24 Febbraio 2017 - Categoria: eventi luttuosi, filologia, lingua/limba

“Blasco Ferrer (1956-2017): il ricordo di un grande studioso del sardo” di Mauro Maxia

 Il 12 gennaio il messaggio di un amico mi ha annunciato la scomparsa di Eduardo Blasco Ferrer. La notizia è giunta improvvisa e sconcertante dato che attendevo una sua risposta a una email che gli avevo trasmesso appena il giorno prima. Oltretutto sapevo che Eduardo era una persona molto metodica in fatto di cura della propria salute. Per questo non dimostrava affatto i suoi 60 anni. Eduardo Blasco Ferrer, filologo e linguista, era nato a Barcellona nel 1956 e si era laureato nel 1981 in Linguistica romanza all’Università di Erlangen, giungendo poi all’Università di Cagliari come lettore di catalano presso la Facoltà di Magistero. Aveva insegnato negli atenei di Sassari, Bonn, Firenze, Monaco di Baviera e infine di nuovo a Cagliari, dove dal 1996 era ordinario e docente di Linguistica sarda e romanza e aveva diretto il master “Approcci interdisciplinari nella didattica del sardo” per la Facoltà di Scienze della Formazione. Studioso di catalano e altre lingue iberiche, di italiano e di ladino, dedicò gran parte della sua attività scientifica al sardo, a cominciare dalla sua classica storia linguistica della Sardegna apparsa nei primi anni 80. Particolarmente ricca la sua bibliografia; per limitarsi alle principali monografie, si ricorderanno qui: Grammatica storica del catalano e dei suoi dialetti con speciale riguardo all’algherese (Tübingen, Gunther Narr 1984); La lingua sarda contemporanea: grammatica del logudorese e del campidanese: norma e varietà dell’uso: sintesi storica (Cagliari, Ed. Della Torre 1986); Storia linguistica della Sardegna (Tübingen, Niemeyer 1984); Le parlate dell’alta Ogliastra: analisi dialettologica – saggio di storia linguistica e culturale (Cagliari, Ed. Della Torre 1988); Ello Ellus. Grammatica della lingua sarda, Ilisso Edizioni, coll. Poliedro, Nùoro 1994; La lingua nel tempo: variazione e cambiamento in latino, italiano e sardo (Cagliari, cuec 1995); Pro domo: grammatica essenziale della lingua sarda (Cagliari, Condaghes 1998); Storia della lingua sarda (Cagliari, cuec 2009); Paleosardo. Le radici linguistiche della Sardegna neolitica (Berlin, De Gruyter 2010). In Linguistica sarda. Storia, metodi, problemi (Cagliari, Condaghes 2002), Blasco Ferrer aveva raccolto 30 articoli prodotti in un ventennio di ricerche su vari aspetti della linguistica sarda; nel primo capitolo aveva offerto un consuntivo critico di tutti i lavori linguistici concernenti il sardo pubblicati da Settecento in poi, repertoriati di seguito in una bibliografia ricca di oltre mille titoli. Negli anni 2000 si era occupato anche di manualistica, con Italiano, sardo e lingue moderne a scuola (Milano, Franco Angeli 2003) e con il recentissimo Corso di linguistica sarda e romanza (Firenze, Franco Cesati 2016). A proposito di questo suo ultimo libro, la Direzione Generale Scolastica per la Sardegna il 21 ottobre 2016, diramando a tutte le scuole sarde la notizia della presentazione, ha evidenziato che “il prof. Blasco Ferrer ha rinunciato ai diritti d’autore per favorire la diffusione della cultura sarda”. Nella «Rivista Italiana di Onomastica» aveva pubblicato alcuni articoli nei quali ha cercato di dimostrare, servendosi soprattutto di toponimi, alcune teorie innovative sui rapporti tra lingue, in particolare tra paleosardo e paleobasco: Tipologia e ricostruzione del Paleosardo, xvi (2010), 1, pp. 9-30; Cognomi sardi e italiani e questioni di metodo nella ricerca (top)onomastica: Mele, Mela(s), Mula(s) e Miele, Ortu, Manno, Barisone e Salusi, xvii (2011), 1, pp. 35-54; Toponomastica e ricostruzione morfologica. Paleobasco *doni (> toki, lo(g)i) e Paleosardo Doni, Toni (tòneri e Tonara), Tok-, Dog- e Lo(g)i, xviii (2012), 1, pp. 19-46. In particolare nel primo dei testi citati Blasco Ferrer aveva applicato schemi strutturalisti – di distribuzione e di frequenza – al corpus dei microtoponimi delle aree più arcaiche della Sardegna, e la successiva interpretazione tipologica dei risultati lo portava a chiarire la tipologia dell’enigmatico sostrato paleosardo e a avviare proficui confronti con le antiche lingue dell’Iberia, scoprendo a suo parere suggestivi parallelismi formali e semantici.

