a cura di), La Carità in azione.Epistolario di Padre Giovanni Battista Manzella, CLV Edizioni Vincenziane, Roma 2014, pp. 780 s.p.

manzellaL’epistolario, d’importanza fondamentale per conoscere la Sardegna dal 1900-1937 percorsa a piedi, a cavallo e in treno da G.B. Manzella talvolta da solo a volte con un compagno. Peccato che manchi l’indice dei luoghi e dei nomi, Un itinerario non solo geografico-missionario, ma anche spirituale e mistico con le corrispondenti. Paesi, fondazioni di asili, delle associazioni vincenziane come quelle della Dame della Carità e cento altre iniziative di ricoveri per anziani, per orfani e orfane. Storie di villaggi come quello di Stintino, di costruzioni di chiese e cento altre iniziative. Opera di evangelizzazione, ma anche di cammino verso la civiltà, Questa relazione, inserita tra le lettere, è un’emblematica descrizione della vita del missionario nel cuore della Sardegna. La pregnanza delle lettere è tale che potrebbe essere utile mezzo di studio per varie discipline universitarie.
Ci limitiamo a pubblicare questa relazione per offrire un assaggio della vita del grande missionario vincenziano. La Grande Guerra era terminata, ma per il missionario la lotta per l’inculturazione cristiana e umana continuava. (A.T.)

Novembre 1919

Si doveva dare la Missione a Santa Giusta, ma non ne sapevamo la data precisa. Mi recai al telefono e dopo sette ore di inutile atte- sa non potei mettermi in relazione con Oristano. Tornato a casa dissi al compagno signor Sategna: “Non ho avuto comunicazione con Oristano ma non importa … Andiamo lo stesso”. Detto fatto. Eccoci alla stazione carichi del nostro bagaglio. Sono le sette del mattino. Alle cinque di sera, arriviamo ad Oristano e una mezz’ora dopo siamo a Santa Giusta. Strada facendo guardavo se si vedesse l’avanguardia. I ragazzi che in tutte le missioni si vedono pei pri- mi, nessuno! Ci avanziamo … non anima viva! Arriviamo … la 1 Padre Manzella guidò spiritualmente Leontina Sotgiu a partire dal 1911 (cf Lettera del 30 giugno 1911) e ne terminò la direzione nel 1919 per obbedienza al superiore (cf Lettera del 3 ottobre 1922). La presente lettera ne è una testimonianza. Lettera 252 – Lettera sotto forma di racconto di padre Manzella sulla visita alle confe- renze della Carità pubblicato in Annali della Missione 28 (1921) 289-299.
266 Padre Giovanni Battista Manzella chiesa chiusa! Il parroco sulla porta della casa ci vede, e fa le me- raviglie. “Come?! Non han ricevuto il mio telegramma?” E noi: “Come?! Non ha ricevuto la nostra lettera?”. Che fare? Ci accor- diamo, il mio compagno ed io, di tornare ad Oristano, salutare mons. Piovella, arcivescovo, e di far ritorno a Sassari il giorno do- po. Fare e disfare è tutto lavorare.1 Ripigliamo il carrozzino e tor- niamo ad Oristano. Monsignore ci attendeva, ben sapendo che la Missione non si poteva dare per allora. Ci ricevette con la solita sua bontà e cordialità. Narriamo l’accaduto, e lui risponde: La Provvidenza! La Provvidenza! La Provvidenza! Lei sig. Sategna darà gli esercizi alle normaliste, e lei sig. Manzella, visiterà le Con- ferenze di Carità su nell’alta Sardegna vicino al Gennargentu. Un telegramma a Sassari per informare il superiore e l’indomani a mezzogiorno eccomi in via per i monti. Saluto il compagno, prendo la benedizione da monsignore, ed eccomi in automobile. Siamo in ottobre. Nelle pianure di Oristano fa caldo ancora, ma a misura che avanziamo si sente il freddo; la pioggia è dirotta, e più in alto ancora si trovano vento e neve. La Sardegna è per lo più montuosa. Due sono i punti principali. I monti del Limbara a Tempio e le giogaie del Gennargentu nel centro dell’isola.

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17 Dicembre 2016 - Categoria: eventi straordinari

“Enzo Espa (Nuoro,1919-Sassari,2015): ricordo di Giovanna Elies

enzo-espa“Enzo Espa è nato il 3/ 3/ 1919 a Nuoro, dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza. Ha seguito gli studi universitari a Pisa e si è laureato a Roma col Prof. Natalino Sapegno, con una tesi sugli scrittori realistici dei primi due secoli.
Dal 1954 vive a Sassari, dove ha insegnato lettere presso l’Istituto Magistrale e dove è stato per anni presidente della locale sezione della Dante Alighieri.
Studioso di tradizioni popolari, con un meticoloso e accurato lavoro di ricerca e attraverso una fitta trama di informatori, ha raccolto fin dal periodo degli studi liceali dati che hanno costituito un prezioso archivio personale che ha contribuito ad approfondire e salvare la cultura e le tradizioni della Sardegna, in particolare dell’area Logudorese.

Ha collaborato per anni presso l’Università di Magistero di Sassari con il Prof. Francesco Alziator nella Cattedra di Tradizioni Popolari della Sardegna.

Si interessa di critica letteraria ed artistica, è autore di romanzi e di racconti e molti dei suoi lavori hanno approfondito problemi di carattere storico e linguistico inerente la Sardegna.” Dal suo blog

“Nessun uomo è un’isola, inteso in se stesso / ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra. / Se una zolla viene portata via dal mare, la Terra ne è diminuita/ come se un promontorio le mancasse / o una dimora amica o la sua stessa casa./ Ogni morte d’uomo mi diminuisce / perché faccio parte dell’umanità”. Così scriveva nel 1500 John Donne, scrittore inglese cattolico e di grande sensibilità. Sono trascorsi ben sei secoli e queste parole suonano più attuali che mai e non solo per tutti coloro che giornalmente lasciano questo nostro mondo ma anche e soprattutto quando si tratta di uomini che nel mondo hanno tracciato sentieri. Fra i tanti, uno in particolare cattura l’attenzione per il suo inconfondibile modo di essere e di fare, professore, uomo e letterato senza sbavature, senza spigoli, in tutt’ uno di grande pathos e signorilità. Come professore, padrone incondizionato della sua materia che esprimeva attraverso grandi capacità comunicative; come uomo, interamente votato a far parte di quella umanità di cui parla John Donne; come letterato, scrittore, giornalista, completamente teso a raccontare la sua -la nostra- terra, le tradizioni, la storia con la saggezza di chi ama davvero e trova in ogni costume o pratica il lato migliore. Laureatosi a Roma, sotto la guida del grande Natalino Sapegno, ne segue quasi le orme, se pur -come tutti sappiamo- il talento non sia così facile da inculcare ma solo da promuovere, ed è ciò che Sapegno ha fatto. Docente presso l’Istituto Magistrale di Sassari, ha saputo – sapientemente- avvicinare tutti i suoi allievi al mondo letterario, ma non come una sorta di mondo immaginario, piuttosto come un universo reale nel quale potersi ritrovare e non solo nei momenti cruciali della vita. Ha usato la letteratura e la storia come antidoto alle crisi ed alle troppe velleità giovanili; oggi vanno di moda i talent, ebbene il prof. già negli anni.

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