Mauro Maxia

Nel terzo saggio lo studioso si era proposto di dimostrare come sia prioritario condurre un’esauriente analisi morfologica del materiale toponimico per ottenere regole di sviluppo diacronico capaci di consentire una comparazione più sicura. Su questo argomento, insieme a studiosi di altre discipline, organizzò anche un convegno internazionale di taglio multidisciplinare, intitolato Gorosti U5b3 (Sardegna, giugno 2012), i cui atti sono usciti col titolo Iberia e Sardegna. Legami linguistici, archeologici e genetici dal Mesolitico all’Età del Bronzo per Le Monnier Università, Firenze/Città di Castello 2013 Aveva inoltre curato le recensioni di: Dieter Kremer (a cura di, in collaborazione con Monique Bourin / Wilhelm F. Nicolaisen / Wilfried Seibicke), Onomastik. Akten des 18. Internationalen Kongresses fur Namenforschung, vol. vi. Namenforschung und Geschichtswissenschaften. Literarische Onomastik. Namenrecht. Ausgewahlte Beitrage (Ann Arbor, 1981) (Tübingen, Niemeyer 2002), xi (2005), 2, pp. 463-66; di María Dolores Gordón Peral (a cura di), Toponimia de España. Estado actual y perspectivas de la investigación (Berlin, Walter de Gruyter 2010), xvii (2011), 1, pp. 176-78; e di Xosé Lluis García Arias (coordinador) / Emili Casanova (editor), Toponimia hispánica. Origen y evolución de nuestros topónimos más importantes (València, Denes 2011), xviii (2012), 1, pp. 176-80. E nelle pagine della rivista era stato presentato da Giulio M. Facchetti il suo Paleosardo. Le radici linguistiche della Sardegna neolitica (Berlin/New York, Walter de Gruyter 2010), xvii (2011), 2, pp. 690-94.

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24 Febbraio 2017 - Categoria: versos in limba

“Sa triuladura a s’antiga” de Salvatore Deligia

https://www.luigiladu.it/poesias/sa_triuladura_a_s’antiga.htm

In s’istazzu est como su trigu
a su seguru chi no eppat dannu
cussu bene sueradu tottu s’annu
cuntivizzadu che caru amigu.

Dezisa est sa die de triulare
e portare s’arzol’a cumpimentu
isperande in-d-unu bonu entu
po lu porret in presse bentulare.

Cando su sole in artu isplendet
su trigu in s’istazzu ispaniadu
una perda manna a su ju ligadu
onzi tantu su puntorzu l’ofendet.

S’ispiga iscrefada lassat su ranu
in mesu ‘e sa pazza bene cuadu
cun trautzos e palas enit artziadu
chi su entu che la leede lontanu.

Como s’incunza est apreffinada
sos saccos sun pienos ‘e graniglia
pius famene non passat famiglia
presau est su massaiu ‘e s’annada.

Onzi idda preparat festa manna
pro ringratziare su propriu Santu
tottus in pratza cun ballos e cantu
buffande in barraccas de canna.

S’istazzu in disusu a tentu acabbu
Ilartzi lu faghet pro traditzione
po mustrare a sa noa generatzione
cantu at bistu faghinde a su babbu.

 

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23 Febbraio 2017 - Categoria: cultura, filologia

“Il sentiero degli spiriti” Mauro Maxia

Mauro Maxia

Nel contesto di una ricerca a largo raggio sulla storia della comunità diPerfugas (Perfugas e la sua comunità, I, 2010, p. 302; II, 2016, p. 259) èemerso un toponimo ora disusato ma che è documentato in un atto del 1777. Nellarelativa fonte, scritta in spagnolo, si ricorda un “camino q(ue) dizen desa Regula” (‘cammino che [in sardo] dicono de sa Regula’).
Leggendo il documento, attraverso i toponimi ai quali il cammino in questione  risulta associato si ricava che esso corrisponde a un sentiero tortuoso e in pendenza che lambisce il compendio della chiesa rurale di San Giorgio Martire, per secoli nota col titolo di San Giorgio de Ledda. Questo sentiero attualmente è conosciuto come Caminu de Su Concheddu (‘cammino de Su Concheddu’) per chi da San Giorgio scende verso la sottostante conca detta Su Concheddu. Viceversa, per chi sale da questa conca alla chiesa di San Giorgio il nome si presenta con la variante Caminu de Santu Jorzi (‘cammino di San Giorgio’).

L’interesse per l’antica forma, oltre alla curiosità innescata dal lungo disuso, deriva dalla sua estrema rarità nella toponimia sarda. Anzi, il termine régula  rappresenta propriamente un hápax in quanto non se ne conoscono altri casi.

Ancora più interessanti, forse, sono le motivazioni che poterono presiedere al conio del toponimo. In sardo il termine régula ha gli stessi significati dell’ italiano “regola”. In alcune comunità dell’Isola esso indicava anche il rintocco della campana che veniva suonata per annunciare la morte di qualcuno.

Anche se il suo uso ormai è ristretto ai parlanti più anziani, questo termine è noto perché è alla base di un nome proprio, Sa Régula, che è lo stesso che forma il toponimo in parola. Sa Régula o Sa Réula, secondo una credenza popolare un tempo diffusa in tutta la Sardegna tradizionale, sarebbe una processione di anime o di spiriti penitenti che si svolgerebbe di notte per annunciare la morte imminente di qualcuno. Lo spirito del predestinato, secondo la credenza, si associava a questa processione dei defunti e i vivi che avessero avuto la ventura di incontrarlo in tale frangente vi avrebbero potuto riconoscere lo sfortunato candidato.

Un aspetto interessante di questa credenza è legato al fatto che il sentiero venisse percorso dalla macabra processione in salita oppure in discesa. Nel primo caso, di segno infausto, il predestinato sarebbe morto entro l’anno. Nel secondo caso, più favorevole, avrebbe patito una grave malattia o infermità ma non sarebbe morto.

Ebbene, il forte dislivello che caratterizza il Caminu de sa Régula parrebbe strettamente connesso con questo particolare della leggenda. Addirittura, la parte superiore del sentiero è talmente accidentata che richiede di saltare, non senza qualche difficoltà, un gradino naturale formato dal fondo roccioso.

Questa circostanza, dunque, ben si associa ai timori che la visione della temuta processione notturna poteva suscitare in ambienti fortemente legati alle leggende e credenze popolari.

 

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12 Febbraio 2017 - Categoria: versos in limba

“Peraulas” de Maria Sale

Maria Sale

Sentores de faeddu
in bena e neuddu intrados
a bentu de sole e traschìas
…e peraulas accabidadas
dae farfaruzas frundidas.

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12 Febbraio 2017 - Categoria: lingua/limba, narrativa

Palas a cresia de Tommasu Esca

https://www.luigiladu.it/contos/palas_a_cresia.htm

Contu curziu , imbentatu da e su veru.

Die de festa in domo de sa familiaeddha nova. Ini battiandhe s’urtimu nepoteddhu de una familia manna e unita. Don Istene de vonu pride, finita sa missa e su santu battiare s’este azzuntu a s’alligra cumpannia a festare custu novu zovanu cristianu.
E gaj arrejonandhe chin tziu Jacheddhu, su mannoi de su minore, narat Don Istene: <<Caru tziu Jacheddhu, bos connosco de tantos annos comente unu bonu babbu e familia, travallatore, omine saviu e de bonos printzipios e sentimentos, però bos vio paccu in cresia, si no este in die notita de Pasca o Natale.Mi parites unu paccu palas a sa cresia>>.
E tziu Jacheddhu: << Perdhonet Don Istene, si non si offendhet li naro duas paraulas. L’appo ascurtatu chin piaghere, tottu su chi at nattu este veru e como rispondhat a mie: a Vostè non l’appo mai vistu in campanna,marrandhe, iservandhe,puttandhe o acchendhe tottu sas fainas de unu bonu massaju>>.
E Don Istene: <<Azzis vistu vene e tenites rejone, sa missione mea este un’attera, acchere vene su pride e servire su prossimu e su Signore>>.
E tziu Jacheddhu: <<Vostè tenet rejone de su chi mi este nandhe, ma peri jeo… Jeo mi sinnao chin sa Santa Rughe e dimandhao a Issu (Deus Meu) chi mi seret datu profettu de cussu triccu chi juchio in daintro de su oddhe de sa bertula, prontu a lu semenare, ghettandhelu in sa terra nuda,appena curtivata.
Tenzo treghi itzos, mutzere mea, socru e socra a garrigu meu. Deghessette vucas de prenare cada die.
E gaj,garrigu de milli pessamentos e de sa netzessidade de che carrare onzi die su cumpanaticu pro tottus, mannos e minores, mi toccat a travallare peri sa dominica o atteras festas cunsacratas, brincandheche peri su santu reposu.
Soe sicuru chi Deus mi atta a perdhonare si carchi mancantzia appo attu. Este veru chi mi viet paccu in cresia, ma a Deus meu lu precco de continu, ca sentza sa provvidentzia sua chi sempere mi este accurtziu, no este fatzile a accudire a tottu sas netzessidades de sa familia mea. Pro custu lu preco e lu ringratzio onzi momentu>>.
E Don Istene: <<Como min’ che vivo custa bella tassa e vinu, luchidu che mirallu e caru tziu Jacheddhu bos petto perdhonu ca no ischio. Ma oie imparo carchi cosa nova de fide vera peri jeo>>.

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12 Febbraio 2017 - Categoria: narrativa

“Chicco il vagabondo” di Eleonora Ortuno

In una tiepida mattina di fine aprile del 2015, mentre facevo un giro con la mia amica Sonia e il mio cane Leo per le vie della città, ho visto che ci veniva incontro, camminando lentamente e con la testa bassa, un piccolo cane. Guardandolo pensavo che era proprio brutto e sporco, poi ho continuato nella mia passeggiata mattutina.

Tre isolati dopo, toh che me lo sono ritrovata davanti e meravigliata non riuscivo a capire come avesse fatto a raggiungerci così rapidamente nonostante il suo andamento lento.

Ovviamente non potevo continuare ad ignorarlo e a far finta di niente, si vedeva benissimo che aveva bisogno di aiuto per cui, nonostante a casa avessi già altri due cani, l’ho caricato in macchina e portato dalla toelettatrice, che si occupa dei mie, per fargli fare un bel bagno.

Quando sono ritornata a prenderlo non riuscivo a credere ai miei nel trovarmi davanti uno splendido yorkshire che somigliava tantissimo alla mia cara Lilly che era morta un anno prima.

Il cane, a parte la sporcizia, le zecche e le pulci, che lo infestano, aveva una pessima dentatura, completamente nera, ma non aveva certo patito la fame perché era bello in carne. Non aveva il miocrocip ed era un maschio di circa 10 anni e la veterinaria, il giorno dopo, gli ha anche diagnosticato un tumore ai testicoli da operare quanto prima.

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9 Febbraio 2017 - Categoria: narrativa

“Visto che nei prossimi sei mesi… qui ci dovrò tornare” di Sarah Savioli

Che poi vado all’ospedale per fare degli accertamenti alle 7.30 del mattino e lo sterminato parcheggio è ovviamente pieno.
Mi preparo spiritualmente a fare un chilometro e mezzo a piedi quando di fronte a me e in un alone di luce mistica si libera il posto in assoluto più vicino a dove devo andare.
Una botta di kulo che se c’è una compensazione di qualche tipo, non troverò mai più un parcheggio per il resto della vita.
Non ci penso, parcheggio e poi mi avvio a piedi da dei medici che in modo affettuoso e scorato mi guarderanno come degli ingegneri meccanici guardano la vetusta panda di un vecchietto al quale è partito l’ennesimo pezzo ormai introvabile.
Che dire, io sul rottamarmi non avrei poi da ridire, ma Alessandro e Matteo si ostinano a volermi tenere. Ameranno il vintage…
Il gatto invece mi dà ragione. Alle volte si siede di fianco al bidoncino dell’umido e sembra che mi dica: “Buttati, dai. Ti tengo aperto il coperchio.” Son soddisfazioni.
Poi mi siedo nella sala d’attesa.
Una mamma tiene impegnato come può un bimbetto già annoiato e stanco.
Una figlia arresa accompagna a fare un giro per i corridoi un padre anziano con una vestaglia stropicciata e lo sguardo rabbioso.
Una signora elegante mi guarda. Le sorrido, ma lei si volta altrove.
Un’altra al telefono dice “Come faccio a dirglielo, adesso…come faccio….”. E se ne va a testa bassa.
La signora di prima la guarda, poi mi guarda ancora. Le risorrido. Si volta nuovamente da un’altra parte.
Il bimbo piange. La madre quasi.
Passano le ore.
Quando ho finito mi avvio verso la macchina e incrocio la donna della telefonata che torna indietro.
Mi vede e la saluto con un cenno della testa.

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1 Febbraio 2017 - Categoria: eventi luttuosi

“Silvia Usai: madre, sposa, nonna, docente esemplare ci ha lasciati” di Ange de Clermont

Silvia Usai (1947-2017)

Silvia Usai era  nata a Perfugas il 12 settembre 1947, in Anglona. a circa 50 Km da Sassari e 23 da Tempio. La madre era casalinga e il padre era un dipendente del Genio Civile. I genitori di Silvia si trasferirono ad Olbia nel 1952 quando lei aveva solo 4 anni e il padre fu trasferito in uella che doveva diventare la città smeraldina.

Si può affermare che, a parte la prima infanzia, il resto della sua vita, circa 65 anni, la passò ad Olbia.
Ella   crebbe fin da quella tenera età nella città marina in rapida crescita demografica. Ivi frequentò la scuola dell’infanzia, le scuole elementari, le Scuole Medie e il Liceo Classico e fu stimata fin da piccola per l’intelligenza e la sua capacità di tenere l’atmosfera dei compagni serena e briosa.
Conseguita la maturità classica, si trasferì a Cagliari, dove s’iscrisse e frequentò l’Università nella Facoltà di Lettere ad indirizzo classico.

Rispettando i tempi accademici degli esami, entro i quattro, conseguì la laurea in Lettere Classiche. ma dal momento che ad Olbia il Liceo Classico era una sezione staccata di Tempio con pochi alunni, per non allontanarsi dalla città e dalla famiglia, dopo aver insegnato  a Chiaramonti 2 ann (1972-73: 1973-74) dove,tra gli altri alunni.  ebbe come Gianni Denanni ormai famoso cantante in lingua sarda, conseguìta l’abilitazione e vinto il concorso, passò di ruolo presso la Scuola Media Statale n.3 di Olbia. In questa scuola Silvia insegnò per lunghi anni fino al pensionamento, raggiunto alcuni anni fa.
A Cagliari aveva conosciuto il marito Bruno Forresu, (Silvia è stata la prima persona che ho incontrato alla facoltà di lettere e la prima persona cui ho rivolto una richiesta di informazioni nell’atrio della facoltà: forse era destino), che era andato a chiederle delle informazioni, anche lui laureatosi in Lettere, ma col matrimonio i due misero famiglia ad Olbia dove entrambi hanno insegnato alla Media N. 3.
Dal loro matrimonio sono nati due figli e si può dire che ad essi si dedicarono con grande affetto.

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